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sabato 22 luglio 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 












Questa volta le parabole o le similitudini per parlare del regno di Dio sono tre (quella del grano e la zizzania, quella del granello di senapa e quella del lievito). Per quanto si riferisce alla prima, mi limito a precisare che la zizzania è una pianta con foglie strette e spighe larghe e piatte i cui chicchi contengono un principio tossico. Anche se qui Gesù attribuisce a un nemico la sua comparsa, cresce spontaneamente nei campi ed è molto difficile da estirpare. Riferito a una persona, l’appellativo zizzania indica la sua attitudine a danneggiare, ostacolare o rovinare gli altri, quasi avesse un demonio dentro di sé. Detto della presenza nel “campo” del regno di Dio, indica tutte le inevitabili opposizioni tra il bene e il male, contrarietà che non cesseranno sino alla fine e che bisogna affrontare con pazienza per non pregiudicare la parte buona.

Nella seconda, “Il regno dei cieli – disse Gesù – è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami”. Il “regno dei cieli”, o “regno di Dio” è questa realtà, apparentemente fragile, iniziata da Gesù sulla nostra terra e portata avanti dai suoi discepoli, vale a dire, da coloro che operano come lo stesso Figlio di Dio fatto uomo nel seno di Maria, per amore e solo per amore.

Il Regno di Dio non si trova in un luogo particolare (una regione o una nazione), ma ovunque si opera il bene e si vive come fratelli, amandosi mutuamente e amando persino i nemici. Questo piccolo seme che va crescendo senza rumore è l’amore che, quando è vero, è capace di trasformare il mondo dal di dentro. Un Amore che cresce e può scaldare molti altri come l’albero di senape chiama i passeri e permette loro di nidificare tra i suoi rami, fragili, ma accoglienti. I discepoli di Gesù possono sembrare insignificanti come il piccolo seme di senape e i modesti arbusti che produce, ma hanno quella capacità di accogliere e stimolare tutti. Con le grandi gesta dei martiri, ma anche con i piccoli gesti di ogni giorno, compiuti con lo stesso amore e dedizione.

“Il regno dei cieli – aggiunge Gesù – è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”. Un’immagine, quella del lievito, da cui si possono trarre almeno tre osservazioni relative al regno di Dio di cui è anch’essa figura. Che la sua crescita è necessaria per il mondo, come il lievito per il pane. Che, anche se nascosto, è presente tra la moltitudine degli uomini come il lievito nella massa di farina. E, terzo, che il bene non fa rumore, ma, come l’amore, gratifica e cattura.

Attira più mosche un cucchiaino di miele, dice un proverbio, che un barile di aceto. L’amore penetra in modo soave, riservato. Per la potenza dello Spirito Santo rigenera la parte interiore di una persona che inizia a vivere secondo l’Amore che è Dio stesso. Nascosto e silenzioso, il lievito si espande in favore di tutta la massa della farina che, come l’amore, nascosto e silenzioso, feconda l’umanità intera.

Con questi semplici paragoni, Gesù vuole animarci a compiere il bene, non solo per noi stessi, ma in favore del mondo intero. Anche se rimane nascosto, ogni nostro atto di generosità, piccolo o grande che sia, va a beneficio di tutti.

Le similitudini del granello di senape e del lievito simbolizzano l’habitat reale dei discepoli di Gesù. Sono e saranno pochi, ma, essendo lievito, possono impregnare una grande quantità di pasta ancora non lievitata e far sì che si converta, anche se non sembra evidente, in molto pane. All’inizio del cristianesimo un piccolo pugno di credenti fermentò gran parte del mondo. Tra poco, in un mondo sempre più secolarizzato, i cristiani saranno, forse, nuovamente pochi, ma la loro natura di lievito missionario, rimane forte, se si tengono uniti allo stesso Signore Gesù e forti della forza dello Spirito Santo.

 






sabato 10 giugno 2023

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

 

Per non cadere in un culto dell’Eucaristia (la “Santissima Eucaristia” il “Santissimo Sacramento”) quasi fosse cosa diversa da Gesù, dobbiamo soffermarci bene sulle parole con le quali il Maestro parla di sé come Pane della vita. “Io”, dice, “sono il pane vivo che è disceso dal cielo”. Come si può vedere, non è il pane che devi guardare, ma Lui, Gesù (Io sono il pane della vita).

 Gesù è il pane che fa vivere per sempre e se, nell’Eucaristia, non ci incontriamo personalmente con Lui, mangiamo solo pane, anche se consacrato. È unicamente l’incontro intimo con Gesù personalmente presente, ciò che fa vera la “Comunione”, anche se la sua presenza “in corpo, anima, sangue e divinità” nel pane e nel vino consacrati non sia da intendere nel senso materiale, ma spirituale. Come, infatti, insegna Paolo, “si semina un corpo naturale e risuscita un corpo spirituale” (1Cor 15,44). Un concetto che si applica a noi, ma che vale prima ancora per Gesù risorto per aprirci lo stesso cammino.

 Gli accidenti non cambiano e, comunicandoci, continuiamo a gustare sapore di pane e di vino. Al punto che potremmo dubitare dei miracoli eucaristici per i quali il pane si sarebbe convertito in carne viva, perché il Risorto ora non ha questo tipo di sostanza materiale. Detto questo, chi siamo noi per impedire al Signore di dare segni visibili, perfino di questo tipo, per suscitare la fede della gente? Anche nei Vangeli si racconta che Gesù risorto mangiava con i discepoli, nonostante come tale (risorto) non avrebbe potuto cibarsi di alimenti.

 Come risorto, attraversava di fatto le pareti e molte volte i discepoli non lo riconoscevano neppure, ma volendo assicurarli che era vivo, si faceva toccare e mangiava con loro. Vedendoli spaventati e tremanti di paura, ci racconta Luca, perché pensavano che fosse un fantasma, dopo aver mostrato le mani e i piedi feriti, domandò se avevano qualcosa da mangiare e, offertagli una porzione di pesce, “lo prese e mangiò davanti a loro” (Lc 24,43).

Perché, allora in questo discorso di Cafarnao (parte del quale leggiamo in questa domenica del Corpus Domini), Gesù parla tanto crudamente del bisogno di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue?

 Questo linguaggio duro si giustifica solo con la necessità, da parte dell’evangelista Giovanni, di sottolineare che è solo Lui, Gesù, che può donarci la vita. Non dobbiamo dimenticare che Lui, soprattutto nel Vangelo di Giovanni, è la Parola fatta carne che è venuto ad abitare in mezzo a noi. Per questo, parlando di Sé termina dicendo: “Questo è il pane che è disceso dal cielo: non come quello dei vostri padri [la manna], che mangiarono e morirono; chi mangia di questo pane vivrà per sempre.

 Il linguaggio, per gli uditori di allora che non sapevano chi fosse Gesù, risultò duro al punto che anche i discepoli furono tentati di andarsene. Non lo fecero, perché, – per grazia speciale – Pietro poté intuire e dire che solo Gesù aveva parole di vita eterna. Parole che noi capiamo ancora meglio, dal momento che sappiamo cosa vuol dire che la Parola, il Figlio di Dio, si è fatto carne (vale a dire, debole come noi) perché possiamo trovare forza in Lui, nostro fratello maggiore.

 Servirebbe poco partecipare al banchetto dell’Eucaristia, senza lasciare che il Signore entri in comunione con noi in quel momento e nella nostra vita. Fare la comunione non vuol dire ricevere l’Ostia consacrata, come molti pensano e, poco dopo essersi comunicati, vanno a santificarsi con l’acqua benedetta. Vuol dire entrare in comunione con il Signore Gesù che ci ha assicurato la sua presenza al nostro fianco sino alla fine del mondo. Lo stesso Signore Gesù, continuamente, bussa alla nostra porta aspettando che gli apriamo per cenare con noi.

 Nell’ultima cena, infatti, lavati i piedi dei suoi discepoli, Gesù disse alcune parole molto simili a quelle che proferì dopo l’istituzione dell’Eucaristia (“Fate questo in memoria di me”). “Vi ho dato un esempio”, disse dopo la lavanda dei piedi “perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15).

 Cosa vuol dire, allora: “Fate questo in memoria di me”?

Celebrare messa o lavarci mutuamente i piedi? Tutte e due le cose, è chiaro. Ma la cosa importante, è ricordare che l’Eucaristia è l’incontro sacramentale con Gesù nel suo mistero di salvezza che vuole donarci la forza di amarci reciprocamente a nostra volta. Senza la connessione dei due aspetti, le molte “comunioni” rimangono molte “comunioni”. Chi continua a salvarci è Gesù che – in ogni Eucaristia – continua a chiedere per noi: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Soltanto se ognuno di noi lo ascolta come chiedendo questo perdono per mezzo di lui, però, può dire che si è comunicato pienamente, che è entrato in comunione con il Signore e lo ha invitato a entrare nella sua vita.



domenica 22 gennaio 2023

Meditazioni sul Vangelo della Domenica




Sono quattro, gli aspetti che meritano attenzione in questa pericope del Vangelo di Mateo: lo stabilirsi di Gesù in Cafarnao, l’annuncio della vicinanza del regno dei cieli, la chiamata dei primi discepoli e la doppia attività del Maestro (insegnare e guarire).

Matteo scrive soprattutto per i cristiani di origine ebraica che conoscono le Profezie messianiche e, per questo, approfitta di ogni dettaglio, anche se non esattamente corrispondente, per dire che tutto sta accadendo come era stato previsto dai profeti. Infatti, Cafarnao non è nella tribù di Zabulon, e solo in piccola parte in quella di Neftali. Il mare di cui parla Isaia è il Mediterraneo e non il lago di Galilea, ma non importa. Dal momento che anche questo lago è detto comunemente mare (Mare di Galilea), Matteo non perde neppure questa occasione. Ciò che gli importa, infatti, è che, con Gesù, cominciando proprio da lì (Cafarnao), comincia a manifestarsi chiaramente la luce che aveva predetto quel profeta: “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta” (Is 9,2).

E come può entrare questa luce?

Attraverso Gesù, la prima pietra fondamento del regno di Dio. “Da allora”, scrive l’evangelista, “Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino". Per il momento, nessuno può capire che cosa sia questo regno, ma è vicino, perché Lui (il Figlio di Dio) si è avvicinato all’umanità. Quando possederanno lo Spirito anche i discepoli faranno parte, pietre attorno a Cristo, dello stesso regno e, nel Padre nostro, pregheranno perché questo regno venga.

Infatti, senza perdere tempo, Matteo aggiunge che, mentre camminava lungo il lago di Galilea, Gesù vide due fratelli (Simone e Andrea) e, un poco più avanti, altri due (Giacomo e Giovanni), tutti e quattro pescatori. Li chiamò ed essi Lo seguirono. Molto importante la immediatezza con cui i quattro lasciano lavoro e famiglia per seguirlo, ma ancora più significativo, è il fatto che, a differenza degli altri maestri, tutti scelti dai discepoli, sia Gesù a scegliere e chiamare i suoi. A loro e a noi, riconoscere la sua voce potente e benevola allo stesso tempo.

Sceglie quelli che saranno i suoi dodici apostoli, ma pensa a tutti. È ciò che risulta dalle parole che Matteo aggiunge immediatamente: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Quasi la quinta parte dei Vangeli sinottici si riferisce a guarigioni di infermi e soccorso ai poveri da parte di Gesù. E questo senza contare ciò che ci lasciano capire i molti “sommari”, in cui si dice che Gesù “quel giorno guarì molti”. Un insegnamento prezioso per noi, suoi discepoli, perché, dietro a Lui, non può esserci vero annuncio del Vangelo senza la tenerezza e la preoccupazione per le necessità degli altri.



 

sabato 24 dicembre 2022

Meditiamo con p. Bruno il Vangelo del Natale



Alcuni anni fa, mentre i fedeli della nostra piccola parrocchia di Tokio, dopo la messa di mezzanotte di Natale, nel salone affianco alla chiesa stavano celebrando la festa, entrò improvvisamente uno sconosciuto abbastanza ubriaco. Attratto dalla musica e dai canti, avanzò in mezzo alla sala e, quando tutti ebbero fatto silenzio, disse: “Mi rallegro con voi per questa festa, perché finora non sapevo che anche voi cristiani festeggiavate il giorno di Natale”.

Il carmelitano giapponese che mi ha raccontato questo divertente fatto avvenuto nella capitale Giapponese non si è dilungato a raccontarmi altri dettagli. Se, per esempio, i fedeli che lo avevano accolto tra le risa, erano riusciti a spiegargli che il Natale è proprio una festa cristiana e se, forse, lo avevano anche invitato a partecipare alle catechesi della loro parrocchia. L’ingenua domanda dell’ubriaco giapponese continua, comunque, ad avere una grande importanza.

Ciò che risulta interessante e ancor più attuale al giorno d’oggi, è che ciò che poteva avvenire in un paese come il Giappone, dove i cristiani sono una piccola minoranza, sta avvenendo ora in Europa. Nonostante sia piena di chiese e di tradizioni cristiane, anche qui, si celebra ormai un Natale quasi del tutto commerciale. Al punto che qualcuno, la notte di Natale, potrebbe affacciarsi ad una delle tante chiese e meravigliarsi che ci sia gente che lo festeggi con preghiere e canti strani. Non è, del resto, Babbo Natale, anche nelle nostre città, il personaggio simbolo del Natale?

Ad ogni modo, la storia dell’ubriaco giapponese ci può servire anche per capire il significato specifico del Prologo di Giovanni che leggiamo in una delle messe di Natale. Il linguaggio e il ritmo di questo testo sono molto diversi dal resto di tutto il quarto Vangelo [il termine “logos”, qui molto ripetuto non tornerà più nella penna dell’evangelista, ed espressioni come “sua casa”, e “i suoi”, riferiti ai giudei che non lo hanno voluto accogliere, dissente con “i suoi” di Gv 13,1, riferito ai Dodici ai quali Gesù lava i piedi], ma questo conferisce ancor più valore al suo contenuto.

Significa, infatti, che il redattore si va servendo di un testo già tradizionale nella Chiesa primitiva, come Col 1,15-20 e Fil 2,6-11 e che, quindi, rappresenta la professione di fede comune dei credenti.

Il Vangelo di Giovanni è stato pubblicato molto più tardi degli altri tre, i Vangeli sinottici, uno dei quali, Marco, inizia con la manifestazione pubblica di Gesù, e gli altri due (Matteo e Luca), ognuno a modo suo, con il concepimento e la nascita di Gesù nella famiglia di Nazaret. Giovanni, dal momento che tutto questo è già stato assimilato, vuole parlare della sua esistenza da sempre come Figlio di Dio.

Il versetto centrale del suo Prologo (il v. 14) ci porta all’evento stesso dell’incarnazione (“il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi), ma, allo stesso tempo, l’inizio ci dice che è sempre esistito, come parte essenziale della Comunione trinitaria di Padre, Figlio e Spirito Santo. È ciò che, con parole filosofiche e liriche allo stesso tempo, si canta in questo Prologo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Era “la luce degli uomini”, e “le tenebre non l'hanno vinta”. Con un linguaggio nuovo, l’evangelista sintetizza ciò che il quarto evangelista andrà poi a narrare, come i Sinottici, cioè, la passione e la morte di Gesù. Non ha trovato accoglienza, e questo è ciò che è avvenuto e che riporterà anche lo storico romano Tacito, dicendo con disprezzo che il Cristo degli odiati cristiani era stato crocifisso sotto Ponzio Pilato.

La novità evangelica è, però, nelle parole che seguono e che i credenti sperimentano nella propria vita, e non solo celebrando il Natale. Molti non lo hanno ricevuto, è vero, “ma a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. È questa la verità che vuol ribadire l’inno con cui inizia il Quarto Vangelo, soprattutto con le parole centrali (“il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”).

Questo è il Natale, l’euangélion (il buon annunzio), che i credenti sanno e mantengono vivo nel mondo, proprio per la maggior parte che pensa ad altre cose, come il buon ubriacone di Tokio. È il tratto distintivo della fede cristiana. Il Prologo si apre con le stesse parole con le quali inizia tutta la Bibbia (in principio), perché è questo che era nella mente del Padre che, parlando con il Figlio, creando l’uomo maschio e femmina, disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza” (Gen 1,26).

Fino ad allora, nessuno sapeva quale fosse l’immagine di Dio, dal momento che, come si legge proprio nell’ultimo versetto del Prologo, nessuno ha mai visto Dio. “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che [facendosi a nostra somiglianza] lo ha rivelato”.





sabato 15 ottobre 2022

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

 


Nel Vangelo di Luca, questa - dopo quella dell'amico importuno (Lc 11,5-13) - è la seconda parabola sull'efficacia della perseveranza nella preghiera. Questa volta risulta ancor più chiaro da quanto esplicitamente detto nell’introduzione: "Gesù disse ai suoi discepoli una parabola per insegnare loro che è necessario pregare sempre e non perdersi d'animo" (v. 1).

           La vedova in questione rappresenta la persona più indifesa, poiché, soprattutto se senza figli grandi, come si suppone sia questa, non ha nessuno che la possa appoggiare. La sua unica speranza è quel giudice, nonostante non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno. Solo l'insistenza della povera donna lo fa piegare, dato che, pur di togliersela dai piedi, decide di esaudirla. In ogni caso, la vedova ottiene ciò di cui ha bisogno.      

            Gesù - qui designato come Signore (Kyrios) - purché i suoi ascoltatori comprendano la necessità di imparare a pregare senza mai stancarsi, non ha paura di accostare Dio a quel perfido giudice. Come nel caso della parabola dell'amico importuno (Lc 11,5-13) e, soprattutto, in quella dell'amministratore disonesto (Lc 16,1-8), si tratta, ovviamente, di un ragionamento basato sulla cosiddetta dialettica dell'a fortiori, o del quanto più. In altre parole, la logica usata da Gesù è la stessa della parabola precedente, espressa in questa conclusione: "Se dunque voi, cattivi come siete, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli?”

           In questi esempi assai sconvolgenti, oggetto dell’insegnamento non è, infatti, la definizione di Dio, ma l'atteggiamento fiducioso del discepolo che viene invitato a non rinunciare mai alla preghiera. Anche se il Padre li fa aspettare (possibile traduzione della fine del versetto 7), essi dovranno continuare a gridare giorno e notte a Colui che risponde sempre, sebbene a modo suo e quando lo ritiene opportuno per i suoi figli. 

 Come il salmista che, molto spesso, chiede a Dio il motivo del suo silenzio, possiamo protestare anche noi, ma dobbiamo continuare a chiamare Dio con il nome di Padre. Gesù stesso lo ha fatto nel Getsemani dove, terminata la sua lotta con la morte incombente (agonia) ed essersi unito alla volontà del Padre, ai suoi discepoli addormentati, disse così: "Pregate per non soccombere alla tentazione". L’autoinganno di pensare che Dio si sia davvero dimenticato di noi, come a volte può sembrare.

                         E che dire della domanda finale di Gesù ("Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?")? Nella traduzione corrente sembra che Gesù pensi al suo ritorno glorioso, quasi supponendo che, al momento, la fede della vedova fosse condivisa da tutti. È, tuttavia, proprio perché non è così, che racconta la parabola della povera vedova. Lo narra, infatti, come abbiamo già fatto notare, "per insegnare loro che è necessario pregare sempre e non perdersi d'animo" (v. 1).

            Sembrerebbe, quindi, più congruente prendere il participio aoristo del verbo della venuta del Figlio, non come futuro (quando verrà) ma come passato (che è venuto). “Il Figlio dell'uomo che è venuto”, sembra chiedersi molto realisticamente Gesù, pensando anche a noi, “troverà mai una tale fede sulla terra?".

             La preoccupazione di Gesù, infatti, non sembra essere che ci sia ancora una fede grande come quella della vedova alla fine dei tempi, ma che la imparino i suoi discepoli, come si evince chiaramente, del resto, dalle stesse parole introduttive: "Gesù disse ai suoi discepoli una parabola per insegnare loro che è necessario pregare sempre, senza perdersi d'animo" (v. 1).

             Gesù intende insegnare la pazienza della fede che, come direbbe Teresa di Gesù, arriva a tutto. "Nulla ti turbi, nulla ti spaventi", esorta la Santa, " chi ha Dio non manca di nulla. Niente ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio è sufficiente. Con la pazienza si ottiene tutto".

             Un’ultima annotazione?

            La frase introduttiva ("Gesù disse ai suoi discepoli una parabola per insegnare loro che è necessario pregare sempre, senza stancarsi"), può venir tradotta anche in un altro modo, non meno suggestivo. “Senza stancarsi” - in forza dell’etimo del verbo greco (enkakein) che è kakos (cattivo) - può significare anche “senza incattivirsi”. In questo caso, Gesù avrebbe raccontato la parabola della povera vedova per insegnare la necessità di pregare sempre, senza incattivirsi" (v. 1).

 Se vogliamo intendere l’esortazione nei due sensi, Gesù racconta quella parabola per insegnare che è necessario continuare a pregare, senza stancarsi, per non incattivirsi. E lo sappiamo bene, quanto sia facile “incattivirsi”, senza un continuo sguardo a Colui che ne sa più di noi e che non ci abbandona, neppure quando sembra che lo faccia.  

domenica 31 luglio 2022

Meditazioni sul Vangelo della Domenica


Un giorno uno della folla disse a Gesù: "Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità". Da parte sua, Gesù gli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”.

 Il problema era la distribuzione delle terre tra i figli. Essendo grande la famiglia, c’era il pericolo che l’eredità si dividesse in piccoli frustoli di terra che non avrebbero potuto garantire la sopravvivenza di quei beni. Per questo, per evitare la disgregazione dell’eredità e mantenere vivo il nome della famiglia, il primogenito riceveva il doppio degli altri figli (cfr. Dt e 2Re 2,11), come può essere avvenuto nel caso di quell’uomo desideroso di recuperare la sua parte. È solo un’ipotesi sulla circostanza, del resto, senza particolare incidenza sul significato del dialogo tra quell’uomo e Gesù.

 Nella risposta di Gesù (“O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”) risalta la coscienza che Egli ha della sua missione in questo mondo, ove non è stato inviato dal Padre per risolvere semplici controversie tra i parenti per ciò che deriva dai beni materiali. Sono cose che devono risolvere tra loro. Il Figlio di Dio è venuto per insegnare come amministrare la vera ricchezza, cioè, la propria vita, perché ciò che importa è guardarsi da qualsiasi cupidigia. Infatti, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Una verità che Gesù cerca di spiegare per mezzo della parabola che segue immediatamente il colloquio con l’uomo in conflitto col suo fratello.

La missione di Gesù non consiste nel sostituirsi a noi e risolvere magistralmente problemi familiari e sociali, ma nell’illuminarci sul senso profondo della vita. Bisogna ricordarsi di ciò che ha detto a proposito della preghiera. Possiamo chiedere qualsiasi cosa, ma Dio ci darà solo cose veramente buone e lo Spirito per comprenderle. Con questa parabola vuole dirci che la ricchezza di una persona non sta nel possedere molte cose, ma nell’essere ricca dentro, cioè, nell’essere una presenza positiva.

Chi pensa solo a possedere (accumulando molti beni), dimentica l’importanza di vivere come figlio del Padre, cioè, ricco agli occhi di Dio. Da parte sua, con la sua condotta, prima che con le sue parole, Gesù insegna che chi vuole essere il primo, deve voler essere l’ultimo. Che è meglio dare che ricevere. Che il più grande è chi si considera il meno importante. Che salva la sua vita solo chi è capace di donarsi per gli altri, perché solo questo (ciò che ha dato di sé) rimane per sempre.

 La parabola tratta, cioè, della stoltezza dell’avidità, di quel desiderio imperioso di accumulare beni senza freno. Questa ambizione non solo mette i beni materiali al posto di Dio, ma è anche un atto di totale indifferenza verso le necessità degli altri, ai quali il protagonista della parabola non dedica neppure un momento di attenzione.

È vero che la parabola non parla di ingiustizia o di cattiveria da parte del ricco proprietario terriero, e non è per questo che vi è detto stolto. Né tanto meno perché non sia un buon amministratore! Risulta essere stolto, perché vive solo per se stesso, fa progetti solo per se stesso, e perfino si congratula con se stesso.

 Questo, è il suo problema!

Come dimostra la sua morte improvvisa, è solo! Colui che sembrava così assennato nel coltivare i suoi campi si rivela un povero sciocco che si auto condanna al nulla. Infatti, come dichiara Gesù altrove, "che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?" (Lc 9,25).

 Qui, alla fine della parabola, proprio mentre quel proprietario terriero si va dicendo che ha beni accumulati per molti anni che gli permetteranno di riposare, mangiando, bevendo e banchettando felicemente, Dio gli dice: "Stolto, questa notte reclameranno la tua anima, e di chi sarà quello che hai messo da parte?”. Mentre l'uomo della parabola si sente dire questo, Gesù conclude: "Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio".

Essere "ricchi presso Dio" significa condividere con gli altri, pensandoli come il Padre di tutti li pensa e ci pensa.

 

sabato 14 maggio 2022

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 



31
Quando fu uscito, Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi [] 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".

 




Per capire come Gesù possa dire che, proprio “ora [appena uscito Giuda dal cenacolo per consegnarlo ai giudei che voglio ucciderlo] è glorificato il Figlio dell’uomo [cioè Lui], e Dio è glorificato in Lui”, bisogna riflettere un po' più del solito sul testo.

Solo Giuda è responsabile di aver consegnato Gesù, come solo Pietro è colpevole di non aver avuto il coraggio di riconoscersi suo discepolo, ma bisogna separare la responsabilità oggettiva da quella soggettiva. Obiettivamente, la gravità della consegna di Gesù alle autorità giudee, è enorme e, da questo punto di vista, è certo, come disse Gesù, che sarebbe stato meglio per quell’uomo non essere mai nato (Mt 26,24), ma questo non impedisce che il Signore – che ha dato la vita per l’umanità intera – muoia anche per Giuda.

In ogni caso, non si deve pensare che la consegna di Gesù per mezzo di Giuda alle autorità ebraiche, fosse indispensabile. Prima o poi i nemici avrebbero potuto prenderlo senza Giuda e con tutti i pretesti, dato che lo stesso Gesù, soprattutto negli ultimi tempi, con l’entrata trionfale in Gerusalemme e la purificazione del tempio, non aveva fatto altro che provocare la propria condanna. Venuto al mondo per la salvezza di tutti, nessuno escluso, si era ormai da tempo reso conto che, consegnare sé stesso per la salvezza di tutti era l’unica via da percorrere. Per questo, più volte, aveva detto ai suoi discepoli che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere ucciso e risuscitare al terzo giorno (cfr. Mc 8,31). E con sofferta determinazione – secondo Luca 9,51 – aveva preso la decisione di andare a Gerusalemme

Una coscienza e una decisione saggiamente fatte risaltare dall’evangelista del quarto Vangelo che, spiegando il perché della lavanda dei piedi ai suoi discepoli (profezia della sua morte per loro) scrive: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò [li volle amare] sino alla fine” (Gv 13,1).

I suoi che stavano nel mondo, in quel momento sono i Dodici, Giuda incluso, quelli cui lava materialmente i piedi, ma rappresentano tutta l’umanità, dato che anche loro sono poveri ignoranti che non sanno né quello che fanno, né ciò che sta facendo Gesù per loro. Il ruolo di traditore è toccato a Giuda, come a Pietro quello di rinnegatore, ma – in assoluto – chi consegna Gesù, dopo che il Padre lo ha consegnato all’umanità, siamo tutti, rappresentati da Giuda, da Pietro e dalle autorità del tempo. Venuto, infatti, nella sua casa [in quel momento nel popolo di Israele, ma che rappresentava tutta l’umanità], i suoi non lo hanno ricevuto, ma Egli, affinché tutti si rendessero conto del suo amore, non ebbe altro modo che lasciarsi uccidere e chiedere perdono al Padre per questa grande ignoranza. [[1]]

Una volta capito tutto questo, risulta chiaro perché Gesù parli della sua morte come di una glorificazione sua e del Padre, proprio nell’ora in cui sta per essere consegnato alle autorità che lo condanneranno. Parole che, oltretutto, sfociano nell’esortazione che fa ai suoi discepoli: “Figlioli, ancora per poco sono con voi […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Sicuramente quella notte dell’ultima cena, non le compresero neppure i suoi discepoli che, tuttavia, più tardi le avrebbero capite.

Non appena lo Spirito avesse fatto loro capire che la sua condanna sulla croce non era stato un fallimento, ma la vittoria dell’Amore, avrebbero cominciato a capire tutto. Avrebbero capito, inoltre, che all’Amore si può corrispondere solo con l’amore e che intendeva Gesù col dire loro che dovevano amarsi gli uni gli altri “come io vi ho amato”. Ripensare a questo “come io vi ho amato” fece loro capire che non si trattava di un nuovo comandamento, ma di un comandamento nuovo, fondato nell’Amore con cui Dio, nel suo Figlio, ci ha amati e continua ad amarci.



[1] “Dio infatti ha tanto amato il mondo”, aveva detto Gesù a Nicodemo, “da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).