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lunedì 28 marzo 2022

Semi provincia Napoletana. Incontro sulla Lectio Divina

L'Ordine Secolare Carmelitani Scalzi Semi provincia Napoletana propone venerdì 1 aprile la Lectio Divina: Celebrare la Parola. La Scrittura nella Liturgia  in modalità online. L'animatore è P. Marco Chiesa, carmelitano scalzo della Provincia di Genova nonché Postulatore Generale.

P. Marco Chiesa






Materiale:

📝Liturgia e Scrittura 






Links:

https://us02web.zoom.us/j/81226976908 pwd=amkyUUtiZEZ6Y1I3YWFNQ2VFZG9XUT09 

ID riunione: 81226976908 • Passcode: 969675

È possibile seguire l’incontro anche su facebook: OCDS Provincia Napoletana 



giovedì 27 gennaio 2022

Dalla Semiprovincia ocd napoletana Lectio Divina

«Figlio d'uomo, mangia ciò che tu trovi; mangia questo rotolo, poi va' e parla alla casa d'Israele». L'incipit del terzo capitolo del libro del profeta Isaia apre l'itinerario spirituale fra le pagine della Sacra Scrittura che si svolgerà martedì 1 febbraio in modalità on line sia sulla piattaforma zoom. A guidare l'incontro, che avrà inizio alle ore 9 secondo la scansione di eventi illustrata nel manifesto, pubblicato qui accanto, sarà don Sebastiano Pinto, professore di Esegesi biblica nella Facoltà Teologica Pugliese (a Molfetta) e alla Pontifica Università Gregoriana. Direttore della rivista teologica Parola e Storia, don Sebastiano Pinto è autore di vari volumi, fra cui Ascolta Figlio. Autorità e Antropologia nell'insegnamento di Proverbi 1-9, (Città Nuova, 2006); "Saremo anche noi come tutti i popoli". La nascita della monarchia (1Sam 8-11) e il ritorno dall'esilio (Esdra) riletti in chiave biblico-sociologica (San Paolo, 2007). È possibile seguire l’evento sia su Zoom (ID riunione 81226976908, Passcode: 969675) sia sulla pagina Facebook dello studentato OCD di Bari. 

 

lunedì 1 aprile 2019

Nelle prove Dio solo basta

Con una lectio a cura della maestra di formazione che ha attinto dai testi dei nostri santi carmelitani e da alcune meditazioni sul significato del deserto di sr. Anna Maria Cànopi (Badessa emerita del monastero di San Giulio, recentemente scomparsa), si è svolto sabato 30 marzo l'incontro della comunità ocds dei Ponti Rossi di Napoli. 
Si è svolto nel convento delle suore della carità all'Arco Mirelli, che non è la sede istituzionale dell'ordine secolare, ma è vicina alla casa di una delle sorelle che per ragioni di salute non può spostarsi molto.
L'incontro è cominciato con la distribuzione di una frase di uno dei nostri santi carmelitani a ciascun componente (scelta per sorteggio). La comunità ha partecipato alla S. Messa, al termine della quale c'è stato un momento di riflessione sulla Parola di Dio, con l'aiuto della scheda (clicca qui) preparata dall'incaricata alla formazione Stefania De Bonis. Al centro la riflessione sul significato delle tentazioni che riporta al Dio solo basta insegnatoci dalla santa Madre Teresa.

La mattina si è conclusa con una estrazione particolare, nel segno del prendersi cura l'uno dell'altro: ciascun componente della comunità ocds ha avuto assegnato il compito di pregare in particolare per un altro componente del gruppo. Tutti pregano per il Carmelo, per quelli che si affidano alle nostro preghiere, per le nostre famiglie e per la conversione del mondo.

domenica 24 aprile 2016

Un amore senza misura come quello con cui ci ha amato

MEDITIAMO CON P. EMANUELE GRIMALDI
Il filo conduttore di questa domenica V di Pasqua è la speranza.
Nella prima lettura degli Atti degli Apostoli, notiamo l’entusiasmo missionario degli Apostoli che, con gioia, affermano: “Dobbiamo entrare nel Regno di Dio”.
Lo stesso Regno è indicato nella seconda lettura  d’Apocalisse : “Ecco la tenda di Dio con gli uomini.
Egli abiterà con loro. Dio abiterà con noi”. La speranza diventa realtà.
Le cose di prima sono passate, “Egli ha fatto nuove tutte le cose”, ecco la novità.
Quando non vi erano le comunicazioni “on line” ci si diceva: “La sai l’ultima?” per indicare la novità, Ecco questa domenica indica la “cosa nuova”:la Novità, con la Resurrezione Dio cambia il rapporto con l’uomo, Gesù vive in noi, Gesù Dio-Incarnato è entrato nella nostra umanità, con la Sua morte Egli ha dimostrato agli uomini quanto sia grande, senza limiti il suo amore per noi.
Giuda tradisce la “novità” di Gesù pensando che il Messia fosse venuto per liberare politicamente il popolo di Israele.
Gesù sta per lasciare i suoi amici perciò si premura di esortarli ad amarsi profondamente, affinché possano vivere nella pace, dando testimonianza alla Sua Persona divina,
La cosa più importante è il prosieguo del pensiero e del dire di Gesù: “da questo tutti sapranno che siete miei  discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.
Questo comandamento nuovo non cambia la legge ma la rafforza. L’amore è il segno distintivo del cristiano, l’Amore che, paradossalmente, fa dire a Gesù di amare i propri nemici, l’Amore che è dono di  passando persino attraverso la croce, attraverso la sofferenza per il bene e il riscatto dell’altro.
non si è cristiani per una questione anagrafica, perché si figura nel registro del Battesimo, ma perché si segue Cristo donando la propria vita.

Gesù ci ha insegnato a non misurare il dono, ma ad amare come Lui ci ha amati. Certamente non è facile, la nostra mentalità individualistica ed egoistica è nella nostra natura, ma lasciando spazio all’azione della  grazia dello Spirito, saremo capaci di cambiare, perché Lui stesso vivrà, come dice S.Paolo, in noi.
P. Emanuele Grimaldi

sabato 16 aprile 2016

Il Pastore che salva è Colui che crea

MEDITIAMO CON P. JOSEPH HEIMPEL
Domenica IV di Pasqua Anno C,  17 aprile ’16

[Gv 10,27-30] In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola»

Nella quarta domenica di Pasqua, “Domenica del Buon Pastore”, la Chiesa celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione. Chiediamo al Signore Risorto, il Buon Pastore, nuove sante e ferventi vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.

Il brano di Giovanni di quest’anno liturgico C è molto breve. Tuttavia, come vale generalmente per il IV Vangelo, è una fonte abbondantissima, inesauribile di contemplazione del mistero di Cristo.
Ovviamente, il testo dei vv. 27 – 30 suppone il v. 11 precedente nel capitolo X: «Io sono il Buon Pastore…». A differenza dei “mercenari”, ai quali non importano le pecore, ma se ne approfittano per soddisfare i loro interessi (v. 13), il Buon Pastore ama le sue pecore, e queste rispondono alla sua amorevole cura. Merita approfondire un po’ alcuni vocaboli, che compaiono nella pericope. Questi esprimono intanto il rapporto tra il Buon Pastore: Gesù Cristo, e le pecore: i credenti in Lui; e poi illuminano la relazione di Gesù con il Padre.
«Le mie pecore ascoltano la mia voce…». S’esprime l’atteggiamento fondamentale, di fede, per entrare in comunicazione con Dio. Diversamente dai farisei e dai Sommi Sacerdoti, che interrogano Gesù per accusarlo, le pecore ascoltano Gesù con il desiderio di udire la sua voce e di obbedire ad essa. I cristiani si caratterizzano proprio per questo “ascoltare”, “audire”, quale obbedienza “ex animo” ai precetti del Vangelo. La fede o l'incredulità di una persona non dipende da un destino predeterminato, ma da una scelta personale.
«Io le conosco…». Il Buon Pastore conosce le sue pecore, di una conoscenza che scaturisce dall’amore e s’identifica con esso. Infatti, l’amore e la conoscenza biblica si sostengono a vicenda e costituiscono il rapporto personale che diventa comunione, Chiesa su tutti i piani del vissuto umano.
«...ed esse mi seguono». Le pecore seguono il Buon Pastore per libera scelta, perché sentono l’amore del Pastore - e non per costrizione, come al mercenario, che li spinge con violenza. La spontanea, libera sequela delle pecore nasce dalla relazione di appartenenza al Buon Pastore – a differenza, sempre, dei mercenari, che ritengono le pecore come loro proprietà privata, privandole dalla loro libertà e dignità (v. 12).
J. Ratzinger scrive a proposito della differenza tra il possedere e l’appartenere: «Nessun uomo “appartiene” a un altro come gli appartiene una cosa. I figli non sono “proprietà” dei genitori; gli sposi non si posseggono vicendevolmente. Ma si “appartengono” in un modo molto più profondo di quanto a uno appartenga, per esempio un pezzo di legno o un terreno o qualunque cosa venga chiamata “proprietà”. I figli “appartengono” ai genitori e sono tuttavia creature libere di Dio, ciascuno con la propria vocazione, con la sua novità e la sua unicità dinanzi a Dio. Essi si appartengono… proprio per il fatto che accettano la libertà dell’altro e si sostengono a vicenda nell’amore come nella conoscenza – al tempo stesso liberi e una cosa sola in questa comunione per l’eternità» (J. Ratzinger Gesù di Nazaret, vol I p. 325s.). È quel appartenersi nella conoscenza e nell’amore, che crea l’armonia, la pace, la comunione nella famiglia, nella città civile e nella Chiesa.
Il rapporto di comunione e di appartenenza tra i credenti scaturisce quindi dall’appartenenza al Buon Pastore. Essa ha un prezzo – alto -, che il Buon Pastore ha pagato, per le sue pecore: «Io do loro la vita eterna…». L’espressione rievoca ancora i versetti 11 e 14 precedenti del cap. X: «Il Buon Pastore dà la propria vita per le pecore…». La vita eterna è Dio stesso, che il Buon Pastore dona, quando muore in croce per le sue pecore.
«Non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano » Il Buon Pastore è il Figlio di Dio a cui il Padre ha dato in mano ogni cosa (Gv 3,35). Chi segue Cristo, è custodito da Lui; è al sicuro, nessun potere di male può resistere a Dio.
«Nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre» La lettura d’insieme dei vv. 28b e 29 offre uno spunto per la contemplazione del mistero di Dio. Compare due volte la parola “mano”, prima in riferimento al Figlio (il Buon Pastore), poi in riferimento al Padre. Il senso - allegorico – dell’immagine sconfina nella profondità infinita della relazione tra Dio Padre e l’Unigenito Figlio. Un S. Agostino ha scalfito alquanto questo mistero, nel suo commento sul Vangelo. Spiega che, in riferimento all'uomo, la “mano” del Buon Pastore e la “mano” del Padre coincidono. Essa significa l’opera creatrice e salvatrice di Dio (cfr. Gn 2,7; Mc 7,32; Gv 9,6 passim). Ma in riferimento a Dio, l'immagine esprime il rapporto del Padre col Figlio: «E' forse una sola la mano del Padre e quella del Figlio, oppure il Figlio stesso è la mano del Padre suo? Se per mano intendiamo la potestà, unica è la potestà del Padre e del Figlio, perché unica è la divinità; se invece per mano intendiamo ciò che dice il profeta: Il braccio del Signore a chi è stato rivelato? (Is 53, 1), la mano del Padre è il Figlio. Il che non significa che Dio abbia forma umana, e perfino membra corporee; ma che per mezzo di lui furon fatte tutte le cose» (In Io Evang. Tr 48,7).
E sempre sulla scia di S. Agostino, S. Giovanni della Croce ha descritto, come il credente percepisce misticamente questa divina mano, che lo custodisce: «Questa mano, torno a ripetere, simboleggia il Padre celeste, ricco di misericordia e onnipotente. È da notare che se essa è tanto generosa e munifica quanto potente e ricca, i doni che essa offrirà, allorché si aprirà per concederli all’anima, saranno ricchi e valenti... Mi hai ferito per guarirmi, o mano divina! Hai ucciso in me ciò che mi teneva nella morte! Ero allora privo della vita di Dio, in cui ora, invece, mi trovo a vivere! Debbo questo favore alla [liberalità] della tua generosa grazia, che hai riversato su di me quando mi ha fatto sentire il tocco di Colui che è irradiazione della tua gloria e impronta della tua sostanza (Eb 1,3), cioè il tuo Figlio unigenito, nel quale, come tua Sapienza, tu tocchi da un confine all’altro della terra con forza (Sap 8,1). È lui, il tuo Figlio unigenito, o mano misericordiosa del Padre, il tocco delicato...» (Fiamma d'amor viva II, 16).
«Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» Gli ultimi due versetti offrono ancora una chiave, per evitare concetti falsi sulla Trinità divina. «Siamo...», al plurale, dice la relazione tra Padre e Figlio: il Padre precede il Figlio, generandoLo dall'eternità e comunicandogli la sua Natura divina: Il Padre è “più grande” in ordine di relazione. In ordine di natura il Padre e il Figlio sono «...una cosa sola»: la Natura divina è comune tra il Padre e il Figlio: il Padre ha donato ogni cosa al Figlio, vale a dire, ha donato la sua stessa Divinità al Figlio.

In altre parole, il Padre rappresenta la volontà d'amore che crea e salva. Il Figlio impersona l'obbedienza d'amore, che si manifesta nella creazione e nella salvezza eterna dei credenti. Gesù Cristo realizza la volontà salvifica del Padre: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,39s.). A loro volta i credenti attuano la comunione d'amore con il Padre con l'obbedienza ai comandamenti di Cristo (cfr. Gv 14,15ss.). 

domenica 7 febbraio 2016

.. MA SULLA TUA PAROLA...

MEDITIAMO CON P. FAUSTINO MACCHIELLA
 (Is 8,1-8;  Sal 137;  1Cor 15,1-11;  Lc 5,1-11)

Non sarebbe male abituarsi a sentire l’incontro domenicale con Gesù come ripresa e continuazione con quelli precedenti. Troveremo sempre, nella liturgia del giorno corrente, qualche richiamo al “… dove eravamo rimasti? Ah, sì!...” e riprendere, e continuare il nostro rapporto, del resto mai totalmente  interrotto. La liturgia di oggi ne è un esempio chiarissimo. Già nella colletta troviamo questo saldo aggancio con l’impensabile accaduto (Natale-Epifania-Battesimo-Nozze di Cana: grazia su grazia) e la nuova proposta del Signore (Vi farò pescatori di uomini!); infatti all’inizio così preghiamo: “Poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da Te, aiutaci sempre con la tua protezione.
Il passo in avanti che il Signore intende farci fare oggi è appunto questo: che la vera speranza non è tenuta alta dalle nostre capacità o frenata dai nostri limiti, ma è ancorata saldamente alla grazia che viene da Lui: come vuole Lui e quando vuole Lui. A noi chiede di starci sempre, anche quando ci pare inutile e assurdo. (S.Teresa, madre e maestra, lo richiama e lo ribadisce come primo atteggiamento per chi inizia a frequentare il Signore per mezzo dell’orazione. Il primo modo di innaffiare un giardino è quello di andare con un secchio ad attingere acqua dal pozzo. E fin qui va bene. Ma se nel pozzo acqua non ce n’è, cosa si deve fare? Risponde Teresa: Continua ad andarci, perché questo è il tuo compito. Riempire il pozzo di acqua, è un problema del Signore. Ed Egli è contento che tu faccia quello che ti è chiesto. Cfr Vita,11,10).
Il concetto era già abbastanza chiaro anche per l’A.T. (Isaia 6,1…). Se la santità di Dio, come è logico, mette a disagio la nostra opacità (Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito), la sua Misericordia ci purifica e ci rende capaci di offrirci generosamente al suo disegno («Ecco, è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!»); e lo sarà naturalmente ancora di più per S. Paolo (1Cor 15): sì, siamo ingrati e inadempienti più di quanto non immaginiamo, ma per grazia siamo quello che siamo (cioè, figli); e quindi possiamo cantare con gioia al Signore (Salmo).  

Noi oggi, però, siamo invitati a sederci con Gesù sulla barca di Pietro per imparare dalle sue reazioni a capire e a vivere possibilmente meglio la nostra speranza qui e ora, in questo nostro mondo, dove sembra che sia diventata merce rara o addirittura introvabile. Infatti Gesù parte proprio da una situazione fallimentare, alla quale sarebbe meglio concedere il tempo di stemperarsi.
Pietro e compagni, pescatori di sicura esperienza, passano una notte nella vana speranza di scorgere almeno  qualche pesce. Proprio niente! Sono tornati a riva e stanno tornando a casa delusi e affaticati. Lo sappiamo bene anche noi che a volte il niente logora più di un pesante lavoro! Gesù invece non è di questo parere: lo sa che non hanno preso niente; lo sa che sono delusi e stanchi; lo sa che vorrebbero solo andarsene a casa. E sa anche che potrebbe chiedere il favore a qualche altro. Invece, come se niente fosse, sale sulla barca di Pietro e gli chiede di scostarsi un po’ dalla riva per poter parlare più tranquillamente alla folla.
San Luca non ci suggerisce alcuna reazione di Pietro, ma noi possiamo immaginarle, pensando alle nostre e a come rinfaccerà poi a Gesù di aver faticato tutta la notte. Possiamo quindi dirci che Gesù sa e accetta che noi a volte ci lasciamo infagottare dalle nostre piccole o apparentemente grandi delusioni; ma vuole senz’altro che ci ricordiamo di essere su una barca in cui c’è anche Lui; e quindi secondo l’audacia di S. Teresa di G.B. lo lasciamo fare quello che vuole; accettando magari di andare a fondo con Lui, piuttosto che buttargli in faccia la nostra poca fede.

Finito di parlare alla gente e congedata la folla, innocentemente Gesù guarda Pietro e gli dice di prendere il largo e gettare la rete per la pesca. Anche Pietro guarda Gesù e forse avrebbe voluto rispondere: “Non è possibile! Come si permette di dirci una cosa simile? Ma chi crede di essere? Noi sappiamo che non si può andare a pescare, se non per sport, di giorno!”; ma invece si accontenta di dirgli tristemente: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte senza prendere nulla; ma sulla tua parola getterò la rete!”. E certamente pensava che non avrebbero preso niente; e credeva di avere ragione lui; e si riservava di dirglielo alla fine: “Visto? Che ti dicevo?”.
È bello pensare che anche Gesù stava valutando la portata di quel sì detto a denti stretti; e gli bastava che Pietro non si fosse rifiutato; accettava la fatica e la povertà di quella obbedienza; e vedeva l’abbondanza di quella pesca fatta solo per scommessa. Era un sì strappato quasi a forza, per convenienza, per non mancare di rispetto, ma pur sempre un passare dalla propria alla sua Parola. Gesù sa la fatica e la titubanza del nostro credere, non al mistero della SS. Trinità, a quello ci crediamo, ci vorrebbe altro, ma la paura di fidarci pienamente di Lui nelle piccole cose di ogni giorno, di consegnarci, di metterci nelle sue mani, di dirgli che ci può usare come vuole.
Pietro era sicuro della sua esperienza, sicuro che non avrebbe preso proprio niente: lo si capisce chiaramente dalla sceneggiata che farà poi gettandosi ai piedi di Gesù («Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore»). Ma, nonostante tutto, obbedisce alla Parola di Gesù: sulla Tua Parola.  
Gesù lo sa che non ci crede, ma vede che obbedisce; e quindi gli regala lo stupore di quella meravigliosa pesca in pieno giorno, perché la Sua Parola è portatrice di ciò che annuncia, compie sempre ciò che dice.

Se chiedessimo a Pietro cosa è successo dopo quella strabigliante pesca, ci direbbe con tanta umiltà che ci sono volute molte altre prodigiose pesche (vai dietro a me satana; questa stessa notte prima che il gallo canti mi avrai rinnegato tre volte; tu lo sai, Signore, che ti amo) per arrivare a credere incondizionatamente, come Maria, alla Sua Parola; ma nel frattempo è assolutamente bene che facciamo tutto quello che la Sua Parola e le varie derivazioni (Regola, Costituzioni, Statuto OCDS) ci chiedono.
La nostra Santa Madre Teresa l’ha vissuto in pieno e ce lo ripete con frequenza nei suoi scritti: l’Obbedienza è molto più sicura di tanti nostri voli mistici! (F. Prologo,1).

                                                                                                                 P. Faustino Macchiella – Venezia)

domenica 31 gennaio 2016

Oggi Dio è con noi. Prova a ripeterlo al tuo cuore

MEDITIAMO CON P. FABIO PISTILIO
Letture:  Geremia 1,4-5.17-19; 1 Corinti 12,31; 13,13; Luca 4,21-30

Le tre letture della liturgia della Parola convergono intorno alla centralità della parola di Gesù che realizza la salvezza per ogni uomo. Possiamo parlare di salvezza come della piena amicizia tra Dio e l’uomo. Gesù non annuncia solamente come ogni altro profeta una parola di Dio, ma è Lui la parola che realizza la presenza di Dio nella storia. Gesù nella sinagoga di Nazareth mentre proclama l’anno di misericordia realizza per ogni persona, rende presente, dona la misericordia nell’oggi della storia. L’anno di misericordia si compie in chi accoglie le parole di Gesù, i suoi gesti, in chi lo segue, e in chi vive della sua carità ogni situazione della vita.

Nella prima lettura il profeta Geremia presenta la sua storia: egli è una persona conosciuta e amata da Dio ancor prima della sua nascita, è chiamato da Dio ad annunciare le sue parole, i suoi interventi nella storia del popolo di Israele. La vicenda di Geremia ci ricorda che la nostra nascita è legata all'amore di Dio, e ci ricorda pure che viviamo nella storia con una missione ben precisa.
Geremia confessa che Dio non l’ha mandato allo sbaraglio, quasi un esecutore di un progetto. Nella sua misericordia Dio provvede alla missione del profeta con tutti i doni necessari, ed il primo dono è la parola che annuncia, la quale è il segno della sua presenza, del suo amore: “Io sono con te per salvarti”.
Nella vita non siamo soli, c'è sempre il Signore presente che ci accompagna ed dona tutti gli aiuti per vivere come piace a lui. 
Il profeta legge la storia come un dialogo tra Dio e l'uomo dove l'annuncio della parola di Dio da un senso agli eventi, e così la trasforma in storia sacra, cioè storia dove Dio è all’opera in favore degli oppressi, dei deboli, degli emarginati. Attraverso la voce del profeta, Dio si rende presente nell’ascolto di chi non ha voce. La storia del popolo dell’Alleanza, come la storia di ogni israelita è la storia che guida Dio per strade sempre nuove. Edith Stein riconosceva di essere sostenuta da Dio fin nelle più piccole circostanze. Ognuno di noi è invitato leggere la storia personale, la storia della chiesa, la storia del mondo, come come la storia in cui Dio è vivo e operante. La luce che illumina questa lettura è la fede, che è un guardare dalla prospettiva di Gesù, con gli occhi di Gesù. Il logo del giubileo lo sottolinea quando unisce i due volti, di Gesù e dell’uomo, a tal punto da avere un occhio in comune. 
Come il profeta ciascuno di noi è invitato a leggere il presente ricordando le promesse di Dio e con lo sguardo fisso sulla sua misericordia, cioè nella speranza. La fede e la speranza sono i genitori tenuti per mano dal figlio che è la carità.  Credo e spero nelle promesse di Dio, in forza di quel legame di amore, la misericordia, più forte di ogni altro vincolo, che lui ha con ogni uomo. Anche noi che almeno una volta nella vita abbiamo fatto esperienza di Dio, e l’abbiamo riconosciuto presente, siamo chiamati a rendergli grazie e ad annunciare la sua parola in tutto ciò che si oppone a Lui, ma come ci suggerisce la seconda lettura, con la carità di Cristo, con il suo amore misericordioso che ci rende misericordiosi verso i nostri fratelli. In una esperienza mistica Santa Teresa riceve queste parole da Dio: “Vedi, figlia, che cosa perde chi mi è nemico! Non tralasciare di farlo sapere loro” (Vita 38,3). La sua vita sarà un annunciare le misericordia di Dio e i suoi prodigi per ingolosire le anime di un bene così grande.

Il Vangelo di Luca ci presenta Gesù che viene come profeta nella sua patria, tra la sua gente per annunciare nell’oggi di ogni persona la salvezza, cioè Dio presente nella nostra vita per donarci la piena comunione con lui. Gesù è il compimento della profezia, perché su di lui si è posa­to lo Spirito del Signore; egli non è il trasmettitore della parola di Dio, è la Parola di Dio!
La parola si è fatta carne ed abita in mezzo a noi. è questa la novità di Gesù: la Persona. Quale gioia dobbiamo provare nel ripetere “oggi si sono compiute queste parole”, “oggi Dio è con noi”. La Scrittura si compie nel Figlio e nella chiesa che è il suo mistico Corpo. La pienezza si compie anche in quella stanza segreta, dove chiusa la porta, ascoltiamo il Padre nostro”, in questo luogo Gesù ci ha dato un nuovo luogo di incontro: in chi legge la bibbia con fede si realizza l’oggi della salvezza e si compie quell’anno di grazia e di misericordia inaugurato da Gesù.
Ma proprio perché è necessaria la nostra collaborazione ai doni di Dio, Luca ci racconta che nell’incontro con Gesù vi è la reale possibilità del rifiuto. La presenza di Cafarnao non è limitata ai gentili, i pagani, ma è apertura della Parola ai pagani, ad ogni uomo.
Il rifiuto di Gesù è una reazione contro la pretesa dei nazareni di voler limitare il suo passaggio, la sua parola e la sua presenza alla propria patria. Ma così si cade nella mancanza di fede che mi fa pensare che Gesù non riesca a camminare per altre strade. Gesù invece va oltre, percorre un altro cammino, sempre pieno di sorprese verso chi è più bisognoso del suo amore. 
La fede ci insegna che l’amicizia con Gesù è il primo dono di Dio: è la vita della nostra vita. Ci insegna pure che leggendo la Scrittura, grazie al calore dello Spirito Santo, la fiamma ardente che Dio ha effuso nei nostri cuori, diventiamo attuali a Dio, rendiamo attuale la sua presenza nella storia e, di conseguenza, anche se in un modo a noi a volte sconosciuto ma certo, il suo operare. Sappiamo che nella logica di Dio, facendo il bene, e cercando per quanto possiamo di compierlo sempre, contribuiamo alla salvezza di ogni uomo, gli permettiamo di proclamare: Oggi questa parola si è compiuta.
Come Gesù non può fermarsi al solo Israele, a Nazareth, ma deve andare in tutta la Palestina, così la Chiesa non può limitare la sua missione ai giudei, ma deve rivolgersi a tutti, a ogni uomo, perché così ha fatto Gesù.
Oggi ricordiamoci che nella vita della Chiesa la profezia è la carità che ci spinge ad amare con l’amore di Gesù per quei sentieri che ci verranno suggeriti e con la certezza che Dio opera con prodigi. Gesù continua a dire a ciascuno e alla Chiesa: Vedrai cose maggiori di queste. Il santo padre Giovanni della Croce ci suggerisce: “Metti amore dove non c’è amore e tirerai fuori amore”.



p. Fabio Pistilio ocd

domenica 17 gennaio 2016

Fare il pieno d’amore

MEDITIAMO CON P. LUIGI GAETANI

DAL VANGELO DI GIOVANNI (2, 1-11)

Dopo il tempo natalizio, la liturgia ci invita a permanere nella simbolica matrimoniale attraverso la narrazione delle nozze di Cana di Galilea (Gv 2, 1-11), una simbolica che rimanda al mistero dell’incarnazione del Verbo, come interscambio tra l’umano e il divino, ma anche all’alleanza di Dio con il suo popolo. L’evangelista Giovanni, è l'unico che narra questo evento del nozze di Cana, un brano che riveste un ruolo rilevante nella struttura del quarto vangelo ed offre una chiave di lettura per capire il piano narrativo dell’evangelista.
L’immagine del matrimonio per parlare del rapporto di Dio con il suo popolo è sempre stata cara ai profeti (Is. 54.62; Ger. 2; Ez 16; Os. 2). Tutta questa carica simbolica deve essere tenuta presente per focalizzare l’identità di colui che giunge a Cana per partecipare alle nozze, una identità che fa passare in secondo piano il protagonismo degli sposi, di cui non conosciamo nulla.
Secondo il Cantico dei Cantici (1,2; 7,10; 8,2) il vino è il simbolo dell’amore tra lo sposo e la sposa pertanto, se lo sposalizio di Cana è da collocare, sul piano simbolico, nella rappresentazione dell’amore fra Dio sposo e Israele sposa, ciò significa che l’amore nell’alleanza antica si era estinto, come il vino nelle giare.
La carenza di vino viene notata da Maria, la donna che fa ponte tra l’antica e la nuova alleanza, la quale si rivolge non all’organizzatore del banchetto, ma a Gesù. Infatti, se lui è il Messia-Sposo, è a lui che ci si deve rivolgere per superare la mancanza dell’amore tra il popolo e Dio, mancanza che sarà colmata solo nell’ora stabilita, in quel vertice dell’amore spinto al massimo e rappresentato dal passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13,1), la sua pasqua (7,30; 8, 20; 12, 23.27; 17,1). Giovanni evidenzia così che non sono più le giare colme d’acqua che purificano l’uomo e lo rendono degno di Dio e che l’ossessione delle abluzioni purificatrici non solo ha svuotato le giare dell’acqua ma ha reso la relazione tra Dio e il suo popolo molto formale, colma di paura di essere sporchi ed impresentabili davanti a Dio, come una festa di nozze senza amore ma piena di convenevoli.
L’ordine di Gesù è quello di riempire di acqua le giare. Il ruolo di Gesù Messia sta nell’operare una trasformazione profonda della legge antica, rappresentata dall’acqua, nella sua vivificazione, significata dal vino. Sta nel passaggio da un contatto esterno, epidermico ad una presenza interiore (Ger. 31,31-34), ad una gioia dentro l’uomo. Così a Cana comincia già a delinearsi l’identità di Gesù, lo sposo vero (3,29), il frutto della sua ora.
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in lui” (Gv. 2,11). E’ quasi un riassunto del brano. Siamo all’inizio dei segni e il primo che Gesù compie ha sapore sponsale. Il segno illumina, chiarisce, ne rivela il senso, manifesta con il suo agire la gloria di Dio e la nascita della fede nel cuore dei discepoli. È questo il motivo per cui il racconto delle nozze di Cana fa in realtà parte della festa dell’Epifania. Le tre domeniche che vanno dall’Epifania fino alla seconda Domenica ordinaria, passando per il Battesimo del Signore, hanno tutte un elemento dell’Epifania del Signore. Tuttavia, per comprenderlo sino in fondo, questo inizio dei segni, bisognerà andare fino all’ora di Gesù, il momento in cui egli diventa sorgente di vita con l’acqua e il sangue che sgorgano dal suo costato (Gv. 19,34).
Non hanno più vino” dice Maria a Gesù, con parole semplici e misteriose che potremmo tradurre con non hanno più gioia, sono a corto di amore. Questa denuncia di Maria di Nazareth va al cuore del messaggio cristiano, mentre evidenzia il limite della legge: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento”, come dice Papa Francesco (EG, 1).
Giovanni della Croce
Cana ci invita a cercare più in profondità, ad altri livelli, a penetrare all'interno del nostro vivere comune e di tutti i giorni, spesso vuoto e insipido. Ci invita a trovare stupore, gioia, un'estasi profonda. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che dia un senso e un sapore a tutte le cose. Non lo troviamo nella superficie delle cose ma dentro, nel nucleo, in quel profondo centro dell’anima (S. Giovanni della Croce), in quella “settima stanza” (Edith Stein) dove il Signore ama dimorare e dove già si realizza il Regno, in attesa di quel pieno compimento, il non ancora, che è rappresentato dall’intima unione con Lui, da quella sponsalità che sono le nozze dell’Agnello.
Cana ci invita a passare dall'acqua al vino, a mutare, a raggiungere quell’umano compiuto che è significato dalla persona di Gesù Cristo: “Cristo svela l’uomo a se stesso e ne rivela la sua altissima dignità” (Gaudium et spes, 22).

Cana ci invita a spalancare i nostri occhi di carne per vedere attentamente i fatti; ma spalanchiamo anche gli occhi di tutti i nostri sensi perché si vede toccando, odorando, ascoltando, lasciando che tutto ciò che ci costituisce sia proteso verso la comprensione dell’altro. Solo così potremo vedere nella nostra Cana, quella del quotidiano, la gloria di Gesù.
p. Luigi Gaetani ocd

mercoledì 29 maggio 2013

Al centro del cammino, la Parola di Dio

CORSO FORMATORI
Verona 24/26 maggio 2013
 “LA FIGURA DEL FORMATORE NEL PERCORSO DI ACCOMPAGNAMENTO DI FORMAZIONE”

LEZIONE VERA E PROPRIA
•      Sussidi: Bibbia, DV, CCC, Opere di Santa Teresa di Gesù

I PARTE: TEORICA
SACRA SCRITTURA E PREGHIERA:
DV: 4 – 5 – 21 – 22 - 25, CCC: 2700 – 2701 – 2702 – 2703 – 2704 -
II PARTE: TEORICA
LECTIO DIVINA;
S. Giovanni della Croce, in una delle sue Parole di luce e di amore n.157, ci ha lasciato in eredità questo consiglio: “Cerca con la lettura e troverai con la meditazione; bussa con la preghiera e ti sarà aperto con la Contemplazione”.
CC: 1177 – 2707
L'esposizione classica della lectio divina privilegia 4 momenti fondamentali:
1.            lettura (leggere più volte e con calma il brano)
2.            meditazione (meditare quanto si legge, confrontandolo con sé stessi)
3.            orazione (dono, alleanza, comunione, ascolto, silenzio, unione, comunione d'amore)
4.            contemplazione (“Io lo guardo ed egli mi guarda” diceva il contadino al santo Curato d'Ars in preghiera davanti al Tabernacolo)
Ogni contemplazione comporta necessariamente la nostra conversione e un proposito concreto di vita.

III PARTE: PRATICA

ESERCIZIO PRATICO DI LECTIO DIVINA:  
PARLA, SIGNORE, PERCHE' IL TUO SERVO TI ASCOLTA 

Mc 8,22-26:

10 minuti per la Lettura, 10 minuti per la Meditazione

Dalla lettura e comprensione del testo (= quello che il Signore dice a me) deve nascere il RAPPORTO-COLLOQUIO che è strettamente personale.
(Leggere S.Teresa di G. in C.26 dove propone un metodo facendo Orazione)

20 minuti per Orazione e Contemplazione

Iniziamo con l'invito di Santa Teresa di Gesù a STARE in SILENZIO  e  a GUARDARE A LUI CHE TI GUARDA (S.T. Di G., V.12,22)

Cerchiamo di fissare le due presenze: la Sua e la mia.

“L'ESSENZIALE DELL'ORAZIONE NON CONSISTE NEL MOLTO PENSARE MA NEL MOLTO AMARE” (S.T. Di G, 4M 1,7)

ASCOLTARE
                      VEDERE
                                        AMARE
                                                          TESTIMONIARE

MOMENTO CARMELITANO:
·         Il primo modo di impegnarmi con le persone è la cura della preparazione alla lezione e al programma formativo da parte del Formatore.
·         La mia santificazione deve avvenire NON dove voglio andare io, ma dove il Signore mi vuole! Se noi pensassimo che il Signore ci ha chiamato nella nostra Comunità per FARCI SANTI!
·         La Volontà di Dio non ci CADE ADDOSSO, ma è negli accadimenti della nostra vita!
·         IO DEVO AMARE I MIEI FRATELLI E SORELLE della Fraternità. Sono lì per il Signore, perchè Lui mi dice: “Mi ami tu?”
·         DEVO essere sempre a DISPOSIZIONE, sempre in ascolto.
·         Bisogna VOLARE ALTO! Dobbiamo trasmettere la gioia del nostro cammino
·         Devo imparare il “corredo” che Cristo aveva per gli altri, per amarli, un “corredo ascetico”, che è CRISTO, che mi dice di guardarmi come guarda LUI.
·         Se la nostra preghiera è autentica, si deve verificare come si cresce nelle VIRTU'.
·         Sono uno ZERO, ma se Lui (che è il n.1!) si mette davanti, insieme siamo 10!

APPROFONDIMENTO CONCLUSIVO
(di P. Giampietro De Paoli)

Il nostro è un cammino MOLTO delicato, ci si misura con la prova di un “vestito”. La 1°componente importante è aiutare le persone a capire che c'è un itinerario progressivo, e poi mostrare che la lotta contro se stessi, la lotta con le difficoltà nel cammino spirituale è di tutti i livelli di cammino, non solo nei novizi. Da parte di chi entra è indispensabile un IDEALE, una volontà, ma anche un continuo bisogno della Misericordia del Signore. La VOCAZIONE è un rapporto dall'IO al NOI, e in questa vocazione entra tutto il vissuto della persona in discernimento, compresa la famiglia, e, per i giovani, anche i genitori, il papà e la mamma.. Il servizio da rendere al candidato va in pari misura con la progressività, con l'aiuto e l'accoglienza, il percorso detto di iniziazione.
Fare il Formatore, il Maestro di Formazione, è anche un servizio crocifiggente, ci sono passaggi in cui ci si trova di fronte a difficoltà, anche perchè un candidato può anche NON essere adatto alla vita comune. Occorre infondere coraggio, ma anche aiuto nella chiarezza.
E' poi importante tutelare il volto della nostra spiritualità specifica, essere amabili ma sempre  nella verità. Indispensabile è introdurre e trasmettere il METODO DI VITA, che è poi specifico e diverso per ogni Ordine Religioso (ad esempio: meditazione quotidiana, ritiro mensile, esercizi spirituali annuali). La SCUOLA la fa l'appartenenza alla Comunità, dove bisogna accettare le diversità e le sensibilità diverse, anche di doni spirituali. L'uniformità si gioca sull'amore, anche se non ci salva l'uniformità in se stessa, perché il VESTITO deve essere “su misura”. Il Formatore deve poi avere una certa capacità di dialogo e di LETTURA delle persone, frutto di uno studio ma anche di ricchezza interiore, deve essere in grado di favorire relazioni vivificanti, importanti anche all'interno degli Ordini, come nelle famiglie. L'accompagnamento è il farsi vicino perché il fratello maturando cresca, aprendosi ad una risposta sempre più libera, un camminare insieme, un prendesi cura che non solo rispetta, ma vigila  sul crescere, per farsi sempre più discreto, mettendo in luce il camminare insieme, la condivisione fraterna dell'esperienza che lascia il ruolo di protagonista al formando, accompagnato perchè arrivi ad essere libero e cosciente davanti al progetto di Dio.

(a cura di Daniela Merlo, ocds Fraternità Imperia)