sabato 17 aprile 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica


“B
isogna che si compiano tutte le cose scritte su di me”

 Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 
Lc 24,35-48 
Sono molti in questo racconto di Luca, per non dire troppi, i dettagli sulle prime apparizioni del risorto. Siccome, per spiegarli in tutta la loro importanza, non basterebbe un libro, qui ci limiteremo all’essenziale in quattro o cinque punti.
 
Il primo si riferisce all’entrata di Gesù nel cenacolo dove per paura stavano rinchiusi gli Undici, e i due discepoli “di Emmaus” stavano raccontando “ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. Luca ha appena finito di narrare questo incontro nella prima parte dello stesso capitolo 24 (vv. 13-34). Ciò che occorre sottolineare è che, durante tutto il cammino fatto con Gesù, questi due discepoli non lo avevano identificato e che, come riferiscono agli altri, lo avevano riconosciuto solo “nello spezzare il pane”. E non era avvenuto unicamente per colpa di loro due, ma perché Gesù è ormai nella condizione di risuscitato, cioè, con un corpo spirituale e invisibile. “Si semina un corpo corruttibile e risuscita incorruttibile”, scrive Paolo parlando della risurrezione dai morti ai cristiani di Corinto. “È seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale” (1Cor 15, 42-44).
 
Così accade anche al corpo di Cristo risorto. Gesù compie il miracolo di farsi toccare e di mangiare davanti ai suoi, precisamente perché essi, altrimenti, non lo possono riconoscere. Si tratta di un incontro di fede, come quello dei discepoli di Emmaus che lo riconobbero “nello spezzare il pane”. Più o meno, dunque, come noi che, nell’Eucaristia, dopo la consacrazione diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta!”. Per questo l’evangelista ci narra che, nonostante Gesù dica agli apostoli pace a voi, essi, pieni di paura, credono di vedere un fantasma.
 
Si mostra tangibile e palpabile, ma ancora senza risultato. È costretto a chiedere se hanno qualcosa da mangiare e davanti ad essi mangia un pezzo di pesce arrostito, benché non ne abbia alcuna necessità. La vera prova, che vale anche per noi che – a differenza di Tommaso e degli altri apostoli “crediamo senza aver visto” – sono in realtà le parole che aggiunge alla fine: “Bisognava che si compissero tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”.
 
Per il momento i discepoli, ci racconta Luca con un’espressione apparentemente contraddittoria, “per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore”. Un’annotazione molto interessante, propria soltanto del terzo evangelista (per la gioia non credevano ancora”). Sarebbe più naturale non credere per il pessimismo che nasce dalla delusione, come era avvenuto per i due di Emmaus che, senza sapere con chi stavano parlando, a Gesù che camminava affianco a loro, avevano detto: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24, 21). Ma si può esitare – come accade ai discepoli – anche per il timore che, ciò che a noi sembra, non sia vero. È troppo bello per essere vero, diciamo a volte davanti a qualcosa che ci piace, ma che – proprio per questo – temiamo che sia solo un’illusione o un miraggio.
 
Nonostante che Gesù avesse loro detto varie volte che dopo la sua condanna a morte sarebbe risuscitato, i discepoli non potevano concepirlo e, ora che possono scorgere qualcosa, pensano che non possa essere vero. Gesù lo capisce e, come aveva fatto con i due di Emmaus, spiega loro che così era scritto, che lo aveva ripetuto molte volte e che, ora, possono comprendere. “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Tutto era scritto: “Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”.
 In una parola, scrive Luca, “aprì loro la mente per comprendere le Scritture” e, alla fine, disse loro: “Di questo voi siete testimoni”. Parole che valgono in quel momento per gli apostoli, ma che continuano a valere per ogni discepolo. Testimone (in greco mártir), prima di designare coloro che danno la vita con il proprio sangue, distingue colui che si ricorda di Gesù. Si ricorda di Lui rileggendo il Vangelo ogni giorno e stando alla scuola dello stesso Signore che, come ha promesso, rimane con noi sino alla fine del mondo. Anche a noi può accadere di non credere ancora, perché ci sembra sempre troppo bello per essere vero, però Dio continua a sorprenderci ogni giorno, se – da parte nostra – continuiamo a cercarne la presenza silenziosa e ad ascoltarlo.
 
Bruno Moriconi, ocd

Preghiamo insieme perché finisca la pandemia

 La comunità carmelitana del Santuario di Gesù Bambino in Arenzano vi offre la possibilità di partecipare ad una "preghiera speciale" per ringraziare e invocare Gesù Bambino affinché finisca presto la pandemia

Si può seguire e partecipare alla preghiera questa sera alle *ore 18.00* su youtube, cliccando: https://youtu.be/6d7fyPj6oXA 
 per ricevere il commento del Vangelo del giorno a cura dei Frati Carmelitani Scalzi di Arenzano e della Liguria, basta inviare un messaggio whathsapp a P. Lorenzo al numero +39 351 9342011
 "Briciole di Comunità" n. 17 aprile 2021 è dedicato in modo principale alla figura di San Giuseppe, nell'anno a lui consacrato da Papa Francesco. Tra i modelli carmelitani che si offrono anche per la nostra vocazione secolare, traccia un profilo del B. Maria Eugenio di Gesù Bambino. Il notiziario dell'OCDS di Sicilia è disponibile cliccando qui.

lunedì 12 aprile 2021

piccole storie per l'anima - 1

 PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO

Ogni lunedì pubblicheremo la rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda.

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Le proprietà del passero solitario sono cinque:

prima: si porta più in alto possibile;
seconda: non sopporta la compagnia di altri uccelli neppure della stessa specie;
terza: tende il becco verso il vento;
quarta: non ha un colore determinato;
quinta: canta soavemente.
 L’anima contemplativa deve avere queste cinque proprietà, e cioè deve elevarsi al di sopra delle cose transitorie, non facendo di esse alcun caso come se non esistessero, e deve essere così amica della solitudine e del silenzio da non sopportare compagnia di altra creatura. Deve inoltre tendere il becco al soffio dello Spirito Santo, corrispondendo alle sue ispirazioni, affinché comportandosi in tal modo si renda maggiormente degna della sua compagnia. Non deve avere un colore determinato, non lasciandosi determinare da alcuna cosa, ma solo da ciò che è volontà di Dio; deve infine cantare soavemente nella contemplazione e nell’amore del suo Sposo.
                                                                                                    S. Giovanni della Croce

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I SOGNI SI AVVERANO!

      C'era una volta un gelso centenario, pieno di rughe e di saggezza, che ospitava una colonia di piccoli bruchi. Erano bruchi onesti, laboriosi, di poche pretese. Mangiavano, dormivano e, salvo qualche capatina al bar del penultimo ramo a destra, non facevano chiasso.
La vita scorreva monotona, ma serena e tranquilla. Faceva eccezione il periodo delle elezioni, durante il quale i bruchi si scaldavano un po' per le insanabili divergenze tra la destra, la sinistra e il centro. I bruchi di destra sostengono che si comincia a mangiare la foglia da destra, i bruchi di sinistra sostengono il contrario, quelli di centro cominciano a mangiare dove capita. Alle foglie naturalmente nessuno chiedeva mai un parere. Tutti trovavano naturale che fossero fatte per essere rosicchiate.
Il buon vecchio gelso nutriva tutti e passava il tempo sonnecchiando, cullato dal rumore delle instancabili mandibole dei suoi ospiti. Bruco Giovanni era tra tutti il più curioso, quello che con maggiore frequenza si fermava a parlare con il vecchio e saggio gelso. "Sei veramente fortunato, vecchio mio", diceva Giovanni al gelso.
"Te ne stai tranquillo in ogni caso. Sai che dopo l'estate verrà l'autunno, poi l'inverno, poi tutto ricomincerà. Per noi la vita è così breve. Un lampo, un rapido schioccar di mandibole e tutto è finito". Il gelso rideva e rideva, tossicchiando un pò: "Giovanni, Giovanni, ti ho spiegato mille volte che non finirà così! Diventerai una creatura stupenda, invidiata da tutti, ammirata...".
Giovanni agitava il testone e brontolava: "Non la smetti mai di prendermi in giro. Lo so bene che noi bruchi siamo detestati da tutti. Facciamo ribrezzo. Nessun poeta ci ha mai dedicato una poesia. Tutto quello che dobbiamo fare è mangiare e ingrassare. E basta".
"Ma Giovanni", chiese una volta il gelso, "tu non sogni mai?".
Il bruco arrossì.
"Qualche volta", rispose timidamente. "E che cosa sogni?". "Gli angeli", disse, "creature che volano, in un mondo stupendo". "E nel sogno sei uno di quelli?". "...Sì", mormorò con un fil di voce il bruco Giovanni, arrossendo di nuovo.
Ancora una volta, il gelso scoppiò a ridere. "Giovanni, voi bruchi siete le uniche creature i cui sogni si avverano e non ci credete!". Qualche volta, il bruco Giovanni ne parlava con gli amici. "Chi ti mette queste idee in testa?", brontolava Pierbruco. "Il tempo vola, non c'è niente dopo! Niente di niente. Si vive una volta sola: mangia, bevi e divertiti più che puoi! "Ma il gelso dice che ci trasformeremo in bellissimi esseri alati...". "Stupidaggini. Inventano di tutto per farci stare buoni", rispondeva l'amico.
Giovanni scrollava la testa e ricominciava a mangiare. "Presto tutto finirà...scrunch... Non c'è niente dopo...scrunch... Certo, io mangio..scrunch, bevo e mi diverto più che posso...scrunch... ma...scrunch...non sono felice...scrunch. I sogni resteranno sempre sogni. Non diventeranno mai realtà. Sono sono illusioni!", bofonchiava, lavorando di mandibole.

Ben presto i tiepidi raggi del sole autunnale cominciarono ad illuminare tanti piccoli bozzoli bianchi tondeggianti sparsi qua e là sulle foglie del vecchio gelso. Un mattino, anche Giovanni, spostandosi con estrema lentezza, come in preda ad un invincibile torpore, si rivolse al gelso. "Sono venuto a salutarti. E' la fine. Guarda sono l'ultimo. Ci sono solo tombe in giro. E ora devo costruirmi la mia!".

"Finalmente! Potrò far ricrescere un pò di foglie! Ho già incominciato a godermi il silenzio! Mi avete praticamente spogliato! Arrivederci, Giovanni!", sorrise il gelso. "Ti sbagli gelso. Questo...sigh...è...è un addio, amico!", disse il bruco con il cuore gonfio di tristezza. "Un vero addio. I sogni non si avverano mai, resteranno sempre e solo sogni. Sigh!". Lentamente, Giovanni cominciò a farsi un bozzolo. "Oh", ribatté il gelso, "vedrai".

E cominciò a cullare i bianchi bozzoli appesi ai suoi rami. A primavera, una bellissima farfalla dalle ali rosse e gialle volava leggera intorno al gelso. "Ehi, gelso, cosa fai di bello? Non sei felice per questo sole di primavera?".
"Ciao Giovanni! Hai visto, che avevo ragione io?" sorrise il vecchio albero.
"O ti sei già dimenticato di come eri poco tempo fa?".
Parlare di risurrezione agli uomini di oggi
è proprio come parlare di farfalle ai bruchi…

IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA;
CHI CREDE IN ME, ANCHE SE MUORE, VIVRÀ
(GV 11, 1-45)

domenica 11 aprile 2021

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

" Abbiamo visto il Signore"

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.  (Gv 20, 19-31).

Il Quarto Vangelo terminava con queste parole (vv. 30-31) molto simili a quelle del capitolo 21 aggiunto dopo da un discepolo di Giovanni: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv 21, 25). In questa prima conclusione che spiega perché i Vangeli sono stati scritti, c'è un’espressione della quale abbiamo due versioni. Nella versione ufficiale si legge che “sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In un piccolo numero di antichi manoscritti, invece, si legge “perché continuiate a credere”.
Anche se il testo ufficiale (perché crediate) è quello che compare nella maggioranza dei manoscritti ed è, quindi, il più autorevole, l’altro aggiunge una sfumatura (perché continuiate a credere) preziosa per noi che siamo già (abbastanza) credenti. Ci ricorda che, se cessiamo di ricorrere ai Vangeli, soprattutto in forma di attento ascolto, sarà come se smettessimo di pregare. La nostra fede si affievolirebbe e persino potrebbe morire. Sì, perché, affinché continuiamo a credere, dobbiamo pregare e ascoltare ciò che il Signore vuole dirci per mezzo dei Vangeli.
Con questo proposito torniamo all’incontro di Gesù risuscitato, prima con gli Apostoli alla sera di quel giorno, il primo della settimana, quando Tommaso non c’era e, dopo, all’ottavo giorno successivo, quando anch’egli era con loro.
Ciò che accade nel primo incontro include tutto il mistero pasquale, compresa l’Ascensione e la Pentecoste che Luca narra come momenti giustamente distinti. Infatti, se Gesù soffia sui discepoli dicendo “ricevete lo Spirito Santo”, è perché già è salito al Padre, anche se poi continuerà ad apparire e, dopo un po' di tempo (i simbolici quaranta giorni), non si lascerà più vedere (il giorno dell’Ascensione narrato da Luca in At 1, 6-9, seguito dal giorno di Pentecoste, descritto in At 2, 1-13). Lo aveva detto molto chiaramente lo stesso Gesù: “È bene per voi che io me ne vada [al Padre], perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore” (Gv 16, 7).
Quanto accade all’ottavo giorno nel secondo incontro, parla di Tommaso che non crede e poi, dopo aver messo il dito e la mano nelle ferite di Gesù, professa la sua fede in un modo perfino eccedente la propria capacità del momento (mio Signore e mio Dio!”, dice a Gesù). In realtà, però, parlando di Tommaso, l’evangelista si sta riferendo soprattutto a noi. Anzi, è lo stesso Signore che ci parla e ci definisce beati per la fede che abbiamo in Lui. A Tommaso riconosce il merito di aver creduto, perché nelle ferite del suo corpo risorto ha saputo riconoscere la sua divinità (ha visto e ha creduto), ma la beatitudine è per noi che non abbiamo avuto l’opportunità di un incontro tanto personale.
“Beati”, dice Gesù, pensando a noi, “coloro che credono senza aver visto”. Infatti, la nostra fede – oltre ad essere un dono sempre immeritato – si fonda, attraverso il Vangelo, sulla parola di coloro che videro allora, e sulla fede dei santi come Francesco d’Assisi e Teresa di Gesù, che, pregando, continuarono a credere e a confermare che Gesù è presente, al nostro fianco “sempre sino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
 
P. Bruno Moriconi, ocd

sabato 3 aprile 2021

Gli auguri di p. Bruno


 

Meditazione sul Vangelo della Domenica: Pasqua di Risurrezione

Entrò anche l’altro discepolo; vide e credette

1Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. 10I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa. (Gv 20, 1-9 )
Sulla scoperta del sepolcro vuoto di Gesù, ogni evangelista (Mt 28,1-8; Mc 16, 1-8; Lc 24, 1-8) sceglie alcuni dettagli, tutti importanti e complementari fra di loro, ma il racconto del Quarto Vangelo ha un significato esclusivo, perché la Maddalena, Pietro e il discepolo che Gesù amava, rappresentano, ciascuno, i sentimenti che sono – o che devono essere – quelli di tutti i cristiani.

Tre personaggi e due scene. Nella prima è Maria Maddalena che fa la sua apparizione, si muove; nella seconda lascia il campo a Pietro e “al discepoli amato”. Il primo giorno della settimana (quello che segue il sabato, che da allora, sarà la domenica, cioè il giorno del Signore), ci dice l’evangelista che Maria di Magdala (villaggio sulla costa occidentale del Mar di Galilea), andò all’alba al sepolcro, quando era ancora buio, e vide che la lastra che lo sigillava era stata rimossa. Lei è una donna seguace di Gesù, insieme ad altre come lei guarite da Lui (Lc 8, 1-2). Durante il racconto della Passione si dice che era presente tanto alla crocifissione del Maestro, come alla sua sepoltura. Secondo il Vangelo di Giovanni (20, 11-18) fu anche la prima alla quale si presentò Gesù risuscitato.

In un primo momento – come si legge nel frammento di Vangelo ascoltato scelto per il giorno di Pasqua –, al vedere che il sepolcro del suo amato Maestro era aperto e vuoto, la Maddalena, com’era naturale, si spaventò. Si precipitò immediatamente in cerca di Simon Pietro e dell’altro discepolo, “quello che Gesù amava”, e, supponendo una profanazione, disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto”.

Il fatto che parli al plurale (“non sappiamo dove l'hanno posto”) può far supporre due cose: o che lei parli di sé includendo tutti i discepoli che suppone condividano la sua preoccupazione, o meglio che – considerando i racconti degli altri evangelisti –, essendo andata con altre donne e non da sola, e parli in nome di tutte. “Passato il sabato”, scrive, per esempio, Marco, “Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungere Gesù” (Mc 16, 1). In ogni caso, ciò che importa sottolineare qui è la sua preoccupazione e il suo amore per Gesù. Non trovandone più neppure il cadavere, Maria si dispera.

È sicuramente per questo amore che, poco dopo, precisamente nei versetti che seguono (Gv 20, 11-18) il Signore risuscitato le apparirà e la chiamerà per nome. “Maria!”, le dirà per liberarla dal suo spavento. Ed ella, piena di gioia, gli risponderà: “Maestro mio”. Un incontro del tutto unico, che ci dice non esserci altro modo di incontrare il Signore che cercandolo. Egli desidera chiamare ciascuno di noi per nome, ma aspetta che lo desideriamo, come dice espressamente in Ap 3, 20: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.


Nella seconda scena si muovono, o meglio corrono, il discepolo, “che Gesù amava” e Pietro. È la terza volta che compare la figura del “discepolo, che Gesù amava” tipica del quarto Vangelo. Si parla di lui nell’ultima cena (13, 23), sotto la croce di Gesù (19, 25), qui e due volte nel capitolo 21 (vv. 7 e 20). In 13, 3, anche Lazzaro è chiamato più o meno così, però, al posto del verbo agapao (amare si usa phileo (desiderare). La tradizione lo ha identificato con lo stesso evangelista Giovanni, ma rappresenta piuttosto il discepolo ideale che può essere tale (vero discepolo) solo perché riconosce l’amore del Signore. Infatti, non è definito come “colui che ama Gesù”, cioè, il discepolo perfetto, ma “quello amato da Gesù”.

Pietro e lui correvano insieme, ma il discepolo amato (più giovane o più motivato?), superò Pietro e giunse primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende a terra, ma non entrò, perché è Simon Pietro colui che il Maestro ha eletto capo di tutti, guida degli altri e a lui deve rispetto e ascolto, come i santi al Papa, anche se un poco di buono, come molti nella storia passata della Chiesa, soprattutto durante il Rinascimento.

Quando Pietro giunse, entrò e poté vedere le bende a terra già intraviste da chi era arrivato prima, e anche il sudario col quale gli avevano coperto il capo. Questo non era con le bende, ma piegato e posto in un luogo a parte. “Allora”, prosegue narrando l’evangelista, “entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro e vide e credette”.

Il segreto sta in questa coppia di verbi (vedere e credere). Anche Pietro, infatti, aveva visto, ma solo il suo compagno vide e credette. Solo perché – a differenza di Pietro – il discepolo amato seppe interpretare il fatto che il sudario non stesse con le bende, ma ben ripiegato in un luogo a parte, cosa non attribuibile a dei ladri? Potrebbe essere, ma la ragione è soprattutto un’altra. Questo discepolo è capace di credere perché, sentendosi amato, comprende di più di ciò che le sole apparenze mostrano.

Pietro ha l’autorità e la missione di confermare gli altri discepoli e deve passare per primo, ma per credere bisogna essere discepoli come lo sono stati tutti i santi. Non si tratta di essere uno migliore dell’altro, ma di avere il fuoco dell’amore dentro di sé, l’unica forza capace di credere che il Signore non può abbandonarci mai, benché sembri il contrario. Nessuno può sapere se Giovanni è migliore di Pietro né tantomeno se Pietro è migliore di Giovanni.

Per questo, nonostante la tradizione abbia identificato il discepolo amato da Gesù con Giovanni, non è da identificare con nessuno. Egli, qui e ai piedi della croce, rappresenta tutti in quanto discepolo di Gesù capace di riconoscerlo, come nell’ultimo incontro sulle rive del lago di Galilea, dove, a Pietro stupito, disse: “è il Signore!” (Gv 21, 20), e capace altresì di ricevere nella sua casa la Vergine Maria come Madre.
p. Bruno Moriconi, ocd

venerdì 2 aprile 2021

P.Alzinir Debastiani: Una Pasqua "rivestiti di bellezza e dignità"

 

Roma, Pasqua della risurrezione, 2021

Carissimi Fratelli e Sorelle dell’OCDS,

Celebriamo in questi giorni il Mistero centrale della fede cristiana: il Mistero Pasquale. Negli avvenimenti della crocifissione, morte e risurrezione di Gesù si compie il piano salvifico di Dio: la croce è l’espressione del massimo amore donato da Gesù nella sua esistenza per gli altri; Egli, in ogni incontro con le persone manifesta l’infinito ed eterno amore del Padre; la risurrezione a sua volta,  manifesta che l’amore di Dio produce soltanto vita in abbondanza (cf. Gv 10,10).
Ancor di più: “il fatto che ‘il crocifisso è risorto’ (Mc 16,6) dimostra che l’amore con cui il Figlio ha donato se stesso è capace di aprire orizzonti sconfinati di vita per gli esseri umani di tutti i tempi” (M. de Santis, Il Risorto, 16); è l’Evento per eccellenza nella storia di tutta l’umanità che conferma e spaventa, come ha riempito di sorpresa le donne che volevano ungere il suo Corpo, dopo il sabato: al loro arrivo il sole era già sorto e la pietra era stata rotolata: Il Risorto le ha precedute!

Così, celebrare la Pasqua significa rendersi conto
che “la risurrezione non ha cancellato la passione, ma l’ha assunta e trasfigurata donandogli senso. La croce, infatti, è il vertice della vita di amore e di servizio del Gesù terreno, il cui volto piagato diventa ora luminoso.” (id., p.  24). Quindi non è restando fermi lì, accanto alla tomba vuota, nel rimpianto, che troviamo Gesù, bensì nel vivere quella fede professata in Lui, che si pone in cammino dietro i suoi passi fino in fondo: la fede confessata dal centurione ai piedi della croce: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39; cf. 1,1).

D’ora in poi il Risorto, con la sua parola, ci invita a seguirlo altrove: “andate, dite…” (Mc 16,7), lui vi precede in Galilea. Da questo momento, la missione è il luogo dell’incontro con il Gesù Risorto, la cui Presenza invisibile di Buon Pastore eterno e fedele, riempie il tempo di eternità e abbraccia tutti gli spazi e i luoghi: ci invita a non avere paura, nel nostro andare per le valli oscure della storia; ci invita a fidarci della sua Presenza invisibile e reale; ci invita ad accogliere il suo amore vittorioso ed eterno; ci invita a percorrere il suo cammino, impegnati nella costruzione del Regno.

               Con auguri di una Santa Pasqua della Risurrezione, nella quale Lui ci “lasciò totalmente vestiti di bellezza e dignità” (Cantico Spirituale 5,4), vi auguro anche che la gioia e la pace del Risorto vi raggiunga ovunque siate e sia presente nel cuore di ciascuno/a di voi.

               Fraternamente,

fr. Alzinir Francisco Debastiani OCD

La Lettera del Provinciale p. Fausto Lincio alle comunità ocds lombarde

 

LETTERA ALLE COMUNITA' OCDS DELLA PROVINCIA LOMBARDA
il padre Superiore della Pronvincia Lombarda ocd, p. Fausto Lincio ha scritto alle comunità secolari una lettera che potere scaricare qui.

Serena Pasqua a tutti


 

sabato 27 marzo 2021

Buon Compleanno Teresa!

Il nostro  Delegato Generale, p. Alzinir Debastiani ha voluto condividere con noi questa traduzione fatta da Angela Parisi ocds, come omaggio al compleanno della Santa Madre Teresa.
Grazie e tanti saluti
clicca qui per scaricare la traduzione al commento del Nada te turbe di Padre Juan Antonio Marcos

Meditazione sul Vangelo della Domenica

Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 

1Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli 2e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. 3E se qualcuno vi dirà: «Perché fate questo?», rispondete: «Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito»». 4Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. 8Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 10Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!». (Mc 11, 1-10)

 

 Il Vangelo di oggi – Domenica delle Palme – è il racconto della Passione (Mc 14, 1-15, 47) che si legge, interamente, per essere ascoltato con attenzione e meditato personalmente. Qui commentiamo il Vangelo che si legge prima di iniziare la processione (Mc 11, 1-10) e che racconta l’entrata e l’accoglienza di Gesù da parte della gente semplice e senza pregiudizi che lo riconosce come Messia.

 Tutto inizia con l’ubicazione di Gesù e dei suoi discepoli. Stanno avvicinandosi a Gerusalemme, ci informa l’evangelista, passando per Betfage (casa dei fichi) e Betania (casa dei poveri o di Anania), dove Gesù si incontrava a volte con Marta, Maria e Lazzaro, suoi amici. Due luoghi che, provenendo da Gerico dove fino ad allora erano stati, sono le ultime popolazioni prima di giungere alla cima del monte degli Olivi, dalla quale si ammira la città in tutta la sua splendida ampiezza. Tra il monte e Gerusalemme c'è il torrente Cedron e, prima di scendere per salire nuovamente alla Città, Gesù ordina a due dei suoi discepoli di andare a cercargli un puledro di asina sul quale desidera montare.

 In questo momento Gesù, nonostante ciò che accadrà di lì a pochi giorni, non è triste come invece lo sarà poco dopo, come ci racconta Luca, quando, avvicinandosi di più alla città e vedendo l’ostilità dei giudei contro di lui, piangerà su di essa profetizzando gli assedi dei romani che “non lasceranno pietra su pietra”, per non aver riconosciuto il tempo della visita di Dio (cfr. Lc 19, 41-44).

 Nel brano del Vangelo di Marco, si parla solo della preparazione del suo ingresso da parte dello stesso Gesù, che – montando quella umile cavalcatura - desidera dare un segnale del suo messianismo pacifico, e del benvenuto entusiasta da parte della gente del popolo. Non si conosce il luogo dove si trova il villaggio “di fronte”, al quale Gesù invia i due discepoli a sciogliere il puledro, ma può trattarsi di un villaggio sulla stessa cima del monte.

 Ciò che interessa è lo stesso puledro e il fatto che nessuno vi è ancora salito. Perché? Perché, secondo Numeri 19, 2 e Deuteronomio 21, 3, un animale destinato al culto non deve aver ancora portato il giogo. Da parte sua Zaccaria 9, 9, riferendosi direttamente all’ingresso del Messia, aveva profetizzato: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina”.

 I due discepoli incaricati da Gesù andarono al villaggio indicato dal Maestro e, dopo aver dichiarato che lo avrebbero riportato indietro, ritornarono con il puledro. Tutto ciò che segue, dopo aver posto drappi sull’animale ed esservi salito Gesù, pare accadere spontaneamente. Molti addobbarono il cammino con i loro mantelli, altri con rami tagliati nel campo, mentre quelli che precedevano e seguivano, andavano gridando: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!”.

 La posa dei mantelli ai piedi della cavalcatura di Gesù ricorda l’accoglienza di Ieu, una volta unto re di Israele, narrata in 2Re 9, 11-13. Subito, anche in quella occasione, ciascuno si affrettò a prendere il suo mantello per collocarlo ai suoi piedi sopra il selciato, mentre, al suono del corno, la gente andava gridando: “Ieu è re”.

 L’Osanna, che sarebbe un grido di aiuto, con cui viene accolto Gesù si trova nel Salmo 118 (vv. 25-26), è ormai usata solo come un’acclamazione. Un saluto, però, al quale gli evangelisti aggiungono alcune parole (Benedetto colui che viene nel nome del Signore!) per porre in risalto che Gesù è riconosciuto come il Messia figlio di Davide, come l’ha appena chiamato Bartimeo, il cieco di Gerico, secondo il racconto di Marco (Mc 10, 46-52), che vale la pena ricordare qui, per un particolare molto importante:

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 Il particolare importante sta in quest’ultima espressione (“vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”), perché, a differenza della gente che ora acclama Gesù e di lì a pochi giorni griderà a Pilato che lo crocifigga (Gv 19, 15), il nostro modello è Bartimeo. Questo cieco che, recuperata la vista, lo seguiva lungo la strada, che non è una semplice via, ma il cammino di Gesù che giunge fino a Gerusalemme, alla Croce e alla risurrezione. Il cammino della vita, come noi cristiani sappiamo.

 

Bruno Moriconi, ocd