Una parola che
forse fa venire i brividi di primo acchito, ma che p. Lincio ha ben spiegato,
mostrandoci quei “percorsi inediti che il Signore prepara per il suo popolo”. Tutto
ci sembrerà più concreto se si pensa ai passi fatti dai primi eremiti del Monte
Carmelo pellegrini che si stanziano in una terra orientale diventano eremiti e
chiedono al patriarca di Gerusalemme, Alberto, di “regolare” e quindi
riconoscere come Chiesa il loro modus vivendi. E Alberto di Gerusalemme aiuta i
carmelitani ad approfondire l’esperienza di Dio che li aveva mossi, a
perfezionarla, ad acquisire un nuovo sguardo con il coraggio di lasciare alle
spalle le abitudini, le consolazioni spirituali per vivere una fede adulta, in continua
progressione. E’ quello che succede anche a noi quando ci avviciniamo a una
comunità secolare. Vogliamo conoscerla e riconoscere in essa la nostra
vocazione. Il ruolo del formatore sarà fondamentale nel far comprendere che una
volta approdati alla Promessa e quindi all’ingresso nell’Ordine, quello che era
il nostro bagaglio va lasciato perché sarà il Carmelo a indirizzare i nostri
passi. 
P. Fausto Lincio, ocd
“Avere una Regola, assumerla, significa entrare in un’istituzione
regolata che comporta un rinnovamento profondo in termini di correzione, progressione,
rinnovamento, abbandono di certe cose, assunzione di altre”.
P. Lincio si è soffermato sui tre momenti del cammino di fede che ritroviamo nella nostra Regola. I tre spunti su cui i
formatori sono invitati a confrontarsi per essere poter svolgere il delicato
incarico di formare persone che Dio ha chiamato al Carmelo secolare, una
responsabilità verso il Signore e verso
chi ha affidato loro. Li accenniamo soltanto perché sarà cura dei nostri formatori utilizzarli per aiutare i formandi a crescere.
Il primo “il mio”, cioè quello che ho nel cuore, che mi ha illuminato. La
scoperta della vocazione, il nostro primo modo di viverla.
Il secondo spunto: la marginalità che è tipica dell’Ordine religioso; una posizione comunque di frontiera, e la vita
consacrata, è sempre stata un'espressione di frontiera della Chiesa. Noi oggi
per grazia viviamo proprio questa posizione “ai margini”. La regola è come uno strumento
per restare nella fede in tempi bui.
Il terzo e ultimo spunto è quello
del silenzio. Il carmelitano e la
carmelitana sono gli uomini e le donne del silenzio. È il silenzio che dovrebbe
esserci quando c'è pettegolezzo. La dimensione del silenzio più radicale che la
Regola ci insegna è quella di parlare
solamente le parole della Scrittura. Così facendo, metto in silenzio tutto
quello che è inautentico e troppo personale che mi
può ancora abitare.
(s.d.b.)

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