giovedì 20 gennaio 2022

Il ricordo di Francesco ocds

 FRANCESCO ANTONINO ACCORDINO - COMUNITA' OCDS DI PIACENZA

Il nostro caro fratello Francesco, ci ha lasciato con la discrezione e la semplicità con cui sempre ha vissuto tra noi. Entrato nell’OCDS di Piacenza nel 2002, Diacono permanente della Diocesi di Piacenza Bobbio, ha sempre testimoniato un amore particolare al Carmelo e alla Vergine Maria di cui era devotissimo. Con le promesse definitive e 15.06.2008 è entrato a far parte a pieno titolo della Comunità di Piacenza, in cui è stato per diversi anni membro del Consiglio della Comunità. Un’anima celestiale! sempre pronto a sottolineare il ben e il bello che vedeva nelle cose e nelle situazioni e a dissimulare quello che non era proprio perfetto, ma che lui sempre giustificava. 


Ci ha lasciato un grande esempio, una testimonianza di fede vissuta in modo mirabile nella sua malattia, in cui ha sempre evocato la speranza in quel Gesù che lui amava sopra ogni cosa, e nello stesso tempo, la disponibilità a fare la sua volontà. Lascia in tutti, una nostalgia incolmabile del suo sorriso, del suo modo affabile e discreto, del suo “esserci sempre “ per tutti. Dal cielo Francesco, ricordati di noi!

lunedì 17 gennaio 2022

Piccole storie per l'anima - 34

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

Un giorno, un uomo che non aveva mai detto una menzogna, ne disse una.

Ne provò rimorso, ma anche piacere, perché la menzogna gli era stata utile. E poiché il male è sempre fonte di piacere, perché se fosse fonte di dolore nessuno lo commetterebbe mai, cominciò a mentire ogni volta che gli faceva comodo.

          Un giorno trovò comodo rubare, lui che non aveva mai rubato neppure uno spillo. Ne provò rimorso, ma anche piacere, perché aveva cresciuto i suoi averi in modo incredibilmente facile. E poiché il male è sempre fonte di piacere, perché se fosse fonte di dolore nessuno lo commetterebbe mai, cominciò a rubare ogni volta che gli capitò l'occasione.

       Un giorno ebbe occasione di uccidere, lui che non aveva mai calpestato una formica. Ne provò rimorso, ma anche piacere, perché aveva provato l'ebbrezza del dominio totale. E poiché il male è sempre fonte di piacere, perché se fosse fonte di dolore nessuno lo commetterebbe mai, divenne un assassino.

       Un giorno che si sentiva "orgogliosamente forte",  arrivò alla ferma risoluzione  che avrebbe stabilito lui cosa era bene e male fare nella vita, lui che aveva sempre cercato di vivere gli insegnamenti di Gesù e i 10 comandamenti. Ne provò rimorso, ma anche piacere perché così si sentiva finalmente "libero"  da non avere bisogno di nessuno, nemmeno di  Dio.  E poiché il male è sempre fonte di piacere perché se fosse fonte di dolore nessuno lo commetterebbe mai,  sprecò la sua vita, divenne schiavo di Satana dannando per sempre la sua anima.

Può essere pericoloso fare le cose soltanto perché "ci piacciono".

Può essere pericoloso andare alla ricerca del piacere

senza badare da che parte venga.

Perché il male dilaga così…

"Quando il demonio è riuscito ad allontanare

un'anima dalla santa Comunione,

ha raggiunto il suo scopo."

(S.Teresa di Lisieux)

 

 

Da" VOGLIO VEDERE DIO" di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD

AL PUNTO DI PARTENZA seconda parte

 

         Come abbiamo visto l'ascesi teresiana, in questo primo periodo, è tutta subordinata alla ricerca di Dio. Il principiante deve cominciare a fare orazione prima di acquisire le virtù e il contemplativo deve praticare le virtù per progredire nella sua contemplazione. Quando, giunto alla seconda fase, avrà trovato Dio ed avrà sperimentato che dopo i primi inviti ”questo Re non si arrende se non a chi si dà completamente a Lui”, porrà tutta la sua cura nel realizzare questo dono totale di sé e nel praticare questa ascesi dell'assoluto.

       “Non bisogna pensare alle comodità in questi inizi di vita ” proclama Santa Teresa (II Mansioni c.I, 7). Lo sguardo materno di Teresa cerca, prima di tutto, nel discepolo una forte determinazione. Questa è necessaria fin dagli inizi:”Occorre che (il principiante) sia di animo virile....prenda la sua brava decisione, pensando che va a dar battaglia a tutti i demoni e che non c'è arma migliore della Croce...Non sono queste, infatti, le Mansioni in cui piove la manna”(II Mansioni, c. I, 6,7).

       “Certo qui l'anima,ribadisce la Santa,soffre grandi tribolazioni, specialmente se il demonio intuisce che per la sua natura e le sue pratiche abituali ha la capacità di andare molto avanti”(II Mansioni, c. I, 5). In questi inizi esclama la Santa sta proprio la maggior fatica, perchè qui è dove si deve lavorare, anche se il Signore fornisce i mezzi per farlo”(Vita, c. XI,5). L'energia nel sopportare le prove degli inizi, permette a Dio di conoscere i virtuosi che ”sapranno bere il suo calice e aiutarlo a portare la croce, prima di arricchirne l'anima con grandi tesori”(Vita, XI,11).”...non vi scoraggiate se qualche volta vi capita di cadere, così di tralasciare di sforzarvi di andare avanti, perchè anche da quella caduta Dio saprà tirar fuori il bene.....a coloro, invece che hanno cominciato, chiedo che la prospettiva della lotta non sia ragione sufficiente per farli retrocedere”(II Mansioni, c. I, 8,9).

      Nelle vie dell'orazione, la perseveranza è più necessaria ed efficace della violenza: ”Non bisogna procedere a forza di braccia, per cominciare a raccogliersi, ma con dolcezza, per poter perseverare nel raccoglimento”(II Mansioni, c. I, 10). 

 

     Santa Teresa vuole che il principiante, che non ha ancora fatto nulla, sia già grande nel desiderio. Egli deve mirare alle vette della vita spirituale ed aspirare con ardore all'unione perfetta con Dio. Solo i grandi desideri possono offrire la forza necessaria per affrontare le difficoltà del cammino e superare tutto. ”Sua Maestà vuole e ama le anime coraggiose, purchè procedano con umiltà e diffidino di sè” (Vita, c. XIII, 2).

sabato 15 gennaio 2022

Meditazione sul Vangelo della Doomenica

 



Questo fu l'inizio dei segni

1Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino". 4E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora".

5Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela". 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le anfore"; e le riempirono fino all'orlo. 8Disse loro di nuovo: "Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo 10e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora". 11Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2, 1.11)



Questo episodio si presterebbe molto bene per una sceneggiatura e, infatti, è così che si presenta: una festa di nozze, vi partecipa la madre di Gesù e vi giunge anche lui, per di più, con tutti i suoi discepoli. Non c'è da meravigliarsi che dopo poco non ci sia più vino! Interviene la madre per dirlo a suo figlio che non si sa se non vuol essere disturbato per non essere ancora giunta la sua ora (Non è ancora giunta la mia ora) o per esservi giunto (Non è forse giunta la mia ora?). Ad ogni 

modo, la madre reagisce molto bene, perché, dice ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica Lui, fatela".

E subito il miracolo (l’acqua si tramuta in vino!).

E che vino! Non uno qualsiasi, ma il migliore, non quello che si serve quando tutti sono già ebbri. La festa continuò senza che nessuno sospettasse di nulla, ma solo i servi che, sì lo sapevano, perché lo avevano attinto dalle anfore dell’acqua. Nessuno si rese conto del miracolo, ma il lettore del Vangelo deve saperlo. Deve essere a conoscenza, scrive l’evangelista, che “questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”.

È precisamente su questa affermazione che bisogna soffermarsi senza voler dare un significato simbolico, cominciando dal vino, ad ogni elemento. L’evangelista, infatti, si limita a qualificare come segno il miracolo, e non del potere di Gesù, ma della sua gloria. In verità, ciò che l’evangelista sottolinea sono tre cose: la risposta misteriosa di Gesù a sua madre (v. 4), la quantità eccezionale di acqua trasformata in vino (v. 6-10) e la conclusione (v.11) che, come abbiamo detto, è l’elemento più importante.

Riguardo alla risposta di Gesù a sua madre, molto difficile da interpretare, bisogna notare che, in effetti, né Maria domanda qualcosa, né Gesù rifiuta nulla. C'è solo una presa di distanza da parte di Gesù che sua madre dimostra di aver inteso molto bene, dal momento che, ai servi, dice: “Qualsiasi cosa vi dica Lui, fatela”. Segno che, in qualche modo, ha capito che l’ora del Figlio, sebbene non sia quella definitiva della sua passione e morte, sta iniziando. Nel miracolo di Cana, infatti, il primo di una serie di sette[1], c'è una allusione e, una anticipazione della rivelazione definitiva. Avrà capito Maria la dura risposta di Gesù? Non lo sapremo mai, ma quello che fa è ciò che deve fare ogni discepolo. Lasciare che sia il Signore a indicare come vuole procedere. Intuisce che qualcosa sta per accadere e, benché non sappia cosa, dice ai servi che si attengano a ciò che Egli dirà.

E che dire della quantità e qualità eccezionale dell’acqua trasformata in vino? (v. 6,10). Senza alcun dubbio, si tratta di un’allusione all’abbondanza dei tempi messianici annunciata dai profeti (cf. Am 7,13-14 e Gl 2,23-24; 4,18). Essendo, il miracolo di Cana, il primo dei segni, questa abbondanza vuole rimarcare che Gesù è il Messia atteso. Che poi sia anche di origine divina (Figlio di Dio incarnato), pur avendolo l’evangelista detto nel Prologo, nel suo Vangelo appare solo nel capitolo cinque, quando Gesù inizierà a dire: “In verità, in verità io vi dico: il Figlio da sé stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre” (v. 19).

Sulla conclusione (Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui) è più che sufficiente ciò che scrisse Henri van den Bussche nel suo commento al Vangelo di Giovanni[2] nella seconda metà del secolo scorso:

 Giovanni omette di raccontare i ringraziamenti dei giovani sposi e le reazioni degli invitati. D’altronde le omissioni dei particolari sono frequenti; il fatto materiale ha poca importanza perché quando è compiuto, non ci se ne interessa quasi più e il racconto lascia l’impressione che la festa sia improvvisamente finita. Ma ciò che Giovanni non dimentica di citare è che Cana segna l’inizio dei segni per mezzo dei quali Gesù rivela la sua gloria. Questa insistenza sulla gloria nel racconto del primo e dell’ultimo miracolo (2,11 e 11,4-40) deve essere notata. Tutta la vita pubblica di Gesù è così presentata come una manifestazione della sua gloria. Però, in questo momento, la gloria non brilla ancora come nella glorificazione dell’ultima Ora. Mentre qui [nell’episodio di Cana] filtra una scintilla, più tardi brillerà la luce piena (12,28). In tal modo la fede dei discepoli incomincia qui il suo timido cammino, ma non raggiungerà la piena espansione se non a partire dall’Ora [che coincide con la passione e morte del Signore].



[1] Gli altri sei sono: la guarigione del figlio del funzionario del re (4,42-54), quella del paralitico alla piscina di Betsaida (5,1-9), la moltiplicazione dei pani e dei pesci (6,1-14), la traversata del mare in burrasca (6,16-20), l’elenco di segni, prodigi e miracoli (12,37), la guarigione del cieco nato (9,1-12), il risuscitamento di Lazzaro (11,1-44).

[2]  Giovanni. Commento del Vangelo spirituale, Edizioni Cittadella, Assisi 1974, p. 169.

Lina è tornata nella casa del Padre

«Benedetti coloro che muoiono nel Signore»


La Provincia Napoletana dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi ha salutato oggi Lina Capobianco (nella foto a Maddaloni, durante l'esposizione delle reliquie della Santa madre), nella Chiesa di San Luca a Varcaturo. E' tornata il 14 gennaio nella casa del Padre, dopo una malattia difficile e insidiosa che ha sopportato con grande pazienza, abbandonandosi alla volontà del Signore. La comunità dei Ponti Rossi, di cui è stata presidente fino allo scorso anno, le altre comunità della Provincia non dimenticheranno lei nè dimenticheranno l'esempio e la credibile testimonianza di un cammino spirituale vissuto con responsabilità e con fiducia in Dio. "Ho imparato a vivere giorno per giorno e che è Gesù a portarmi dove vuole". La comunità ocds di Napoli - Ponti Rossi perde con Lina non soltanto un membro importante e un punto di riferimento nel cammino spirituale, ma soprattutto un'amica sincera, insostituibile.
S.

lunedì 10 gennaio 2022

Piccole storie per l'anima - 33

 PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

Dopo un'estenuante sessione mattutina di preghiera nell'eremo di San Salvatore, una splendida oasi di preghiera vicino a Erba (Co), un giovane chiese all'eremita: «Perché bisogna pregare cosi tanto? Per sentire Dio più vicino?»
«Ti risponderò con un'altra domanda» disse l'eremita
«Tu preghi?»
"Beh, direi di sì! Però senza esagerare!» disse il giovane.
«E tutte le preghiere che dici faranno sorgere il sole domani?».
«Certo che no! Il sole sorge in obbedienza a una legge universale».
«Ecco la risposta: Dio è vicino a noi indipendentemente da quanto si prega».
Il giovane era scioccato. «Stai dicendo che le nostre preghiere sono inutili?». «Assolutamente no. Vedi, se non ti svegli presto non vedrai mai l'alba. Così anche se Dio è sempre vicino nella tua vita, se non preghi, non riuscirai mai ad accorgerti della Sua presenza».




Quand'è il cuore che prega, Egli risponde di certo.
(S.Teresa D'Avila)

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Da" VOGLIO VEDERE DIO" di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD

AL PUNTO DI PARTENZA prima parte

Fuggire verso Dio è la prima decisione che santa Teresa impone all'uomo. Ma tale fuga richiede, fin dall'inizio, energia, discrezione e grandi desideri. La Santa esige queste disposizioni dal suo discepolo. “Voglio vedere Dio” aveva gridato Teresa. Questa ricerca di Dio dovrà regolare il cammino del discepolo ed ispirare tutti i suoi gesti.

La Santa invita subito l'uomo a rientrare in se stesso per quella porta che è” l'orazione e la meditazione”(I Mansioni, c. II, 1), per conoscere e ammirare le meravigliose realtà ch'essa contiene. Conoscere Dio in sé e le ricchezze che egli riversa nell'anima è certamente per santa Teresa, la prima conoscenza da acquisire, il primo atto della vita spirituale da compiere. Non si entra nella vita spirituale se non per questa porta: “Ho gia detto che la porta per entrare nel castello è l'orazione...”(II Mansioni, c. I, 11). E' per trovare Dio che si varca questa porta dell'orazione e che si rientra in se stessi.

La conoscenza di sé dipende dalla conoscenza di Dio:”Che l'anima mi creda, e prenda di tanto in tanto il volo per considerare la grandezza e la maestà del suo Dio. In ciò scoprirà la propria bassezza assai meglio che guardando in se stessa...”(I Mansioni, c. II, 8).

Santa Teresa misurerà i progressi dei principianti sulla loro fedeltà nel cercare Dio. Le persone delle prime Mansioni si accontentano di pregare qualche volta al mese, ma con il pensiero quasi sempre immerso nei mille affari da cui sono prese, essendovi molto attaccate.

Le anime delle seconde Mansioni hanno potuto realizzare un progresso sensibile attraverso un'ascesi di distacco dalle cose esterne:” ...è ben necessario, per entrare nelle seconde Mansioni, lasciar perdere le cure e gli affari che non sono necessari, ciascuno in conformità al suo stato”.(I Mansioni c. II, 14).Questo sforzo di distacco dovrà essere sostenuto da una certa organizzazione della vita esteriore. Continua...

domenica 9 gennaio 2022

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 




Battesimo di Gesù nel Giordano 

 

15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: "Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. […] 21Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento".(Lc 3,15-16.21-22).

 

  
Nell’episodio del battesimo la lettura liturgica ha omesso i versetti 17-19 che parlano di ciò che il Battista stava dicendo del Messia (“tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”) e dà la notizia della sua reclusione da parte del tetrarca Erode, “rimproverato da lui a causa di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso”. Ciò che interessa qui, nella festa del Battesimo di Gesù, è che il Figlio di Dio, senza peccato alcuno, scende (si umilia) con gli altri peccatori per ricevere anche lui, il medesimo rito di penitenza.
Perché, se non ha peccato? Perché, come dirà il Battista, secondo il quarto Vangelo, “è l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (1,29-30). Colui che toglie il peccato del mondo, essendo egli stesso figlio di Dio, non con una potenza divina generica, ma con quella di Dio Padre che, come insegnerà Gesù, tanto amò il mondo “da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Con la potenza, quindi, di un amore tanto grande che lo rende capace di dare la vita per tutti gli uomini dei quali ha voluto essere fratello.
Per questo scende nelle acque del Giordano con gli altri, perché è quell’agnello del quale parla il profeta Isaia che sembra caricato di mille crimini suoi, quando questi crimini sono in realtà i peccati nostri e di tutti. Per capirlo bene merita rileggere il passaggio centrale della profezia:
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; “e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; […] sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca” (Is 53,4-9).
È quanto succederà a Gesù nel momento della sua condanna alla crocifissione. Ora, discende soltanto al Giordano per ricevere il battesimo di penitenza come fratello di tutti gli uomini, rappresentati da quelli che giungono a Giovanni Battista dalla Galilea, dalla Giudea e persino da Gerusalemme. Nessuno conosce ancora Gesù e, infatti, tutti vanno domandandosi se il Messia annunciato non sia precisamente il Battista. Da parte sua, Giovanni ha voluto mettere in chiaro l’immensa differenza tra lui e il Messia che stava per giungere. “Io” disse, “vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
L’acqua, come abbiamo detto in altre occasioni, serve per lavare la sporcizia che uno può avere addosso (in questo caso, i peccati), mentre il fuoco trasforma completamente dando nuova natura alle cose che infiamma (in questo caso lo Spirito con il quale Gesù ci battezza, ci fa passare dalla condizione di servi a quella di figli di Dio). operazione che Giovanni della Croce descrive molto bene precisamente con l’immagine del fuoco che va trasformando il legno che, da principio, molto tenace, resiste, ma che poi si illumina del tutto assumendo la natura del fuoco stesso. Il mistico spagnolo lo dice così:
“La prima cosa che fa il fuoco materiale, quando viene appiccato al legno, è quella di incominciare a seccarlo cacciandone fuori l’umidità e facendone gemere l’umore in esso contenuto. Lo fa poi diventare oscuro, nero e brutto, facendogli emanare anche cattivo odore e, mentre a poco a poco lo dissecca, ne mette alla luce e toglie tutti gli accidenti brutti e oscuri, contrari al fuoco. Infine, investendolo dal di fuori con la fiamma e comunicandogli calore, lo trasforma in sé rendendolo bello come il fuoco stesso” (2Notte 10,1).
Se nel Giordano Gesù si sottomise al rito del battesimo con acqua, fu solo per anticipare la sua morte e risurrezione e, in seguito, battezzarci con il fuoco dello Spirito che ci suggerisce come parlare, essendo figli, del medesimo Padre celeste (Rm 8,26-27). Ed è soltanto per questo che ricordiamo anche il suo battesimo nel Giordano, dove “avvenne che quando tutto il popolo era battezzato, anche Gesù fu battezzato”.
Lo guardiamo mentre, come nostro fratello, si sottomette a un semplice rito di penitenza, ma, allo stesso tempo, ascoltiamo, con Giovanni e tutti i credenti che leggono il Vangelo, chi è veramente quell’ancora sconosciuto Gesù di Nazaret. Infatti, mentre pregava, venne una voce dal cielo che gli disse: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Parole che, guardando al Figlio, il Padre rivolge a tutti coloro che si riconoscono in Lui. Perché anche in ognuno di noi si compiace e desidera compiacersi ogni volta che ci conformiamo all’immagine di suo Figlio, “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29).

mercoledì 5 gennaio 2022

Meditazione sul Vangelo dell'Epifania

 





Epifania - Si prostrarono e lo adorarono

 

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: 6E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». 7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». 9Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese. (Mt2,1-12)

 

 Il termine epifania deriva dal verbo greco epifainô (rendersi manifesto), e indica un momento rivelatore, una manifestazione sperimentata da una persona o da un gruppo di persone. Nell’ambito della nostra fede, il termine si riferisce al giorno della venuta dei Magi d’oriente per rendere onore al bambino Gesù, riconosciuto misteriosamente, anche da loro, come l’atteso salvatore divino. Ma è sempre dello stesso mistero che si tratta. Secondo Luca vengono i Pastori, secondo Matteo i Magi, ma è sempre ciò che Paolo ha riassunto in Gal 4,4: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo figlio a nascere da donna e sotto la legge”. 

Di fatto, mentre noi celebriamo questa festa dodici giorni dopo il Natale, le Chiese ortodosse russa e serba (che seguono ancora il calendario giuliano promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C.), il 6 e il 7 di gennaio, pur ricordando la stessa visita dei Magi, celebrano il Natale, rimandando, invece, l’Epifania al 19 gennaio, unita al Battesimo di Gesù.

Comunque sia, mentre a Natale si celebra l’evento della nascita del Figlio di Dio come figlio di Maria, nel giorno dell’Epifania si festeggia la manifestazione e il riconoscimento di questo mistero di salvezza dall’umanità intera, rappresentata dai tre Saggi d’Oriente dei quali ci parla il Vangelo di oggi presentandoli con queste parole: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme”.

La nascita di Gesù nella località di Betlemme è teologicamente molto importante perché si tratta del medesimo paese in cui nacque Davide, del quale Gesù, in quanto Messia, è il discendente più illustre. I Magi sono stati detti Re in base alla profezia di Is 60, 3 (“Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”) e, solo nel Medio Evo, sono stati chiamati Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. I loro doni offerti al “Re dei Giudei”, rendono omaggio alla sua regalità (l’oro), alla sua divinità (l’incenso) e alla sua futura passione (la mirra, una sostanza resinosa aromatica con proprietà medicinali e utilizzata anche per l’imbalsamazione dei defunti). Una anticipazione della fede nell’incarnazione e passione del Figlio di Dio che lo Spirito Santo rivelerà ai credenti in tutta la sua chiarezza e provvidenza.

Siano chi siano, (maghi o re), questi saggi che giungono dall’Oriente rappresentano gli esseri umani disposti a mettersi in cammino per scoprire il senso profondo dell’esistenza, al di là delle cose e delle preoccupazioni quotidiane. Questo senso si va rivelando loro mano a mano che proseguono il cammino e continuano a cercare. Se non è in Gerusalemme, sarà in Betlemme, ma la verità li sta aspettando. Un insegnamento anche per noi, dato che l’importante è continuare a cercare quel Signore che desiderò farsi nostro fratello, e, come tale, dà senso alla nostra esistenza.

Dopo aver onorato il bambino Gesù offrendo i loro doni, “avvertiti in sogno di non tornare da Erode”, ci informa l’evangelista, “per un'altra strada fecero ritorno al loro paese”. Espressione quest’ultima (per un'altra via) che si riferisce alla prudenza del caso. Tornare a Gerusalemme dove Erode li aspettava, sarebbe stato pericoloso, e fu per questo che presero un’altra direzione, ma questa altra via, significa anche il cammino nuovo, illuminato, non già solo dalle stelle, ma dalla stessa Luce venuta sulla nostra terra.

Piccole storie per l'anima - 32

 PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

 La notte nel bosco è un momento di gran traffico. Gli animali escono tutti a fare provviste. Si incrociano, si salutano, fanno quattro chiacchiere. Il tasso e la donnola si incontrarono una sera mentre cercavano qualcosa da mettere sotto i denti e farsi una bevuta allo stagno in tranquillità.
           Siccome non si vedevano da molto tempo, camminavano fianco a fianco, chiacchierando del più e del meno. Ma mentre il tasso teneva il muso rasoterra e guardava il sentiero, la donnola continuava a guardare il cielo notturno, così non si accorse di una grossa pozzanghera di acqua fangosa e ci affondò dentro. Ne uscì tutta inzaccherata e il tasso non riuscì a trattenere una gran risata.
          Si mise a canzonare la povera bestiola: «Ecco cosa succede quando si guarda troppo al cielo!». E sempre ridacchiando il tasso proseguì da solo. La donnola si rotolò nell'erba e si ripulì meglio che poteva, poi diede di nuovo un'occhiata al cielo e anche lei riprese il cammino verso casa.
         Ben presto, però, incontrò di nuovo il tasso, che aveva perso la strada e se ne stava mestamente rannicchiato guardando di qua e di là, confuso e disorientato. «Non ti preoccupare, amico mio» lo incoraggiò la donnola. «Ti guido io fino a casa». 
         In poco tempo, sbucarono davanti alla tana del tasso. «Come hai fatto a trovare la strada così facilmente?» chiese stupito il tasso. «Guardavo le stelle» rispose la donnola. «E per questo sei caduta nello stagno!» brontolò il tasso.
«Già. Ma non ho perso la strada di casa. E non importa se qualche sciocco si mette ridere» rispose la donnola...


Viviamo in un mondo che ha perso
la strada di casa.
L'uomo contemporaneo
ha perso la strada di casa.
In questi giorni ricordiamo la nascita
 di Gesù Bambino, il Salvatore!
Quanto abbiamo bisogno, oggi,
di essere salvati!
Ma l'uomo "moderno",
nella sua presunzione, 
oltre ad aver perso la strada di casa,
sembra non voglia essere salvato...

[In quel tempo], Gesù disse: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita».
(Gv 14 , 1-6)

«Non abbiamo che questi brevi attimi di vita per amare Gesù.
Il diavolo lo sa molto bene e per questo cerca tutte le vie per farceli perdere in un vano logorio».

(S. Teresa di Gesù Bambino)



Da" VOGLIO VEDERE DIO" di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD

LE PRIME MANSIONI seconda parte

         Il peccato mina la relazione dell'uomo con Dio. La Santa chiarisce gli effetti di tale allontanamento da Dio in seguito alla rottura del legame della carità.
        “Se sopra un cristallo esposto al sole si mette un panno molto scuro, è evidente che, anche se il sole batte su di esso, la sua luce non avrà nessun effetto sul cristallo.”(I Mansioni, c. II, 3)
         In un'anima in peccato mortale, scrive ancora nel libro della sua Vita, questo specchio si copre di fitta nebbia e diventa assai scuro.(Vita, c. XL,5)
Sottratta all'azione di Dio, l'anima non è più che tenebra, sterilità, bruttezza, malvagità. Il peccato vinto da Cristo può essere vinto anche da noi; l'anima ritrova la carità con un'umile confessione o con un atto d'amore, subito sarà sotto l'influsso del sole divino che dà vita, luce, bellezza.
       “O anime redente dal sangue di Gesù Cristo, rendetevi conto di questo stato e abbiate pietà di voi stesse!...State attente che, se vi sorprende la morte, non tornerete mai più a godere di questa luce...”(I Mansioni,c. II, 4).
 
        Teresa ebbe una visione dell'inferno che, ci dice, fu “una delle maggiori grazie che il Signore m'abbia fatto”( Vita, c. XXXII, 4) e di cui parla nel libro della Vita:”Un giorno mentre ero in orazione, mi sembrò di trovarmi ad un tratto tutta sprofondata nell'inferno....sentivo nell'anima un fuoco di tale violenza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da intollerabili dolori,....tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua. Eppure anche questo non era nulla in confronto al tormento dell'anima: un'oppressione, un'angoscia, una tristezza cosi profonda, un così accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo...Non c'era luce, ma tenebre fittissime.”
     In Santa Teresa questa visione dell'inferno produce una pietà immensa:”..Mi procurò anche una grandissima pena il pensiero delle molte anime che si dannano....per liberarne una sola sarei disposta ad affrontare mille morti...”(Vita, c. XXXII, 6)
A chi si trova nelle prime Mansioni occorre comprendere l'insegnamento della Santa e la necessità di entrare in una vita interiore più profonda..... eccoci così nelle seconde Mansioni.

lunedì 3 gennaio 2022

PIccole storie per l'anima - 31

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

C'era una volta un piccolo fiore in piedi in mezzo alla savana. Ogni giorno il fiorellino aspettava una goccia di pioggia.
Si era sempre detto quanto fosse importante e bella la pioggia. Ma quando c'era davvero profumo di pioggia, gli avvoltoi riuscivano a vanificare tutto con le loro grandi ali. Così il fiorellino rimase imprigionato nel terreno sassoso, sempre più arido e crudele.
La morsa della paura stringeva il suo cuore e la corolla languiva sempre più pallida. Solo un colibrì vide la sua disperazione e cercò aiuto dagli altri animali.
Il grande bufalo rispose: «Non mi interessa. Questa è la legge della vita: i forti resistono e i deboli devono sparire».
Anche il leone rimase totalmente indifferente. Sbadigliò e si girò dall'altra parte. Il suo hobby era la noia.
Le gazzelle gridarono: «Abbiamo un appuntamento. Ci dispiace, ma non abbiamo tempo per le quisquiglie. La vita è di chi corre veloce».
Il colibrì era avvilito, che cosa poteva fare il più piccolo degli uccelli? Si fermò vicino al grande formicaio e raccontò alle formiche la grande tristezza del fiore.
Senza dire niente, i piccoli animali formarono una lunga catena, cercarono fili d'erba e piccole foglie, bagnarono tutto con la rugiada, e una dopo l'altra portarono le goccioline d'acqua alle radici del piccolo fiore.
Il giorno dopo, il fiore riprese forza e colore e splendette nel suo angolo di savana.
E tutto era stato possibile solo perché il colibrì aveva avvisato le piccole formiche.


Saranno i piccoli e gli umili che salveranno questo mondo...


«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». (Mt 11, 25-30)


«Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri ed i piccoli fiori da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così nostro Signore si occupa di ciascun’anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esi­stere. E come nella natura le stagioni tutte sono regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto risponde al bene di ciascun’anima».
(S. Teresa di Gesù Bambino)


Da" VOGLIO VEDERE DIO" di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD

LE PRIME MANSIONI prima parte

“Parliamo.... di quelle anime che alla fine entrano nel Castello”.( I Mansioni, c.1,8)
Eccoci nelle prime Mansioni, accanto a queste anime, esse sono molto deboli. Queste prime Mansioni sono spaziose anticamere che illuminano tutta la periferia del Castello: “Non dovete pensare che qui vi siano pochi appartamenti, ma tantissimi...”(I Mansioni, c. II, 12) Nel castello si può entrare solo in stato di grazia poiché solo la grazia permette di stabilire questo rapporto con Dio, che è proprio orazione e vita spirituale.
Tali persone vi arrivano piene di buone intenzioni:( I Mansioni, c. II, 12)” Anche se molto invischiate nel mondo, hanno buoni desideri”( I Mansioni, c. I, 8). “ Queste persone sono ancora attratte dal mondo, ingolfate nei suoi piaceri e perdute dietro gli onori e le sue esigenze (I Mansioni, c. II, 12). “Il pensiero è quasi sempre immerso nei mille affari da cui sono prese, essendovi molto attaccate, perchè là dov'è il proprio tesoro è anche il proprio cuore”.( I Mansioni, c. I, 8)
La loro vita spirituale non è intensa. E' ridotta a quel minimum che permette loro di non morire, ma come una scintilla che brilla appena, non basta ad illuminare l'anima e a farle prendere coscienza della vita.” E' come se uno entrasse in una stanza inondata di sole, avendo gli occhi così pieni di terra da non poterli quasi aprire”( I Mansioni, c. II, 14). In questa semi-oscurità i demoni trovano nell'anima un terreno favorevole alla loro azione tenebrosa.
Il timore di veder cadere le anime nel peccato mortale sembra frequente in santa Teresa mentre descrive le prime Mansioni: "Conosco una persona alla quale Nostro Signore volle mostrare che cosa sarà di un'anima che ha commesso un peccato mortale. Tale persona dice che, secondo lei, sarebbe impossibile che qualcuno, comprendendolo, potesse peccare” (Vita, c. XL, 5). Dio, in realtà, resta presente nell'anima, sottolinea la Santa. Questa non potrebbe esistere senza la presenza attiva di Dio che continua a sostenerla.

domenica 2 gennaio 2022

La mia vocazione è l'amore. Un anno con S. Teresina

Oggi ricordiamo la nascita nel 1873 ad Alençon di una delle sante più amate del Carmelo teresiano: Santa Teresa di Gesù Bambino, al secolo Maria Francesca Teresa Martin Guérin. Abbiamo scelto questo anniversario per presentare le prime due schede su S. Teresa di Gesù Bambino preparate da Padre Faustino ocd (che ha già preparato per noi le schede sulla nostra legislazione). 
Saranno la figura e l'eredità spirituale di Teresina l'oggetto della Formazione Permanente nelle Comunità dell'ocds italiano per i prossimi mesi. 

Il Coordinamento interprovinciale ha, infatti, preso la decisione di approfondire questa Santa considerando che già dal 2022 ricorderemo importanti anniversari che la riguardano. 
Troverete le schede pubblicate in un post, ogni mese, e poi raccolte in un'unica pagina dal titolo "Un anno con S. Teresina".


Sappiamo che la cosa più richiesta da Dio (già nell’AT, se non addirittura prima della Creazione del mondo) è la somiglianza con Lui, quindi la santità: “Siate santi, perché io sono santo” (Lv 19,2). E Teresa vuole essere santa; ma è tanto piccola, e sa che non può gareggiare con i grandi santi; quindi deve trovare un’altra strada per realizzare il suo sogno: «voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova. Siamo in un secolo d'invenzioni, non vale più la pena di salire gli scalini, nelle case dei ricchi un ascensore li sostituisce vantaggiosamente. Vorrei anch'io trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione» (Ms C, 271).
 Evidentemente lo scrigno dove lei cercherà la soluzione è la Parola di Dio (= la Bibbia); la Parola alla quale non ha mai detto di no (dall’età di tre anni, Teresa non ha mai detto di no al Signore. Cf. Suor Genoveffa del Santo Volto: Deposizione al Processo Informativo, Summarium, p. 431, par. 272); la Parola che ha illuminato sufficientemente tutti i tunnel della sua vita; la Parola di cui si è abbondantemente nutrita, nonostante le restrizioni del tempo e dell’ambiente. E siccome Teresa crede che quello che ha giovato a lei, può giovare anche a molti altri piccoli e non rassegnati cercatori della santità, dona a noi la sua scoperta da accogliere – da meditare – da praticare per la gioia dell’OCDS e un possibile contagio con altri: “Sento che sto per entrare nel riposo... Ma sento soprattutto che la mia missione sta per cominciare, la mia missione di far amare il buon Dio come io lo amo, di dare la mia piccola via alle anime. Se il buon Dio esaudisce i miei desideri, il mio Cielo trascorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra. Non è impossibile, perché nel seno stesso della visione beatifica gli Angeli vegliano su di noi. Non posso essere felice di godere, non posso riposarmi finché ci saranno anime da salvare... Ma quando l'Angelo avrà detto: «Il tempo è finito!",(Ap 10,6) allora mi riposerò, potrò godere, perché il numero degli eletti sarà completo e tutti saranno entrati nella gioia e nel riposo. A questo pensiero il mio cuore esulta” (NV 17 luglio). 

O Gesù! perché non posso dire a tutte le piccole anime quanto la tua condiscendenza è ineffabile... sento che se, cosa impossibile, tu trovassi un'anima più debole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla di favori ancora più grandi, se si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita. Ma perché desiderare di comunicare i tuoi segreti d'amore, o Gesù, non sei tu solo che me li hai insegnati e non puoi forse rivelarli ad altri?... Sì lo so, e ti scongiuro di farlo, ti supplico di chinare il tuo sguardo divino su un gran numero di piccole anime... Ti supplico di scegliere una legione di piccole vittime degne del tuo AMORE!” (Ms B, 265).

La proposta è molto semplice

* Lettura personale mensile seria di 30/40 numeri di Storia di un’anima; in modo da arrivare a leggerla realmente tutta senza fretta e senza abbandoni. 

* Brevi sintesi degli altri scritti. 

* Possibilità e facilità di trovare abbondante materiale anche in Internet (Consultando Conventi e Monasteri OCD)

La prima scheda: 

INTRODUZIONE (clicca per scaricare il testo) 


sabato 1 gennaio 2022

Meditazione sul Vangelo della seconda Domenica dopo Natale






E il Verbo venne ad abitare in mezzo a noi

 

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.  2Egli era, in principio, presso Dio: 3tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. 6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». 16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.  (Gv 1, 1-18)

 

 

In principio!

Le stesse parole dell’inizio della Bibbia (Gen 1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra”), anche se con una tonalità diversa. Qui si parla, infatti, della nuova creazione per mezzo dell’Incarnazione del Figlio di Dio, ma il principio non è quello del tempo (la creazione), ma dell’eternità.

 Per tre volte, riferita al Verbo, ritorna la terza persona del greco eimi all’imperfetto (era), ma con tre significati distinti. Il primo, infatti, indica la sua esistenza eterna (In principio era il Verbo), il secondo, la sua relazione col Padre (era presso Dio) e, il terzo, l’affermazione della sua divinità (era Dio).

 Il Verbo (Logos) è la Parola di Dio in azione, ossia, la parola con la quale crea (Gen 1, 3), si rivela (Amos 3, 7-8) e redime (Salmo 107, 19-20). Il testo continua dicendo che “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”, ma l’evangelista non parla né in chiave cosmologica né teologica. La sua intenzione è quella di introdurre l’evento dell’incarnazione che dichiara apertamente nel versetto 14, dove si leggono queste parole: “E il Verbo [la Parola per mezzo della quale è stato fatto tutto ciò che esiste] si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

 Un’affermazione già implicita nelle parole del versetto 4 (“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”) e in quelle del versetto 5 (“le tenebre non l'hanno vinta”), espressione che è, forse, migliore della traduzione tradizionale, sebbene altrettanto vera (“non l’hanno accolta”). Nel senso che, sebbene la luce di Gesù non fu accolta dalla “tenebra” di questo mondo, continua, di fatto, a brillare per sempre.

 Dopo la parentesi dedicata alla venuta e al ruolo del precursore (Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni…) nei versetti 6-8, e la ripetizione con altre parole della luce del Verbo non accolta (vv. 9-10), tutto diviene molto concreto. “Venne fra i suoi”, scrive l’evangelista, parlando del popolo di Israele dove Gesù è nato, “e i suoi non lo hanno accolto” (v. 11).

 Sì, perché è questo ciò che avvenne. Nella sua terra e dal suo popolo, il Figlio di Dio non fu accolto e infine fu condannato come un malfattore. La sua fine, tuttavia, è stata giudicata un fallimento solo agli occhi del mondo, ma non agli occhi dei credenti. Per gli storici del tempo, Gesù fu “un ebreo marginale” (John P. Meier), ma i credenti sanno che, a loro, “ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati(vv. 12-13).

 I credenti giungono a dimostrare con la vita che sono, davvero figli di Dio. Questo, infatti, sembra essere il significato della misteriosa espressione giovannea (ha dato potere di diventare figli di Dio). La distinzione tra quelli sì e quelli no, riguarda solo l’aspetto soggettivo o la consapevolezza operativa. Tutti sono figli di Dio, salvati, dato che Gesù ha dato la vita per tutti, ma pochissimi lo sanno (perfino tra quelli che ne sono informati catechisticamente e teologicamente). Anche questi, purtroppo, non hanno il “potere” (l’exousía), la capacità di agire da figli come i veri discepoli, canonizzati o no, poiché se uno dice di amare Dio, ma non ama il fratello è un mentitore (cf. Gv 4,19-5,4).