lunedì 14 giugno 2021

Piccole storie per l'anima - 10

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO

Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda


COME SI APRE UNA PORTA?

           Ho visto una volta lo spettacolo di un mimo, in cui un uomo si sforzava di aprire una delle tre porte della stanza in cui si trovava. Spingeva e tirava le maniglie delle porte, ma nessuna delle porte si apriva. Allora colpiva col piede i pannelli di legno delle porte, ma non si rompevano. Alla fine, gettò tutto il suo peso contro le porte, ma nessuna di queste cedette. 
         Era uno spettacolo ridicolo, e tuttavia molto divertente, perché l'uomo era così concentrato sulle tre porte chiuse che non aveva neppure notato che dietro di lui nella stanza non vi era una parete e che avrebbe potuto semplicemente uscirne, se soltanto si fosse voltato e avesse guardato!
        Quando parliamo di conversione è di questo che si tratta. Significa voltarci per scoprire che non siamo prigionieri come crediamo di essere. Visti dalla prospettiva di Dio, spesso appariamo come l'uomo che tenta di aprire le porte chiuse della sua stanza. Ci ribelliamo, ci feriamo, ci angosciamo per tante cose inutili. Dio è là, a braccia aperte, e dice: «Voltati! Voltati, una buona volta!». È l'invito di Gesù: «Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino!».

Ci doveva essere una porta. Non la trovava.
Guardò dentro di sé. La porta era lì.


Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
 (Matteo 9 12-13)

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domenica 13 giugno 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

26Diceva: "Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura". 30Diceva: "A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra". 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.


"Con molte parabole dello stesso genere – conclude l’evangelista - Gesù, “annunciava loro [alla gente] la Parola, come potevano intendere. Senza parabole” – sottolinea – “non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”. Una affermazione talmente determinata che obbliga ad approfondire due cose importanti: prima di tutto, che cosa sono le parabole e, poi, come si deve intendere questa distinzione tra la gente da una parte e i discepoli dall’altra.

Il termine parabola viene dal verbo para-ballein che significa, più o meno, porre in parallelo una cosa con un’altra, avvicinarla, confrontarla con essa. Per quanto riguarda in particolare l’uso che Gesù fa di questo strumento letterario, significa che utilizza esempi della vita reale per spiegare verità sconosciute, come il Regno di Dio in questo caso. “A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?”, domanda Egli stesso, sottolineando, così, anche la difficoltà di trovare esempi adeguati, dato che, come tutti gli esempi, zoppicheranno. Nonostante tutto, per parlare qui del Regno di Dio, Gesù sceglie l’esempio della semente: prima quello di un seme qualunque e dopo quello di un grano di senape.

La prima semina è quella che un uomo fa nella terra, che germina e cresce da sola, senza che il contadino, addormentato o sveglio, sappia come. Quest’immagine serve a Gesù per sottolineare la forza misteriosa del germogliare e crescere del Regno di Dio. La seconda, è quella del grano di senape che, nonostante sia il più piccolo tra tutti i semi, cresce e diventa più alto degli altri ortaggi, sino ad ospitare tra i suoi rami i nidi dei passeri. Serve a Gesù per illustrare la nuova realtà del Regno di Dio da Lui instaurato sulla terra. Al principio è impercettibile, ma giungerà ad ospitare, come l’albero di senape, diversi passeri, ossia gente di tutto il mondo.

Come abbiamo già detto, le parabole sono un modo di parlare di misteri sconosciuti per mezzo di realtà conosciute, ma non bisogna intendere in modo troppo semplice questo modo di parlare. Ci piacerebbe dire, con molti commentatori, che Gesù usa questo linguaggio affinché tutti possano comprendere facilmente il suo insegnamento, ma sorprendentemente, il motivo, per esplicita dichiarazione di Gesù, è proprio il contrario.

Infatti, dopo aver raccontato la parabola del Seminatore, pochi versetti prima del Vangelo che leggiamo oggi, restato solo con i Dodici che gliene chiedevano la spiegazione, disse loro: “A voi è stato dato il mistero del Regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato” (Mc 4,11-12).

Le parole in corsivo sono di Is 6,9-10, e non si possono intendere così come suonano, vale a dire, come se Gesù, venuto nel mondo per la salvezza di tutti (Gv 3,17), desiderasse che la maggioranza (quelli di fuori) non lo comprendesse e si condannasse. Chiaro che non può essere questa la sua intenzione! Queste parole apparentemente dure ed elitarie rivelano, tuttavia, una verità importante. I Dodici non sono migliori degli altri e non si tratta qui di una distinzione etica tra loro e quelli di fuori, ma esperienziale. Questa distinzione (a voi… per quelli che sono fuori) vuole sottolineare che, per capire veramente quelle parabole che, dal punto di vista degli esempi (il seminatore e il seme), paiono facili, bisogna aver vissuto con Gesù molto da vicino. Nemmeno la spiegazione di Gesù è sufficiente, da sola.

Qualsiasi persona che stia ascoltando Gesù, una volta divenuta suo discepolo, comprenderà come i Dodici, ma tutti devono essere guidati da un’altra sapienza, quella dello Spirito che porta verso Gesù in tutte le sue dimensioni. Le immagini narrative sono un modo umano di illustrare il Regno, ma la dinamica di questa nuova realtà supera di molto la semplice logica. Solo la comunione personale con Gesù, l’essere stati e il rimanere con Lui, permette di comprenderla e realizzarla.

L’insegnamento di Gesù attraverso parole e parabole, si comprende soltanto guardando il suo modo di renderlo vita. Infatti, il Regno di cui parla è lo stesso Gesù, la sua persona, la sua vita, il suo progetto di salvezza. Solo dopo la sua risurrezione e l’invio dello Spirito, con Lui (pietra angolare), il Regno si amplierà con i credenti (pietre vive) che provengono da ogni parte.

“Le parabole ci invitano a vivere i valori essenziali del Vangelo di Gesù, seme piantato nella terra con la Incarnazione, albero di vita che accoglie tutte le genti con l’evangelizzazione e la testimonianza. Con la gioia di offrire a Dio il nostro essere e il nostro agire affinché, in loro e per loro, instauri in noi e tra di noi il suo modo di essere, il suo progetto di salvezza, la vita trinitaria, Regno di Dio sulla terra” (Jesús Castellano, ocd).

La forma passiva del “A voi è stato dato il mistero del Regno di Dio”, è il modo biblico di alludere all’iniziativa gratuita di Dio, evitando di nominarla, e vuol dire precisamente questo: che ai discepoli – anticipando l’aiuto dello Spirito Santo che riceveranno dopo la risurrezione – il Padre ha concesso di riconoscere Gesù come suo inviato e di poterlo seguire.
p. Bruno Moriconi ocd

lunedì 7 giugno 2021

Piccole storie per l'anima- 9

 PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO

Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

RICORDATI DI AFFILARE L'ASCIA!

Due boscaioli lavoravano nella stessa foresta ad abbattere alberi.
I tronchi erano imponenti, solidi e tenaci. I due boscaioli usavano le loro asce con identica bravura, ma con una diversa tecnica: il primo colpiva il suo albero con incredibile costanza, un colpo dietro l’altro, senza fermarsi se non per riprendere fiato rari secondi.
Il secondo boscaiolo faceva una discreta sosta ogni ora di lavoro. Al tramonto, il primo boscaiolo era a metà del suo albero. Aveva sudato sangue e lacrime e non avrebbe resistito cinque minuti di più.
Il secondo era incredibilmente al termine del suo tronco. Avevano cominciato insieme e i due alberi erano uguali! Il primo boscaiolo non credeva ai suoi occhi.
"Non ci capisco niente! Come hai fatto ad andare così veloce se ti fermavi tutte le ore?".
L’altro sorrise: "Hai visto che mi fermavo ogni ora. Ma quello che non hai visto è che approfittavo della sosta per affilare la mia ascia".

Il tuo spirito è come l’ascia.
Non lasciarlo arrugginire.
Ogni giorno affilalo un po’
Nella tua giornata, densa di impegni, ritagliati dei momenti
di silenzio e di solitudine e rimani alla presenza di Dio.

domenica 6 giugno 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

"Prendete, questo è il mio corpo"

12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: "Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?". 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?". 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi". 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: "Prendete, questo è il mio corpo". 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: "Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio". 26Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. (Mc 14,12-16. 22-26).
COMMENTO AL VANGELO

Per comprendere bene il Vangelo che si legge nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo, bisogna considerare che le due parti che lo compongono non sono semplicemente successive, ma parallele, complementari e interdipendenti. Nella prima parte (vv. 12-16) si parla della preparazione del banchetto pasquale e nella seconda (vv. 22-26) dei gesti di Gesù (l’istituzione dell’Eucaristia), che fanno che, in questa cena, si inauguri il mistero assoluto, cioè, la nuova ed eterna alleanza tra il Padre e suo Figlio, che rappresenta tutta l’umanità.

Tutto accade nel “primo giorno degli azzimi”, ci dice l’evangelista, anche se il 14 del mese di Nisan corrispondente, sarebbe il giorno seguente (venerdì), sera della Pasqua ebraica (sabato). Con gli altri due evangelisti sinottici (Mt e Lc), Marco lo anticipa al giovedì, perché desidera che sappiamo che Gesù, nella sua ultima cena, anticipa la Pasqua cristiana che, tra i suoi, prenderà il posto di quella ebraica. Un modo per far coincidere l’Eucaristia (Memoriale della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù), con la Pasqua giudaica (Memoriale della Liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto) che, in seguito, i cristiani celebreranno di domenica.

La vigilia della Pasqua ebraica venne chiamata giorno degli azzimi, perché prima di mezzogiorno del 14 del mese di Nisan (marzo/aprile), vigilia della Pasqua, in tutte le abitazioni dovevano essere eliminati tutti i resti di pane fermentato per iniziare a consumare quello di farina impastata senza lievito (in greco azimos, in ebraico matzah), come era avvenuto nel momento della fuga dall’Egitto, quando non ci fu il tempo per farlo fermentare. “Per sette giorni”, si legge nel libro dell’Esodo, “voi mangerete azzimi. Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case” (Es 12,15). Di qui anche l’usanza, nella Chiesa cattolica, di celebrare l’Eucaristia con pane azzimo, poiché Gesù, quella notte, secondo le norme allora vigenti, dovette aver consacrato questo tipo di alimento.

Come è facile dedurre dalla domanda dei discepoli (Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?), era desiderio di Gesù celebrare quella festa con loro. Un desiderio che è esplicito nel Vangelo di Luca, dove si legge che, nel sedersi a mensa con gli apostoli, Gesù disse loro: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc 22,15). Non solo lo aveva desiderato, ma aveva organizzato in anticipo la cosa con il padrone di una sala degna di questo importante banchetto. Infatti, nell’inviare i due discepoli, disse loro che dovevano andare a parlare con un certo tale, non per trattare la questione, ma perché comunicasse loro dove era il luogo che egli già sapeva, per essersi già accordato con Gesù.

“Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”, dovevano chiedergli in nome del loro Maestro. I due dovevano solo individuare e seguire un uomo “con una brocca d'acqua”. Essendo il “portare brocche” un lavoro femminile, sembra essere questo il segno di riconoscimento concordato con quel tale da Gesù, e fornito ai due discepoli per una pronta identificazione.

Lasciamo comunque da parte quel dettaglio della brocca che, forse, potrebbe anche avere un significato simbolico, e fermiamoci sull’essenziale. Ciò che importa è notare, per esempio, che la sala che quella persona doveva indicare ai discepoli al piano superiore dell’edificio era “grande, arredata e già pronta”. Si tratta, infatti, di un altro indizio dell’interesse di Gesù per quella cena con i suoi. È, realmente, la prima e unica volta che Gesù, Rabbi errante con i discepoli attraverso i villaggi e le vie di Gerusalemme, si preoccupa di questi raffinati dettagli.

Perché si tratta dell’ultima cena con i suoi? Certamente, ma non solo per questo. Questa cura nella scelta di una sala “grande, arredata e già pronta”, dipende soprattutto dal fatto che Gesù sapeva ciò che avrebbe fatto quella notte. “Mentre mangiavano”, narra infatti l’evangelista iniziando la seconda parte del racconto, “prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Prendete, questo è il mio corpo. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti”.

Nei versetti omessi nella proclamazione del Vangelo di questa solennità (Mc 14,17-21) si trova l’annuncio, da parte di Gesù, che uno di loro, Giuda, lo andava a consegnare a quelli che lo perseguitavano. I liturgisti hanno pensato che la cosa non riguardasse il mistero dell’Eucaristia, e li hanno omessi, ma non è così. Solo in secondo luogo, infatti, le parole di Gesù si riferiscono all’Eucaristia. In primo luogo, ciò che Gesù dice sopra il pane e il vino, indicati come suo corpo e suo sangue, sono la profezia di ciò che sta per subire nella passione. La stessa cosa profetizzata con la lavanda dei piedi ai discepoli nel Vangelo di Giovanni, segno anch’essa dell’offerta della sua vita per loro e per tutti.


La consegna di Gesù per mezzo di uno dei discepoli (in concreto, Giuda), nelle mani degli uomini che lo uccideranno, entra dunque in questo profondo significato dell’ultima cena. Quello che Gesù dice sul pane e sul vino, lo dice, effettivamente, dopo aver manifestato la consapevolezza di stare per essere consegnato, e dice queste parole per manifestare che la accetta e fa sua quella condanna. Lo aveva già detto, del resto, da molto tempo: “Nessuno me la toglie [la vita], io la do da me stesso” (Gv 10,18).
Con due semplici gesti, anche se sorprendenti per i discepoli che non li aspettavano, Gesù riassume tutta la sua esistenza come figlio dell’umanità (“figlio dell’uomo”). Il suo corpo, è la sua persona consumata nel donarsi a tutti coloro che avrebbero avuto bisogno del suo aiuto (i malati e i peccatori) e, ora, a tutti senza distinzione. Indubbiamente, quando parlò del suo sangue, i discepoli dovettero provare una certa impressione. Erano dei poveri galilei, non molto religiosi, ma sapevano che, bere il sangue, era un sacrilegio, come si legge in Gen 9,4-6 e Lv 17,10-14.

Lo comprenderanno più tardi, e con soddisfazione, quando lo Spirito li ricondurrà, con la memoria e il cuore, fino alla croce che li aveva spaventati, ma che riconosceranno, a quella luce, come il fatto supremo della salvezza. Capiranno che non c'è da bere nessun sangue, ma che, in ricordo di quello sparso da Gesù in favore di tutti, è possibile farne memoria e, sacramentalmente, nutrirsi di Lui con il pane e il vino dell’Eucaristia, sino alla fine del mondo. Nutrirsi di Lui, rendendo continuamente grazie (questo è il significato di eucaristia) a Dio, come lo fece in nome nostro Gesù, una volta per sempre.
Bruno Moriconi, ocd



lunedì 31 maggio 2021

Piccole storie per l'anima - 8

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda


TAGLIARE I RAMI...PER VOLARE!




Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al maestro di falconeria perché li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
«E l'altro?» chiese il re. «Mi dispiace, sire, ma l'altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell'albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli il cibo».
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo. Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull'albero, giorno e notte.
Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema. Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino.
«Portatemi l'autore di questo miracolo» ordinò Poco dopo gli presentarono un giovane contadino. «Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?» gli chiese il re. Intimidito e felice, il giovane spiegò: «Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare!»
Talvolta, Dio permette a qualcuno di tagliare il ramo delle nostre false sicurezze a cui siamo tenacemente attaccati, affinché ci rendiamo conto di avere le "ali" per volare alto e fare della nostra vita un capolavoro…

sabato 29 maggio 2021

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

 

16
Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

In questi pochi versetti del Vangelo di Matteo sono molte le cose da osservare attentamente, a cominciare dal luogo dell’ultimo incontro di Gesù con i suoi. “Gli undici discepoli”, si legge nel Vangelo di oggi, “andarono in Galilea, al monte che Gesù aveva loro indicato”. Non sappiamo di che monte si tratti, ma possiamo supporre che sia lo stesso monte della trasfigurazione, identificato dalla tradizione con il Monte Tabor. Importante però non è il luogo orografico, ma perché l’ultimo incontro di Gesù con i suoi, secondo Matteo, avviene in Galilea, mentre Luca lo pone in Gerusalemme e, come Marco, nel medesimo giorno della Resurrezione.


“Ed ecco”, dice Gesù alla fine del terzo Vangelo, “io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto". E non solo Luca riferisce quest’ordine di rimanere in città, ma che, dopo essere stati condotti verso Betania e aver visto Gesù salire al cielo, “essi tornarono a Gerusalemme” (Lc 24,49.52).

Una contraddizione?

Sì, se noi ci accostiamo ai diversi racconti come se fossero semplici cronache storiche. Da questo punto di vista, non solo in questo caso ma in molti altri, si tratterebbe di sospette contraddizioni. Ma, come sappiamo, i Vangeli non sono semplici libri di storia, ma opere storico-kerigmatiche. Raccontano gli avvenimenti dando loro il significato teologico che ritengono necessario per il pubblico cristiano (giudeo o pagano, per esempio) al quale ogni evangelista si riferisce. Tenendo conto di questo, poco importa che gli apostoli siano andati in Galilea in un secondo momento, e non subito, come farebbe supporre Matteo.

A Luca, per esempio, interessa sottolineare la necessità dell’attesa dello Spirito, perché possano proclamare la buona notizia a tutti, come mettono in risalto i Vangeli di Marco e di Matteo, già esistenti prima del suo che è il terzo. A Matteo, invece, interessa sottolineare il luogo di partenza dell’evangelizzazione, cioè, la Galilea, da dove era iniziato lo stesso cammino del Maestro che, ora, dice loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

È chiaro che non potrebbero andare senza aver ricevuto lo Spirito Santo e che, in Galilea, se non è lì dove sono tornati subito, devono comunque tornare. Infatti, il significato di “tornare in Galilea”, è questo: prima che gli apostoli possano parlare di Gesù agli altri, devono tornare lì e percorrere di nuovo tutto il cammino percorso da Gesù, che avevano seguito fino a Gerusalemme, sebbene aspettandosi un’altra conclusione e non certo la crocifissione. Non è che debbano ripercorrere tutta quella strada a piedi, ma con la mente, ora illuminata dallo Spirito. Quello Spirito che suggerisce loro che Gesù non fu semplicemente il Messia atteso da loro, ma il Figlio che Dio aveva inviato al mondo, per la salvezza di tutti gli uomini. E che era per questo, che aveva accettato di dare la vita.

Se, poi, fosse certo che con “il monte che Gesù aveva loro indicato”, l’evangelista allude al monte della trasfigurazione di Mt 17,1, questo “ritorno” in Galilea risulterebbe ancora più rivelatore. Anche ciò che allora avevano contemplato come qualcosa di molto particolare, ma senza comprendere il vero significato di quella trasfigurazione, ora risulta loro chiaro. Gesù, infatti, è il Messia secondo le promesse della Torah e dei Profeti, rappresentati da Mosè ed Elia apparsi a conversare con Lui, ma è molto di più: è il Figlio di Dio che ha dato la sua vita perché tutti possano vivere con Lui.

Devono ripercorrere, pertanto, questo cammino con l’aiuto dello Spirito che il Figlio – tornato alla destra del Padre – ha mandato, come aveva promesso, anche a loro. Lo Spirito che ha sostenuto anche Gesù dalla Galilea fino alla croce, ora, sostiene anche loro che adesso sono apostoli. Gesù risorto li manda ad annunciarlo e a bagnare (questo il senso del battesimo) tutti coloro che lo desiderano, nel nome del Dio Uni-Trino. “Andate dunque”, dice loro, “e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Essere cristiani significa, infatti, venir immersi (battezzati), come figli e figlie in Gesù, nella stessa vita trinitaria. Forse non lo pensiamo, ma quando facciamo il segno della croce, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, per mezzo delle nostre stesse braccia, ci avvolgono del loro amore. Se imparassimo a segnarci più lentamente e pensando a quello che stiamo facendo, saremmo un po' più coscienti di questa presenza che ci abbraccia e ci protegge. Se ci esercitiamo in questo, forse giungeremo a confessare, con la santa carmelitana Elisabetta della Trinità (1880-1906), che il nostro principale esercizio di fede “consiste nell’entrare in noi stessi e perderci nei Tre”.
p. Bruno Moriconi, ocd

Preghiera di Elisabetta della Trinità

Mio Dio, Trinità che adoro!
Aiutatemi a dimenticarmi interamente per stabilirmi in voi, immobile e quieta
come se la mia anima fosse già nell’eternità;
che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene,
ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero.
Pacificate la mia anima, fatene il vostro Cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del vostro riposo;
che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede,
tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.

[…]

O Verbo eterno, Parola del mio Dio! Voglio passare la mia vita ad ascoltarvi,
voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi.
Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze,
voglio fissare sempre voi e restare sotto la vostra grande luce.
O mio Astro amato, incantatemi perché
non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi.

O fuoco consumatore, Spirito d’amore!
Scendete sopra di me, affinché si faccia nella mia anima
come un’incarnazione del Verbo ed io sia per Lui
un’aggiunta d’umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero.

E voi, o Padre! chinatevi sulla vostra piccola creatura,
copritela della vostra ombra, e non guardate in lei che il Diletto
nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze.

O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita,
Immensità in cui mi perdo, mi consegno a voi come una preda.
Seppellitevi in me perché mi seppellisca in voi,
in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze.


lunedì 24 maggio 2021

Lettera all'ocds di Padre Saverio Cannistrà

 


Oggi, 24 maggio, nella Solennità di Maria Madre della Chiesa il Preposito Generale P. Saverio Cannistrà ha indirizzato a noi, carmelitani scalzi secolari, una lettera conclusione del suo secondo sessennio di guida dell'OCD. P. Saverio ha messo in risalto nella sua analisi  aspetti positivi del nostro cammino ma anche i pericoli in cui spesso si può incorrere, dando una cattiva testimonianza della propria appartenenza al Carmelo e alla Chiesa tutta. Incoraggiamo a leggerla con attenzione e a farne motivo di riflessione personale e comunitaria. Per scaricarla clicca qui 

sabato 22 maggio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 Solennità di Pentecoste (anno B)

 Lo Spirito vi guiderà

 


26Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. […] 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà  .Gv 15,26-27; 16,12-15


Gesù lo aveva detto ai discepoli nell’ultima cena: che avrebbe inviato lo Spirito che li avrebbe aiutati a comprenderlo pienamente, come pure tutto ciò che aveva fatto e insegnato. Come abbiamo visto domenica scorsa, lo aveva ripetuto anche prima di sottrarsi alla loro vista e salire al cielo definitivamente. Di fronte alla loro curiosità di sapere ciò che sarebbe avvenuto ora che di nuovo era vivo con loro, Gesù aveva risposto che non dovevano porsi domande su cose che ancora non potevano capire e, in particolare, lo aveva affermato con queste parole: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

“Ecco”, aveva detto loro anche alla fine del Vangelo di Luca, “io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49). Obbedienti, i discepoli si erano fermati a Gerusalemme e, come si legge nel secondo capitolo degli Atti, “mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste [i cinquanta giorni dopo Pasqua], si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, quando, “venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano” (At 2,1-3).

Secondo questo racconto, che si proclama come prima lettura di questa domenica di Pentecoste, tutti i presenti, insieme con Maria, la madre di Gesù (At 1,14), videro apparire delle lingue di fuoco che si dividevano e si posavano sopra ciascuno di loro. Il fuoco che, nell’Antico Testamento, simboleggia la presenza di Dio che – ad esempio, sul Monte Sinai, si era manifestato in mezzo al fuoco (Es 19,18) –, rappresenta qui lo Spirito Santo.

Ricolmi tutti di questa forza divina cominciarono a parlare in altre lingue, secondo quanto lo Spirito concedeva loro. C’era gente di tutto il mondo: Giudei, Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Cappadocia, del Ponto, dell’Asia, della Frigia, della Panfilia, dell’Egitto, della Libia, cittadini Romani, Cretesi, Arabi e di altre parti. E, nonostante che gli Apostoli fossero galilei e poco istruiti, “ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Non dobbiamo pensare che lo Spirito abbia mutato questi poveri pescatori di Galilea in poliglotti, ma che, pieni della sua forza, essi iniziarono a parlare la stessa lingua di Gesù che è per tutti e che tutti, se lo desiderano, possono comprendere. È la lingua della salvezza che lo Spirito rivolge a tutti gli uomini, una parola comprensibile, una predicazione umana, ma ispirata dal di dentro dal Cielo. Dopotutto, è ciò che aveva detto Gesù, come leggiamo anche nel Vangelo di oggi: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me […] non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito […] prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.

Lo Spirito non dirà nulla di nuovo, perché tutto quello che il Padre voleva dirci lo ha detto per mezzo del Figlio, come sottolinea molto energicamente Giovanni della Croce nel capitolo 22 del secondo libro della Salita del Monte Carmelo. Sarebbe una mancanza di rispetto verso il Padre, insegna il Santo, aspettare che Egli ci dica ancora altre cose. “Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo”, aveva spiegato lo stesso Gesù, “ho detto che [lo Spirito] prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”. “Perciò”, scrive, da parte sua, San Giovanni della Croce, “chi oggi volesse interrogare il Signore, o chiedergli qualche visione o rivelazione, non solo commetterebbe una sciocchezza, ma arrecherebbe un’offesa a Dio, non fissando i suoi occhi interamente in Cristo, per andare in cerca di qualche altra cosa o novità” (2S 22, 5).

Quindi, l’unica cosa che si deve fare per essere veri discepoli di Cristo, cioè cristiani, non è aspettare sempre nuove rivelazioni dal di fuori, ma ascoltare lo Spirito che Gesù ci ha inviato perché ci porti a conoscere ogni giorno di più l’amore con il quale Egli ci ha amato. In altre parole, è bene chiedere preghiere agli altri, ma ciò che è veramente importante per crescere nella fede, è continuare a pregare, cioè a cercare la propria missione personale in ascolto dello Spirito.

p. Bruno M
oriconi ocd

Festeggiamo i frutti dello Spirito

 


Carissimi fratelli/sorelle dell’OCDS d’Italia,

Oggi Solennità di Pentecoste è la  festa dell’effusione dello Spirito Santo.

Da quel giorno di Pentecoste , e sino alla fine dei tempi, la santità la cui pienezza è Cristo, viene donata a tutti coloro che si aprono all’azione dello Spirito Santo e si sforzano di essere docili. E’ lo Spirito che ci fa sperimentare una gioia piena, apre i nostri cuori alla speranza e stimola la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo.

“ Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, unità, dominio di sé (Gal 5,22)

Tutto questo fa lo Spirito in noi.

 Festeggiamo e ringraziamo per questa grande ricchezza che il Padre ci dona.

  Il Coordinamento augura a tutti buona  Solennità di Pentecoste

mercoledì 19 maggio 2021

Incontro di preghiera on line

Domani veglia di preghiera on line in preparazione alla solennità di Pentecoste (domenica 23) organizzata dalla Provincia Napoletana. 

scarica la locandina con il link

lunedì 17 maggio 2021

Piccole storie per l'anima- 7

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda 

 Una volta la paura andò a bussare alla porta della vita di un uomo. Ma l'uomo era un credente e la fede in Dio andò ad aprire quella porta. E l'uomo con meraviglia scoprì che non c'era nessuno…


La fede fa scomparire la paura.
Chi ha fiducia in Dio non ha nessun motivo per essere triste o preoccupato:
Dio si prende cura di lui come una chioccia si prende cura dei suoi pulcini.