Preghiamo insieme la nostra Madre e Sorella

La bellissima statua della Chiesa di S. Teresa a Torre del Greco (Napoli)
Pubblichiamo i testi inviataci da María del Pilar de la Iglesia OCDS. E' la novena (clicca qui) alla Vergine del Carmelo. Ecco cosa ci scrive la sorella dell'Ocds.


L’Ordine celebra ogni anno al 16 luglio, la Commemorazione solenne della Vergine Maria, come rendimento di grazie per i benefici ricevuti nel corso della sua storia. Questa celebrazione non è un fatto isolato nella vita liturgica dei carmelitani.
L’Ordine del Carmelo celebra le ricorrenze mariane della Chiesa (Avvento, Natale, feste e solennità mariane). Però i carmelitani aggiungono una speciale liturgia mariana, che ha questa frequenza:
·         Giornaliera, con la «memoria quotidiana» della Vergine nella Preghiera eucaristica, e l’antifona mariana dopo Compieta. In diverse comunità si recita l’Angelus varie volte al giorno. Il santo Rosario, in alcune comunità è recitato individualmente, in altre comunitariamente.
·         Settimanale, al sabato a Lei consacrato, vissuto in sua lode, si concentra nell’Eucaristia e nella Liturgia di Santa Maria in sabato (quando è possibile), in forma più discreta quando la liturgia non lo consente, e con il canto solenne della Salve Regina, atto liturgico proprio nel quale, come «fratelli», la invochiamo come appartenenti alla sua famiglia.
·         Annuale, la solennità annuale viene ad essere il culmine, il ricordo più forte che ci unisce in azioni di grazie e di riconoscenza verso la Patrona dell’Ordine. Questa festa del 16 luglio viene a essere, pertanto, la sintesi della nostra liturgia, la meta del nostro cammino carmelitano, con Lei e uniti a Lei. Si potrebbe dire che la solennità annuale di Maria nell’Ordine del Carmelo porta una analogia con le solennità di Natale e Pasqua, dato che per poterla assimilare profondamente, si prolunga il suo ricordo fino ad otto giorni dopo, al 23 luglio, giorno in cui si celebra la memoria di (Santa Maria della Divina Grazia)[1].
La solennità del 16 luglio è per l’Ordine, la festa principale del calendario liturgico proprio e della sua consacrazione mariana, così come la Pasqua annuale lo è della nostra vita cristiana.

La liturgia attualizza la donazione di Maria come Madre

La Liturgia attualizza il mistero che celebra. La Chiesa ha voluto che la liturgia dell’Ordine, nella sua principale solennità mariana, attualizzi l’«oggi» del testamento di Cristo sulla Croce: «ecco tuo Figlio»; «ecco tua Madre». È dire, il contenuto salvifico che attualizza la liturgia del giorno per l’Ordine è la maternità mariana su tutti i fratelli di Gesù, e ciò è espresso nelle due antifone del Magnificat dei Secondi Vespri: «Oggi la Vergine Maria ci è data come Madre. Oggi ha steso su di noi la sua misericordia. Oggi il Carmelo, illuminato da così grande solennità della Vergine, gode di immensa gioia» (Antifona Magnificat 1).
La seconda antifona del Magnificat dei secondi Vespri «Oggi è onorata la Vergine Maria, madre e splendore del Carmelo. Oggi i suoi figli amati ne ricordano i benefici. Oggi la Stella del mare brilla dinanzi a loro quale segno di sicura speranza e di consolazione» ricorda l’obiettivo principale di questa commemorazione solenne, ringraziare e cantare le misericordie di Maria per i figli del suo amore che sono i carmelitani.
Così si rende a Maria non solo azione di grazie per la sua protezione sopra l’Ordine, ma soprattutto si realizza il rinnovamento, il ricordo, la memoria, l’attualizzazione della sua maternità sopra i fratelli di Gesù e, per mezzo di Gesù, anche sopra i fratelli dell’Ordine. Poiché è Madre di Dio, Madre di tutti gli uomini, lo è anche di tutti i membri della famiglia del Carmelo[2].

Con la liturgia cantiamo la bellezza di Maria

La via della bellezza, è una delle forme tradizionali della quale si avvale la Liturgia, per elevarsi a Dio, però anche per parlar di Maria, «la piena di grazia». Il servo di Dio Bartolomeo Xiberta, con un suo scritto ci invita a contemplare la bellezza di Maria nella liturgia: «La festa del 16 luglio non è una semplice festa, è molto di più. È il giorno più bello dell’anno, quello che più assomiglia al giorno senza notte del Cielo: Metterci in intimità con Maria sotto la sua bianca cappa e camminare contemplando la bellezza infinita di Dio, della quale è un riflesso la Nostra Santissima Madre. […] Realmente è sempre nuova la contemplazione della nostra Santissima Madre, tanto bella in sé medesima, tanto bella nelle sue misericordie»[3].
La liturgia solenne della Vergine Maria del Monte Carmelo, esalta la bellezza della Madre del Signore, attraverso un testo di Isaia: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn. Essi vedranno la gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio» (Lettura breve delle Lodi).
Nelle antifone il carmelitano si rallegra di avere una tale Madre e Patrona: «A lei è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn»; «Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele, tu splendido onore del nostro popolo»!
Allo stesso tempo il carmelitano ricorda con gioia la missione che Dio ha dato a Maria e come, con diligenza e fedeltà, lei l’ha compiuta: «Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la osservano. Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».
Davanti a sì grandi meraviglie che Dio ha operato in Maria, per la nostra salvezza, il carmelitano non può che esclamare ammirato: «Di te si dicono cose stupende, Maria, città di Dio! Il Signore posa le tue fondamenta sui monti santi». «Maria, tutta bella, in te la nostra gioia. Ti innalzi sul Carmelo. Maria, tutta bella, in te la nostra gioia». «Sei soprattutto madre ammirabile, o Maria, e degna della perenne memoria dei figli». «Tu gioisci ed esulti per i tuoi fratelli, perché in te saranno benedetti e saranno radunati presso di te dal Signore».
I suoi figli acclamano la loro Madre e Patrona: «Rallegrati, Maria, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu tra le donne» Ad essi Maria risponde, con la Scrittura: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio. Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia».

Con la Liturgia supplichiamo l’aiuto di Maria

Nelle preghiere della Liturgia, l’Ordine supplica il Padre (Primi Vespri) e Gesù Cristo (Lodi e Secondi Vespri), perché conceda ai carmelitani la grazia di vivere il carisma, che consiste in una vita di unione con Maria. Inoltre i carmelitani supplicano affinché le loro preghiere siano accolte favorevolmente, per la mediazione di Maria, poiché l’ha data loro per Madre, e perché nei carmelitani possano veder riflessa Maria, oggetto delle loro compiacenze.
Si chiede al Padre e a Gesù Cristo: «concedi ai carmelitani la grazia di servire Maria e di vivere con Lei al seguito di Gesù»; «fa’ che quanti si sono a Lei consacrati ardano di desiderio per la salvezza degli uomini»; «fa’ che uniti nella preghiera con Maria siano un cuor solo e un’anima sola»; «fa’ che l’Ordine si rinnovi continuamente con la forza dello Spirito»; «rendici nel tuo servizio poveri di spirito e puri di cuore come Maria»; «concedi a tutti i carmelitani che, fedeli nell’imitazione della loro Madre, sappiano ascoltare e proclamare la tua parola»; «fa’ che riproduciamo la vera immagine della nostra Madre, imitando la sua carità»; «fa’ che, imitando Maria, […] meritiamo di tenerti come nostra unica ricchezza»; «concedici, sull’esempio della Vergine Immacolata, di amare la purezza del cuore per giungere alla contemplazione di Dio»; «fa’ che pellegrini nella notte oscura della fede, camminiamo per mano a Maria, la benedetta perché credette»; «insegnaci a pregare con Maria e a meditare, come lei, la tua parola, per annunciarla ai nostri fratelli»; «fa’ che ogni giorno conosciamo meglio Maria, Madre di grazia, e che l’accogliamo nella nostra casa, in modo che possiamo godere della nostra intimità con lei»; «per giungere, con il suo aiuto, alla ineffabile esperienza del tuo amore»; «concedi a tutti i fedeli che si sono consacrati al servizio di Maria, tua Madre, la gioia di contemplarti eternamente nel cielo» o «contemplarti quanto prima nel cielo».
L’eminente teologo e servo di Dio Bartolomeo Xiberta, oltre le preghiere che si dirigeranno a Dio per mezzo di Maria nella liturgia, invita a pregare per l’Ordine, perché questo sia gradito alla Vergine Maria, perché se Lei è contenta del suo Ordine, tiene nelle sue mani tutti i tesori di Dio[4]. Per questo diceva alle monache carmelitane: «Quel giorno preghino la Nostra Santissima Madre per l’Ordine; credo sia anche il giorno in cui Ella faccia i suoi piani di protezione per tutto l’anno»[5]. Tutto questo richiesto con confidenza: «Sotto la tua protezione ci rifugiamo, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche che ti rivolgiamo nelle nostre necessità. Santa Madre di Dio» (Responsorio delle Lodi).

Nella Liturgia siamo invitati ad andare con Maria al Monte Santo

Si implora la Vergine Madre: «Attiraci, Maria, fino alla cima del Carmelo, che è Cristo, vita del cielo» e si insiste: «Attiraci a te, Vergine Immacolata; correremo dietro il profumo delle tue virtù».
Al che Maria risponde: «Venite, figli, ascoltatemi; venite, saliamo al monte del Signore. Chi mi ascolta non si vergognerà; Io sono la madre dell’amore puro e della santa speranza. In me dimora tutta la grazia del cammino e della verità. Figli miei, ascoltatemi: Benedetti quelli che seguono le mie vie; ascoltate l’istruzione, non rifiutate la sapienza. Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando alla mia porta ogni giorno, a custodia degli stipiti della mia porta. Chi mi raggiunge, raggiunge la vita. Io come vite ho prodotto splendidi germogli e i miei fiori danno frutti di gloria e ricchezza. Io sono la madre del bell'amore e del timore, della conoscenza e della santa speranza. In me sta tutta la grazia del cammino e della verità, in me solo speranza di vita e di virtù. Vi condurrò al mio monte santo; vi rallegrerò nella mia casa di preghiera. Vi conduco nella terra del Carmelo. Perché gustiate i suoi migliori frutti».
Davanti a tanta magnanimità l’Ordine del Carmelo, rallegrandosi per «le misericordie di Maria», può solo dire: «Acclamiamo al Signore, ricordando i benefici della Vergine Maria, Madre del Carmelo».
Possiamo dire con il P. Xiberta, «l’Ufficio liturgico della festa, così sommamente bello; ufficio che la Chiesa ci ha preparato perché conosciamo i sentimenti che la Nostra Santissima Madre nutre verso di noi, sentimenti che viviamo nel Carmelo, così come quelli che noi dobbiamo nutrire verso Maria»[6]
Quanto importante è onorare Maria nella Liturgia con un amore veramente filiale vissuto giorno per giorno. A sua volta riconoscere e darle il posto che le appartiene nell’Ordine che Dio le ha dato come sua propria eredità, della quale è vera priora, se lo facciamo, Lei non cesserà di presentare le nostre preghiere davanti a Gesù Cristo, in modo che siano profondamente gradite a Dio e feconde per il bene dello stesso Ordine, della Chiesa e dell’umanità. Questo è illustrato anche nella vita di Santa Teresa di Gesù. Quando nel 1571 fu nominata priora all’Incarnazione, pose sulla sedia priorale una statua della Vergine Santissima e in quella della sottopriora una statua di San Giuseppe. Teresa non smetteva di dire che la Vergine era la vera priora e lei solo la sua vicaria, e per questo, per tenere la stessa Madre di Dio come priora, non la stupivano gli eccellenti risultati di quel priorato. Poco dopo apparve la Vergine Santissima a santa Teresa e le confermò che questo era il posto che le apparteneva, «Hai fatto bene a pormi qui; io sarò presente alle lodi che s’innalzeranno a mio Figlio e gliele presenterò» (Rel 25)
Certamente nella bellissima liturgia della Solennità di Nostra Signora del Carmelo, come ci dirà Manuel Diego Sánchez: «Spirito, poesia, vita, lavoro, apostolato, tutto confluisce in questa visione liturgica della Vergine da parte del suo Ordine, che qui si sente riflessa nel suo essere e agire. In una parola, il proprio carisma fatto preghiera. Per questo, da quella richiesta della colletta (“che giungiamo fino alla cima del monte della perfezione che è Cristo”), la Vergine Maria assume e riassume, rappresenta perfettamente le componenti e i migliori elementi della spiritualità carmelitana»[7].
Noi diciamo «Che grazia è averla per Madre e per Sorella!!! Molti si dicono figli suoi; però, fratelli di Maria, nessuno ha il coraggio di chiamarla in questo modo; solo noi, i carmelitani. È poter chiamare Maria non solamente Madre, ma anche Sorella –la Sorella maggiore – perfino amica – che amica!!... Come fosse a tu per tu»[8]. Per questo sgorga dal cuore del più grande dei carmelitani, La Canzone dell’anima innamorata. In questa preghiera San Giovanni della Croce, riflette questa connivenza tra Maria e l’Ordine, poiché lo fa esclamare: «Miei sono i cieli e mia è la terra… e la Madre di Dio e tutte le cose sono mie…» «Così, con tanta libertà e familiarità, si celebra e si prega Maria nel Carmelo»[9].

María del Pilar de la Iglesia OCDS      
Barcellona, 7 luglio 2017


[1] Cf. M. D. Sánchez Santa María del Monte Carmelo y de la vida interior, 123
[2] Cf. M. D. Sánchez, Santa María del Monte Carmelo y de la vida interior, 134-135.
[3] B. Xiberta, Fragmentos doctrinales, Barcellona 1976, 352-357).
[4] B. Xiberta, Fragmentos doctrinales, 354.
[5] B.  Xiberta, Fragmentos doctrinales, 357.
[6] B. Xiberta, Fragmentos doctrinales, 353.
[7] M. D. Sánchez “Santa María del Monte Carmelo y de la vida interior”, 135.
[8] B. Xiberta, Fragmentos doctrinales, 355.
[9] M. D. Sánchez “Santa María del Monte Carmelo y de la vida interior”, 136.





Sappiamo seguire Gesù?


Meditiamo con p. Emanuele Grimaldi ocd
Il Signore ancora una volta chiama l’uomo e l’invita ad una missione .Questo compito è molto duro e pesante. Ecco “Io” il Padre di tutti gli uomini voglio che i miei figli cambino vita e mi seguano.
Anche se sono una genia di ribelli voglio aiutarli. Capiranno che in Israele vi è un profeta mandato da Dio. Per aiutare l’uomo ed il Popolo di Israele.
Sicuramente loro non accetteranno una tua parola e non  vorranno  ascoltarti.
Ma tu parla loro e da’ questo mio messaggio:  è l’invito fatto al profeta nella prima lettura.

Nella seconda lettura S. Paolo ci dona un messaggio nuovo: l’uomo deve annunciare “La morte e  Resurrezione di Gesù.
Questo è mistero per l’uomo, ma per Paolo è la certezza della fede sua e  del cristiano poi. Lui annuncia Colui che gli è apparso a chiedendogli  perché lo perseguitasse?
In questo non bisogna vantarsi ma essere sicuri e certi che Gesù e vivo ed è presente sempre nel mondo intero.  
  S. Paolo  invita i seguaci di Cristo a non temere il maligno,il quale, vuole che l’uomo  si allontani da Dio.
Bisogna sempre essere   attenti…  Vigilate! 
Ci raccomanda S. Pietro  (1P.5,8-9)
  Siate temperanti,vigilate.
Il vostro nemico,il diavolo,come leone ruggente va in giro,cercando chi divorare. Resistetegli  saldi nella fede.

Cosi nel Vangelo il messaggio di Gesù inviato da Dio al popolo di dura cervice . Non viene accolto.
Non accolgono l’Inviato del Signore e di conseguenza il messaggio di una conversione radicale . cioè
Avere fede in Lui che è il Profeta-Figlio di Dio. 
Ancora una volta Gesù va verso l’uomo per aiutarlo.
”Il Verbo si è fatto carne”  DIO ci invita a dialogare con LUI. Lui ci propone ad andare anche contro corrente. -Quasi sempre-
Nella liturgia di oggi è specificato l’invito del Signore a seguirlo.
Assicurandoci che Lui sarà  sempre presente nella nostra vita come seguaci di Gesù.
Saremo testimoni del suo annuncio nuovo:  la buona novella di Gesù .
L’uomo  deve lasciarsi guidare e formare.
Dio invia suo Figlio all'umanità per convertirla dalla sua  superbia,arroganza,prepotenza ecc.
Quindi il Signore Gesù anche sotto le spoglie di un comune mortale è il Figlio di Dio che annuncia  “Il regno di Dio è vicino,anzi e qui davanti a voi. Sono IO.

La risposta del popolo è  …3Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?».
E si scandalizzavano di lui. 
 Anche noi crediamo in Gesù?oppure aspettiamo un ‘altro Messia?

La gioia di accogliere una coppia nell'ocds

Sabato, 23 Giugno 2018, durante la celebrazione dei vespri, nella cappellina del Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Maddaloni, alla presenza del Padre Provinciale P. Luigi Borriello e dell’Assistente Spirituale P. Andrea L’Afflitto, accompagnati dalla Presidente Rita Di Placido e dalla Responsabile della Formazione Matilde Pitocchi, sono stati ammessi nel Carmelo Secolare i coniugi Flavio Doria e Nunzia Fusco della Comunità Secolare di Santa Maria Capua Vetere. Erano con noi la Presidente del Consiglio Provinciale OCDS, Rossana Sabbatiello, e la Comunità di Maddaloni.
La coppia neo-ammessa ha partecipato a Nusco agli esercizi spirituali guidati da P. Giorgio Rossi della Provincia Lombarda. Nel corso della Messa di domenica 1 luglio Nunzia e Flavio hanno condiviso il proprio ingresso nell'ocds con i fratelli e le sorelle della Provincia Napoletana provenienti da Sannicandro Garganico, Bari, Napoli,Lago Patria, Torre del Greco, Maddaloni e Santa Maria Capua Vetere.
 

Con Giovanni della Croce, allo scoperta dello sguardo che cambia...

NUSCO. Nella suggestiva atmosfera del piccolo borgo in provincia di Avellino,  a 914 m. dal livello del mare, immersi nella bellezza della natura, le comunità ocds della Provincia Napoletana (e tre sorelle del movimento carmelitano dello Scapolare di Cremona) sono state guidate dalle meditazioni di p. Giorgio Rossi a calarsi nella bellezza del Cantico Spirituale di San Giovanni della Croce. 
Dal 28 giugno al primo luglio, toccati dalle parole del "piccolo Seneca", dalle meditazioni e dalla guida di p. Giorgio, della comunità ocd di Cassano Valcuvia, i partecipanti al corso di Esercizi spirituali si sono immersi nella spiritualità sanjuanista scoprendone l'invito a guardare con gioia ed amore se stessi, il prossimo, il creato. La fede è credere nella reciproca ricerca dell'anima e dell'Amato. Un continuo svelarsi e poi nascondersi di Dio. Così l'anima si rende conto che solo con Lui potrà sentirsi appagata.
Tutto è espressione e dono dell'Amore traboccante di Dio. Scoprirlo ha significato imparare che la orazione non è che mettersi di fronte al Signore, offrendogli e presentandogli i nostri bisogni, con la fiducia che Lui  sa come intervenire; che Dio ci guarda costantemente con uno sguardo d'amore e che se ne fossimo pienamente coscienti non potremmo far altro che desiderare di ricambiarlo dello stesso amore, dando un peso diverso a tutto ciò di cui ci circondiamo.
Se non l'abbiamo ancora compreso, abbiamo costruito idoli su idoli e abbiamo perso il senso di questo amore senza misura che è l'amore di Chi ci ha creato.

Ed è sorprendente scoprire che il Cantico Spirituale sia stato composto- mnemonicamente - a Toledo, assieme alle altre opere del frate, durante i quasi nove mesi di carcere. Sì, perché il Cantico Spirituale non rivela un animo frustrato, ma è la più bella espressione poetica in lingua spagnola, che sprizza gioia di vivere e immensa gratitudine. Quella solitudine gli ha dato modo di entrare ancora più profondamente in se stesso e di riuscire a esprimere lo stupore, l'amore, la meraviglia dell'incontro con Dio, l'Amato, con parole di grande poesia.
I frutti di queste giornate, che ci auguriamo proseguano a mostrarsi, sono emersi nella Collazio di domenica, alla quale ha partecipato anche il Superiore Provinciale p. Luigi Borriello.
  • Le meditazioni saranno nei prossimi mesi pubblicate a cura di Rossana Sabatiello e sarà disponibile anche un video su youtube,
  • Una cronaca più approfondita sarà pubblicata, invece, su "Crescere in fraternità"


L'ocds festeggia padre Hervé


Il potere della fede





             Meditiamo con p. Arnaldo Pigna ocd

 Il Vangelo di oggi ci presenta due episodi che confermano quanto nella prima lettura abbiamo ascoltato, cioè che “Dio è amante della vita” (Sap 1,13) e “ha creato l’uomo per la immortalità” (Sap 2,23). I miracoli che Gesù compie sanando l’emorroissa e risuscitando il figlio di Giairo, mostra plasticamente questa verità. Ridonando la salute e la vita Gesù vince  la morte  che era “entrata nel mondo per invidia del diavolo”  (Sap 2,24) il quale  “per paura della morte teneva gli uomini schiavi per tutta la vita” (Eb 2, 14-15).
            La risurrezione della figlia di Giairo, come le altre due risurrezioni che leggiamo nel vangelo (quella di Lazzaro e quella del figlio della vedova di Naim) sono un segno. Esse manifestano la venuta del regno di Dio presente nella persona di Gesù, ne rivelano il potere  sulla morte e, soprattutto, ne preannunciano la risurrezione. Con ciò Gesù mostra concretamente che la promessa della Genesi si sta attuando (Gen 3,15) e il regno del diavolo sta crollando: “la sua stirpe ti schiaccerà il capo”.
  Ma l’uomo, che ha peccato fidandosi più del diavolo che di Dio, deve offrire la sua collaborazione mediante un atto di fede e una rinnovata fiducia in Dio. E’ l’umile fede che supplica per bocca del padre della bambina e il gesto della donna che tocca il mantello di Gesù che Gli permettono di compiere il miracolo.
 Qui, come in molte altre occasioni, Gesù insiste sulla importanza della fede. Alla donna, intimidita per essere stata scoperta, dice: «La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male» (Mc 5, 34); e a Giairo, nel momento difficile in cui gli comunicano la triste notizia della morte della figlia, chiede ancora fede: «Non temere, continua solo ad aver fede!» (Mc 5,36).
    Anche l’evangelista sembra impostare la narrazione per mettere particolarmente in luce la virtù della fede, più che la potenza del Signore. In effetti, il racconto dell’evangelista non attira tanto l’attenzione sul miracolo stesso, quanto piuttosto sulla fede di chi lo domanda.
      E’ la fede al centro della guarigione della donna; ed è ancora la fede al centro della guarigione della figlia di Giairo. Gesù, da parte sua, chiede la fede per compiere il miracolo e afferma che è proprio le fede che lo rende possibile. Ma quando, nonostante la fede, il miracolo non avviene?
     Qui siamo invitati a riflettere sul rapporto che esiste tra fede e intervento di Dio. E anche ad approfondire il concetto stesso che noi abbiamo di fede.
   E’ un fatto che il miracolo è pur sempre una cosa straordinaria e che non sempre la fede ottiene il miracolo. Del resto Gesù stesso, di risurrezioni ne ha compiute tre soltanto e, pur operando tante guarigioni, certamente ha sanato solo una piccola parte dei malati che erano allora nella Palestina. Questo ci invita a superare l’idea che la fede sia solo credere nella potenza di Gesù, una potenza capace di raggiungerti qui, nella tua propria situazione, potenza che vince tutto, persino la morte. Questo è un aspetto importante, necessario; ma bisogna andare oltre. Se è vero che la fede ottiene miracoli è ancor più vero che il miracolo è da Gesù fatto per ottenere la fede. Esso è sempre un “segno” per suscitare la fede in Lui, nella sua persona, nella sua missione di portatore dell’amore di Dio per gli uomini. E’ a questa fede che il miracolo vuole portare. Non si tratta solo, dunque, di credere nella forza taumaturgica del Signore, ma di credere nell’amore del Signore. Un amore che è puro, pieno, irrevocabile e  irremovibile anche se non sempre si traduce e si manifesta nel modo che noi vorremmo. La fede evangelica non sta tanto nel credere che Gesù possa compiere il  miracolo, ma nel credere che Gesù è l’amore di Dio per me, un amore assoluto ed eterno che niente può mettere in discussione.
    Il miracolo della tempesta sedata ci può aiutare a capire quale è la vera fede che noi dobbiamo raggiungere e nutrire, e che Gesù vuole da noi. I discepoli sollecitano il Signore: “Maestro, non ti importa che siamo perduti?” (Mc 4,38) e con ciò mostrano di “credere”  che lui possa intervenire; eppure Gesù li rimprovera per la mancanza di fede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4, 37-40). Evidentemente qui Gesù si riferisce ad una fede diversa che dice adesione alla sua persona e fiducia incondizionata nel suo amore per loro. E’ questa fede che loro manca, tanto è vero che arrivano a pensare che Egli si disinteressi della loro sorte: “Non ti importa che siamo perduti?” (Mc 4,38). Gesù li rimprovera non perché mettevano in dubbio la sua capacità di compiere prodigi, ma perché pensavano che Egli si disinteressasse della loro sorte, in fondo perché non credevano nel suo amore per loro?” Avevano ancora bisogno che Egli che continuasse a dimostrarlo con miracoli. E’ quello che pretendiamo anche noi: crediamo nell’amore di Gesù, nella Provvidenza del Padre, se interviene quando lo chiediamo e come lo vogliamo. Ma questa fede, condizionata, non è la fede che Gesù vuole da noi.
     Quando Egli raccomanda la fede alle persone che si rivolgono a lui, non intende solo la fede che egli può operare il miracolo richiesto, ma la fede nella sua persona, nel suo amore, nella sua fedeltà, ci sia o meno il miracolo atteso. Il Vangelo distingue nettamente due tipi di fede: credere qualcosa e credere «in» qualcuno. Quando si tratta di Dio, la seconda è molto più importante della prima.
   Gesù oggi ci dà un anticipo del suo trionfo sulla sofferenza e sulla morte che attuerà in pienezza con la sua risurrezione. Sconfiggendo le malattie e risuscitando i morti ci garantisce la vittoria finale e ci infonde il coraggio di affrontare ogni tribolazione con serenità e fiducia. Eppure, lo dobbiamo riconoscere, di fronte alle difficoltà noi siamo spesso paralizzati dalla paura, e di fronte all’insuccesso spinti alla rassegnazione.
    Purtroppo la nostra fede è ancora troppo legata se non proprio circoscritta al “segno”. I “segni” che ci ha dato dell’amore che ci porta non ci bastano, noi vogliamo un “segno” (un miracolo) tutto per noi. Non ci fidiamo totalmente di Lui e non ci affidiamo totalmente a Lui. E questo è il motivo per cui nelle difficoltà abbiamo, come gli apostoli, paura.
     Allora, forse, è utile farci una domanda la cui risposta potrebbe apparire scontata: Noi abbiamo fede? crediamo davvero in Dio e in Gesù?
     Prima di rispondere facciamoci un’altra domanda… strana: “Il diavolo crede in Dio?” e, poi, un’altra ancora: “Io credo nel diavolo?” Nel rispondere a queste domande ci rendiamo immediatamente conto di una cosa a cui, invece, si pensa poco, e cioè che credere nell’esistenza di qualcuno non significa ancora credergli. Io credo davvero in qualcuno quando accetto la sua parola e mi affido a Lui. Ora questo certamente non lo fa il diavolo nei riguardi di Dio, e nemmeno io intendo farlo nei riguardi del diavolo. Il diavolo, dunque, non crede in Dio; né io credo nel diavolo. Ma né il diavolo mette in discussione l’esistenza di Dio, né io quella del diavolo. Avere fede vuol dire affidarsi a Dio e continuare a fidarsi di Lui qualunque cosa succeda. Vuol dire credere che Dio ci ama e mantiene la sua parola, vuol dire abbandonarsi a Lui e mettergli in mano la vita.
    Se ci penso bene i miei atteggiamenti fondamentali nei riguardi di Dio e di Gesù sono spesso molto vaghi e evanescenti; nella concretezza della vita essi sono fatti più di scetticismo che di fiducia, più di resistenza che di abbandono. Devo riconoscere che faccio più affidamento sulle raccomandazioni di un politico che sulla provvidenza del Padre. Mi affido più ai piani elaborati dagli uomini che al misterioso disegno i Dio; più alla nostra organizzazione che alla grazia divina che, unica, ci salva.

                                                                                  P. Arnaldo Pigna OCD



Due ammissioni all'ocds di Torre del Greco

Il 30 maggio scorso, la comunità secolare di TORRE DEL GRECO con la Presidente Anna Maria Incaldi,ha accolto con immensa gioia un nuovo fratello,Raffaele Cirillo, e la sorella Anna Picardi,i quali dopo un'assidua presenza agli incontri di Comunità hanno chiesto di essere ammessi all'Ocds. La cerimonia si è svolta nella nostra bella Chiesa dedicata a S.Teresa e a S. Gennaro,mentre nel Presbiterio troneggiava la bellissima statua della Madonna del Carmelo,recentemente restaurata. 
La cerimonia religiosa è stata presieduta dal P. Provinciale Luigi Borriello,nostro concittadino e dal P. Superiore Andrea Magliocca.

La sequela: mettere amore dove amore non c'è

In un clima sereno ed estremamente familiare nel fine settimana 21-24 giugno si sono tenuti nella bellissima struttura "Gesù Divin Maestro" di Ariccia, gli Esercizi Spirituali dell’Ordine Secolare della Provincia dell’Italia Centrale S. Giuseppe tenuti dal P. Commissario Gabriele Morra e terminati con il nostro Delegato Generale OCDS P. Alzinir Debastiani. 
Un buon numero di secolari si sono radunati, partendo da tutte le comunità del territorio, nell’ unico intento di approfondire i legami fraterni e la sequela di Gesù nello specifico dell’art. 2 della Regola: Vivere in Ossequio di Gesù Cristo.
Sono state distribuite delle schede per la meditazione personale. Vedi qui
l.s.

Alla scoperta della vocazione con il Battista

NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA.
Domenica 24 Giugno: Solennità.
(Isaia 49, 1-6; Sal 138/139; Atti 13, 22-26;  Lc 1, 57-66.80).
Meditiamo con p. Faustino Macchiella ocd

Con stupore e con gioia, oggi viene nuovamente rotto il ciclo ordinario delle Domeniche dal deciso irrompere della solennità della Nascita di S. Giovanni Battista. Nella Chiesa, e nella impressionabilità artistica, la figura del Precursore di Gesù ha un grandissimo valore: basta ricordare che oltre al giorno della morte (= dies natalis, 29 agosto) come per tutti gli altri Santi, di S. Giovanni Battista si celebra anche il giorno della nascita (come si fa solo con quella di Gesù e di Maria santissima) e ci viene pure offerta una liturgia vigiliare propria (come è solo per il Natale, la Pentecoste, i Santi Pietro e Paolo, e l’Assunzione di Maria al cielo).
Del resto, non per niente la gente che accorreva al suo battesimo sulle rive del Giordano dubitava che fosse lui il Messia atteso; e Gesù stesso ha proclamato: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista» (Mt 11,11).
Oggi, quindi, siamo invitati a lasciarci stupire e affascinare da questo grande profeta e testimone che ha e vive la chiara coscienza del suo essere per il Signore, l’unico salvatore; del suo desiderio di diminuire per lasciare che cresca Lui, la verità e la vita; della sua prontezza nell’indicarlo presente: “Ecco l’agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29).
Nell’antifona d’ingresso della Messa del giorno ci viene regalato uno schema semplice e completo per poter inquadrare la figura e la missione di S. Giovanni Battista: “Venne un uomo mandato da Dio, e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce e preparare al Signore un popolo ben disposto” (Gv 1,6-7; Lc 1,17): è Dio che organizza e mostra chiaramente la sua irrevocabile decisione di dare pieno compimento al piano della Salvezza già promesso subito dopo il primo peccato; ma è Giovanni che, come vero testimone, dovrà guardare e indicare ormai presente la luce del mondo e preparare il duro cuore di un popolo ad accogliere la vita vera che si è resa visibile.

1) Il figlio dell’impossibile. La vecchiaia dei due sposi, la sterilità di Elisabetta e l’incredulità di Zaccaria ci dicono chiaramente che Giovanni non è il frutto di attese e di programmazione umana. C’è semmai proprio tutto l’occorrente per affermare che umanamente da Zaccaria ed Elisabetta non ci si poteva aspettare niente. Solo delusione, rassegnazione e vergogna. Ma tutto questo invece serve per affermare categoricamente che Giovanni è pensato da Dio; è voluto da Dio; è mandato da Dio. Perché dove non c’è più possibilità o speranza umana rimane sempre l’impensabile e l’imprevedibile di Dio. Infatti, solo Dio è la misura di tutto, non l’uomo! E quello che Dio si aspetta dall’uomo è solo  un po’ di fiducia; un po’ di gioiosa collaborazione; un po’ di vera e pronta obbedienza.
Il rimprovero e la punizione di Zaccaria, che per non aver creduto alla parola di Dio resterà muto fino alla nascita di Giovanni, ci mettono con le spalle al muro: noi (salvo le poche eccezioni dei santi!) resteremo sempre dei piccoli poveri increduli e disobbedienti; e ci dovrebbe essere un gran silenzio sulla terra; ma Dio non si lascia irretire dalla delusione; Dio preferisce lasciarsi guidare dal suo incredibile amore. Colui che vince la sterilità, vince anche l’incredulità! Il suo Amore è più grande del nostro peccato.
Ce lo ricorda anche Santa Teresa di Gesù nel racconto della sua vita: “L’amore di Dio è più  grande di tutto il male che possiamo fare… Mi sono stancata prima io a offenderlo che non Lui a perdonarmi. Egli non si stanca mai di donare, né le sue misericordie si possono esaurire: non stanchiamoci noi di riceverle!” (V XIX,15).

2) Giovanni è il suo nome. Volevano chiamarlo Zaccaria, come suo padre, come avevano sempre fatto, come tutti si aspettavano. Ma Elisabetta dice di no; e suo padre Zaccaria, finalmente obbediente, scrive speditamente
che si chiamerà Giovanni.
Povero Zaccaria; nove mesi di assoluto e costretto silenzio; nove mesi di pesante ricordo della sua troppo facile e spontanea incredulità; nove mesi di crescente e sicuro desiderio di fidarsi un po’ più di Dio. E finalmente arriva anche l’occasione di poter dire a tutti che ora crede a Dio; che ora vuole solo obbedire a Dio; e quindi ora scrive che il vero nome di quel suo figlio è già stato dato da Dio: “Giovanni è il suo nome!”.
Troppo spesso noi dimentichiamo che l’autore della nostra storia è Dio. Soprattutto della storia della salvezza; di quella storia cioè che fa vedere il vero volto di Dio: Misericordia, Perdono, Grazia.
È appunto questo ciò che Dio vuole dire al suo popolo: siccome Giovanni significa “Dio fa grazia”, Io ve lo mando solo perché tutti possiate ascoltare – accogliere – e far risuonare nel vostro cuore questa buona notizia: questo tempo è tempo di grazia; questo tempo è tempo di perdono e di misericordia; questo tempo è tempo di presenza di Dio con voi. Convertitevi. E Giovanni sarà appunto colui che nel deserto dovrà gridare, dovrà attirare l’attenzione di tutti e dovrà anche indicare, già presente, “l’Atteso di tutti i popoli”.
Proprio come farà anche S. Teresa che, dopo aver visto la pazienza e l’amore di Dio per lei, vive e scrive solo per proclamare le Misericordie del Signore; solo per ingolosire qualcuno; solo per far desiderare e attendere l’Unico necessario. Il resto è compito del Signore; perché quando noi lo desideriamo, Lui ci ha già trovato!

3) Egli, Giovanni, venne come testimone. Colui che deve o vuole testimoniare per qualcuno o per qualcosa, deve avere ben chiaro nella testa e nel cuore cosa significa e cosa comporta la sua testimonianza. Non potrà mai rifugiarsi dietro l’io non sapevo, o l’io non pensavo!
E Giovanni sa. Era stato pensato e progettato (da Dio) per essere precursore e testimone del Suo Figlio fattosi uomo fra gli uomini; si era preparato (nel deserto) a vedere l’essenziale e il necessario; aveva avuto (da parte di Dio) l’assicurazione che, Colui sul quale si sarebbe posato lo Spirito, era il Messia tanto atteso. Quindi Giovanni farà tutto e sempre ciò che sarà richiesto dalla vita, dalle persone, dagli eventi per essere quello che Dio vuole che sia. Non sarà mai uno che si lascia condizionare da qualcosa che non sia Dio e la sua vocazione. Farà, come dice Santa Teresa di se stessa, tutto quel poco (ma sufficiente, se è Dio che lo vuole) che dipende da lui. Ma, e soprattutto, sarà uno che non si lascia manipolare né dalle lodi né dalla paura; perché totalmente ancorato alla verità. E, come dice Gesù, “la verità vi farà liberi!” (Gv 8,32).
Infatti, il 29 agosto, festa liturgica del martirio di S. Giovanni Battista, ci verrà appunto mostrata la verità e la portata di questa testimonianza! 

4) Venne a preparare un popolo ben disposto. Giovanni Battista è mandato da Dio con una missione ben chiara: rimettere (o almeno ridestare) nel cuore del popolo di Dio la speranza più significativa della sua storia e della sua vocazione: quella di desiderare e di attendere il Messia; quella di tenere vivo nel mondo questo desiderio e questa attesa del Salvatore; quella di non permettere che la sofferenza e il tempo stemperino desiderio e attesa, tanto da rendere incapaci di vedere e accogliere la salvezza, quando fosse concretamente donata dalla fedeltà di Dio. La missione, cioè, dei profeti e dei testimoni.

E quello che Giovanni farà è appunto questo: annunciare che non c’è più tempo da perdere (se la scure è già posta alla radice dell’alberoMt 3,10); invitare a lavarsi, a purificarsi, a liberare il cuore dal male, per renderlo capace di accogliere la salvezza (Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque frutti degni del ravvedimentoMt 3,7); individuare e segnalare il Salvatore che è già presente (Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!Gv1,29); accettare con gioia che i suoi discepoli lo lascino per seguire Gesù (Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io, invece, diminuire. – Gv 3,30).   

Per concludere potremmo dire (e questo è il vero senso del celebrare liturgico) che Giovanni Battista ha vissuto e ci presenta la vocazione di ogni cristiano; e tanto più di ogni carmelitano che come carisma e come impegno nel mondo e nella Chiesa ha il dono e il dovere di vivere e testimoniare la presenza di Dio: Rendere visibile l’Invisibile. Teresa sintetizzerebbe: che i pochi amici che il Signore ha, siano almeno desiderosi e affascinanti!




I consigli evangelici nella vita del carmelitano scalzo secolare

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