martedì 4 ottobre 2022

Piccole storie per l'anima -65


Il re Salomone un giorno gironzolava per il deserto quando fu attratto da un formicaio. Tutte le formiche si precipitarono a ossequiare le sante impronte del re. Una sola non si curò minimamente della sua presenza. Continuò imperturbabile a lavorare con invariata alacrità, senza fermarsi un attimo.
Stava ai piedi di una duna di sabbia, e il re si chinò su di lei e chiese: «Che cosa fai, formichina?», Senza distrarsi un attimo dal lavoro, la formica gli rispose: «Vedi, re dei re, un granello dopo l'altro io porto altrove questa duna». «Formichina generosa», le disse Salomone, «non è un lavoro sproporzionato per le tue forze? Questa duna è così alta che neanche riesci a vederne la cima.
Neanche con la longevità di Matusalemme e la pazienza di Giobbe potresti sperare di spostare questa duna». «Gran re», riprese la formica, «faccio questo per l'amore della mia amata. Questa duna mi separa da lei. Niente e nessuno mi potrà impedire di abbatterla.
E se quest'opera consumerà tutte le mie forze, almeno morirò nella misteriosa e felice follia della speranza».
Così parlò la formica innamorata. In questo modo il re Salomone scoprì, sul sentiero del deserto, quanto può essere forte e coraggioso l'amore.

«Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l'amore». (Cantico dei Cantici)


"A chi agisce per Dio con amor puro non solo non importa che lo sappiano gli uomini, ma non si preoccupa nemmeno che lo sappia Dio. Se anche quest’ultimo non dovesse saperlo mai, egli continuerebbe a rendergli gli stessi servizi, con la stessa gioia e lo stesso amore."
(San Giovanni della Croce)



 

lunedì 3 ottobre 2022

Voi pregate così! Esercizi spirituali a Bocca di Magra

Gli Esercizi Spirituali 2022 per le comunità ocds della Provincia ligure saranno ospitati nel monastero “Santa Croce” a Bocca di Magra (SP) dal 10 al 13 novembre 2022 dal titolo ‘Voi pregate così’. Parola di Gesù e dei nostri maestri  con la guida e le meditazioni di P. Bruno Moriconi Ocd.

 Per scaricare il pieghevole degli esercizi in pdf clicca qui 


domenica 2 ottobre 2022

Solo Dio basta - 9



 Sono passati poco più di 3 anni da quando Teresa ha fondato il suo primo monastero ad Avila “S. Giuseppe”, lasciando il vecchio monastero dell'Incarnazione per fondare una piccola comunità in cui ci si potesse conoscere ed aiutare.

        Le giovani monache chiedono ed insistono perché Teresa scriva per loro delle norme di vita, puntualizzazione e commento della Regola, delle Costituzioni....che insomma lasci per iscritto degli insegnamenti, quelli che lei dava loro a voce.

        Teresa innanzi tutto desiderava far affezionare le sue figlie all'orazione. A questo proposito aveva già dedicato nel libro della Vita dei capitoli sull'orazione, ma il suo confessore Padre Banez, domenicano riteneva inopportuno che arrivasse nelle mani delle sue monache. Fu lui a spingerla a scrivere “Il Cammino di Perfezione.”

        Al termine della stesura dirà: "Ho letto con attenzione questo libro: contiene gli avvisi e i consigli che la Madre Teresa di Gesù, fondatrice dei monasteri delle Carmelitane scalze, impartisce alle sue figlie. Non ho trovato nulla che mi ripugni riguardo a bontà e santità di dottrina. Molto, anzi, quasi tutto non fa che eccitare a virtù, specialmente alla preghiera vocale, alla mentale e alla contemplazione”.

     Teresa prende in mano la penna e scrive come se stesse parlando, come in una conversazione famigliare. La Madre scrive come è: rimprovera, incoraggia, insegna, talvolta ironica nei riguardi dei difetti delle sue lettrici. Quando parla di sé, dei suoi peccati, fa delle confidenze personali; polemizza con teologi allergici all'orazione e quando critica i teologi del tempo che vedono in ogni contemplativa una visionaria, dice: "So che sei un giusto giudice, non fai come i giudici del mondo, i quali essendo figli di Adamo, e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengono sospetta.”

       In questo libro, che chiama “Cammino di Perfezione” ella conduce le anime alla fonte dell'acqua viva che è la perfezione dell'orazione.

      Il quaderno scritto da Teresa va nelle mani del teologo censore, Padre Garcia di Toledo per l'approvazione. Egli cancella il paragrafo in cui l'autrice fa l'apologia delle donne, è infastidito dalle confidenze personali, dal tono famigliare usato e non appone la firma al manoscritto che Teresa dovrà rifare moderando il tono polemico contro i signori teologi, eliminare paragoni ameni, battute umoristiche, allusioni confidenziali.

      Guardando la prima edizione e confrontandola con la seconda vediamo ampie differenze (addirittura la prima consta di 73 capitoli, la seconda di 42).
La prima redazione prende il nome di “codice di El Escorial” poiché si conserva nella biblioteca dell'Escorial; la seconda “codice di Valladolid” perché si conserva nel monastero delle carmelitane scalze di Valladolid. La prima edizione italiana del “Cammino di Perfezione” di s. Teresa tale e quale fu stesa dall'autrice è comparsa in Italia nel 1980.

      La spiegazione va cercata nel fatto che a 6 anni dalla morte di Teresa il letterato Luis de Leon si trovò di fronte 2 manoscritti, entrambi autografi, ma diversi del ”Cammino di Perfezione”. Egli si limita a fondere i 2 manoscritti insieme, completando l'uno con l'altro.
Il testo rimane così finché non arrivano gli editori critici del secolo scorso che si propongono di separare e restaurare i 2 quaderni autografi. Il primo viene considerato come brutta copia e così viene stampato solo il secondo, tradotto nelle principali lingue.
Ora, ci è data la possibilità di leggere la prima stesura fatta da Teresa, che con grande umiltà diceva: "se nel mio libro vi è qualcosa di buono è tutto per l'intervento di Dio”.

Decima scheda di p. Faustino su Santa Teresina

 


A differenza della Storia di un'Anima (1898), la cui diffusione toccava quasi le duecentomila copie in quindici anni, le Lettere di Suor Teresa di Gesù Bambino hanno atteso per cinquant'anni una pubblicazione completa (1948). Fino ad allora il pubblico ha avuto accesso soltanto ad un numero limitato di brani scelti.

Nel 1898 furono così pubblicati diciotto frammenti di lettere a Celina; la raccolta si arricchì via via con le due successive edizioni, raggiungendo quarantasette frammenti nel 1907 e cinquantuno nel 1910. Era ben poca  cosa, se si considera che la copia autentica degli Scritti, realizzata in quello stesso anno per il Processo di  canonizzazione, non conta meno di 184 pagine solo per le lettere. Per trent’anni, la situazione non cambierà molto per quanto riguarda la pubblicazione.

P. Faustino ci introduce alla lettura di questo epistolario. Scarica qui la scheda n. 10

sabato 1 ottobre 2022

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

 


















Da questi versetti del Vangelo di Luca, lasciando da parte il primo insegnamento sullo straordinario potere della fiducia nel Signore [Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: "Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe], per concentrarci soltanto sull’ultima affermazione di Gesù che le traduzioni, si ostinano a tradurre nel modo più anti evangelico che ci possa essere.

 Secondo questa traduzione tradizionale Gesù avrebbe detto: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. L’errore sta nell’aggettivo inutile, nel giudizio che i discepoli dovrebbero fare di se stessi dopo aver compiuto qualsiasi opera buona. Un giudizio che, già di per sé [aver fatto tutto ciò che dovevano fare], dovrebbe risultare contraddittorio, dato che quello che un servo fa per il suo padrone – nel caso specifico del modello portato da Gesù, preparargli la cena e servirgliela – è tutto il contrario dell’inutile, dal momento che permette al suo padrone di sedersi comodamente e di mangiare a suo piacimento.

 A sostegno di questo c’è, tuttavia, da notare una cosa ancora più importante. Chi parla è Gesù (!), che non è venuto per essere servito, ma per servire (Mc 10,45) e vuole insegnare ai suoi discepoli solo questa sua stessa attitudine che è tutt’altro che inutile. Chi oserebbe dire che, avendo assunto la condizione di servo, tutto ciò che Gesù ha fatto è senza valore? Egli stesso, nonostante sia venuto solo per servire, non lo direbbe, dato che nel suo servizio sta addirittura la nostra salvezza.

 D’altra parte, non ha scelto Lui i suoi discepoli per mandarli ad annunciare la buona notizia a tutto il mondo? Dopo aver compiuto questa missione, dovrebbero dire che sono stati inutili? Nel migliore dei casi, dovrebbero pensare che non è merito loro, bensì della grazia, ma pensare che la loro predicazione sia stata senza valore è un’altra cosa. Potrebbero pensare, come possiamo pensarlo tutti, di non essere indispensabili, perché Gesù avrebbe potuto inviare altri, ma Lui aveva inviato loro?

 Non dimentichiamo che, ai suoi discepoli, Gesù stesso disse che dovevano essere lievito per far fermentare la pasta, luce che deve illuminare il mondo e sale per dare sapore. Solo se il sale diventa insipido, non serve più e si getta per strada, ma mentre ha sapore serve e molto, aveva insegnato loro. Anche qui, Gesù sta parlando agli stessi discepoli e vuole che imparino solo una cosa. Che, così come Lui non chiede loro nulla per tutto il bene che va loro facendo, a loro e agli altri, così devono fare loro. Non pretendere mai nulla, dal momento che sono suoi discepoli.

 All’epoca del Vangelo e per molti secoli dopo, i servi erano schiavi e non ricevevano ne potevano esigere alcun compenso. Ed è giusto questo, che Gesù vuole che i suoi discepoli imparino: a servire senza pretendere ricompense. Il termine greco achreios significa anche “inutile”, ma soprattutto “senza guadagno”, ed è precisamente così, che sarebbe bene tradurre per non contraddire il Vangelo e lo stesso pensiero ed esempio di Gesù. Quando i discepoli hanno fatto tutto quello che sono tenuti a fare, devono dire che hanno fatto quello che dovevano fare e che non si aspettano alcuna ricompensa. Come il servo della parabola che serve la cena al suo padrone senza protestare, ma soprattutto come Gesù.


Il convegno dell'ocds di Sicilia


 

venerdì 30 settembre 2022

Ancora un anno in compagnia di Teresina

 Carissimi,

      siamo nel periodo di ripresa degli incontri del nuovo anno formativo, che affidiamo alla benedizione materna di Maria, Madre e Regina del Carmelo. Come saprete i Superiori dell'Ordine stanno preparando delle schede su S. Teresa di Gesù Bambino che ci accompagneranno per due anni. E' vero che noi abbiamo già iniziato lo studio di questa Santa con le schede di Padre Faustino (domenica pubblicheremo la decima scheda), ma penso che potrà essere un'occasione ulteriore per conoscerla meglio visti i prossimi anniversari che celebreremo: 
2023: 150 anni dalla nascita e 100 anni dalla beatificazione
2025: 100 anni dalla canonizzazione
    Sarebbe un modo per prepararci magari ad un pellegrinaggio sui luoghi della sua vita. Sarebbe bello se l'Ordine lo organizzasse com'è stato per S. Teresa d'Avila nel 2015.
Con questa aspettativa nel cuore chiediamo l'intercessione della piccola Teresa, di cui fra pochi giorni celebreremo la festa, su tutto l'Ordine Carmelitano. Un affettuoso saluto a tutti. Linda

domenica 25 settembre 2022

Piccole storie per l'anima - 64

 


La strana epidemia si abbatté sulla città all'improvviso. Coloro che ne erano colpiti diventavano prima avidi, poi prepotenti e arraffatori, perfino ladri. E tremendamente sospettosi gli uni degli altri. Si sentiva parlare solo di soldi, cambi, tassi di interesse e azioni che andavano su o giù. 

      Solo un eremita conosceva il rimedio: «Conosco la malattia che ha colpito il vostro villaggio. È dovuta a un virus terribile, perché chi è colpito diventa sempre più insensibile, il suo cuore si indurisce fino a diventare di pietra e al posto del cervello si forma un pallottoliere. C'è un solo rimedio: l'acqua della Montagna Che Canta. 
      Dovete trovare un giovane forte e coraggioso, completamente disinteressato. Deve affrontare questo impegno solo per amore della gente. Perché l'acqua della generosità funziona solo se è veramente voluta, aspettata, accolta. È logico, no? La medicina farà effetto solo se ci sarà qualcuno ad aspettarla».          
       Ma appena gli aspiranti eroi venivano a sapere che non ci avrebbero guadagnato niente, si ritiravano. Tutti, meno uno. Si chiamava Giosuè. «Noi ti aspetteremo», promise la gente. «Metteremo una luce sulla finestra tutte le notti, così saprai che ti aspettiamo». Giosuè baciò la mamma e il papà e abbracciò Mariarosa, la sua fidanzata, che gli sussurrò: «Anch'io ti aspetterò». 
      Salutò tutti e partì. Dopo dieci giorni di marcia, le montagne continuavano ad apparire lontane, come profili di giganti dormienti. Ma Giosuè non si fermava. Pensava agli abitanti della città che certamente si ricordavano di lui e lo aspettavano, ai suoi genitori e a Mariarosa e, ogni mattina, anche se i piedi gli dolevano ricominciava la marcia. Passarono altri dieci giorni, poi dieci mesi. Nella città, le prime notti erano state un vero spettacolo. Sui davanzali di quasi tutte le finestre brillava una luce. 
     Era il segno della speranza: aspettavano l'acqua della generosità portata da Giosuè. Ma con il passare del tempo molte lampade si spensero. Alcuni se ne dimenticarono semplicemente, altri, colpiti dalla malattia, si affrettarono a spegnerle per risparmiare. La maggioranza dei cittadini, dopo qualche mese, scuoteva la testa dicendo: «Non ce l'ha fatta. Non tornerà più». 
     Ogni notte c'era qualche luce in meno alle finestre. Il ritorno di Giosuè fu molto più rapido dell'andata. Portava sulle spalle una botticella della preziosa acqua. Una notte senza luna e senza stelle, Giosuè arrivò sulla collina da cui si vedeva la città. Guardò giù ansimando, perché aveva fatto di corsa gli ultimi metri. Quello che vide gli riempì 'gli occhi di lacrime e il cuore di amarezza. La città era completamente avvolta dal buio. Non c'erano luci sui davanzali delle finestre. Nessuno lo aveva aspettato.
     «È stato tutto inutile ... Se nessuno mi ha aspettato, l'acqua non farà effetto ... Tutta la mia fatica è stata inutile». Si avviò mestamente. Aveva voglia di buttar via quell'acqua che gli era tanto costata.
  Stava per farlo, quando qualcosa lo fermò. C'era una luce, laggiù!  Un lumino, piccolo, tremante, lottava con la notte, in mezzo ai muri neri delle case. Giosuè rise di felicità e partì di corsa. Bussò. 
      Si affacciò un volto dolce e conosciuto. «lo ti ho sempre aspettato», disse Mariarosa,
semplicemente.

All'improvviso Gesù chiese:
«Quando il Figlio dell'uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?»
(Vangelo di Luca 18,8)

Un'anima, quanta più ama, tanto più è perfetta in ciò che ama.
(S. Giovanni della Croce)

Meditazione sul Vangelo della Domenica



Di fronte a una parabola come quella del povero Lazzaro, non bisogna commettere l'errore di dedurre che l'insegnamento sia semplicemente quello che appare come giustizia umana. Non dobbiamo pensare, cioè, che il ricco crapulone che ha goduto di tutto in questo mondo dovrà soffrire all'inferno nell'aldilà, e solo il povero Lazzaro, che è stato tormentato in questo mondo, andrà giustamente a godere del paradiso. È spontaneo e consolante, per chi soffre, pensarlo e desiderarlo. Questo è ciò che si pensa in ogni società e in ogni religione, ma il lettore cristiano del Vangelo non può pensare che il Figlio di Dio sia venuto al mondo solo per insegnare una consolazione così elementare.

 Infatti, prendendo alla lettera l'antico insegnamento della stessa Sacra Scrittura che leggiamo in Dt 28,3-4, il ricco avrebbe potuto pensare che la sua fortuna fosse un chiaro segno della benedizione di Dio, mentre la miseria del povero mendicante fosse invece una maledizione. "Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo grembo, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame, sia i parti delle tue vacche sia i nati delle tue pecore.

 Prendendo alla lettera testi come questo (come fanno i predicatori televisivi di alcune sette pentecostali che mostrano le loro auto e le loro ville come prova di ciò che Dio ha dato loro in cambio della loro fede in Lui), si potrebbe concludere che i ricchi sono tali perché sono premiati dal Signore e i poveri sono tali perché sono (di qualcosa) puniti.

 Ci sono, tuttavia, anche altri insegnamenti nelle Scritture. Secondo Lev 19,9-10, ad esempio, una parte del raccolto deve essere condivisa con i poveri e, nello stesso libro del Deuteronomio dove abbiamo letto le parole sopra citate sulla benedizione della ricchezza, possiamo leggere queste altre che incoraggiano, invece, la generosità: "Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova. Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l'anno della remissione"; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla: egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te. Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore, tuo Dio, ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra" (Dt 15,7-11).

 Si capisce allora perché, alla richiesta del ricco che si trova all'inferno di inviare un testimone per avvertire i suoi parenti ancora in vita di ciò che li attende se non cambiano strada, Abramo risponda che "hanno Mosè e i profeti: li ascoltino. Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se un morto risuscita dai morti, non lo ascolteranno".

 La soluzione è proprio qui.

Anche se un uomo morto risuscitasse, non succederebbe nulla, perché tutti continuerebbero a guardare, diciamo così, il proprio ombelico. Da parte sua, Gesù non è venuto a spaventare coloro che fanno il male con il pericolo dell'inferno, ma a dire e mostrare come fare buon uso della nostra intelligenza in quanto figli di Dio stesso. "Fatevi amici con le ricchezze di questo mondo" (Lc 16,9), aveva appena detto nella precedente parabola dell'amministratore infedele. Malvagio, ma, dal punto di vista del suo interesse, molto saggio.  

 Il seno di Abramo e l'inferno, dove finiscono rispettivamente il povero affamato e il ricco ghiottone, non rappresentano né la salvezza né la dannazione eterna. In virtù della richiesta di perdono di Gesù al Padre sulla croce, speriamo che la dannazione non tocchi né a noi né a nessun altro. Ciò che Gesù dice attraverso la parabola è un severo monito a non credere che la felicità risieda nel mangiare e nel bere spudoratamente, "perché", come si legge nella conclusione del primo dei Salmi, "il Signore conosce la via dei giusti, mentre la via degli empi si sgretola da sé" (Salmo 1,6).

 Gesù vuole dirci che vivere da figli dello stesso Padre, seguendo il suo esempio, significa, per quanto è possibile, donarsi e servire gli altri. Che ciò che ha valore nella vita e che rimarrà nostro per sempre è solo ciò che abbiamo dato agli altri. Quando Gesù raccontò la parabola, nessuno sapeva che Egli era il Figlio di Dio fattosi povero per rendere tutti ricchi e che - a questo scopo - si sarebbe lasciato prendere perfino la vita. Lui, invece, sapeva e sa tuttora che neppure la sua risurrezione sarà sufficiente, nemmeno per coloro che affermano di credere in Lui, se non si svegliano alle necessità dei loro fratelli e sorelle. Gesù è morto anche per i ricchi cinici, ma vorrebbe che il suo esempio fosse valido anche per loro, affinché il Regno di Dio crescesse, così (attraverso la generosità), su questa terra.

 A questo, infatti, si riferisce il "sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra", che chiediamo ogni giorno nel Pater. E.… confessiamolo! Tutti noi, nonostante la risurrezione di Cristo in cui crediamo e proclamiamo, siamo ancora un po' ingordi e un po’ cinici. Affinché la nostra vita corrisponda a ciò che crediamo, dobbiamo uscire dalla sterilità dell’accumulo, reale o desiderato che sia, per farci utili.

 

lunedì 19 settembre 2022

Piccole storie per l'anima - 63


 Ho letto sul giornale che un bambino, a Brasilia, è stato brutalmente picchiato dai genitori. Per questo motivo ha perso la capacità di muoversi e di parlare.
Ricoverato in ospedale, è stato curato da una infermiera che ogni giorno gli diceva: «Io ti amo».
Anche se i medici garantivano che non poteva udirla e che i suoi sforzi erano inutili, l'infermiera continuava a ripetergli: «Io ti amo, non dimenticarlo».
Tre settimane dopo, il bambino aveva riacquistato la capacità motoria.
 Quattro settimane dopo, tornava a parlare e a sorridere.
L'infermiera non ha mai rilasciato interviste e il giornale non pubblicava il suo nome, ma qui ne rimane l'annotazione, affinché non dimentichiamo mai che l'amore guarisce.


L'amore guarisce ogni ferita dell'anima. 
Dio lo sa e per questo continua a ripeterti: "Io ti amo"

 

"Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri ed i fiorucci da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere; e come nella natura le stagioni sono tutte regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto risponde al bene di ciascuna anima"  (S.Teresa di Gesù Bambino)

sabato 17 settembre 2022

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

La proposta di un amministratore infedele e disonesto come modello, può giustamente sorprendere. Come può, infatti, Gesù, presentare un imbroglione come esempio di comportamento per i discepoli? In effetti sorprende, ma se ci soffermiamo a pensare bene, si capisce che Gesù non sta proponendo la disonestà, ma il saper impostare la vita secondo i valori scelti in quanto credenti.

L’amministratore disonesto pensa soltanto a come procurarsi degli amici che possano ricompensarlo quando sia cacciato dal suo padrone. Questo è ciò che gli preme dal momento che è stato scoperto come uomo disonesto. L’unica cosa a cui pensa è procurarsi qualcuno che sappia aiutarlo. Da parte sua, il cristiano dovrebbe sapere cosa gli assicura l’essere veramente discepolo di Cristo e porre in questo tutta la sua fermezza. “Fatti furbo per il regno di Dio”, mi diceva un padre carmelitano che mi ha aiutato in gioventù. Sì, perché essere semplici come bambini o come colombe, non esclude la necessità di avere anche la prudenza del serpente. Lo stesso Gesù l’ha insegnato. “Ecco”, disse un giorno, “io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16).

Ad ogni modo, per il discepolo, la soluzione va chiarendosi con ciò che prosegue nel racconto della parabola, dove Gesù dice come usare le ricchezze, non solo per il proprio vantaggio, ma anche per aiutare gli altri: “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”.

Importante è, poi, ciò che Gesù stesso aggiunge sulla necessità di essere fedeli nelle cose ordinarie di ogni giorno, perché è lì che si dimostra la capacità di fare anche cose grandi. “Chi è fedele in cose di poco conto”, continua, infatti, Gesù, “è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. .Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?” (vv. 10-11).

La maggior parte di noi non è sicuramente all’altezza di che gli si intitoli una via o una piazza della sua città, capace di salvare un’imbarcazione di immigrati o di ricevere il ministro degli esteri di una nazione amica. Nella settimana che stiamo iniziando con l’eucaristia di questa domenica, dovremo assolvere soprattutto gli stessi impegni della settimana passata in famiglia e al lavoro, e ciò che il Signore ci chiede è che ci comportiamo saggiamente secondo il Vangelo e sul suo stesso esempio. Gesù mangiava e beveva come gli altri, ma stava sempre a disposizione di tutti.

Ma attenzione!

Per saper scegliere nei forse piccoli, ma importanti impegni quotidiani, bisogna ascoltare anche il criterio che Gesù ci dà nella tagliente stoccata finale: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (v. 13). Uno dei due padroni che possono possederci è l’Amore di Dio che ci ama da sempre e per sempre. L’altro è l’interesse e l’egoismo, rappresentati dal denaro, il principe di questo mondo. 

Non può esserci compromesso.

Il denaro è importante (anche Gesù e i suoi discepoli avevano una cassa per le loro necessità e per aiutare i poveri), ma non deve diventare il signore che soggioga e condiziona la ricchezza più grande, cioè, la disponibilità verso gli altri alla scuola del Maestro.

 


lunedì 12 settembre 2022

Piccole storie per l'anima - 62


Un giorno, una ragazza andò in cucina per parlare con sua madre lamentandosi che nella vita tutto sembrava andare storto: la scuola, nonostante ce la mettesse tutta, non andava come avrebbe voluto; il ragazzo, che segretamente amava, non aveva attenzioni che per un'altra; la sua migliore amica stava per trasferirsi in una città lontana e ultimamente le sue amicizie erano...beh, lasciamo perdere!
E Dio nel frattempo cosa faceva? La mamma, durante tutto il discorso ascoltò in silenzio la figlia. Quando la ragazza ebbe finito di parlare la madre le disse: " Figlia mia, vuoi un po' di dolce?", "Certamente mamma! Vado pazza per i tuoi dolci!". Allora la madre prese un bicchiere, ci versò dentro una dose di olio di semi, poi versò in una ciotola della farina, prese due uova dal frigo, del lievito, e un paio di scorze di limone.

E disse: "Ecco il tuo dolce! Spero ti piaccia!". La figlia, sbigottita e disgustata, le rispose: "Ma mamma, ma sei impazzita? Queste cose non sono il dolce! La mamma continuò: "Cara figlia mia, certo, tutte queste cose, prese da sole, non sono affatto il dolce e prese da sole non sono nemmeno invitanti! Ma quando qualcuno le mette insieme, nel modo giusto e con esperienza, dopo il tempo di cottura adeguato, danno vita ad un dolce squisito! Vedi, Dio lavora come una madre che prepara con amore un dolce delizioso per i suoi figli.
Questi si chiedono come possono un uovo crudo, un po' di zucchero, una scorza di limone, un bicchiere d'olio, un po' di farina, mescolati insieme, diventare un cibo così squisito, ma la mamma li sorprende ogni volta! Allo stesso modo ognuno di noi si chiede molte volte perché Dio ci lascia andare attraverso esperienze molto dolorose e tempi molto difficili, ma Dio sa che quando lui cucinerà tutte queste cose insieme, attraverso la sua ricetta e nei suoi modi, il risultato sarà sempre qualcosa di straordinario per i suoi amati figli e figlie.

Noi non dobbiamo fare altro che autorizzarlo a prendere gli "ingredienti" della nostra vita, "impastarli" e "cuocerli" come solo lui fare. Perché lui sa trasformare ogni male, ogni nostro peccato in occasione di bene. La figlia sorrise soddisfatta e non soltanto perché il dolce era molto buono...

Dio sa trasformare ogni male in un bene e tutto concorre al bene di coloro che Dio ama...e che si lasciano "cucinare"


"Non ho mai fatto come Pilato, il quale rifiutò di ascoltare la verità.
Ho sempre detto al Signore: Oh mio Dio, voglio ascoltarvi,
ve ne supplico, rispondetemi quando vi chiedo semplicemente: cosa è la verità?
Fate che io veda le cose quali sono, che niente mi abbagli".
(S.Teresa di Gesù Bambino)