lunedì 23 maggio 2022

Piccole storie per l'anima - 52

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

Un maestro di spiritualità giaceva sul letto di morte. Intorno a lui si erano raccolti i suoi discepoli e decine di affezionati studenti che si erano ispirati alla sua vita e alle sue idee luminose.

I più vicini a lui gli sussurrarono: «Maestro, quando tu sarai morto, metteremo una grande e magnifica pietra sul tuo sepolcro ... ».
«Che cosa vuoi che le scriviamo sopra?».
Il vecchio saggio tacque un po' e poi sorrise: «Scrivete: lo non sono sotto la pietra».

Noi non saremo sotto la pietra…     

"Io sono la risurrezione e la vita"  (Gv 11,25)

domenica 22 maggio 2022

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

Vi lascio la pace, vi do la mia pace


23Gli rispose Gesù: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

 

Come altri passaggi del quarto Vangelo, anche questo è abbastanza difficile da districare, ma lo tentiamo ugualmente. Per prima cosa bisogna sapere che Gesù sta rispondendo a Giuda, “non l’Iscariota”, che nel versetto precedente (il 22) gli ha chiesto: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” Non si sa bene chi sia questo Giuda che, in alcune versioni, al posto della precisazione (“non l’Iscariota”) se ne trova un’altra (“il Cananeo”). Forse è il “fratello” di Gesù (Mc 6,3; Mt 13,55) autore della lettera omonima, o Giuda di Giacomo (Lc 6,16).

Tuttavia, nonostante questa incertezza sull’identificazione del personaggio, rimane l’importanza della sua domanda e, soprattutto, della risposta di Gesù che spiega il perché di questa distinzione tra “i discepoli” e “il mondo”. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”, rispose, infatti, Gesù, aggiungendo, inoltre: “Chi non mi ama non osserva le mie parole”.

Cerchiamo allora, come promesso, di capire questo gioco di parole. Essendo Gesù venuto tra noi per la salvezza di tutti, non può trattarsi del “mondo”, come “umanità”. Il rivelarsi ai “suoi” e non al “mondo”, non può, dunque, dipendere dal suo Amore, ma dal nostro e dalla nostra capacità di ascolto. “Perché ti riveli a noi e non al mondo?”, gli ha chiesto Giuda il Cananeo, e Gesù glielo spiega con queste parole: “[Perché] chi mi ama, osserverà la mia parola”.

I discepoli si suppone che amino, mentre il mondo [che qui rappresenta gli oppositori] no. “Chi mi ama [il discepolo], osserva la mia parola”, dice, infatti, Gesù. “Chi non mi ama [il mondo]”, aggiunge, “non osserva le mie parole”. Con questo, Gesù vuole dire che non basta che Egli si riveli, e neppure che Egli ami, se nessuno è interessato a questo. Bisogna essere disposti a relazionarsi con chi ci offre il suo amore e, come conseguenza, amare a nostra volta, come risulta da ciò che Gesù va aggiungendo: “Chi mi ama, osserverà la mia parola”. Sì, perché non c'è un amore unidirezionale che raggiunga il suo scopo salvifico. L’amore deve essere corrisposto o, almeno, capito col desiderio di corrispondervi.

Paolo lo dice chiaramente con queste parole, belle e categoriche allo stesso tempo: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,1-3).

Che Gesù dica che la parola che stanno ascoltando i suoi discepoli non è sua, ma del Padre che lo ha inviato, serve per comunicare tutto ciò che significa la sua incarnazione come intenzione salvifica presa insieme dal Padre e da Lui (suo Figlio) che, come ha detto in altra occasione, sono “una cosa sola”. Naturalmente, per capire questo occorre un aiuto molto forte. C'è bisogno dello Spirito Santo che è l’Amore tra il Padre e il Figlio. Gesù lo sa molto bene e lo aveva spiegato ai discepoli di allora e, ora, lo spiega a noi, ascoltatori del Vangelo: “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi”, aveva detto loro, “Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Questo insegnamento giunse per la prima volta il giorno di Pentecoste, quando lo Spirito risvegliò, nel cuore di Pietro e di molti altri discepoli riunti nel Cenacolo, il ricordo di tutto quello che Gesù aveva fatto e insegnato insieme alla comprensione dell’importanza della sua morte sulla Croce. Accadde anche a ciascuno di noi nel momento in cui diventammo credenti, ma l’ascolto dello stesso Spirito deve ripetersi tutti i giorni, nella preghiera, nella lettura dei Vangeli e lungo tutta la giornata.

Gesù termina lasciando ai suoi discepoli la sua pace che non è la semplice assenza di guerra (“Non come la dà il mondo”, disse), ma la pienezza alla luce della sua salvezza. Termina con questo dono della pace e con un’assicurazione affinché, in sua assenza, i credenti non si turbino né si sgomentino. “Vado e tornerò da voi”, dice loro. Anche i primi discepoli non torneranno più a vederlo come lo hanno conosciuto e toccato stando e mangiando con Lui, ma li assicura: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E lo Spirito, se ci facciamo caso, continua a ricordarcela, questa assicurazione.

Ciò che Gesù aggiunge (“Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me”) non vuol dire che il Figlio sia inferiore al Padre, se non nel suo procedere da Lui, ma che, benché in Lui si sia manifestato Dio (Gv 1,18), il Padre e lo stesso Figlio, sono molto più di ciò che si può vedere con gli occhi del corpo. Per questo Gesù dice che, anziché rattristarsi, i discepoli dovrebbero rallegrarsi. Torna al Padre ed è da lì che la sua presenza accanto a ciascuno sarà ancora più piena di quanto lo sia stata sulla terra. “Ve l'ho detto ora, prima che avvenga”, li assicura “perché, quando avverrà, voi crediate”.








sabato 21 maggio 2022

Solo Dio basta: La sapienza d'amore - 1

 

Testi tratti da  " VOGLIO VEDERE DIO"
di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD

 LA SAPIENZA D'AMORE

Alla soglia delle quarte Mansioni ci troviamo all'ingresso del regno della Sapienza d'amore.

Che cos'è la Sapienza d'amore?

         Parlando per bocca di autori ispirati essa stessa si è rivelata:” Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin da allora. Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra”.(Prv 8,22 ss)
         E’ ”l'artefice di tutte le cose”(Sap 7,21)”, si estende da un confine all'altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa”(Sap 8,1), ma trova una gioia particolare nella santificazione delle anime. E' proprio essa, infatti, che attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti.” (Sap 7, 27)
         “....E' una emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente, per questo nulla di incontaminato in essa s'infiltra. E' un riflesso della luce perenne...(Sap 7, 22 ss) Essa è un dono di Dio e a lui occorre chiederla. E' il soffio della potenza di Dio, più bella della luce. Essa non è una Persona Divina, ma è le tre Persone nello stesso tempo, cioè tutta la Trinità che abita nella nostra anima.

Che cosa fa la Sapienza d'amore?

  Per compiere il suo disegno eterno in noi e per mezzo nostro, la Sapienza d'amore interviene nell'anima


a nelle quarte Mansioni con un aiuto particolare. Non possiamo cogliere con la nostra intelligenza il disegno di Dio nel suo insieme, come non possiamo prevedere la parte che ci spetta nel realizzarlo o le vie per le quali saremo condotti. Fondando il monastero di s. Giuseppe d'Avila, santa Teresa era spinta da un'attrazione divina per la solitudine e l'intimità con il buon Gesù; invece la Sapienza d'amore la fece andar via da lì, qualche anno dopo, per percorrere da fondatrice, le strade della Spagna. 


       Questa Sapienza d'amore è al servizio di Dio che è amore. Essa trova la sua gioia tra i figli degli uomini, perché nella loro anima può effondere il più grande dei suoi doni creati, la grazia, che è una partecipazione alla natura e alla vita di Dio. Il regno della Sapienza d'amore è un regno “di giustizia, d'amore e di pace” (prefazio della Festa di Cristo Re). La Sapienza d'amore è essenzialmente attiva, perché, conquistandoci, ci fa entrare nell'intimità divina, ci trasforma immediatamente in canali della sua grazia e in strumenti delle sue opere. L'amore , infatti, è essenzialmente dinamico e dinamogeno. L'apostolato è la conseguenza normale del movimento essenziale dell'amore. Pensare unicamente all'unione con Dio vuol dire ignorare la natura dell'amore, fermare il movimento di espansione che lo rende amore. 

      La Sapienza d'amore ha un unico fine che è la Chiesa. Come Cristo Gesù e sua Madre, i santi sono suscitati per la Chiesa. La Sapienza d'amore li santifica per inserirli nella Chiesa e renderli idonei per le sue opere.
Il capolavoro di questa Sapienza d'amore è innegabilmente l'umanità santa del Cristo. La Sapienza si è costruita una dimora: questa dimora è il Cristo Gesù, la Vergine Maria....noi stessi.

lunedì 16 maggio 2022

Piccole storie per l'anima - 51

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
 a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda
   

C’era una volta, tanti secoli fa, una città famosa. Sorgeva in una prospera vallata e, siccome i suoi abitanti erano decisi e laboriosi, in poco tempo crebbe enormemente. I pellegrini la vedevano da lontano e rimanevano ammirati e abbagliati dallo splendore dei suoi marmi e dei suoi bronzi dorati.
   Era insomma una città felice nella quale tutti vivevano in pace. Ma un brutto giorno, i suoi abitanti decisero di eleggere un re. Le trombe d’oro degli araldi li riunirono tutti davanti al Municipio. Non mancava nessuno. Poveri e ricchi, giovani e vecchi si guardavano in faccia e parlottavano a bassa voce.    Lo squillo di una tromba impose il silenzio a tutta l’assemblea.
Si fece avanti allora un tipo basso e grasso, vestito superbamente. Era l’uomo più ricco della città. Alzò la mano carica di anelli scintillanti e proclamò: "Cittadini! Noi siamo già immensamente ricchi. Non ci manca il denaro. Il nostro re deve essere un uomo nobile, un conte, un marchese, un principe, perché tutti lo rispettino per il suo alto rango". "No! Vattene! Fatelo tacere! Buuuu!" I meno ricchi della città cominciarono una gazzarra indescrivibile.
  "Vogliamo come re un uomo ricco e generoso che ponga rimedio ai nostri problemi!". Nello stesso tempo, i soldati issarono sulle loro spalle un gigante muscoloso e gridarono, agitando minacciosamente le loro armi: "Questo sarà il nostro re! Il più forte!".
   Nella confusione generale, nessuno capiva più niente. Da tutte le parti scoppiavano grida, minacce, applausi, armi che s’incrociavano. I parapiglia si moltiplicavano e i contusi erano già decine. Suonò di nuovo la tromba. Poco a poco, la moltitudine si acquietò.
   Un anziano, sereno e prudente, salì sul gradino più alto e disse: "Amici, non commettiamo la pazzia di batterci per un re che non esiste ancora. Chiamiamo un bambino innocente e sia lui ad eleggere un re tra di noi". Presero per mano un bambino e lo condussero davanti a tutti.
  L’anziano gli chiese: "Chi vuoi che sia il re di questa città così grande?". Il bambinetto li guardò tutti, si succhiò il pollice e poi rispose: "I re sono brutti. Io non voglio un re. Voglio che sia una regina: la mia mamma!"


Le mamme al governo. È un'idea magnifica. Il mondo sarebbe certamente più pulito, più giusto, più sincero, più umano, più generoso, più educato, meno arrivista e meno volgare. Dio l’ha pensata allo stesso modo. E ha fatto Maria  ...

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Da " VOGLIO VEDERE DIO" di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD

 
VITA REGOLATA E ORAZIONI SEMPLIFICATE seconda parte

         Chiamiamo le orazioni di cui abbiamo parlato nella prima parte orazioni semplificate o meglio orazioni di semplicità e definiamole così : uno sguardo nel silenzio. Si può distinguere nell'orazione di semplicità un duplice elemento: lo sguardo sull'oggetto e la pacificazione o silenzio che esso produce. E' uno sguardo attivo nel silenzio: occorre dunque coltivare sia l'attività che il silenzio.

        Le terze Mansioni ci mostrano proprio il trionfo dell'attività umana nella ricerca di Dio. S. Teresa se ne rallegra e dice:”Il Signore non ha fatto loro una piccola grazia nell'aiutarle a vincere le prime difficoltà...” Sappiamo però che queste terze Mansioni sono ancora lontane dalle vette.
 
        Il versetto del salmo che Teresa ricorda all'inizio della sua descrizione, traduce molto bene l'atmosfera delle terze Mansioni: ”Beato l'uomo che teme il Signore.”(Sal. 111(112), 1) Teresa ricorda: ”Ho conosciuto alcune persone...vissute molti anni in questa rettitudine e in questa regolarità anima e corpo..., le quali ...messe alla prova da Sua Maestà in cose di non grande importanza, cadevano in una così grande inquietudine e oppressione di cuore da farmi restare sbalordita e anche molto spaventata. Ora, dare a loro un consiglio è inutile perchè facendo esse professione di virtù da tanto tempo, credono di poter insegnare agli altri e di avere ragione da vendere per esser così sensibili a quelle prove.”(III Mansioni, c. II,1) “Credo che in questo stia il male di quelle anime che non vanno avanti”(III Mansioni, c. II, 8)

       Queste anime presa coscienza della loro virtù, su questa convinzione basano pretese di grazie più elevate, ma non sanno che il loro Re “quantunque abbia molti vassalli, non a tutti è dato l'accesso alla sua stanza..Oh umiltà,umiltà!”(III Mansioni, c. I, 6-7)

       Di fronte a queste anime delle terze Mansioni s.Teresa mostra un certo imbarazzo che rassomiglia al disagio che rivela un problema spirituale molto importante. La Santa lo riassume così:”Da quando ho cominciato a parlare di queste Mansioni ho dinanzi agli occhi (l'immagine di) quel giovane (Mt.19, 16-22) cui il Signore insegnò che cosa doveva fare se voleva essere perfetto....perchè siamo né più né meno come lui.”(III Mansioni, c. I, 6).

domenica 15 maggio 2022

Nascita al cielo di Eleonora Marcelli


Mercoledì 11 maggio è nata al cielo la nostra cara Eleonora Marcelli (78 anni) della Comunità OCDS di Monza, per anni Consigliera Provinciale e Nazionale.
Le esequie si sono tenute venerdì 13 maggio presso Il Santuario di S. Teresa di Gesù Bambino a Monza.
A seguire il ricordo di Eleonora Marcelli letto durante la celebrazione di commiato.


IN RICORDO DI ELEONORA MARCELLI ...


Cara Nora,
Ieri, quando stavo cercando di raccogliere le idee per scriverti questa lettera, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un episodio personale che risale a 30 anni fa, quando avevo scritto alla Comunità OCDS di Monza, per chiedere informazioni sulla regola di vita del carmelitano secolare.
Ricordo che tu mi hai risposto, con la tua tipica verve, con una lettera del tipo "vieni e vedi!" invitandomi a partecipare alla sera ad uno dei vostri incontri. Allora la comunità di Monza s'incontrava anche di sera per dare la possibilità a quelli che lavoravano di poter intraprendere il cammino nell'OCDS ( anche qui eri avanti di vedute!)

Mi hai dato appuntamento una sera, qui sul piazzale della chiesa** (** E' il Santuario di S.Teresa di Gesù Bambino a Monza). Ricordo molto bene quell'incontro: sei stata la prima persona che ho conosciuto quando mi sono avvicinato all'Ordine Carmelitano Teresiano.
Il tempo poi mi avrebbe fatto capire che incontrandoti voleva dire incontrare una dei massimi esponenti del Carmelo Secolare Italiano.
Tu, per tanti decenni, sei stata la colonna portante dell'OCDS a livello provinciale, a livello nazionale e anche a livello mondiale.

Hai fatto la promessa definitiva il 26 ottobre 1969: 53 anni fa.
Cinquantatré anni di vita nel Carmelo Secolare. Se fossero stati anni di matrimonio, fra due anni avresti festeggiato le nozze di smeraldo.
Tu che sei stata vedova molto giovane e con tre bambini da accudire, quasi a ricordarci che una chiamata all'Ordine Secolare Teresiano, a volte, passa misteriosamente anche attraverso dolori strazianti che ti mettono con le spalle al muro.

Sei stata per tanti anni presidente provinciale; il nostro Statuto Provinciale, strumento tanto utile per accompagnare la vita delle nostre comunità, è frutto anche della tua esperienza, dei tuoi consigli e dei tuoi suggerimenti.
Anche a livello nazionale, sei stata una protagonista; hai dato il tuo prezioso contributo in quello che oggi sono i nostri testi legislativi, la nostra regola di vita; e se oggi esiste il coordinamento interprovinciale OCDS, l'organismo che aiuta e sostiene il cammino delle comunità OCDS d'Italia, è dovuto grazie anche al tuo supporto e alle tue intuizioni.
Hai partecipato nel 2000 al Congresso Internazionale OCDS in Messico dove si sono messe le basi per la formazione del carmelitano secolare adeguandola ai tempi rappresentati dal nuovo millennio.

La formazione. Nora, la formazione era la tua principale preoccupazione.
Sei stata per più di 30 anni incaricata della formazione della tua comunità di Monza.
Come una mamma che aiuta il proprio bambino a camminare sulle proprie gambe, così tu, con i tuoi formandi, avevi la preoccupazione di aiutarli a vivere la propria vocazione di carmelitani secolari con maturità, con piena consapevolezza, capaci di assumersi le proprie responsabilità nella Chiesa, nell'Ordine Carmelitano e nella vita sociale e civile.

Ci hai aiutato a vivere il nostro essere laici nella chiamata alla santità senza per questo essere mezzi frati o mezze monache.
Anche nella formazione dobbiamo ricordare quanto sia stata importante la tua esperienza per definire il percorso di formazione di un carmelitano secolare.
Se oggi abbiamo un iter formativo nazionale lo dobbiamo anche a te.

Cara Nora, oggi siamo qui tutti presenti.
Siamo qui a ringraziarti per tutto quello che hai fatto per il Carmelo Secolare e per tutto l'Ordine Carmelitano
Quello che noi siamo oggi lo dobbiamo anche a te

Cara Nora, siamo qui tutti presenti per salutarti, ma non per dirti addio ma arrivederci.
Sì, arrivederci in paradiso.
Quando tutti noi insieme potremo contemplare il nostro amato Signore faccia a faccia e vivere eternamente alla sua presenza con tutti i santi carmelitani.
E' la bellezza della nostra fede.
Poter guardare la morte in faccia e non considerarla come la fine di tutto, ma il passaggio alla vita eterna.
Questa è la nostra fede.
Questa è la nostra forza.
Nel frattempo cara Nora, noi pregheremo per te e tu ricordati di pregare per noi perché i tempi sono diventati cupi e difficili.

Cara Nora, concludo questa lettera con una frase di S.Paolo, che adesso è anche la tua frase:
"Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno" (2Tm 4,8)
Cara Nora, quel giorno è arrivato, è sono sicuro che il Signore di dirà:
"Vieni servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore" (cfr. Mt 25,21)

Ciao Nora,
Arrivederci in paradiso.
Maria madre e Regina del Carmelo,
prega per noi.
Angelo Berna OCDS
Presidente Provincia Lombarda




sabato 14 maggio 2022

Formazione. La Mariologia nel Carmelo

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 



31
Quando fu uscito, Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi [] 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".

 




Per capire come Gesù possa dire che, proprio “ora [appena uscito Giuda dal cenacolo per consegnarlo ai giudei che voglio ucciderlo] è glorificato il Figlio dell’uomo [cioè Lui], e Dio è glorificato in Lui”, bisogna riflettere un po' più del solito sul testo.

Solo Giuda è responsabile di aver consegnato Gesù, come solo Pietro è colpevole di non aver avuto il coraggio di riconoscersi suo discepolo, ma bisogna separare la responsabilità oggettiva da quella soggettiva. Obiettivamente, la gravità della consegna di Gesù alle autorità giudee, è enorme e, da questo punto di vista, è certo, come disse Gesù, che sarebbe stato meglio per quell’uomo non essere mai nato (Mt 26,24), ma questo non impedisce che il Signore – che ha dato la vita per l’umanità intera – muoia anche per Giuda.

In ogni caso, non si deve pensare che la consegna di Gesù per mezzo di Giuda alle autorità ebraiche, fosse indispensabile. Prima o poi i nemici avrebbero potuto prenderlo senza Giuda e con tutti i pretesti, dato che lo stesso Gesù, soprattutto negli ultimi tempi, con l’entrata trionfale in Gerusalemme e la purificazione del tempio, non aveva fatto altro che provocare la propria condanna. Venuto al mondo per la salvezza di tutti, nessuno escluso, si era ormai da tempo reso conto che, consegnare sé stesso per la salvezza di tutti era l’unica via da percorrere. Per questo, più volte, aveva detto ai suoi discepoli che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere ucciso e risuscitare al terzo giorno (cfr. Mc 8,31). E con sofferta determinazione – secondo Luca 9,51 – aveva preso la decisione di andare a Gerusalemme

Una coscienza e una decisione saggiamente fatte risaltare dall’evangelista del quarto Vangelo che, spiegando il perché della lavanda dei piedi ai suoi discepoli (profezia della sua morte per loro) scrive: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò [li volle amare] sino alla fine” (Gv 13,1).

I suoi che stavano nel mondo, in quel momento sono i Dodici, Giuda incluso, quelli cui lava materialmente i piedi, ma rappresentano tutta l’umanità, dato che anche loro sono poveri ignoranti che non sanno né quello che fanno, né ciò che sta facendo Gesù per loro. Il ruolo di traditore è toccato a Giuda, come a Pietro quello di rinnegatore, ma – in assoluto – chi consegna Gesù, dopo che il Padre lo ha consegnato all’umanità, siamo tutti, rappresentati da Giuda, da Pietro e dalle autorità del tempo. Venuto, infatti, nella sua casa [in quel momento nel popolo di Israele, ma che rappresentava tutta l’umanità], i suoi non lo hanno ricevuto, ma Egli, affinché tutti si rendessero conto del suo amore, non ebbe altro modo che lasciarsi uccidere e chiedere perdono al Padre per questa grande ignoranza. [[1]]

Una volta capito tutto questo, risulta chiaro perché Gesù parli della sua morte come di una glorificazione sua e del Padre, proprio nell’ora in cui sta per essere consegnato alle autorità che lo condanneranno. Parole che, oltretutto, sfociano nell’esortazione che fa ai suoi discepoli: “Figlioli, ancora per poco sono con voi […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Sicuramente quella notte dell’ultima cena, non le compresero neppure i suoi discepoli che, tuttavia, più tardi le avrebbero capite.

Non appena lo Spirito avesse fatto loro capire che la sua condanna sulla croce non era stato un fallimento, ma la vittoria dell’Amore, avrebbero cominciato a capire tutto. Avrebbero capito, inoltre, che all’Amore si può corrispondere solo con l’amore e che intendeva Gesù col dire loro che dovevano amarsi gli uni gli altri “come io vi ho amato”. Ripensare a questo “come io vi ho amato” fece loro capire che non si trattava di un nuovo comandamento, ma di un comandamento nuovo, fondato nell’Amore con cui Dio, nel suo Figlio, ci ha amati e continua ad amarci.



[1] “Dio infatti ha tanto amato il mondo”, aveva detto Gesù a Nicodemo, “da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

giovedì 12 maggio 2022

Teresianum. La giornata dedicata al dottorato di S. Teresina

Carissimi Padri,
l'OCDS d'Italia si unisce con gioia e gratitudine al Signore per il vostro qualificato e prezioso servizio di docenza al Teresianum.
Il Signore ricompensi con abbondanza di grazie quanto in "scienza e sapienza" avete trasmesso ai tanti studenti che hanno seguito i vostri corsi.
Saremo uniti spiritualmente ai festeggiamenti nella giornata accademica del 13 maggio.
Con stima e riconoscenza.
Il Coordinamento Interprovinciale OCDS d'Italia.

lunedì 9 maggio 2022

Piccole storie per l'anima -50

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
 a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

Una bambina viveva felice con il suo papà e la sua mamma. Ma per una meschina vendetta, alcuni uomini perfidi la rapirono. Arrivarono un giorno nei loro grandi mantelli e, sulla strada che portava alla scuola, s’impadronirono della bambina.
Galoppando di gran carriera su cavalli neri si allontanarono ben presto dal villaggio e presero la strada della foresta. La buia e tenebrosa foresta che ingoiava per sempre gli incauti che vi si avventuravano senza guida. Quegli uomini dal cuore di pietra portarono la bambina nel cuore della foresta. Volevano che si perdesse per sempre nella foresta. La bambina piangeva terrorizzata.
E ripeteva, quasi gridava, la preghiera che la mamma le aveva insegnato: "Ave Maria, piena di grazia...". Giunsero dove la foresta era più intricata e impenetrabile. Là abbandonarono la bambina. La poverina si accucciò ai piedi di un grande albero, continuando a ripetere tra i singhiozzi: "Ave Maria... Ave Maria...".
Improvvisamente, fra le lacrime, proprio ai suoi piedi scorse una rosa. Una rosa dai petali teneri come una carezza. Poco più avanti, ben visibile, tra l’erba e le foglie, c’era un’altra rosa, poi un’altra, un’altra ancora... formavano un sentiero che si snodava tra gli alberi. La bambina cominciò a camminare da una rosa all’altra, prima esitante, poi quasi di corsa. Dopo un po’ arrivò al margine della foresta e si trovò nelle braccia della mamma e del papà. Anche loro avevano visto il sentiero di rose ed erano partiti alla sua ricerca. Perché anche la mamma e il papà avevano continuato a dire l’Ave Maria.
E tutte quelle Ave Maria, quelle dei genitori e quelle della figlia, erano diventate un sentiero di rose. Che li aveva riportati tutti insieme.


Anche le nostre Ave Maria formano il sentiero che ci aiuta a non perderci
nelle foreste tenebrose di questo mondo.
E che ci riporta al sicuro nelle braccia del Padre dei Cieli.
Seguiamo questo sentiero prima che sia troppo tardi…


"Cari figli! Vi guardo e vedo che siete persi. Perciò vi invito tutti: ritornate a Dio, ritornate alla preghiera e lo Spirito Santo vi colmerà del Suo amore che dona gioia al cuore. La speranza crescerà in voi e in un futuro migliore e voi diventerete testimoni gioiosi della Misericordia Divina in voi ed attorno a voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata."
(25 Aprile 2022 - Messaggio Regina della Padre di Medjugorie)






Da" VOGLIO VEDERE DIO" di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD


VITA REGOLATA E ORAZIONI SEMPLIFICATE prima parte

Ecco il prezioso insegnamento di S. Teresa: “Che cosa diremo a coloro che per la misericordia di Dio sono usciti vittoriosi da tutte queste lotte e che aiutati dalla perseveranza sono entrati nelle terze Mansioni, se non “Beato l'uomo che teme il Signore”....In verità, a ragione chiameremo beato chi procede in questo modo perché, se non torna indietro, per quanto possiamo giudicarne, è sulla strada sicura ai fini della salvezza.
(III Mansioni, c. I, 7)

“Il Signore non ha fatto loro una piccola grazia” sottolinea la Santa per coloro che sono giunti alle terze Mansioni,”credo che, per sua bontà, ce ne siano molte nel mondo”.(III Mansioni, c. I, 1)

Ecco una brillante e precisa descrizione di tali anime: (Queste anime) vivamente desiderose di non offendere sua Maestà,si guardano anche dai peccati veniali e amano fare penitenza; hanno le loro ore di raccoglimento, impiegano bene il loro tempo, attendono a opere di carità verso il prossimo; sono molto regolate nel modo di parlare, di vestire e nel governo della casa se ne hanno una a cui badare. Certamente, è uno stato degno di invidia.(III Mansioni, c I, 5)

Queste persone”hanno le loro ore di raccoglimento,”afferma Teresa parlando delle terze Mansioni, aggiungendo tuttavia che, a volte, vi trovano aridità. Anche qui gli sforzi compiuti con perseveranza hanno creato una certa facilità di raccoglimento.”Appena (l'anima) comincerà a pregare, i suoi sensi si raccoglieranno come quando le api, tornate all'alveare, rientrano per fare il miele.....e i sensi..dopo che tornano a uscirne....se la volontà li richiama, ritornano subito.”(Cammino, c. XXVIII,7)

Una volta servivano lunghe preghiere, ma ora”dopo esserci sforzate di stare accanto a Nostro Signore, Egli ci capirà per mezzo di segni. E se precedentemente per farci capire da Lui dovevamo recitare il Pater Noster molte volte, ora Egli ci capirà fin dalla prima...purchè comprendiamo di essere con Lui, siamo consapevoli delle nostre richieste, del vivo desiderio che Egli ha di esaudirle e del piacere che prova a stare con noi; Egli non ama che ci rompiamo la testa a fare lunghi discorsi.”(Cammino, c. XXIX, 6)

“Il fuoco dell'amore divino si accende più facilmente; stando infatti, proprio vicino al fuoco, basta un minimo soffio dell'intelletto perchè tutto alla minima scintilla, si incendi.”(Cammino, c. XXVIII, 8)

Continua...

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sabato 7 maggio 2022

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 Nessuno le strapperà dalla mia mano


27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola".  Gv 10,27-30

 

È evidente che Gesù sta parlando come Buon Pastore (Gv 10,1-18), però per capire queste parole specifiche in favore delle sue pecore bisogna porle nel contesto dal quale, misteriosamente, i liturgisti le hanno isolate.

Gesù, infatti, le pronuncia per essere stato provocato da alcuni giudei che gli stavano chiedendo di esprimersi chiaramente sulla sua identità. «Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno», scrive l’evangelista, «Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: "Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Gesù rispose loro: "Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore» (10,22-26).

Ecco, le prime parole del Vangelo che si leggono oggi nelle chiese (Le mie pecore ascoltano la mia voce), sono una continuazione di quest’ultima affermazione contro i giudei che quel giorno gli avevano opposto resistenza e Gesù aveva detto loro: “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”. Parole che ci confortano e ci disorientano allo stesso momento. Che, per credere si debba essere discepoli, a noi suona un po’ strano, vero? Uno penserebbe che siano le parole di Gesù a farci suoi discepoli, mentre, al contrario, a partire da ciò che disse Lui ai giudei quel giorno, solo essendo sue pecore possiamo comprenderle. “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”, disse loro, “[al contrario] le mie pecore ascoltano la mia voce”.

Difficile comprendere subito questa affermazione, ma è un modo di esprimere il circolo di grazia necessario tra il Signore e i suoi discepoli. Dicendo che le sue pecore ascoltano la sua voce, e che Egli le conosce, che esse Lo seguono, che Lui dà loro la vita eterna e che non moriranno mai, perché nessuno le strapperà dalla sua mano, Gesù – pur parlando con i giudei del suo tempo – attraverso il Vangelo sta parlando con noi che – al contrario di quelli – sappiamo molto bene che, se crediamo, è perché il Figlio di Dio ha dato la sua vita per noi. Lo sappiamo senza averlo meritato e, quindi, per sola grazia, come, per la stessa grazia, ascoltiamo la sua parola.

Egli ha dato la sua vita per tutta l’umanità, ma soltanto quelli che ascoltano la sua voce, sono coscienti di questo e sanno che lo ha fatto per darci la vita eterna, che non ci lascerà perire, né strappare dalla sua mano. Continuare ad ascoltare la voce di Gesù, dà, infatti, la sicurezza che Paolo attesta per tutti i credenti nella sua lettera ai Romani, con queste parole: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39).

È una certezza, però, che bisogna mantenere viva con la preghiera, continuando ad ascoltare questa voce misteriosa che ci parla dentro, se le prestiamo attenzione. Gli stessi apostoli, sebbene il Signore fosse già apparso loro risorto e fossero certi della sua presenza, continuavano ad essere titubanti e timorosi come noi. Ricordiamoci il Vangelo letto domenica scorsa, quando, dopo la pesca miracolosa, Gesù li chiama a mangiare con Lui. Gli si avvicinano, ma, scrive l’evangelista, nessuno “osava domandargli: Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore” (Gv 21.12). Lo scrittore che commentava questa timidezza (Luigi Santucci), lasciava intendere che a Gesù bastò che stessero lì con Lui. Sapendo che preferivano masticare e gustare, piuttosto che parlare, si limitò a distribuire loro il pane e il pesce che aveva preparato sopra la brace.

Non sappiamo se quello scrittore se ne sia reso conto, ma con la sua pennellata (masticare e gustare, anziché parlare) descrive molto bene il giusto modo di stare con il Signore (nella preghiera, in particolare) e non perdere la certezza che Lui continua a parlarci. “Le mie pecore”, dice Gesù, “ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Per quanto spetta a noi, per poterlo seguire sul serio, è necessario masticare e gustare queste parole nel silenzio del nostro cuore. Parlare, proferire parole, non è importante. Ciò che importa è ascoltare.

Da parte sua Gesù ci assicura: “Ciò che il Padre mi ha dato [i suoi fratelli gli uomini e le sue sorelle le donne] valgono più di tutte le cose [“valgono più di tutto il mondo”, direbbe San Giovanni della Croce], e nessuno può strapparle dalla mano del Padre, [perché] Io e il Padre siamo una cosa sola”.

lunedì 2 maggio 2022

Piccole storie per l'anima -49

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
 a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

Un maestro di spiritualità un giorno si trovò a predicare in uno stadio pieno di gente. A metà del suo discorso chiese che si spegnessero tutte le luci e dal microfono disse: «lo accenderò un cerino; chi lo vede dica sì». Si sentì un solo grido in tutto lo stadio: al buio un cerino si vede!

Poi spense il cerino e continuò: «Tutti quelli che hanno un cerino o un accendino lo accendano»; dopo poco, lo stadio si illuminò di luce fioca, ma luce diffusa. Poi fece tornare la luce normale e disse: «Vedete, un solo sì, una sola fiammella; se viene imitata si estende a tutti coloro che sono presenti.
Ebbene, così risplenda la vostra luce - dice il Signore - di fronte agli uomini. Non è necessario che cerchiate di fare cose grandiose, rimanete al vostro posto, ma al vostro posto fate tutto quello che il Signore vi chiede di fare perché il mondo sia salvo».


Viviamo in un mondo immerso nelle tenebre.
Siamo disorientati, angosciati e abbiamo paura del futuro.
Ma:
“Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita”

(Vangelo di Giovanni 8,12)








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DA "VOGLIO VEDERE DIO"
di P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, OCD



LA DIREZIONE SPIRITUALE terza parte

Non c'è un'arte più delicata della direzione spirituale. La prudenza vi gioca un ruolo molto importante.
S Giovanni della Croce così ci ammaestra: ”Non tutti i direttori spirituali , infatti, hanno la scienza adatta per risolvere tutti i casi (del cammino spirituale)....
Non tutti quelli che sanno sgrossare il tronco, sanno anche scolpire una statua, né tutti quelli che sanno scolpirla sanno poi ritoccarla e rifinirla, e non tutti quelli che sanno rifinirla sanno pitturarla, né tutti quelli che sanno pitturarla sapranno dare gli ultimi ritocchi per renderla perfetta....I direttori spirituali devono dunque rispettare la libertà delle anime e sono obbligati a fare buon viso quando esse vorranno cercare una guida migliore.
Difatti essi non sanno per quali vie vorrà Dio far progredire un'anima”(Fiamma, str. III, 57, 61). S.Teresa fa notare che se il direttore non deve chiedere cose impossibili, come imporre numerosi digiuni e rigorose penitenze a una persona debole, non deve neppure limitarsi ad insegnare “a camminare come tartarughe, né si contenti che l'anima si accontenti solo a cacciar lucertole.”(Vita, c. XIII, 3)
I segreti dell'anima sono i segreti di Dio. Il direttore al quale sono affidati deve custodirli con cura. S. Teresa parla spesso nei suoi scritti delle sofferenze e delle gravi difficoltà che le procurarono le indiscrezioni dei suoi direttori. S. Teresa ci dice che fu pienamente rassicurata sulle sue visioni e sulle parole interiori solo da san Francesco Borgia e da san Pietro d'Alcantara, i quali potevano basarsi sulla propria esperienza. “io mi sono incontrata con anime soffocate e afflitte per l'inesperienza di chi le guidava, e ne ho avuto pena”.(Vita, c. XIII, 14)
La scienza che s.Teresa chiede al direttore non è una scienza comune, ma deve abbracciare la teologia morale e la teologia mistica, cioè la scienza delle vie di Dio e delle regole che le reggono. “Sono convinta che una persona di orazione che tratti con uomini dotti, se non lo vuole lei stessa, non sarà mai ingannata dal demonio con illusioni, perchè credo che il demonio tema grandemente la scienza umile e virtuosa, sapendo che a causa di essa verrà scoperto e ne avrà la peggio”.(Vita, c. XIII, 18)