sabato 8 maggio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 Vi ho chiamato amici


9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Gesù è ancora con i suoi discepoli, seduto a tavola, dove ha consumato con loro la sua ultima cena. È convinto che essi non hanno capito quasi nulla di ciò che ha fatto né di ciò che ha detto. L’atto di lavar lori i piedi, la benedizione del pane e del vino affermando che sono il suo corpo e il suo sangue consegnati per la remissione dei loro peccati e di quelli di tutti, a parte la contestazione di Pietro e l’annuncio del tradimento, sembrano averli lasciati impassibili.

Tuttavia, a Gesù non importa che ancora non lo possano comprendere. Egli stesso, continuando con il suo insegnamento, lo dirà loro tra breve: “Molte cose ho ancora da dirvi”, dirà, “ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Gv 16, 12-13).

Non capiscono, ma Gesù desidera che sappiano quale sarà la loro missione sulla terra, quando Egli avrà compiuto la sua e, tornato al Padre, da lì, avrà inviato loro lo Spirito. Molte cose dovranno fare: annunciare la buona notizia e curare gli infermi, come aveva fatto Lui mentre era con loro, ma, soprattutto, dovranno amarsi tra di loro. È questo il comandamento e la missione più importante, come dice chiaramente Gesù nei versetti che ascoltiamo questa domenica nell’Eucaristia.

La parola comandamento, può forse crearci qualche difficoltà, refrattari e resistenti come siamo a qualsiasi imposizione esterna; ma qui, anche se la parola (comandamento) è tradizionale, nasconde una realtà assolutamente nuova. Primo, perché non si tratta di un qualsiasi comandamento, ma del comandamento di Gesù (“il mio comandamento”, lo chiama espressamente) e, poi, perché consiste nell’amare come il Padre ama Lui e come Lui li ha amati e continua ad amarli. Non è facile, ma, contemplando questo amore, si può provare a metterlo in pratica. La prima cosa da fare, come suggerisce Gesù, è rimanere in questo amore.

Come?

Per mezzo della preghiera che, come insegna Santa Teresa di Gesù, non è altro, che “stare molto spesso da soli con chi sappiamo che ci ama” (Vita 8, 5). Questo, vuol dire il Signore quando chiede ai suoi discepoli di rimanere nel suo amore. Lo aveva già detto parlando di sé come vite e dei discepoli come tralci. “Io sono la vite, voi i tralci”, aveva detto. “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15, 5). La missione che affida loro, anche se molto difficile, non deve spaventarli, perché si tratta di seguire Gesù e lasciarsi guidare dallo stesso Spirito che condusse Lui dal deserto delle prime tentazioni fino al Calvario e alla Risurrezione.

Anche di questa [la Risurrezione] non riescono a comprendere nulla, ma gli incontri con il Risuscitato li colmeranno di gioia, e lo Spirito li illuminerà sul valore della sua crocifissione. Per questo, adesso Gesù dice loro: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena”. La gioia di amarsi gli uni gli altri come li ha amati Lui nella luce della sua consegna totale per il bene di tutti. Quando giungerà lo Spirito, infatti, capiranno che Gesù è morto per amore, donando la sua vita per loro e per tutti, come amico fedele.

Lo dice loro in quella notte, e continua a dirlo a noi attraverso il Vangelo letto con fede. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi”. E, come non era stato Israele ad eleggere il suo Dio, ma era stato il Signore che aveva voluto esserlo [Dio di Israele], così non siamo noi che eleggiamo il Figlio di Dio come nostro amico (come, dopo tutto, potremmo osarlo?), ma è Lui che lo ha desiderato. È Lui che ci ha eletti come fratelli e amici destinandoci ad andare, a nostra volta, e a dare frutto. E affinché non dimentichiamo la missione principale, “questo vi comando”, conclude, “che via amiate gli uni gli altri”.

Come si può vedere chiaramente – nel pensiero di Gesù – essere suoi discepoli non avviene nelle molte preghiere [a meno che non siamo chiamati, come i monaci sul monte, a questa attività specifica], ma nella preghiera, che è un “rimanere nell’Amore”, che si dimostra nell’amore fraterno.

Lo scrive più chiaramente lo stesso autore del quarto Vangelo nella prima delle sue tre lettere con queste parole veramente categoriche: “Carissimi, se Dio ci ha amati così [inviando suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati], anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4, 11-12).



Come si vede, il permanere di Dio in noi si realizza quando noi rimaniamo nel suo amore che ci spinge verso i nostri fratelli.ici

mercoledì 5 maggio 2021

Anniversario della morte di Gino Bartali

 
Ad Assisi il Vescovo mons. Domenico Sorrentino ha ricordato la figura di Gino Bartali un grande campione del ciclismo e della vita.

L'ultima veste di Gino è un saio bianco avorio, quello da terziario dei Carmelitani Scalzi. La mano destra stringe un rosario di legno. Sotto la bara, un mazzo di fiori rossi, a Gino i ciclisti toscani: quelli degli anni Cinquanta. 

(Leonardo Cohen, la Repubblica 7 maggio 2000)

Lo stralcio di uno degli articoli che fu pubblicato in occasione della morte il 5 maggio 2000 fu segnalato già nel 2014 anno del centenario della nascita del campione dai secolari della Fraternità di San Paolino, a cui appartenne Gino Bartali. Vi riproponiamo la ricerca accurata che portò alla luce molti documenti che lo riguardano.
Ma non è solo il fatto che sia stato secolare carmelitano come noi che ce lo rende caro. Come leggerete in alcuni allegati che troverete in questa pagina, che Bartali è stato definito "il giusto delle Nazioni". Da un trafiletto tratto dalla Nazione, il quotidiano di Firenze, leggiamo infatti

NEL 2013 Gino Bartali è stato dichiarato «Giusto delle Nazioni» per l’impegno profuso con abnegazione e coraggio a favore degli ebrei: era Gino a nascondere all’interno della sua bicicletta documenti falsi che li avrebbero aiutati ad assumere una nuova identità, a non cadere nell’inferno dei campi di sterminio. Bartali, un campione buono e giusto per tutti, con «quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita».





BARTALI, TERZIARIO CARMELITANO 

DELLA FRATERNITÀ DI S.PAOLINO, FIRENZE

La Fraternità OCDS di S. Paolino, Firenze, in ricordo del confratello Gino Bartali, ha raccolto su di lui notizie che riguardano la sua vita spirituale e i rapporti col Carmelo toscano dell'epoca. Gino Bartali il 14 febbraio 1937 prese l'abito del Terz'Ordine per mano del Direttore Padre Lodovico di S. Giuseppe, delegato Provinciale per il T.O. di Toscana. Il giovane campione ciclista di 22 anni entrò nell'Ordine Secolare col nome di Fra' Tarcisio di S. Teresa di Gesù Bambino, con rito solenne.
 


Una rara immagine di Gino Bartoli in preghiera. La rivista titola erroneamente "La madonnina dalla maglia gialla", ignorando che la statua davanti alla quale s'inginocchia il campione del ciclismo è quella di S. Teresa di Gesù Bambino







Il 4 dicembre 1938 Gino Bartali fece la professione definitiva insieme ad altri confratelli. Il figlio Andrea nel suo libro: "Gino Bartali, mio papà", riferisce circa il grande amore che suo padre ha sempre avuto per la carmelitana S. Teresa del Bambino Gesù.  Infatti dopo la vittoria al Giro d'Italia del 1937 nella Chiesa del Corpus Domini di Milano, Gino Bartali dedicò questa preghiera di ringraziamento alla sua Santa prediletta: 
"Nella Chiesa dove, prima di partire per il 25° Giro d'Italia, ho invocato l'aiuto divino, oggi mantengo la promessa, ringraziando solennemente il Signore e la mia Santa prediletta, Santa Teresina, per la nuova grazia concessami, facendomi vincere il difficilissimo Giro 1937. Gli eminentissimi Cardinali e i Vescovi d'Italia, che mi benedissero, i Padri Carmelitani, gli amici di Azione Cattolica, i Terziari, abbiano il mio più vivo grazie. S. Teresina li benedica tutti". 
A Santa Teresina Gino ha dedicato anche una foto col fratello.
   Bartali era molto impegnato negli allenamenti e nelle gare ciclistiche, non aveva molto tempo per frequentare gli incontri della Fraternità OCDS; ma quando poteva si recava alla Chiesa dei Carmelitani Scalzi di S. Paolino a Firenze. 
Nella "Stella del Carmelo" del febbraio 1937 si trova un articoletto intitolato: "La visita di Bartali al nostro Presepio" in cui i frati di S. Paolino narrano dell'improvvisa visita di Gino Bartali, accompagnato dall'amico Berti, al Presepio allestito nella Chiesa, di fronte al quale si raccolse in preghiera. Era particolarmente legato a Padre Mauro Tabarelli, che per decenni invitato da Bartali è andato a casa sua a celebrare la Messa nella cappella che Gino si era fatto costruire. 
  Gino Bartali è stato un valido benefattore per il Santuario dei Carmelitani Scalzi di Capannori, contribuendo finanziariamente alla costruzione del Collegino in favore dei ragazzi poveri e orfani di Capannori e Lucca, annesso al Santuario. Come risulta dai documenti dell'archivio della Provincia dell'Italia Centrale, Bartali fece dono di un calice artistico ai frati di Capannori il 23 luglio 1951 in occasione dei festeggiamenti per il ritorno al Santuario dell'immagine della Madonna del Carmelo restaurata a Firenze. Questo grande campione, in mezzo a tanti successi, esaltato da tutti, non si è lasciato distogliere dalla sua profonda fede in Dio, dimostrando umiltà, carità, devozione al Carmelo, come possiamo desumere dai numerosi esempi tratti dalla sua vita. 
   Esemplare è quanto ha fatto per gli Ebrei, perseguitati dai nazifascisti, quando entrò in una rete clandestina di aiuti ai perseguitati politici, dietro richiesta del Cardinale Dalla Costa, a cui disse incondizionatamente di sì. Con questo "sì" salvò numerosissime vite, incurante del pericolo cui esponeva la sua vita. Nessuno, nemmeno i familiari, erano al corrente di questo suo mirabile atto di carità. Il figlio riferisce che il padre diceva: "Il bene fatto non bisogna dirlo, se viene detto non ha più valore". "Di fronte a Dio non valgono i soldi guadagnati, che non si portano nella vita eterna, né le medaglie che mi hanno attaccato sulle maglie sportive. Presso Nostro Signore valgono solo le medaglie che si attaccano sull'anima, quelle conquistate facendo opere buone, che ho sempre cercato di fare." Per questo non voleva si dicesse niente delle continue opere di carità che faceva. "Non l'ho mai sentito dire neppure una parolaccia" dice di lui il figlio Andrea. "Non l'ho mai sentito parlar male di nessuno, per i più deboli aveva sempre una parola di giustificazione".
Morì venerdì 5 maggio 2000, serenamente, nel suo letto come aveva sempre richiesto nelle sue preghiere a S. Teresina. Fu avvolto nella Cappa bianca dei Terziari Carmelitani secondo il suo desiderio: aveva voluto infatti essere sepolto solo con quel mantello, senza simboli di gloria terrena. Sulla tomba né foto né epitaffi, ma semplicemente: Gino Bartali 1914 - 2000.


lunedì 3 maggio 2021

Frammenti di cuore: i pensieri della B. Elia

Il blog Il Mare un giardino e Dio pubblicherà un pensiero della b. Elia di San Clemente da oggi fino alla sua memoria liturgica (29 maggio). Nata e vissuta a Bari, divenuta carmelitana scalza e deceduta il 25 dicembre 1927 a soli 26 anni, per una encefalite diagnosticata troppo tardi, Suor Elia fu beatificata il 18 marzo 2006 nella Cattedrale di Bari. Simbolo della purezza e del nascondimento ha lasciato numerose lettere e scritti. Nel blog troverete notizie sulla sua vita e anche articoli e libri che la riguardano.
Titolo dell’iniziativa di maggio è “Frammenti di cuore” clicca qui per collegarti.

 

Piccole storie per l'anima - 4

 PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO

Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

 SCRIVERE SULLA ROCCIA

            

Due amici stavano attraversando un deserto. Durante l'escursione divampò un litigio e, nell'ira del momento, uno sferrò un pugno in faccia all'altro. L'uomo picchiato si sentì profondamente offeso e umiliato.
        Senza dire una parola, si inginocchiò e scrisse nella sabbia le seguenti parole: «Oggi il mio migliore amico mi ha dato un pugno in faccia». Ripresero a camminare in silenzio e presto arrivarono ad un'oasi. Decisero di fare il bagno. L'amico che era stato picchiato, nuotò per un tratto, ma poi le sue gambe finirono in un viluppo di alghe.
         Dibattendosi scompostamente l'uomo fu bloccato nel fango e cominciò ad affogare. Senza esitare il suo amico si buttò in acqua e lo salvò. Quando l'uomo che stava annegando si fu ristabilito, trovò una grande pietra e su di essa incise le seguenti parole: «Oggi il mio migliore amico mi ha salvato la vita».
       L'altro gli chiese stupito: «Quando ti ho colpito, hai urlato la tua frase nella sabbia ... ma ora stai scolpendo le parole in una pietra. L'uomo rispose: «Quando qualcuno ci fa del male o ci ferisce dovremmo scriverlo nella sabbia, perché il vento del perdono possa cancellarlo.
      Ma se qualcuno fa qualcosa di buono per noi, allora dobbiamo inciderlo nella pietra, in modo che nessun vento possa mai cancellarlo».

Ti auguro di avere molte parole da incidere nella pietra, oggi. 

domenica 2 maggio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

“Io sono la vita, voi i tralci”

Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Gv 15, 1-8

Per comprendere bene queste ultime parole (In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli), è necessario ricordarsi di ciò che disse Gesù nella pagina di Vangelo che abbiamo letto poco fa, nella quinta domenica di Quaresima (Gv 12, 20-33). Vi si narrava che alcuni greci, giunti a Gerusalemme per celebrare la Pasqua, desideravano vedere Gesù. Egli, tuttavia, non aveva voluto riceverli, perché stava per giungere la sua ora e non era più tempo di occuparsi in altre cose.

Fu quello il giorno in cui – assieme alla sua decisione di andare sino in fondo – confessò anche la sua tristezza. “Ora – disse – l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora” (Gv 12, 27). In tutto come noi, sarebbe questa anche per Gesù la domanda da elevare (Padre, salvami da quest'ora). Ma se proprio per questo era venuto nel mondo - “Padre”, aggiunge subito, “glorifica il tuo nome”. Quindi, quando adesso dice ai discepoli che, “in questo” – il dar “molto frutto” e l’essere “miei [suoi] discepoli – riceve gloria il Padre, sta proponendo loro di vivere con la sua stessa disponibilità.

Come?

Mantenendosi uniti a Lui. Questo è precisamente ciò che Gesù esprime con l’immagine della vite che produce uva solo nei che continueranno a nutrirsi della sua linfa. Quelli che non si alimentano da questa fonte si seccano e il vignaiolo, che è il Padre, li taglia. Quelli che danno frutto, al contrario, li pota, perché ne diano di più.

Nella cultura ebreo-biblica, soprattutto nella letteratura profetica e sapienziale, l’immagine della vite è molto presente. Generalmente simbolizza il popolo di Israele, mentre qui, Gesù attribuisce a se stesso questa immagine, aggiungendo inoltre che Egli è la “vera” vite. Ma, come i tralci non possono produrre nulla se si separano dal tronco, lo stesso vale – quantunque Gesù non lo dica espressamente – per la vite che, se non ne avesse nessuno, sarebbe sterile, non produrrebbe nulla (?!?). Ed è precisamente a noi e di noi che Gesù parla, definendosi come la vera vite. Con Lui nasce, infatti, il nuovo popolo di Dio, il quale non ha più come capo e guida semplicemente un uomo, fosse pure grande come Mosè, ma Gesù, Figlio di Dio e di Maria. È questa la vite nella quale siamo innestati e che, come discepoli, rendiamo feconda per il mondo.

Senza stare bene uniti a questa vite, non daremmo alcun frutto, ma neppure avrebbe senso un Gesù senza di noi, dal momento che è disceso dal cielo affinché tutti potessimo salvarci in Lui. Questo vuole che noi comprendiamo il nostro Maestro e Fratello, quando, parlando con i primi discepoli, li definisce tralci che possono dar frutto soltanto alimentandosi con la sua linfa e rimanendo nel solco tracciato da Lui. Oltre la metafora e, in altre parole, rimanere uniti a Gesù significa accogliere la sua parola e perseverare nell’amore insegnato e donato da Lui. “Vi ho dato un esempio – disse Gesù ai discepoli dopo aver lavato loro i piedi –perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13, 15).

Infatti questo concetto si chiarisce in questa espressione: “Voi siete già puri per la parola che vi ho detto”, che, tuttavia, potrebbe risultare difficile da comprendere. Gesù aveva già detto qualcosa di simile a Pietro, che non voleva che il Maestro si umiliasse a lavargli i piedi, ma che, spaventato per la possibilità di non aver parte con Lui, si era dichiarato disposto a farsi lavare tutto. “Chi ha fatto il bagno – gli aveva risposto Gesù – non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma – aveva aggiunto riferendosi a Giuda – non tutti” (Gv 13, 10).

Qui, nel contesto della vigna, alludendo anche al motivo della purezza, dice loro: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato” (Gv 15, 3). Una ragione (“a causa della parola che vi ho annunciato”), anch’essa ancora oscura, dato che i discepoli non essendo stati ancora salvati (dal punto di vista cronologico, il Buon Pastore, non aveva ancora dato la sua vita, né per loro, né per gli altri), non potevano essere puri. La chiave è, tuttavia, nel fatto che Gesù sta loro parlando come se tutto fosse già accaduto.

Infatti, sebbene la passione, morte e resurrezione di Gesù (il nostro Mistero della fede), siano avvenute in un momento preciso della storia, posteriore a questo discorso sulla vite, essendo Egli il Figlio di Dio, ciò che accadde in quella “pienezza dei tempi”, è per sempre e incorpora tutta la storia e tutta l’umanità, precedente e successiva a Lui. “Per la parola che vi ho detto”, dice Gesù, cioè, a causa Sua, nonostante i peccati con i quali continuavano a lottare, erano puri gli apostoli e lo siamo tutti. La Parola di Gesù, infatti, non è come le nostre parole. È Lui stesso, Parola fatta uomo.

“Come si rende presente Gesù nelle anime?”, si domandava Paolo VI. “Il pensiero divino”, rispondeva, “passa attraverso la comunicazione della Parola, passa per il Verbo, il Figlio di Dio fatto uomo. Possiamo affermare che il Signore si incarna in noi quando noi accettiamo che la Parola venga a vivere dentro di noi”. In altre parole, siamo puri se ci lasciamo coinvolgere nell’opera di Gesù che, a sua volta, ha già perdonato i nostri sbagli che affidiamo alla sua misericordia.

p. Bruno Moriconi, ocd

sabato 1 maggio 2021

Il Papa apre stasera la maratona di preghiera con il Rosario

 Come abbiamo annunciato domenica scorso s'inizia oggi un mese particolare di maggio, con una sorta di maratona del Rosario per invocare la fine della pandemia.Trenta santuari rappresentativi, sparsi in tutto il mondo, guideranno la preghiera mariana, che verrà trasmessa in diretta sui canali ufficiali della Santa Sede alle ore 18,00. Ad aprire la maratona sarà proprio il Santo Padre (che la concluderà il 31 maggio) 

lunedì 26 aprile 2021

Piccole storie per l'anima - 3

 PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO

Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda

LE CICATRICI

       In un caldo giorno d'estate nel sud della Florida, un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore quello che stava succedendo. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre ma era ormai troppo tardi. 

       La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando il caimano gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. Il coccodrillo era più forte, ma la mamma era molto più determinata e il suo amore non l'abbandonava.
      Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise il coccodrillo. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare.
Quando uscì dal trauma, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe.
     Il bimbo sollevò la coperta e gliele fece vedere. Poi, con grande orgoglio si rimboccò le maniche e disse: "Ma quelle che deve vedere sono queste!"
      Erano i segni delle unghie di sua madre che l'avevano stretto con forza.
"Queste cicatrici le ho perché la mamma non mi ha lasciato e mi ha salvato la vita!"

Anche noi abbiamo cicatrici di un passato doloroso.
Alcune sono causate dai nostri peccati, ma alcune sono le impronte di Dio
quando ci ha sostenuto con forza per non farci cadere fra gli artigli del male...

domenica 25 aprile 2021

Rosario mondiale per invocare la fine della pandemia

 Carissimi confratelli e consorelle secolari dell’OCDS d’Italia,

il Santo Padre Papa Francesco ha indetto, per tutto il mese di maggio, una maratona di preghiera, promossa  dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione  (vedi la foto qui sotto) dal tema: “Da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio”, per invocare la fine della pandemia.
Ogni giorno del mese di maggio, il Rosario verrà guidato da un Santuario diverso, tra quelli più rappresentativi in tutto il mondo, ma coinvolgerà tutti i santuari, affinché si facciano promotori, presso i fedeli, della recita del S. Rosario.
È in spirito di comunione con tutta la Chiesa e con il Santo Padre che il Coordinamento Nazionale dell’OCDS d’Italia invita, dunque, tutti i secolari e le Comunità ad aderire a questa importante iniziativa e divenirne animatori e promotori. Proprio in questo tempo, in cui la pandemia impedisce fisicamente di incontrarsi, nasce ancor più prepotente in noi la necessità di alimentare e  accrescere i vincoli di comunione fraterna, mediante la preghiera condivisa con tutta la Chiesa.


Meditazione sul Vangelo della Domenica

Io sono il buon pastore

 


Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». (Gv 10, 11-18)

 Il pastore è un proprietario di bestiame, come lo furono i Patriarchi; cura il suo gregge o quello di un altro padrone, come lo fece, per un tempo abbastanza lungo, Giacobbe. “Vent'anni ho passato con te – disse lamentandosi con Labano suo suocero – le tue pecore e le tue capre non hanno abortito e non ho mai mangiato i montoni del tuo gregge” (Gen 31, 38).

Nella Bibbia, la figura del pastore fu anche l’immagine di Dio, definito tale, per esempio, nel Salmo 23, dove il salmista canta che Yhwh, pasce il suo gregge in prati di erba fresca, lo conduce verso acque tranquille, cammina con lui e lo rassicura con il suo bastone e il suo vincastro. Al contrario di Dio, il pastore buono, esistono quelli cattivi che, a loro volta, sono immagine delle guide irresponsabili del popolo. Questi, anziché curarsi delle pecore loro affidate, si curano solo dei propri interessi. “Figlio dell'uomo, profetizza contro i pastori d'Israele”, dice il Signore a Ezechiele, “profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi!” (Ez 34, 2).

È questo lo sfondo culturale del discorso di Gesù quando si dichiara “il Buon Pastore”. Per comprenderlo bene bisogna ricordare ciò che precede questa affermazione. Infatti, Gesù sta applicando a sé la parabola che ha appena raccontato, e che è bene rileggere:

 In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Come è facilmente comprensibile, solo dopo aver parlato, come in tutte le parabole, di cose della vita (che ci sono pastori che entrano dalla porta nell’ovile delle loro pecore e banditi che vi entrano da altre parti, di nascosto, per rubare), si dichiara Egli stesso, prima che pastore, porta del recinto. “Io sono la porta delle pecore”, dice in Gv 10, 8. E lo ripete nei versetti seguenti: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; [mentre] io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza (Gv 10, 9-10).

 Nel brano che si legge oggi, ciò che era implicito nella parabola diventa più esplicito. Egli non solo è la porta che fa entrare i suoi nel Regno del Padre, ma è anche il pastore, come dichiara adesso dicendo apertamente: “Io sono il Buon Pastore”. Colui che è disposto a dare la vita per le sue pecore senza abbandonarle quando arriva il lupo, come farebbe il salariato, è Lui. Sono io quel pastore che conosce le sue pecore ed è riconosciuto da loro, prosegue spiegando. Quel pastore che, non solo le conosce, ma le conosce come il Padre conosce Lui, con la stessa familiarità. Gesù dice questo non per lodare se stesso, ma per darci coraggio, poiché Egli ci considera suoi, al punto di donare la sua vita per la nostra salvezza. E non solo per noi credenti, ma per tutti gli altri uomini e donne.

 

Lo afferma Egli stesso aggiungendo:E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo Pastore”. Il suo gregge non si riduce alla Chiesa Cattolica, né all’insieme degli altri cristiani (ortodossi e protestanti), dato che il Padre “non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui” (Gv 3, 17), come disse Gesù a Nicodemo. “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo”, dice adesso qui.

 Ed è in questa prospettiva salvifica che si dichiara “il buon Pastore”. Letteralmente, dovremmo tradurre “il bel pastore”, perché invece di usare agatós (buono) l’evangelista usa kalós (bello). Non si riferisce, però, al suo aspetto fisico, senz’altro bello, ma alla pienezza di bene, alla bellezza della bontà di Gesù, disposto a dare la vita per il bene di tutti i suoi fratelli e sorelle, gli uomini e le donne di tutta la storia.

 



Sonetto di Luis de Góngora (1561-1627), 
sul Buon Pastore


Pecora sperduta, vieni
sulle mie spalle, che oggi
non solo sono il tuo pastore,
ma anche il tuo pascolo.

Per scoprirti meglio,
quando sperduta belavi,
lasciai su un albero la vita,
se una prova vuoi più grande,
te la diano oggi le mie opere.

Oggi, finalmente, tuo pascolo,
cosa darà maggior stupore,
che sulle spalle io ti porti,
o l’avermi tu nel petto?

Son prove d’intimo amore,
che anche i più ciechi vedono.
Pecora sperduta, vieni
sulle mie spalle, che oggi
non solo sono il tuo pastore,
ma anche il tuo pascolo.

 

Bruno Moriconi, ocd

 

lunedì 19 aprile 2021

Piccole storie per l'anima - 2

 

PENSIERI DEL PASSERO SOLITARIO
Rubrica settimanale a cura dell'Ordine Secolare Carmelitano Teresiano della Provincia Lombarda


LE PIETRE POSSONO GALLEGGIARE?

Un giorno, un potente re, fece convocare un uomo la cui fama e la cui saggezza si era diffusa per tutto il regno. 
"Tu dici che l’uomo che ha compiuto tutto il male possibile per cent’anni e prima di morire chiede perdono a Dio, otterrà di rinascere in cielo. Se invece uno compie un solo peccato grave e non si pente, finirà all’inferno. E' giusto questo? Cento peccati gravi sono più leggeri di uno?".
Il vecchio saggio rispose al re: "Se prendo un sassolino piccolo così, e lo depongo sulla superficie del lago, andrà a fondo o galleggerà?".
"Andrà a fondo", rispose il re.
"E se prendo cento grosse pietre, le metto in una barca e spingo la barca in mezzo al lago, andranno a fondo o galleggeranno?".
"Galleggeranno".
"Allora cento pietre e una barca sono più leggere d’un sassolino?". Il re non sapeva che cosa rispondere.
E il vecchio saggio spiegò: "Così, o re, avviene agli uomini. Un uomo anche se ha molto peccato ma si appoggia a Dio e chiede perdono , non cadrà nell’inferno.
Invece l’uomo che fa il male anche una volta sola, e non ricorre alla misericordia di Dio, andrà perduto".

Anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere,
andrei, col cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù,
poiché so quanto egli ami il figliol prodigo che ritorna a lui.

(Santa Teresa di Lisieux)

sabato 17 aprile 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica


“B
isogna che si compiano tutte le cose scritte su di me”

 Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 
Lc 24,35-48 
Sono molti in questo racconto di Luca, per non dire troppi, i dettagli sulle prime apparizioni del risorto. Siccome, per spiegarli in tutta la loro importanza, non basterebbe un libro, qui ci limiteremo all’essenziale in quattro o cinque punti.
 
Il primo si riferisce all’entrata di Gesù nel cenacolo dove per paura stavano rinchiusi gli Undici, e i due discepoli “di Emmaus” stavano raccontando “ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. Luca ha appena finito di narrare questo incontro nella prima parte dello stesso capitolo 24 (vv. 13-34). Ciò che occorre sottolineare è che, durante tutto il cammino fatto con Gesù, questi due discepoli non lo avevano identificato e che, come riferiscono agli altri, lo avevano riconosciuto solo “nello spezzare il pane”. E non era avvenuto unicamente per colpa di loro due, ma perché Gesù è ormai nella condizione di risuscitato, cioè, con un corpo spirituale e invisibile. “Si semina un corpo corruttibile e risuscita incorruttibile”, scrive Paolo parlando della risurrezione dai morti ai cristiani di Corinto. “È seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale” (1Cor 15, 42-44).
 
Così accade anche al corpo di Cristo risorto. Gesù compie il miracolo di farsi toccare e di mangiare davanti ai suoi, precisamente perché essi, altrimenti, non lo possono riconoscere. Si tratta di un incontro di fede, come quello dei discepoli di Emmaus che lo riconobbero “nello spezzare il pane”. Più o meno, dunque, come noi che, nell’Eucaristia, dopo la consacrazione diciamo: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta!”. Per questo l’evangelista ci narra che, nonostante Gesù dica agli apostoli pace a voi, essi, pieni di paura, credono di vedere un fantasma.
 
Si mostra tangibile e palpabile, ma ancora senza risultato. È costretto a chiedere se hanno qualcosa da mangiare e davanti ad essi mangia un pezzo di pesce arrostito, benché non ne abbia alcuna necessità. La vera prova, che vale anche per noi che – a differenza di Tommaso e degli altri apostoli “crediamo senza aver visto” – sono in realtà le parole che aggiunge alla fine: “Bisognava che si compissero tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”.
 
Per il momento i discepoli, ci racconta Luca con un’espressione apparentemente contraddittoria, “per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore”. Un’annotazione molto interessante, propria soltanto del terzo evangelista (per la gioia non credevano ancora”). Sarebbe più naturale non credere per il pessimismo che nasce dalla delusione, come era avvenuto per i due di Emmaus che, senza sapere con chi stavano parlando, a Gesù che camminava affianco a loro, avevano detto: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24, 21). Ma si può esitare – come accade ai discepoli – anche per il timore che, ciò che a noi sembra, non sia vero. È troppo bello per essere vero, diciamo a volte davanti a qualcosa che ci piace, ma che – proprio per questo – temiamo che sia solo un’illusione o un miraggio.
 
Nonostante che Gesù avesse loro detto varie volte che dopo la sua condanna a morte sarebbe risuscitato, i discepoli non potevano concepirlo e, ora che possono scorgere qualcosa, pensano che non possa essere vero. Gesù lo capisce e, come aveva fatto con i due di Emmaus, spiega loro che così era scritto, che lo aveva ripetuto molte volte e che, ora, possono comprendere. “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Tutto era scritto: “Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”.
 In una parola, scrive Luca, “aprì loro la mente per comprendere le Scritture” e, alla fine, disse loro: “Di questo voi siete testimoni”. Parole che valgono in quel momento per gli apostoli, ma che continuano a valere per ogni discepolo. Testimone (in greco mártir), prima di designare coloro che danno la vita con il proprio sangue, distingue colui che si ricorda di Gesù. Si ricorda di Lui rileggendo il Vangelo ogni giorno e stando alla scuola dello stesso Signore che, come ha promesso, rimane con noi sino alla fine del mondo. Anche a noi può accadere di non credere ancora, perché ci sembra sempre troppo bello per essere vero, però Dio continua a sorprenderci ogni giorno, se – da parte nostra – continuiamo a cercarne la presenza silenziosa e ad ascoltarlo.
 
Bruno Moriconi, ocd

Preghiamo insieme perché finisca la pandemia

 La comunità carmelitana del Santuario di Gesù Bambino in Arenzano vi offre la possibilità di partecipare ad una "preghiera speciale" per ringraziare e invocare Gesù Bambino affinché finisca presto la pandemia

Si può seguire e partecipare alla preghiera questa sera alle *ore 18.00* su youtube, cliccando: https://youtu.be/6d7fyPj6oXA 
 per ricevere il commento del Vangelo del giorno a cura dei Frati Carmelitani Scalzi di Arenzano e della Liguria, basta inviare un messaggio whathsapp a P. Lorenzo al numero +39 351 9342011