II Domenica del Tempo ordinario / A
Terminato il
tempo natalizio, durante il quale siamo stati invitati a meditare sul mistero
dell’incarnazione del Figlio di Dio, questa domenica estende, per così dire, il
mistero dell’epifania, ossia della manifestazione di Gesù: riconosciuto dai
magi, rivelatosi come il Figlio prediletto del Padre al momento del battesimo
nel fiume Giordano, oggi Giovanni Battista lo riconosce ed annuncia come
l’Agnello di Dio. Quella del Battista è una vera e propria professione di fede in Cristo che si articola in tre
affermazioni: «Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (1,29);
«Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba e fermarsi su di Lui»
(1,32); è «Il Figlio di Dio» (1,34). L'affermazione che sembra essere più
importante è la prima: «Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».
C'è chi vede, sullo sfondo di questa immagine, l'agnello pasquale di cui si
parla nel libro dell'Esodo (12,1-28). C'è chi vede un riferimento all'offerta
quotidiana di un agnello al tempio (Es 29,38-46). C'è chi, infine, vede
nell'Agnello di Dio il Servo del Signore di cui parla Is 53,7.
Quest'ultimo
riferimento mi sembra il più significativo. L'Agnello è l'immagine di
un'obbedienza e di un amore che vanno fino alla morte di croce. L'Agnello è
l'immagine del Servo di Dio che prende su di sé – togliendolo – il peccato del
popolo. Il verbo che Giovanni usa significa «portare», «prendere sulle proprie
spalle» e insieme «togliere via». Tutti e due i significati sono presenti. I
motivi particolarmente sottolineati da Is 53 sono: l'innocenza del Servo e la
sua solidarietà con i peccatori. I due motivi sono presenti nel gesto stesso di
Gesù che viene a farsi battezzare: Egli non prende le distanze dal popolo peccatore,
ma unisce a esso, pur nella consapevolezza della propria innocenza e della
propria origine divina. Così l'incarnazione prende tutto il suo rilievo: intesa
non solo come un farsi uomo, ma come piena solidarietà con gli uomini e la loro
storia. La proclamazione del Battista: «Ecco l'Agnello di Dio che toglie i
peccati del mondo» ha sullo sfondo il quarto canto del Servo del Signore. La
prima lettura scelta dalla liturgia è però un altro testo, e cioè il secondo
canto del Servo del Signore (49,3-6). Anche qui troviamo alcuni tratti che
precisano ulteriormente la fisionomia di Gesù e della sua missione. Il Servo
prende la parola per illustrare la propria elezione, la sua funzione di
predicatore e le difficoltà che incontra nella sua attività. Il suo compito è
di radunare Israele e di essere mediatore di salvezza per tutti gli uomini.
Ritornano temi noti: la gratuita elezione da parte di Dio (amato sin dal seno
materno), una missione di annuncio e liberazione, con dimensione universale. Il
Servo è umiliato con il suo popolo (schiavo dei tiranni, in esilio), ma sarà
pure glorificato in mezzo al suo popolo di fronte a tutte le nazioni.
In breve, la missione di Gesù Cristo consiste non solo nel porsi come il Servo di Jahvé, nell’essere portavoce della Parola e
della volontà di Dio Padre per l’umanità, ma «di portare la salvezza fino
all’estremità della terra», come si legge nel brano di Isaia (I Lettura),
salvezza per tutti che, come ricorda Paolo (II Lettura), equivale per i
cristiani alla chiamata universale alla santità. Ai cristiani spetta il compito di essere
testimoni, come Giovanni Battista, dello Spirito, che è con il Padre e il Figlio
il protagonista assoluto dell'evento salvezza, perché ogni uomo possa trovare,
nonostante le difficoltà della vita, un porto di speranza e di felicità eterna.
P. Luigi Borriello ocd