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sabato 25 novembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica


 

Nelle tre scene del capitolo 25, siamo giunti alla vetta del Vangelo di Matteo. La prima scena, con il simbolo delle dieci vergini che aspettano lo sposo, cinque provviste di olio sufficiente e cinque che portano soltanto le lampade, ci suggerisce la necessità di essere preparati per la venuta del Signore. A questa scena segue quella dei talenti affidati da un ricco signore, che rappresenta Gesù, a tre amministratori, due solleciti e uno completamente inerte e pauroso. Una parabola, questa seconda, che suggerisce la necessità di confidare nel Signore che, da parte sua, si fida di ciascuno di noi, senza timore di perdere.

Sono insegnamenti molto importanti quelli di queste due prime scene, tuttavia di puri principi, dato che non spiegano come tradurre in pratica la vigilanza e la sollecitudine necessarie per far crescere, nel mondo, il regno di Dio come autentici discepoli di Gesù. È la terza scena la più forte, quella che indica chiaramente, con tutta la sua scioccante singolarità, ciò che si deve fare.

Anche nella terza parabola, come nelle prime due, ci sono saggi e stolti, però in questa scena, chiamata “del giudizio universale”, i personaggi sono prima qualificati come pecore e capre, poi, come benedetti e maledetti. Inoltre, mentre nelle due prime parabole, sia le vergini sagge come i due amministratori solerti, sono coscienti di aver agito bene e non li sorprende la buona accoglienza del Signore, qui gli stessi giusti si domandano perché li si loda come buoni.

In effetti, quando Gesù dice loro che ogni volta che hanno fatto il bene a un bisognoso, lo hanno fatto a Lui, essi non comprendono perché lo dice. E nel domandargli quando è successo, il Signore li sorprende con queste scioccanti parole: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

La novità di cui ci assicura Gesù, se noi riflettiamo bene su questa spiegazione, è ancora più grande. Infatti, non dice – come è possibile vedere in altre religioni o in altri libri sacri, compreso l’Antico Testamento – “è come se lo aveste fatto a Dio”, ma “a me lo avete fatto (mi avete dato da mangiare, mi avete dato da bere, mi avete ospitato, mi avete vestito, mi avete visitato, mi siete venuti a trovare).

Allora, come essere riconosciuti e dichiarati benedetti dal Signore, risulta chiaro: riconoscere Gesù in ogni fratello o sorella che ha bisogno del nostro aiuto. Non basta dire “Signore, Signore”, occorre dimostrare che veramente crediamo che il Figlio di Dio, nascendo da una Donna, si è fatto fratello di tutti, e che l’unico luogo in cui può essere riconosciuto è nei più bisognosi. In altre parole, la preghiera e la sua presenza nell’Eucaristia, oltre ad essere occasione per essere perdonati e illuminati, sono fonti di energia per riconoscerlo nei fratelli.

E ora, una domanda che sicuramente ci sale dal cuore.

Coloro che non lo hanno riconosciuto andranno al castigo eterno? Le parabole con le quali termina il capitolo 25 di Matteo, sono effettivamente così forti che non possono non spaventare. Allora – smarriti come un giorno Pietro, all’udire che i ricchi molto difficilmente entrano nel regno di Dio – ci domandiamo anche noi chi mai potrà salvarsi.

 “Se ne andranno: questi al supplizio eterno”, sono parole terribili, ma lasciamo questo momento dell’incontro definitivo alla misericordia di Dio. Quello che ci vuol dire Gesù con queste parabole è da che cosa può riconoscerci come suoi discepoli. Non ci chiederà se saremo stati tutti i giorni affianco agli abbandonati ai bordi delle strade come Teresa di Calcutta, però qualcosa possiamo fare anche noi: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli”, disse in un’altra occasione Gesù, “in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10, 42). Il poco e il molto dipendono da molte cose, però qualcosa è necessario fare.

E se la nostra fede è debole, basta dire, come gli Apostoli un giorno: “Signore, aumenta la nostra fede!”
p. Bruno Moriconi ocd

sabato 19 agosto 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

Di seguito potete scaricare il commento di P. Bruno al Vangelo per la XX Domenica: Gesù e la Cananea. Un Vangelo che mette al centro un dialogo che sottolinea ciò che conta davvero per Gesù, la fede.

sabato 29 luglio 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 


 

Seguono oggi, nello stesso capitolo 13 di Matteo che stiamo leggendo nelle eucaristie di queste ultime domeniche, altre tre immagini del Regno di Dio. Dopo quelle della zizzania in mezzo al grano, del granello di senape e del lievito mescolato a tre misure di farina, queste altre tre: quella di un tesoro nascosto in un campo, quella della perla preziosa e, infine, quella della rete che raccoglie ogni sorta di pesci.

 Come si può vedere subito e chiaramente, si tratta del Regno di Dio guardato da diversi punti di vista o nei suoi differenti aspetti. Nell’immagine del tesoro nascosto, appare la preziosità del Regno, in quella del commerciante di perle preziose in cerca della migliore, la necessità di continuare a cercarlo e, infine, in quella della rete piena di pesci buoni e cattivi, la necessità di vivere secondo la dignità di quella comunità del Regno instaurato da Gesù.

 Per questo, dopo aver ripetuto la necessità di ascoltare con molta attenzione per capire bene (Avete compreso tutte queste cose?), anche se i discepoli hanno risposto di sì, Gesù aggiunge che “ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

 Cosa vorrà dire Gesù, parlando per la prima e l’ultima volta, di uno Scriba che si è fatto discepolo del regno dei cieli? Originariamente, uno Scriba è un copista o un amanuense molto importante, soprattutto nell’antico Egitto, dove corrispondeva a un esperto nella speciale scrittura geroglifica, conoscitore dei segreti del calcolo, capace di calcolare le imposte, ecc. Tra gli ebrei era principalmente il copista degli Scritti sacri e, posteriormente, soprattutto al tempo di Gesù, si annoverava tra i maestri della Legge (Lc 5,17 e 11,45).

 Se, allora, Gesù utilizza questo termine (Scriba) non familiare nel cristianesimo, vuol dire che le sue ultime parole (è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche) non si riferiscono a qualsiasi cristiano ma, in particolare, ai responsabili delle sue istruzioni. Il nuovo e l’antico può forse riferirsi all’insegnamento di Gesù (il nuovo) e a ciò che i profeti hanno detto prima (l’antico), compreso, ovviamente, alla luce della buona notizia (l’euangélion) portata dal Figlio di Dio.

 Nelle parole di Gesù, infatti, il nuovo viene prima dell’antico, mentre spontaneamente uno penserebbe che l’antico dovesse venir menzionato prima del nuovo. Sembra, allora, che Gesù voglia dire che molte cose buone sono state dette prima della sua venuta (nella Bibbia e nelle diverse culture, l’egizia, la greca, la romana, la cinese, ecc.) ma che la novità di un Dio che si fa fratello di tutti, è la luce nuova che viene ad illuminare tutte le altre sapienze. Che, tra tutte le più sublimi parole di ogni filosofia o religione il Figlio di Dio incarnato [vedi l’inizio della Lettera agli Ebrei], è la definitiva.

Detto questo sullo Scriba cristiano, torniamo brevemente alle tre immagini (il tesoro nascosto, il cercatore di perle preziose, e la rete che pesca di tutto). Nelle due prime (del tesoro e della perla) si sottolinea, come già anticipato, la preziosità del Regno (la grazia di far parte dei discepoli di Gesù) e la necessità di continuare a cercare il modo migliore di farne parte. Infatti, a differenza di chi trova il tesoro in un campo senza averlo cercato, nella seconda c'è un cercatore di perle. Questo particolare indica l’importanza della ricerca della verità o del bene, perché “chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8). La parabola conclusiva della rete, come quella della zizzania dell’altra domenica, sottolinea l’esclusione dei malvagi.

La distinzione tra pesci cattivi e buoni da parte dei pescatori giudei, dipende forse, da una prescrizione del Levitico, in cui si dice che “fra tutti gli animali acquatici ecco quelli che potrete mangiare: potrete mangiare tutti quelli, di mare o di fiume, che hanno pinne e squame. Ma di tutti gli animali che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame saranno per voi obbrobriosi” (11,19-10). Siccome, però, qui i pesci ci rappresentano, la questione non è avere o non avere squame e pinne, ma possedere o cercare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, “il quale, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,5-7)


sabato 4 febbraio 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica




 Il Figlio di Dio è venuto sulla terra, si è fatto figlio di Maria, perché tutti possano essere suoi fratelli. Gesù è morto per donarci la salvezza ed è risorto perché anche noi possiamo seguirlo, vivi per sempre, nella casa del Padre. Oltre ad essere nostro salvatore come Dio, Gesù, come uomo, è il nuovo e vero Adamo e come tale, il primogenito che il Padre aveva già in mente quando disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza” (Gen. 1,26). Quell’immagine è Lui, Gesù, che, dall’alto della croce, pensando a tutti gli uomini, già benedetti una volta in Abramo, ma peccatori, disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

 Chiese perdono per tutti, ma ai dodici apostoli e agli altri che ha invitato a seguirlo come discepoli, noi compresi, prima di tornare al Padre, ha detto di andare in tutto il mondo ad annunciarlo. Ha detto di annunciare a tutti la buona notizia [questo il significato di Euangélion], ma non ha mai detto che tutti si sarebbero convertiti. Anzi, parlando al gruppo dei discepoli che lo stavano seguendo e che rappresentava tutti i credenti, disse: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno(Lc 12,32).

Qui, poi, in questa pagina di Vangelo (Mt 5,13-16), Gesù parla ai discepoli del dovere di essere sale e luce. “Voi”, dice, “siete il sale della terra”. “Voi”, aggiunge, “siete la luce del mondo”. Sono discepoli e Gesù vuole che sappiano che non possono venir meno alla loro identità sostanziale.

La luce della terra che illumina e, al tempo stesso, il sale che dà sapore alla vita, è Lui e soltanto Lui, ma una volta che è tornato al Padre e che ha inviato lo Spirito su di loro, sono i suoi discepoli che hanno il compito di mantenersi sale saporito e lampade accese con la luce di Cristo. Non devono essere discepoli insipidi, perché “se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Con le loro buone opere devono dar gloria a Dio e illuminare il mondo. Non devono nascondere la luce che si è accesa nei loro cuori quando il Maestro risorto ha ancora spezzato il pane per loro e che dovrebbero sempre portare dentro.

Non devono nascondere questa luce che sola può illuminare il mondo. Perché, come continua Gesù, non si “accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.

Se, poi, leggiamo bene le parole di Gesù, a parte questa missione di annunciare la buona notizia a tutti, l’impegno del cristiano prima che gli altri, riguarda lui stesso. È lui che, per essere sale che dà sapore e luce che illumina, deve impegnarsi per tutta la vita perché la vera luce e la vera sapienza emanino dal suo modo di vivere e di fare. Deve impegnarsi a crescere, come lo stesso Gesù che, nonostante fosse Figlio di Dio, in quanto figlio di donna crebbe “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52).

Si tratta di un impegno di presenza che va trasformandosi, sempre più, in una cristificazione fino ad arrivare a poter dire con Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Se il cristiano cessa di essere luce, anche il Signore smette di mostrarsi presente in lui, e la presenza del battezzato si oscura. Diventa un sale insipido e una luce fioca che non illumina nessuno.

Per evitare questo pericolo, il cristiano deve incessantemente invocare la presenza del suo Signore nella propria vita, senza stancarsi mai.