Ai suoi amici Gesù chiede qualcosa di più.

VIª Domenica del T.O / A: (Sir 15,16-21; 1Cor 2,6-10 ; Mt 5,17-37) 

Domenica scorsa il Signore ci ha rivelato la bellezza e l’importanza della nostra vita cristiana: siamo sale della terra, siamo luce del mondo, siamo posti sul candelabro; ma così ci ha lasciato anche un compito mica da niente: stare attenti che il sale non diventi insipido; stare attenti che la luce non diventi una lampadina spenta o bruciata, perché anche restando avvitata non servirebbe a niente. 

Oggi il Signore che sa la nostra paura, la nostra incapacità, la nostra voglia di fare il contrario di ciò che dovremmo fare, oggi il Signore ci dona le regole e quindi la possibilità di vivere ciò che Lui si attende da noi. Il Signore ci offre le coordinate per attraversare indenni la fragilità e l’indifferenza del nostro tempo. Ci chiede solo di credere alla sua parola, piuttosto che alle nostre intuizioni o anche alle nostre rivelazioni. A proposito S. Teresa diceva: “Nostro Signore mi dà la grazia di credere che i Superiori non sbaglino mai” – “La fede mi dice che gli ordini di V. R. (=P. Gracián) sono l’espressione della volontà di Dio, mentre io delle mie rivelazioni non sono mai sicura” (F.XXIV,4/nota). 

L’agire di Gesù, evidentemente, metteva in crisi i custodi della legge di Dio del suo tempo; quindi Egli si premura di affermare: “State tranquilli; non ho nessuna intenzione di distruggere la legge che vi è stata data da Dio; voglio solo aiutarvi a vederne la profondità-l’ampiezza-la ricchezza”. Infatti, quello che accettavano e vivevano gli Scribi e i Farisei era solo il minimo e la superficialità dei Comandamenti; proprio come facciamo anche noi oggi: “Non ho ucciso e non ho rubato”; quindi sono a posto!. Gesù è la pienezza della legge, perché Egli è la Parola definitiva del Padre. Se vogliamo sapere cosa pensa Dio, ascoltiamo Gesù; se vogliamo davvero fare la volontà di Dio, facciamo come ci insegna Gesù. Egli è estremamente sicuro e deciso: “Il Cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt.24,35). 

Il Siracide con molta semplicità e chiarezza, nella prima lettura, ci ricorda che siamo liberi e possiamo scegliere ciò che vogliamo: il bene o il male, la vita o la morte; ma siamo responsabili di ciò che scegliamo. Non possiamo incolpare nessuno; e tanto meno Dio, perché “a nessuno ha comandato di essere empi e a nessuno ha dato il permesso di peccare”

San Paolo, poi, nella seconda lettura, ci rammenta che “La sapienza di Dio non ci appartiene; però ai piccoli è stata rivelata e fatta conoscere dallo Spirito”. 

E in fine, nel Vangelo, Gesù dice a chi pensa che andando con Lui, visto che è il Figlio di Dio, le cose saranno più semplici e più facili e ci saranno anche dei privilegi: “Non sono venuto ad abolire la legge o i profeti, ma a dare compimento”, cioè a mostrare come la si deve vivere; e cosa vuol dire essere figli: non dei privilegiati (come nella logica del mondo) ma degli innamorati e quindi obbedienti fino alla morte. 
L’osservanza degli scribi e dei farisei era solo esteriore, superficiale, non relazionale con Dio – Padre. “Se volete entrare nel Regno dei Cieli, dove sta Dio, ci dice Gesù, dovete superare, eclissare, mostrare insufficiente questa giustizia, e quindi dovete vivere un rapporto di amore e di obbedienza con il Padre”. E, scendendo nei particolari, ci offre qualche flash per aiutarci a riflettere ed essere così meno superficiali. 
- Non tutti, ma parecchi almeno pensano che non si debba ammazzare nessuno. Chi ammazza qualcuno, deve assumersi la sua responsabilità, deve sapere che sarà giudicato (il che vuol dire: condannato!). Tanti pensano di essere a posto solo perché non hanno ammazzato nessuno. “Ma la vostra giustizia”, dice Gesù, la giustizia dei figli deve vincere l’ira-il disprezzo-il giudizio cattivo verso i fratelli; addirittura, se ti trovi a pregare o ad offrire qualcosa a Dio e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, fermati e va a riconciliarti; poi tornerai gioioso a lodare il Padre tuo e di tuo fratello che sarà felice più del tuo perdono che della tua offerta. 
 - Liti ce ne sono e ce ne saranno sempre; ma non aspettare di arrivare in tribunale …perché il debito che tutti abbiamo con Dio nessuno può assolverlo. E restare in prigione fino all’ultimo spicciolo è davvero lunga! 
- L’adulterio (almeno ai tempi di Gesù) era ancora un peccato, qualcosa che inquinava l’anima e rendeva la persona non più luminosa davanti a Dio. Però anche il solo desiderio cattivo è un male che inquina il cuore e l’anima e che ci stacca da Dio. Quindi, se l’occhio ci spinge a desiderare il male; se la mano ci serve per compiere qualcosa di sbagliato; se il piede ci fa correre verso il male, cosa dobbiamo fare? Spesso, troppo spesso!, ci rifugiamo nel “siamo fatti così!” – “viviamo in questo mondo!” – “c’è chi è peggio di noi!”
 – “Non siamo angeli”, direbbe Santa Teresa. Ma Gesù ci dice: “Cavati l’occhio; tagliati la mano; tagliati il piede che ti porta a peccare, e gettali via!”. Perché?.. Proviamo a domandarci seriamente: “È meglio andare all'inferno con tutte le paia delle nostre membra oppure andare in Paradiso con un occhio solo, una mano sola (e forse la sinistra!), un piede solo?”. 
Per Gesù, che preferisce perdere tutto il suo Corpo sulla Croce piuttosto che ascoltare Pietro che gli suggeriva di nascondersi solo per qualche giorno e lasciar passare il momentaccio, è chiaro che è meglio, molto meglio, andare in Paradiso orbi, con moncherini, e claudicanti! 
Per tutti i cristiani dovrebbe essere chiaro, oserei dire istintivo, visto che il battesimo ci ha immersi nella comunione della Trinità, scegliere sempre ciò che ci avvicina al Cielo-al Padre (fedeltà e verità) e rifiutare categoricamente tutto ciò che ce ne allontana (ripudio, adulterio, spergiuro). 
Ma, mi sembra che per noi Carmelitani (chiamati a guardare in questo tempo di studio e di riflessione sulla nostra Regola con più simpatia a quei Santi Padri del Monte Carmelo da cui discendiamo…) il di più della giustizia richiesto da Gesù sia già stato riconosciuto e accolto con gioia dalla richiesta dei primi eremiti a Sant’Alberto e dalla risposta data dal Patriarca di Gerusalemme: “Tutti i cristiani devono vivere in ossequio di Gesù Cristo; ma poiché ci avete chiesto qualcosa di più, stabiliamo che… Vi abbiamo scritto queste cose brevemente, fissando per voi una norma di vita, secondo la quale dovrete vivere. Se poi qualcuno farà di più, il Signore stesso, quando tornerà, lo ricompenserà. Tuttavia si comporti con discrezione, moderatrice della virtù”. Che tempi! C’era addirittura bisogno di frenare! Il nostro carisma (non ho detto la nostra vita) è il di più! E certamente Gesù aspetta la nostra risposta di Cristiani e di Carmelitani; e siccome guarda a S. Teresa di G., a S. Giovanni della Croce, a S. Teresa di G.B., a S. Elisabetta della Trinità, ecc… , ha grandi aspettative! 
 P. Faustino Macchiella ocd– Venezia 

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