Un cuore colmo di Dio



Convegno ocds. - Montecompatri 11-13 ottobre 2013

 Col cuore si crede
di p. Arnaldo Pigna 
In quel tempo gli Apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede” (Lc 17,5).


             Ci troviamo al termine dell’anno della fede, voluto da Papa Benedetto per stimolare i cristiani a riscoprirla e rinnovarla, in un mondo che va sempre più scivolando verso il totale indifferentismo religioso. L’uomo moderno è troppo superbo e orgoglioso delle proprie conquiste, troppo attaccato ai beni e alle soddisfazioni mondane, per poter credere. Chi ha il cuore pieno di sé e pone al centro di tutto il proprio io non può credere. Chi ha il cuore totalmente occupato dai beni terreni e pone il raggiungimento del danaro come scopo supremo, non può credere. C’è incompatibilità tra Dio e mammona, come c’è incompatibilità tra le pretese dell’io e il primato di Dio. “dove è il tuo tesoro, là è il tuo cuore”, ha detto il Signore.

            Noi abbiamo la fortuna di avere il dono della fede, tuttavia sentiamo che anche noi abbiamo bisogno di fare nostra la richiesta dei discepoli. Il Signore certamente ci ascolterà se cercheremo di vivere questo nostro incontro nella piena disponibilità ad ascoltare ed accogliere la parola che Egli  ci vorrà rivolgere.
            Ricordiamo subito, riportando le parole della Lumen Fidei , che “l’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, sentendolo parlare così, seguirono Gesù (Gv 1,37)” (n. 30).

 

            La fede, nella Bibbia, è legata all’alleanza. Ha per protagonista Dio che intreccia un rapporto di amore con l’uomo; ed è all’interno di questo rapporto che essa sgorga e si sviluppa nell’uomo. Al di fuori di questo rapporto la fede biblica non è pensabile, perché la parola a cui essa aderisce tiene sempre presente la persona che la comunica e attraverso la quale si comunica.
            “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede” (Rm 10, 9-10). Con queste parole l’Apostolo vuol dire che la fede che professiamo nasce e si realizza nel cuore. La fede biblica è una relazione tra persone e in quanto tale ne tocca l’intimità. E’ l’interiorità della persona che nella fede viene coinvolta.
            Questa interiorità che noi spesso designiamo con i termine “anima” o “spirito”, la Bibbia preferisce chiamarla “cuore”?  Il cuore o spirito dell’uomo, è il luogo più segreto, la parte più intima, il centro della persona; ed è anche la sua parte suprema, il vertice. Possiamo aiutarci con qualche immagine. Se si pensa ad una piramide rovesciata, lo spirito è il luogo profondo su cui poggia tutto l’essere umano, lo fonda, lo nutre (come il fittone e la radice)  e gli dà senso; se si pensa ad una piramide poggiata sulla base, lo spirito ne è il culmine e la espressione suprema; se si pensa ad un cerchio, lo spirito è il centro da cui promanano e su cui poggiano tutti i raggi che lo sostengono. E’ nel e per il suo spirito o cuore che l’uomo è capace di proiettarsi fuori e oltre se stesso, aperto al trascendente.
            Come i sensi sono le doti che l’uomo ha per entrare in contatto diretto con la creazione, così lo spirito per quanto riguarda orizzonti che la trascendono. E’ lì, nel suo spirito, che l’uomo si percepisce fatto e come attratto verso orizzonti senza limiti. E’ a quel livello che il finito si sente misteriosamente in contatto con il fondamento dell’essere. Potremmo dire che lo spirito è, nell’uomo, il “senso” di Dio. Purtroppo, con il peccato, questo “senso” che faceva intuire Dio, è rimasto oscurato. Come un occhio, che è il “senso” della vista, quando non riesce più a vedere a causa di una malattia
           
            Il “cuore”, per la Bibbia, è il centro dell’interiorità umana; non solo luogo dei sentimenti, ma anche pensiero, intelligenza, decisione, determinazione, affetto. E’ il punto unificatore dell’esistenza, luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi, dei grandi orientamenti che danno senso alla storia della vita. Il cuore, in conclusione, è la sintesi della persona capace di conoscere, sentire, decidere, volere, amare. Così si comprende cosa vuol dire S. Paolo quando afferma che “col cuore si crede” (Rm 10,10). E’ l’intimità della persona che viene coinvolta, là dove tutto si riassume e tutto trova il suo fondamento.

            Mi pare importante cercare di chiarire meglio ciò che si vuole intendere quando parliamo di “spirito” o di “cuore”. In effetti il termine “spirito” rimane spesso talmente vago da non avere alcun contenuto concreto, mentre il termine “cuore” spesso richiama solo sentimenti ed emozioni.

         
   In concreto, nel “cuore” o “spirito” dell’uomo, possiamo cogliere tre proprietà e funzioni fondamentali: intelletto (conoscenza), coscienza (consapevolezza), volontà (decisione, affezione).

            Con il termine “intelletto” vogliamo indicare la facoltà di conoscere del cuore; il cuore conosce, ma in un senso più profondo e vitale del conoscere razionale. Si tratta di un conoscere quasi esperienziale, per partecipazione. Il cuore non conosce pensando e tirando conclusioni attraverso un discorso logico, come fa la ragione, ma conosce intuendo, “contattando”, “sentendo” e “penetrando” la realtà. E’ potere di comprensione e di intuizione, che permette di leggere dentro la realtà, per questo viene chiamato “intelletto” che etimologicamente significa, appunto, leggere dentro (intus legere). Va sottolineato che questa capacità dell’intelletto di capire per “intuizione” non va confusa con quella di capire per “ragionamento” (riflessione e deduzione logica), che è propria della ragione. Le due facoltà non si identificano. Certo, non dobbiamo contrapporre intelletto e ragione perché ambedue aiutano l’uomo a comprendere e a comprendersi, ma non si devono nemmeno confondere. Il medico che ha più conoscenza razionale della madre, spesso conosce il bambino meno di lei. Più che da una riflessione razionale e logica la conoscenza del cuore è piuttosto prodotta da una sorta di connaturalità e di sintonia profonda.

            Dentro il cuore, nello spirito dell'uomo, c'è, poi, una facoltà fondamentalissima: la coscienza di sé; per essa l’uomo riflette su se stesso, si vede come in uno specchio, si ri-conosce. E’ la consapevolezza del proprio esserci e del proprio relazionarsi, cioè non chiusi in noi stessi, ma destinati e orientati verso orizzonti che vanno oltre il proprio piccolo mondo.
            A questa coscienza “spirituale”, intesa come apertura all’altro e al trascendente, è legata come parte integrante la coscienza “morale” intesa come consapevolezza di ciò che devo (essere e fare), e dei passi da compiere. Per essa io intuisco che sono fatto per la verità, che sono vincolato al bene; che la verità mi trascende e, scoperta, mi si impone; che il bene lo devo fare e che il male lo devo evitare. Questo imperativo della coscienza “morale” che  mi spinge e mi lega alla verità e al bene, mi dimostra che son fatto per andare oltre me stesso, e che  io rispondo alle esigenze del mio essere più profondo solo proiettandomi verso un Bene che mi trascende, solo accettando e inchinandomi ad una Verità che mi sovrasta. Non siamo noi che stabiliamo il bene, ma è il bene raggiunto che ci fa buoni.  Non siamo noi a possedere la Verità, ma è la verità che, raggiunta, ci possiede. Se è sincero, nella sua coscienza l’uomo scopre ed è spinto a confessare che la verità non può essere addomesticata, e che il bene non può essere definito e ridotto alle proprie voglie. L’insopprimibile anelito con cui l’uomo cerca la verità e il bene è chiaro documento che egli è fatto per loro.

            E’ evidente che alla coscienza di sé e alla coscienza del proprio dover essere bisogna tornare, se si vuole vivere da persona umana. La consapevolezza  di sé e di essere fatti per il bene che si impone come da farsi, diventa anche consapevolezza della voce di Qualcuno, che risuona dentro, e costringe a prendere posizione e a dare una risposta.  Se uno si apre alla verità e al bene, presto scoprirà che non sono un ideale astratto, ma un Qualcuno: Dio. In effetti, ascoltare la voce che risuona nella coscienza e lasciarsi da essa condurre è già, in qualche modo, una forma di fede.

            Lo “spirito”, dicevamo, è apertura all’infinito; nel suo intimo più profondo l’uomo ha un “senso” particolare, che è, appunto, il “senso di Dio”. Quando questo “senso di Dio” si atrofizza, è tutta l’interiorità umana che rischia lo smarrimento e la deformazione. La coscienza stessa perde dentro di sé il suo principale riferimento e interlocutore che è Dio stesso, essa, infatti, è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (GS 16). Una delle conseguenze del dissesto psichico è la perdita di contatto con la propria coscienza morale, che è stata drogata e affossata per potersi abbandonare alle proprie voglie senza sentirsi in colpa. Chi si trova in questo stato non può, ovviamente, ricevere il dono della fede. Gli manca il “cuore” per poterla accogliere.

            La consapevolezza di sé nel tempo che scorre e nel quale si “distende” la nostra esistenza, noi la chiamiamo “memoria”. E’ essa che dà continuità alla consapevolezza di noi stessi e al nostro essere, per essa mi vedo in cammino ma mi riconosco sempre lo stesso, sono sempre io anche se progressivamente diverso. E’ questa consapevolezza di sé nell’arco del tempo in cui si svolge la vita, che permette all’individuo di costruire e percepire la propria identità personale. Consapevolezza, dunque, è anche capacità di percepirsi come se stessi nel cambiamento, nella continuità del tempo e nella collocazione dello spazio, nella concatenazione degli eventi. E’ in forza di questa straordinaria capacità, di questa memoria, che noi siamo messi in condizione di poter gestire la nostra vita, di costruirla e di portarla a maturazione. E’ in forza della memoria  che noi, in fondo, riusciamo a cogliere la verità. Una memoria che non abbraccia solo la nostra vita, ma che si affaccia e riallaccia alla storia su cui affonda le sue radici. Questa memoria ha un ruolo fondamentale per la comprensione della fede come ricerca di verità. “La domanda sulla verità è, infatti, una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire ad unirci oltre il nostro <io> piccolo e limitato. E’ una domanda sull’origine di tutto, alla cui luce si può vedere la meta e così anche il senso della strada comune” (LF n. 25). Questo aiuta anche a comprendere come la fede non può essere solo un fatto intimistico e individuale, essa affonda le sue radici in una storia, rende partecipi e unisce a tuta una comunità di credenti che la vivono e la trasmettono.

            In fine, la terza qualità dello spirito è il potere di scegliere e determinarsi. All’interno dello spirito che si conosce, sente e tende (per una misteriosa attrazione) verso il bene, che conosce e che delibera, nasce l’atto della volontà che costituisce  la espressione e l’orientamento dell’essere più profondo e più intimo della persona. In forza di questo potere io mi decido per il Signore, oppure no; per un qualcuno o qualcun altro; per qualcosa o qualcos’altro. E’ la “volontà” (illuminata dalla intelligenza, mossa dal desiderio e attratta dal bene) che può aprire l'intimo, il segreto che solo l'uomo conosce. Mentre la coscienza-memoria mi dà consapevolezza e continuità, la volontà mi determina ad agire e mi fa, poi, passare in azione; è per essa che io sono capace di aprirmi o di chiudermi, capace di accogliere e di donare, capace di amare.  Potremmo dire che la volontà è il cuore del cuore dell’uomo. La fonte o prima origine da cui sgorga l’atto di amore (tendenza e volontà di bene) che, poi, inonda tutti gli angoli  e le pieghe della persona, fino a raggiungere il corpo con i suoi sensi e le sue attività che, a loro volta, danno e determinano una colorazione specifica, sottolineature e incarnazioni diversificate dell’atto di volontà. Si capisce come è a questo livello che sgorga l’atto di fede come apertura e accoglienza della parola e della persona che ci si comunica

            La dimensione spirituale, la più alta della persona, che  (come veniamo dicendo) si esprime nella capacità di intuire (penetrare) la verità, di essere presenti a se stessi, di essere aperti e di determinarsi dall’intimo verso il bene, è stata parecchio oscurata dal disordine prodotto dal peccato. A causa di tale disordine l’intelletto, cioè la parte conoscitiva del cuore, entra nelle tenebre, diventa incapace di stabilire il  contatto con Dio (come, invece, succedeva nel paradiso terrestre!). Lo stesso accade con la coscienza dell’uomo che non percepisce più se stesso come relazione e partecipazione di Dio, e come aperto e orientato verso orizzonti aperti all’infinito; per cui si ritrova prigioniero dell’angusto mondo in cui si è rinchiuso. Quanto alla volontà, non più sufficientemente illuminata, brancola nel buio, e rischia continuamente scelte sbagliate.

            Ma, accantonato lo spirito (già reso oscuro dal peccato che ha interrotto il rapporto con Dio), l’uomo diventa incapace di aprirsi al trascendente e di percepirsi in relazione con un Essere superiore. Il buio dello spirito lascia all’uomo solo l'inquietudine e un'aspirazione confusa che è desiderio di dare senso alla vita e insoddisfazione profonda per tutte  le risposte che si infrangono contro la barriera della morte. Senza apertura al trascendente l’unica verità che alla fine rimane è che si vive per morire. Ed è evidente che questa scoperta non può lasciare soddisfatto chi vuol dare un senso alla sua vita. E’ proprio questa insoddisfazione profonda che tiene viva e alimenta la inquietudine del cuore in cerca di risposta.

            Privato della luce di Dio e reso incapace di intuire la sua relazione a Lui, all’uomo è rimasta solo la ragione per una faticosa ricerca della verità. Ed è la ragione che viene a caratterizzare l’uomo. Non per nulla esso è stato definito  “animale razionale”.  L’uomo differisce dagli animali, dicono i filosofi, proprio perché capace di ragionare.

            Così, invece dell'intelletto cioè quella capacità di intuito che fa percepire il rapporto con  Dio, usiamo la ragione; cioè riflettiamo, compariamo  e tiriamo conclusioni logiche. Ma la ragione, a differenza dello spirito, non coglie la luce direttamente,  essa lavora in forma indiretta, per deduzioni. Può ricevere un'intuizione dallo spirito su cui lavorare (lampo di genio che apre una pista di riflessione non prevista!), può ricevere una percezione sensoriale su cui applicarsi, ma la ragione non tocca niente se non i concetti, e i concetti esprimono una verità che viene astratta dalla realtà, sono delle nozioni  indirette. La ragione non è immediatamente a contatto con la verità concreta: né con la verità materiale della creazione che noi raggiungiamo direttamente con i sensi, né con la verità spirituale che noi raggiungiamo direttamente con lo spirito. E’ importante cogliere questo per renderci conto come nel campo della fede le elucubrazioni scientifiche e le ricerche esegetiche più sofisticate non producano né, di per sé, promuovano la fede. Non di rado, anzi, la impediscano.
            Il motivo sta nel fatto che, oscurato e debilitato, lo spirito rimane nelle regioni oscure e misteriose del nostro essere. Dice s. Paolo agli ateniesi: “il Signore ha stabilito che gli uomini lo cerchino a tastoni, nel buio per giungere a trovarlo” (At 17, 27). E questo succede anche  se, in realtà, noi, come ricorda  ancora s. Paolo, siamo in Dio, abitiamo in Dio, viviamo in Dio” (At 17, 28). Se non lo vediamo non è perché Dio non vuole farsi vedere, ma perché in noi non ci sono più funzionanti come dovrebbero essere, gli organi stabiliti perché si veda Dio. Abbiamo gli occhi del corpo e vediamo la luce visibile, ma gli occhi dello spirito, l’occhio del cuore dell’uomo è chiuso, è impedito.” Questo spiega perché, nonostante che dal fatto della creazione si possa facilmente risalire al creatore (Rm 1,20), molti non riescano a farlo e che, anzi, alcuni ne proclamino esplicitamente la non esistenza. L’oscurità dello spirito finisce col condizionare necessariamente anche la luce della ragione.



            La fede come ascolto e incontro con Cristo.

           
            Parlando della virtù della fede ci riferiamo ora a ciò che avviene nel cuore dell’uomo quando si apre a Dio che gli si dice e gli si dona, e risponde a sua volta fidandosi e affidandosi a Lui. Il Dio che ci si rivela e il Dio a cui rispondiamo è la Trinità santissima: Padre, Figlio, Spirito Santo. E’ il Padre che nel Figlio per mezzo dello Spirito si rivela e ci invita a stabilire un rapporto di comunione. Parlare di fede vuol dire, per noi, mettere in luce questo nostro rapporto con le persone divine. Essenziale è il ruolo dello Spirito dal momento che è Lui che realizza la nostra comunione con il Padre e con il Figlio.
            Poiché, però, l’autore e perfezionatore della fede è Cristo Signore, perché è in Lui che Dio ci parla e ci si dona ed è a Lui che noi rispondiamo e ci doniamo, concentriamo ora tutto nostro discorso sul nostro rapporto con Lui.

             Va subito sottolineato che “quando il cristiano dice: <credo>, lo dice a Qualcuno, non ad una proposizione astratta. <Credo> vuol dire: <mi fido di te, mi affido a te, Signore>. E quando dice: <Io credo in Dio> vuol dire che è su Dio che vuole fondare la sua vita. Questa è la fede cristiana” (Benedetto XVI). La fede, dunque, è vera e viva quando si accoglie la parola che Dio ci dice in Cristo e ci si affida a Lui, e quando porta a desiderare di incontrare e di conoscere sempre meglio Colui che ci si rivela, quando spinge a contemplarlo per adorarlo, ringraziarlo e lodarlo.

            Dobbiamo, purtroppo, riconoscere che non è questa la fede che, in genere, mostrano di avere tanti “cristiani” per i quali essa rimane una idea vaga e astratta che influisce in nulla nella loro vita. Non è una operazione del “cuore”, ma solo una divagazione della mente che rimane nel campo delle astrazioni.
            Nell’indire l’anno della fede Benedetto XVI ci ricorda che urge ricuperare e riproporre (tra i “credenti”) il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere. Del resto, una parola non è veramente accolta se non quando passa negli atti, se non quando viene messa in pratica, se la si lascia scivolare via è evidente che non viene accolta. La fede è una decisione che impegna tutta l'esistenza. È incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14, 6).

            L’esperienza di s. Paolo è paradigmatica. Si crede quando si incontra Gesù e lo si riconosce Signore e Salvatore. In effetti questo è il contenuto della predicazione apostolica. Il Kerigma è tutto centrato sulla passione, morte e risurrezione del Signore (cfr  Rm 4,25).

            Il Signore Gesù è la chiave di volta, autore e perfezionatore della fede. Il riferimento a Lui è necessario anche per comprendere il cammino veterotestamentario, che è una storia fatta di segni parziali e provvisori della rivelazione di Dio e della sua accoglienza da parte dell'uomo. Tutti segni che rimandano al segno ultimo, nella pienezza del tempo, in rapporto a cui si definisce la fede cristiana. Senza Cristo tutto rimane incompleto; il volto velato di Mosè che gli Ebrei non potevano vedere, ne è il simbolo. Come dice s. Paolo: “Fino ad oggi, quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore quel velo sarà tolto” (2 Cor 3,14-16).
           
            La vicenda terrena del Verbo costituisce l’intervento definitivo di Dio nella storia, compimento messianico delle promesse fatte ad Abramo (cf Gn 12,3;2,16-18) e dell’alleanza sancita tramite Mosè con il popolo ebraico (cfr Es 19,5-8; 24,1-8). E’ la sua storia personale che dà senso compiuto a tutta la storia della rivelazione, portandola a pienezza e definitivo compimento.    Suprema rivelazione di quello che Dio è in Sé, di quello che è per noi, di quello che noi siamo per Lui.

            Il fatto che tutta la rivelazione tende a Cristo e che Cristo sia la stessa Verità detta e data noi, e quindi sintesi e attuazione perfettissima di qualunque partecipazione di verità, dimostra anche che il cammino degli uomini alla faticosa ricerca della verità costituisce un inconsapevole ricerca ed espressione di fede. Perché chi cerca la verità cerca Cristo il quale, appunto, è la Verità. Come, del resto, chi cerca la vita vera (quella che dura sempre) cerca Cristo che è la Vita; e chi cerca la via per arrivarci, cerca Cristo, perché Lui è la Via. “Io sono la Via, la Verità,  la Vita” (Gv 14,6).

            In Cristo Gesù abbiamo la suprema rivelazione e comunicazione in questo mondo di Dio e delle sue perfezioni. Guardando e conoscendo Gesù si vede e si conosce Dio: “Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre… Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 9.11). Il volto del Padre  risplende in quello di suo Figlio Gesù: Egli è «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Eb 1,3). E’ Lui l’immagine perfetta del Padre: “Il Cristo è immagine di Dio invisibile” (Col 1,15), colui nel quale «piacque a Dio di far abitare ogni pienezza» (Col 1,19), nella sua umanità Egli è  “il visibile di Dio invisibile” (1 Gv 1, 1-3).

            Gesù Cristo porta a perfezione la fede biblica innanzitutto  rivelandoci il suo oggetto supremo, che è il mistero di Dio nel suo intimo vivere. Ci dice che Dio è Uno e Unico (come tutto il Vecchio Testamento ha sempre, costantemente, proclamato), ma questo Dio, aggiunge Gesù, non è solo. E’ una Famiglia, è  una Comunione di Persone (Trinità) che si vogliono talmente bene da essere Uno. Gesù ci dice, inoltre, fino a che punto questo Dio entra in relazione con la sua creatura facendosi uomo,  inserendosi pienamente e rendendosi parte della nostra stessa storia.

            Ma Egli è, allo stesso tempo, suprema rivelazione dell’uomo, perché perfetta attuazione dell’essere umano sognato da Dio prima della creazione del mondo. Principio, culmine e ricapitolatore di tutto, Cristo è la verità e la consistenza di ogni essere, ogni uomo tende a Lui e in Lui trova la propria ragione e la propria pienezza (cfr Ef  1, 3-23; Col 1, 15-20; Gv 1, 3; ecc).  L’uomo non è vero, né reale, né compiuto che nella misura in cui Lo riflette nel proprio essere e nel proprio operare.

            In sintesi: E’ Gesù che rivela il mistero di Dio Trinità, ed è Gesù che realizza il mistero di Dio incarnato. È in Gesù che Dio incontra perfettamente l’uomo, ed è in Gesù che l’uomo incontra perfettamente Dio. Gesù è il centro e il culmine di tutta la storia della salvezza, la rivelazione suprema di Dio e la perfetta realizzazione del suo inimmaginabile disegno che è quello di introdurre l’uomo nell’intimo della sua stessa vita, facendolo “figlio nel Figlio”.

            Da tutto ciò appare chiaro che la fede cristiana si realizza “nel Signore Gesù” (Ef 1, 15). In Lui essa  ha la sua origine e contenuto centrale, perché è in Cristo Gesù che Dio si autorivela,  è in Lui che si fa verità per noi, è in Lui che si fa conoscere, è in Lui che si fa perfettamente incontrare. E’ Cristo che ci comunica la verità (origine della fede); è Cristo la verità che ci viene comunicata (oggetto della fede); è Cristo la ragione per cui crediamo (motivo della fede). Infine, è Cristo Colui a cui ci uniamo per credere; infatti la fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione del suo modo di vedere.

            Ne segue che la fede cristiana ha Gesù per oggetto primario. Fede è credere che in Gesù di Nazareth è all’opera Dio stesso. Non si tratta solo di credere che Dio agisce in Gesù, ma che Gesù è Dio che agisce, e che la causa di Gesù è, identicamente, la causa di Dio. La predicazione primitiva mostra chiaramente che la fede cristiana è essenzialmente risposta al kerygma riguardante Gesù: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm. 10, 9).
            La fede come adesione a Dio che si rivela è, identicamente, adesione a Cristo, perché è in Lui che Dio ci si dice e ci si dà. “Il cristiano professa la fede in Dio nella fede in Gesù Cristo: unitariamente, indivisibilmente. E’ in lui che la verità della fede, verità di Dio, si offre all'uomo; perché in Gesù Cristo il volto dell'invisibile Dio si fa visibile, all'uomo. .. La verità di Dio è un tutt'uno con la persona e la storia di Gesù. E’ in Lui, nel Cristo, che Dio si è fatto per noi via, verità e vita (Gv 14,6).

            Ne segue che, dopo l’incarnazione del Verbo, la fede come risposta dell’uomo alla autorivelazione di Dio,  non è un atteggiamento di adesione generale e di fedeltà a tutto ciò che Dio ha detto, fatto e richiesto lungo la storia del suo popolo, ma adesione ad un evento ben preciso che è la presenza di Cristo nel mondo, la sua vita, la sua  morte,  la sua risurrezione. E’ questa, come abbiamo già ricordato, la formula iniziale della fede, il kerigma:  Gesù Cristo che è il Figlio di Dio venuto nel mondo, è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4,25).
            Il cristiano con la fede vede, innanzitutto, Gesù Cristo morto e risorto per lui che, nella Chiesa, gli dona il suo Spirito e la sua salvezza. Giustamente  papa Benedetto scrive: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione definitiva” (DCE 1). Questo è un dato fondamentale che va tenuto costantemente presente. Non bisogna mettere le cose che crediamo al posto di colui in cui crediamo.
 “La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso s. Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli apostoli –fede che vede!- davanti alla visione corporea del Risorto” (LF 30b). “Come atteggiamento fondamentale dello spirito, -non è una cosa solo intellettuale o sentimentale-, la fede vera coinvolge l'intera persona: pensieri, affetti, intenzioni, relazioni, corporeità, attività, lavoro quotidiano...  nella fede viene messo in gioco quanto abbiamo di più nostro e di più intimo, il nostro cuore, la nostra intelligenza, la nostra libertà, in un rapporto profondamente personale con il Signore che opera dentro di noi” (Benedetto XVI, Catechesi 31\5\2006).

            Il cristiano deve essere consapevole che nel campo della fede si gioca tutto nell’incontro con la persona di Gesù. Senza questo incontro si potrà aderire ad una idea o a un progetto, mai a una persona. Ma una verità che non penetra nel profondo, che non tocca la persona nell’intimo, non riempie niente, lascia il cuore vuoto e non muove a nulla  Tanti cristiani ripetono stancamente delle frasi e degli insegnamenti, dietro i quali però si manifesta il vuoto; perché aldilà della facciata non c’è mai stata un’autentica esperienza di Gesù. “La fede nel Signore non è un fatto che interessa solamente la nostra intelligenza, l’area del sapere intellettuale, ma è un incontro che cambia radicalmente la vita perché la coinvolge tutta: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane. D’ora in poi, al centro, ragione e scopo di tutto questo c’è una persona: Cristo Signore. Il nucleo centrale di questo incontro-adesione personale  a Gesù Cristo, sta nella vita di preghiera, nella vita sacramentale, nella meditazione della parola.

            La fede è, dunque, soprattutto un rapporto vitale. Ritorniamo al tema del cuore che esprime tutta l’interiorità della persona. Questo va ben sottolineato perché non di rado dalla relazione personale con Cristo sentito e accolto come via-verità-vita (Gv 14,6) si è passati ad un modo razionale e impersonale di concepire la verità e la vita. La affermazione dottrinale diventa contenuto o oggetto della fede, e la adesione a tale affermazione diventa l’atto di fede del soggetto, cioè l’essere stesso del credere. Cristo viene sostituito con una affermazione dottrinale che, per essere impersonale, ha ben poca incidenza sulla vita. Tanti cristiani credono tutto, ma Cristo, per loro, rimane un  estraneo, un personaggio del passato. Per credere non hanno bisogno di ricorrere e pensare a Lui, perché tutto è ormai ben riassunto in formule precise, da approfondire magari con l’aiuto di qualche teologo. Hanno fede? Non basta sapere cosa è la salute per averla! Saggiamente ha scritto s. Gregorio Nisseno: “Nella vita dell’uomo la salute del corpo rappresenta un bene, ma la felicità non consiste nel conoscere la ragione della salute, bensì nel vivere in salute”. Non basta sapere che Cristo è la nostra salvezza, bisogna accoglierlo per averla! La fede vera è aderire  dal profondo di sé e con tutto se stesso a Lui, non ad una idea di Lui!

            E’ un punto, questo, su cui è necessario insistere. Le affermazioni astratte non interpellano e non dialogano con nessuno (soprattutto se misteriose!), per cui una fede del genere non incide sulla vita. Ciò che attira e conquista è la persona viva, non un principio astratto. La nostra stessa esperienza personale lo conferma: quando riusciamo a stabilire un certo rapporto con la persona di Gesù, ci si sente interiormente pacificati, si assolvono i propri compiti con generosa sollecitudine e si affrontano serenamente le difficoltà perché si guarda la realtà con cuore aperto e benevolo. E’ con il cuore che si comunica al cuore, non con le belle dichiarazioni e, in fondo, nemmeno con l’efficienza delle nostre prestazioni e delle nostre umane realizzazioni. E’ nel cuore che Gesù ci vuol toccare, ed è il nostro cuore che Egli vuole conquistare. Per questo S. Paolo afferma “Con il cuore si crede” (Rm 10,10). E Papa Francesco ribadisce: “Toccare con il cuore, questo è credere” (LF 31). E’ con il cuore (al contrario di Pietro e Giovanni che, dopo aver costatato il sepolcro vuoto, hanno ragionevolmente concluso che non c’era altro da cercare!) che Maria Maddalena ha continuato a cercare Gesù di fronte al sepolcro vuoto, ed è quando Gesù l’ha toccata nel cuore chiamandola per nome che ella lo ha trovato (Gv 20,11-17).

            E’ bene aggiungere che avere fede non vuol dire, di per sé, nemmeno  aderire ad un gruppo, fosse anche un gruppo impegnato nella attività parrocchiale e in meritevoli attività sociali e “apostoliche,” o ad una comunità religiosa, ma andare da Gesù e imparare ad amarlo. La fede rende il credente amico di Gesù, cioè di uno che condivide con me la vita, che cammina con me nelle strade del mondo, che lavora, soffre, combatte e gioisce con me. Che mi porge la mano quando cado. Credo che Gesù mi è amico, che mi tratta come tale e mi chiede di rispondergli. La risposta a questa richiesta è la fede nella sua essenza e nella sua perfezione. Come ogni vera relazione di amicizia la fede non è un dovere ma un bisogno di gratitudine, desiderio di intimità più che moltiplicazione di iniziative.

            In conclusione, credere  significa, sì, accettare la verità su Gesù e ciò che Lui ci rivela, ma significa soprattutto “conoscere Gesù”. E noi sappiamo cosa significa “conoscere” nel linguaggio biblico, quando si tratta di persone: stabilire una profonda comunione personale. Paolo prega perché “ il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 17-19).

            Adesione personale a Cristo , la fede, ovviamente, è anche accettazione degli eventi della sua storia, delle sue parole, dei suoi gesti, delle diverse modalità con cui ha operato la nostra salvezza. Anche tutto questo costituisce oggetto e patrimonio di fede. Credere, pertanto, significa anche aderire con ferma certezza alla verità di questi eventi. Nella fede c’è anche una dimensione intellettuale che è fondamentale e ineliminabile. Come si può accettare Gesù, se non si accetta come vero ciò che Lui è stato, ha fatto e ha detto?
            Ne segue che nella fede  c’è un aspetto intellettuale e uno affettivo.  Secondo la dimensione intellettuale essa è accettazione del vangelo, predicato dagli Apostoli come dottrina che viene da Dio e da Lui comprovata (1 Ts 1,5.8). La verità centrale è Cristo morto e risorto. Ed è questo il nucleo della predicazione primitiva o kerigma (Rm 10, 9).
Secondo la dimensione affettiva, cioè in quanto adesione personale, la fede è accoglienza di Cristo, dono che il cristiano fa di sé a Lui; in forza di tale atto entra nel suo mistero e lo partecipa. Per cui il credente è uno che è “in Cristo”, che vive “di  Cristo”.

            Nel suo insieme, dunque, la fede cristiana comporta sia l’adesione personale al Signore Gesù, sia l’assenso alla verità che Egli ci rivela. “Credere” ha perciò un duplice riferimento: alla persona e alla verità; ma anche l’adesione alla verità è sempre legata alla fiducia che si accorda alla persona di Gesù che la rivela. In effetti, io accetto tutto qullo che Lui mi dice non perché lo capisco, ma perché me lo dice Lui.
            Nella fede anche l’adesione alla verità non è decisa dalla riflessione della ragione, ma dalla intuizione (intelletto) e dalla decisione (volontà)  del cuore.


            Dono e impegno

            Poiché è Dio che nella sua infinita condiscendenza viene incontro all’uomo, gli si rivela per invitarlo ed ammetterlo alla comunione con Sé, appare evidente che la fede è un dono che viene da Lui. E’ Lui che si autocomunica, è Lui che sollecita l’uomo, è Lui che lo rende capace di rispondere.
            Il fatto che la fede sia un dono totalmente gratuito però non esclude, bensì sollecita e coinvolge pienamente  la persona che lo riceve. Nel medesimo tempo in cui Dio manifesta se stesso all'uomo, comunicandogli la sua luce e il suo amore, questi è chiamato a rispondere, aprendo la sua mente e il suo cuore. La fede è un incontro fra Dio e l'uomo, dove l'iniziativa è divina ma la risposta è umana.  E’ vero certamente che la risposta dell’uomo ha sempre  bisogno dell'aiuto della grazia, però chi risponde è l’uomo, e se questi rifiuta la risposta il dono della fede non si realizza. La fede comporta una relazione tra Dio  che offre e si offre e l’uomo che accetta. Bisogna, dunque, aprirsi perché questo dono possa essere prodotto, cioè possa esistere. Questo “aprirsi” all’accoglienza costituisce parte integrante della fede. Se manca questa apertura la fede non si dà. In effetti, sono io che credo. E’ vero che noi non possiamo nulla senza la grazia di Dio, ma è altrettanto vero che Dio per aiutarci ha bisogno della nostra libera collaborazione. Questo, per Lui, è importante, anzi, determinante . Come ogni dono la fede è proposta al consenso e alla libera adesione della volontà. Sono io che decido di credere, che voglio credere. E’ questa apertura libera che permette alla luce della fede di entrare nell’intimo ed illuminare la persona di una luce nuova. Quando è autentica essa orienta a Dio  l’uomo intero, con il nucleo della sua persona e con tutte le capacità e le forze.  Benché, dunque, l’uomo può fare questo perché attratto da Dio, è chiaro anche che è l’uomo stesso che deve accettare di essere attratto e conquistato. E’ il mistero della libertà dell’uomo che può dire “no” perfino a Dio.
            Se la risposta dell’uomo è positiva si realizza un vero, profondo incontro personale tra Dio che si rivela e l’uomo che crede. Dio si rivela per comunicare con l’uomo, l’uomo crede per comunicare con Dio. E’ in questa reciproca comunicazione che si realizza e progressivamente si sviluppa la meravigliosa avventura della fede. Si inizia un dialogo destinato a sfociare nel faccia a faccia della visone beatifica.

            Se da parte di Dio la fede è un dono, da parte di chi lo riceve è un compito che impegna. La risposta della fede, come detto, abbraccia tutto l’uomo e tutta la vita. Non si può dire di credere davvero se non ci si converte a Dio e non si orienta a Lui la propria  esistenza. Ne segue che l’esigenza della conversione è insita nella fede stessa. Essa, inoltre, dice fiducioso abbandono nelle  mani di Dio, è fidarsi di Lui e lasciarsi da Lui guidare. In questo la fede si dimostra già come una modalità dell’amore.

            La fede, dunque, pur essendo dono gratuito di Dio, non solo non prescinde, ma esige la collaborazione umana. E questo non solo  nella costituzione ed esercizio della fede (cioè come abito e come atto), ma anche nella preparazione ad essa.
            Questo vuol dire che per entrare nel mondo della fede, per scoprire il Mistero e incontrare Dio nella quotidianità, è necessario mettersi in condizione di farlo, ricercando sinceramente la verità e il bene e conservando, dunque, una coscienza “pura”. “La coscienza è il luogo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (GS 16). Chi risponde alla voce della coscienza sta, di fatto, parlando con Dio, e, se segue la via del bene, presto lo riconoscerà.
Questa voce: “fai il bene, evita il male” che risuona nell’intimo, è già voce di Dio e dono di Dio, voce e dono che Egli  non fa mancare a nessuno. Chi ascolta questa voce si mette in condizione di ricevere ancora e di aprirsi agli orizzonti della vita soprannaturale in cui la fede introduce.
            Tante persone attendono e operano per la giustizia e  la pace, aspirano e cercano la pienezza dell’esistenza. E questo è già un modo di attendere e tendere verso il Signore in cui tutto ciò trova il suo pieno compimento. “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande” (Mt 8, 10). Come aveva ottenuto il dono della fede il centurione di Cafarnao? Iddio ha le sue vie.

            Dono gratuito offerto a tutti

            Ciò detto, rimane, però, una domanda di fondo: questo dono (non dovuto a nessuno perché del tutto gratuito) viene offerto a tutti? Se è vero che Dio vuole la salvezza di tutti (1Tim 2,4), bisogna rispondere di sì: Dio offre a tutti il dono della fede, anche a quelli che non conoscono esplicitamente il Vangelo, né la grazia della salvezza che ci è stata donata in Gesù Cristo. Come? Abbiamo appena ricordato che Dio fa udire la sua voce nella coscienza di ogni uomo. Se uno ascolta questa voce sta sulla strada che lo porta alla conoscenza esplicita del Signore.
            Sappiamo che accanto a una evangelizzazione esteriore, che avviene per mezzo della Chiesa, esiste anche una evangelizzazione interiore operata direttamente dallo Spirito Santo, che riguarda ogni cuore. Il Concilio ci ricorda: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo qual modo ad ogni uomo… Cristo è morto per tutti…la grazia divina lavora invisibilmente nel cuore di tutti gli uomini di buona volontà… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di essere uniti, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale” (GS 22). “Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e che tuttavia cercano sinceramene Dio, e con l’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salute eterna” (LG 16).

             Lo Spirito Santo è il grande evangelizzatore che opera mediante la Chiesa visibile ma, nel medesimo tempo, riempie di sé la terra intera raggiungendo le anime attraverso le vie a noi sconosciute dell'interiorità.  Per questo, non c'è uomo che, in modo misterioso ma reale, non abbia la possibilità di approdare a una fede almeno implicita. Se nella coscienza risuona la voce di Dio, ne segue che ogni uomo, anche se non ne è del tutto consapevole, ha a che fare con Dio che lo chiama e con tutte quelle luci e ispirazioni che la divina misericordia sparge a piene mani su tutti i suoi figli. Se una persona non arriverà alla fede, non è certo per mancanza del dono di grazia.

            Il fatto che la risposta alla rivelazione dipenda dalla libertà dell’uomo non significa, naturalmente, che questi possa accettarla o rifiutarla senza conseguenze. Dio fa le cose sul serio; e se parla all’uomo lo fa per farsi sentire ed ascoltare. La sua, in fondo, è una proposta di amore. E l’amore offerto esige risposta; non rispondere è già rispondere, negativamente, e questa risposta coinvolge pienamente la  libera volontà e la conseguente responsabilità. “A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede” ha ricordato il Concilio (DV 5) citando S. Paolo (Rm 16,26). Nessuno può essere costretto a credere, ma ognuno è responsabile della sua risposta e ne porta, pertanto, le conseguenze. Chi dice “sì” entra nel Regno, chi dice “no” ne resta fuori. A seconda che crede o non crede l’uomo stesso decide della propria salvezza o della propria perdizione (Gv 3,18). “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16). “Se non credete che io sono morrete nei vostri peccati” (Gv 8, 24). “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3, 18). E’ attraverso la decisione di fede che l'uomo perviene alla salvezza.  E’ essa che apre la porta del Regno. Qui possiamo capire come sia errato e fuorviante  dire che “Dio condanna”. Non è Dio, ma l’uomo che “si condanna” rifiutando di accogliere e partecipare la salvezza che Egli ci offre venendo a noi.

             Accogliere e fare spazio a questo dono di vita è, ovviamente, anche impegno ad agire e lavorare perché possa crescere e maturare;  ma è necessario non dimenticare mai che, quale che sia la tappa del suo sviluppo, l’uomo vi si trova e vive più per quello che riceve che per quello che fa.



            Oscurità  e luce della fede

            Nella incessante ricerca della nostra intelligenza fatta per la verità, bisogna costantemente tenere presente che “credere vuol dire prima di tutto accettare come verità ciò che la nostra mente non comprende fino in fondo. Bisogna accettare ciò che Dio ci rivela su se stesso, su noi stessi e sulla realtà che ci circonda, anche quella invisibile, ineffabile, inimmaginabile. Questo atto di accettazione della verità rivelata allarga l'orizzonte della nostra conoscenza e ci permette di giungere al mistero in cui è immersa la nostra esistenza”. Però il consenso a ciò che non si capisce appare anche come una certa limitazione della ragione che, invece, vuole capire. Per questo tale consenso non si concede facilmente. Ed è proprio qui che la fede si manifesta nella sua seconda dimensione dove entra in azione la volontà (cioè il cuore): quella di affidarsi ad una persona -non ad una persona ordinaria -, ma a Cristo. “Credo quello che mi dici perché mi fido di te, Signore!”. È importante ciò che crediamo, ma ancor più importante è Colui a cui e in cui crediamo . In questo senso la fede è ascolto e accoglienza di Qualcuno che non vediamo. “Un faccia a faccia nella oscurità”, come direbbe la B. Elisabetta della Trinità.
            “Nella fede accogliamo il dono che Dio fa di se stesso rivelandosi a noi, creature fatte a sua immagine; accogliamo e accettiamo quella Verità che la nostra mente non può comprendere fino in fondo e non può possedere, ma che proprio per questo dilata l'orizzonte della nostra conoscenza e ci permette di giungere al Mistero in cui siamo immersi e di ritrovare in Dio il senso definitivo della nostra esistenza.
“L'esistenza umana è un cammino di fede e, come tale, procede più nella penombra che in piena luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto. Finché siamo quaggiù, il nostro rapporto con Dio avviene più nell'ascolto che nella visione; e la stessa contemplazione si attua, per così dire, ad occhi chiusi, grazie alla luce interiore accesa in noi dalla Parola di Dio (Cfr Benedetto XVI, Discorso, 5\VI\2006)

            La fede, pur essendo oscura, è, tuttavia, una luce che illumina la via. Essa “determina un salto di qualità nella vita di una persona. Prima della fede la visione del mondo è rinchiusa nella dimensione terrena e temporale, oltre la quale la nostra ragione (quando non è schiava della superbia e dell’egoismo!) riesce appena  a cogliere l'esistenza di un Essere supremo e la possibilità di una vita ultraterrena. Senza fede si rimane nella oscurità e nella ignoranza delle cose più importanti, quali il destino dell’uomo e il significato stesso della vita. Si è come ciechi e randagi nel mondo, avvolti in una foschia in cui tutto è confuso, e qualunque via si intraprenda non sembra avere altro sbocco che la morte. Con la fede, invece, si scopre un immenso e straordinario orizzonte, e ci si apre ad una vita che non tramonta. Una vita che, già fin d’ora, risulta piena e ricca di bene, perché non c’è niente di più beatificante e rassicurante che l’essere e il sapersi amati di amore eterno. Con la fede si aprono gli occhi e ci si rende conto che la vita, fino ad allora condotta, era contrassegnata dalla cecità e dall'ignoranza. Ci si illudeva di vedere e di capire, in realtà si era irretiti dal mondo delle illusioni e delle cose transeunti.

            La fede, allora, è tutt’altro che un salto nel buio. Al contrario è un tuffo in un oceano di luce perché è la luce stessa di Dio che inonda l'intelletto umano, rendendolo capace di vedere nella verità la realtà che lui è e che lo circonda, e aprendolo allo stesso tempo a realtà che superano infinitamente la sua capacità di vedere. “Alla luce della fede il mondo, la storia e la vita umana manifestano tutta la loro bellezza e grandezza. Gli interrogativi insolubili ricevono una risposta. La verità divina rischiara con la sua luce l'opera mirabile della creazione e della redenzione, e il cuore del credente si ricolma di stupore, di gratitudine e di adorazione. Il racconto del cieco nato (Gv, 9,1-41) costituisce un’eccellente metafora di questa trasformazione. Prima della fede l'uomo è cieco. Dopo la fede è come colui che riacquista la vista.” (P. Livio, Le virtù teologali. S. Paolo 2003, p 39).

            La fede fa entrare negli orizzonti di Dio, aprendo panorami e prospettive che danno una interpretazione e una dimensione molto diversa alla vita, e immensamente superiore, proprio perché, mettendoci in contatto con Dio e facendocelo “conoscere”, ci fa vedere tutte le cose nella sua luce. “Conoscendo Dio, io conosco che Dio è creatore, ed ecco che le cose assumono un significato come creazione di Dio. Conoscendo Dio, conosco che Dio è salvatore, ed ecco che tutte le vicende acquistano significato in questo piano della salvezza di Dio. Conoscendo Dio, conosco che Dio è felicità eterna e beatitudine infinita ed ecco che la vita assume significato e valore nei confronti di questa beatitudine e di questa felicità.” (A. Ballestrero, Credo nello Spirito Santo. Piemme, 1998 p. 52). Conoscendo Dio conosco che Dio è amore e tutto io vedo come espressione di amore paterno che provvede e veglia sui suoi figli.

            Nonostante tutto questo, però, la fede rimane oscura perché non deriva da alcuna verità manifesta e non dà alcuna evidenza della verità a cui si assente; non solo ma nella fede non si ha nemmeno l’evidenza del fatto della rivelazione. Si crede perché si vuole credere, non perché si vede.
La oscurità, inoltre, non riguarda solo le verità su Dio, ma anche i suoi disegni e le modalità di attuazione. Spesso il cammino in cui introduce  è avvolto da tenebre apparentemente impenetrabili. L’esperienza di Abramo ne è una prova. Nel Nuovo Testamento abbiamo l’esperienza sublime di Maria. Quale prova maggiore alla sua, davanti alla croce e alla tomba del Figlio? Eppure anche in quei momenti di buio assoluto la promessa di Gesù rischiarava la sua anima di perfetta credente.

            Noi parliamo di <fede cieca>, per dire che essa va al di là di qualsiasi evidenza razionale. Ma questo non significa affatto che non conosca la strada e non sappia dove va. Essa  è <cieca> nel senso che non si regola con il lume della ragione, eppure essa è una guida sicura per tutti quelli che l’hanno. Il poeta romanesco  Carlo Alberto Salustri (Trilussa)  lo ha magnificamente espresso in uno dei suoi sonetti più belli, dal titolo significativo: La guida.
            Quela vecchieta cieca che incontrai/ la notte che me spersi in mezzo ar bosco,/ me disse: <Se la strada nu’ la sai,/ te ciaccompagno io, che la conosco.// Se ciai la forza de venimme appresso,/ de tanto in tanto te darò ‘na voce/ fino là in fonno, dove c’è un cipresso, /fino là in cima, dove c’è la croce…>. // Io risposi: <Sarà…ma trovo strano/ che me possa guidà chi non ce vede…>/ La Cieca, allora, me pijò la mano/ e sospirò: <Cammina!>.// Era la Fede.

            Il paradosso sta nel fatto che, pur nella oscurità, la fede è una lampada che non cessa mai di splendere. Diventando, realmente, il faro della vita. E’ un fatto: il credente sa guidare se stesso e gli altri sul retto cammino. La Chiesa è giustamente chiamata «luce delle genti» per la fiaccola della fede che in essa rimane sempre accesa. Mediante la fede l'occhio dell'anima contempla le verità divine che il Padre pronuncia mediante il suo Verbo fatto carne e che diventano per noi via e vita in forza della   grazia dello Spirito Santo.
            La fede è una oscurità che “illumina” perché in essa siamo toccati dall’amore di Dio. E questo si verifica nell’intimo di noi stessi, cioè nel cuore che, come dicevamo, costituisce  il luogo dove si incentrano tutte le dimensioni della persona, “il luogo dove ci apriamo alla verità e all’amore e lasciamo che ci tocchino e trasformino nel profondo. La fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all’amore. E’ in questo intreccio della fede con l’amore che si comprende la forma di conoscenza propria della fede, la sua forza di convinzione, la sua capacità di illuminare i nostri passi. La fede conosce in quanto è legata all’amore, in quanto l’amore stesso (come dimostra l’esperienza originaria di ogni uomo) porta una luce. La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà” (LF 26).  Per questo s. Paolo afferma: “con il cuore si crede” (Rm 10,10). Ma è la fede, appunto, che ci apre a questo  amore e ce lo fa accogliere. Un amore che è una persona: Cristo Signore. Una  persona si accoglie davvero quando le si apre e le si fa spazio nel proprio cuore. Per questo s. Agostino può stupendamente affermare: “Toccare con il cuore, questo è credere” (cfr LF 31).

            Itinerario della fede

            La fede, seminata nel nostro cuore con la grazia del Battesimo, va coltivata. Essa, dicevamo, richiede innanzitutto l’ascolto del Signore. E questo vuol dire essere rivolti a Lui, guardarlo in volto, pendere dalle sue labbra. Un ascolto che vuol  dire disponibilità e cuore aperto per accogliere e lasciarsi illuminare dalla sua parola, in modo da vedere tutto alla sua luce, e lasciarsi da essa condurre. In concreto, questo significa porre la fede a fondamento e norma della valutazione della realtà, delle decisioni da prendere, e come guida nei comportamenti e nelle operazioni da compiere. Chi si considera credente, magari perché va in Chiesa la domenica, e poi fa le sue scelte a partire dai propri criteri, dalle proprie preferenze e agisce solo in vista dei propri interessi, si comporta da miscredente, e lo è di fatto.

            Vivere di fede è fidarsi di Dio, è mettersi nelle sue mani. E questo in un modo sempre più continuo e consapevole, fino al punto in cui questo abbandonarsi a Lui diventi l’atteggiamento abituale della vita. E’ Lui il mio costante punto di riferimento, il mio appoggio, il mio sostegno, “mia rupe e mia fortezza”. Lasciarsi condurre e camminare con Lui: questa è vita di fede.

            La norma suprema di questo camminare davanti a Dio, lo sappiamo, è la sua santa volontà (Mt 6,10). Questa volontà è incarnata in Cristo che è il “sì” perfetto detto a Dio; per cui potremmo dire che l’obbedienza non è una qualità del Signore Gesù, ma la sua stessa definizione. E’, dunque, partecipando la sua obbedienza che noi entriamo nel disegno del Padre e facciamo nostra la sua volontà che tutta si riassume nel volerci “figli nel Figlio”, cioè perfettamente conformati e trasformati in Lui.

             La vita cristiana comincia da un atto di obbedienza, l'obbedienza della fede (Rm 1,5; 16,26) ed il suo sviluppo non è altro che sottomissione sempre più totale a Dio, a Cristo, al Vangelo (cfr 2 Tess 1,8; Rm 8,7). Lo abbiamo ricordato, il credente non ha che una norma di pensiero e di azione: Cristo (cfr  2 Cor 10,3-5). Suo impegno è compendiare la propria vita spirituale nell'unione a Lui, "via, verità e vita" (Gv. 14,6).

            Tutto ciò è esigenza della fede, però non è ancora un dato di fatto; è un “programma” da attuare. Gesù chiama a seguirlo a partire dalla condizione in cui uno si trova che, in genere, è quella di persone che ragionano secondo l’uomo, guardando il mondo e la vita in vista del proprio successo e della propria realizzazione. L’uomo incentrato su di sé, nella ricerca continua di una forma di esistenza che corrisponda alle proprie aspettative modellate sui propri criteri e le proprie preferenze. Al centro dell’uomo naturale c’è sempre il proprio io e le cose che gli appartengono e costituiscono il suo mondo. Tutto è orientato a prendere e costruire se stesso. Anche quando, per ipotesi molto rara, uno si sforza di rimanere all’interno della legalità osservando tutte le norme della legge. Il caso del giovane ricco costituisce un esempio paradigmatico (Mt 19, 16-22).

            Ma proprio perché ci coglie in uno stato di debolezza e di povertà, la chiamata alla fede, oltre che gratuita, è  anche e, soprattutto, efficace. Quando Gesù li chiama gli Apostoli hanno una mentalità naturale, ragionano secondo l’uomo, i loro progetti e le loro aspettative sono ben lontani da quelli di Cristo. Tra loro e il Maestro c’è una distanza enorme, talvolta una vera e propria opposizione di aspettative e di progetti. Essi “non capiscono” e non “possono capire”, proprio perché l’uomo naturale non può capire il modo di pensare di Dio. Con molta difficoltà e mai del tutto Gesù è riuscito a far entrare nella mente degli Apostoli il disegno di Dio. Si trattava di un mondo che rimaneva loro estraneo e in cui sono riusciti ad entrare solo dopo la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo.

            Nonostante la distanza delle loro aspettative e la incomprensione di ciò che Gesù diceva gli Apostoli non hanno abbandonato il Signore. Cosa è che ha permesso loro di non andarsene e di continuare a seguirlo? L’attaccamento alla sua persona e la fiducia in Lui. Con la mente non riuscivano a seguirlo, ma con il cuore, sì. Questo attaccamento del cuore è il cuore della fede. Fidarsi di lui e affidarsi a Lui nonostante tutto. Aspettarsi solo da lui la realizzazione delle proprie aspirazioni, anche quando lui sembrava chiaramente contraddirle. Gli Apostoli speravano, magari, di far cambiare idea a Gesù; ad ogni modo è a Lui che si affidavano, e soltanto a Lui. “Abbiamo lasciato tutto, per seguirti!” (Mt 19, 27).
            Insegnamento fondamentale per noi; nonostante la difficoltà del cammino, nonostante le resistenze al cambiamento di mentalità, nonostante la incapacità di capire, il segreto del successo sta nel continuare a stare con Lui. A camminare dietro a Lui, senza abbandonarlo e senza fermarsi. Gesù va sempre avanti e chi crede è colui che gli va dietro, ricordandosi sempre che non è lui che segue noi, ma noi seguiamo Lui. Chi vuol seguire Gesù gli deve andare indietro, non c’è scampo.

            Seguire Gesù ben sapendo che non lo raggiungeremo mai pienamente; alla sua scuola non si finisce mai di imparare e alla sua sequela non si finirà mai di progredire. La fede del discepolo è questa fedeltà nel seguire. E questo vuol dire fiducia assoluta in Lui. Vuol dire cercare in Lui e solo in Lui la salvezza. Dare a Lui e solo a Lui la propria vita. Ecco la fede del discepolo. Fermarsi è interrompere la sequela, è come dire che non abbiamo più bisogno di Lui. E questo, in sostanza, ricostituirsi centro della propria vita.
            Va evidenziato che, pur avendo un’idea di salvezza e di pienezza di vita diversa da quella di Gesù,  è a lui che i discepoli si affidavano per poterla realizzare. Si può, dunque, avere vera fede senza che ancora sia realizzata la piena trasformazione dell’uomo naturale e si sia verificata la conformazione a Lui. Non è la santità o perfezione che dà la fede, ma è la fede (cioè la fiducia in Gesù e l’attaccamento a Lui) che fa progressivamente percorrere il cammino di santità e permette di raggiungerla.        La fede può sempre riportarci a Dio anche quando il nostro peccato ci fa del male.

            Ma una fede forte deve attraversare delle prove, tanto più profonde quanto più si procede nel cammino, come ben dimostra S. Giovanni della croce con la sua dottrina della Notte Oscura.
            Il cammino della fede comporta una purificazione continua e progressiva delle pretese del nostro “io” che vorrebbe sempre imporre il proprio punto di vista; vorrebbe evidenze e certezze: vorrebbe un Dio a propria disposizione. Una purificazione che è operata spesso proprio dalla esperienza della nostra povertà e delle nostre debolezze; una esperienza che ci aiuta efficacemente a far scomparire le nostre illusioni. Ci credevamo buoni, convinti di amare Dio e i fratelli, sicuri di noi stessi. E basta che le cose comincino a non andare più a modo nostro che sparisce tutto il nostro sapere, la nostra sicurezza, la nostra generosità. Credevamo di avere messo al centro Dio e subito dopo ci accorgiamo che si è saldamente reinsediato l’io. Credevamo di valere tanto e ci si trova costretti a riconoscere di non valere niente. L’atteggiamento di umiltà che ne può derivare costituisce un passo in avanti del cammino di fede.

            Ma “è difficile continuare a credere e ricominciare a sperare dopo l’ennesima delusione; sperare che il giorno seguente sia migliore, dopo che tante volte esso è stato peggiore. E’ difficile continuare a credere che Dio è provvidenza amorevole quando tutto va storto. Continuare a farlo è qualcosa di straordinario che rivela l’onnipotenza della grazia divina, e dimostra che la fede è veramente un grande dono di Dio, che noi non potremmo mai acquistare con i nostri sforzi. Questo dono mi fa dire con piena convinzione «So a chi ho creduto» (2Tim 1,12), e mi dà la consapevolezza di stare nella verità.
            “Nella fede infatti noi sappiamo non solo che abbiamo prestato fiducia a colui che, essendo la stessa Verità, non può né ingannarsi né ingannare, ma anche a colui che è fedele e che non viene mai meno alle sue promesse. Se Dio è Padre, si comporta come Padre, anche se stiamo sperimentando il suo sconcertante silenzio. Non fu così anche per Gesù nel momento passione? La richiesta di una fiducia totale rientra nella pedagogia divina, che in questo modo vuole portare la fede alla sua perfezione. Abramo e la Vergine Maria sono gli esempi di questa fede che avanza nel buio assoluto, nella certezza che Dio non abbandona mai coloro che confidano in lui. I rovesci della vita, le sofferenze, le malattie e la stessa morte sono i momenti di verità in cui Dio prova la fede come l'oro nel fuoco.” ( P. Livio, lc, p. 47).

            Man mano che la fede entra in profondità fa il vuoto di tutte le nostre pretese e delle nostre sicurezze. Ci si trova come in un mondo capovolto. “Le mie vie non sono le vostre vie”. Si arriva al punto di non “capirci più niente”. Scompare quel Dio che come una mamma è chino sul suo bambino; sparisce il Dio fedele che mantiene sempre la sua parola; sparisce il Dio giusto che premia i buoni e sanziona i cattivi. Sembra che le affermazioni, prima così chiare ed ovvie:  “amore” di Dio, “fedeltà” di Dio, “giustizia” di Dio, non siano più vere, non abbiano più senso. Non riusciamo più a capire come si possa dire che Dio è amore, fedeltà, giustizia, di fronte a certe situazioni dove il male, la crudeltà, l’ingiustizia la fanno da padroni, dove tutto crolla, il buio si fa impenetrabile e la vita perde significato. E’, questo, il tempo in cui Dio è più impegnato ad operare in noi la purificazione. Bisogna lasciarsi svuotare e, come Abramo, continuare a sperare contro ogni speranza. Bisogna riconoscere di non capire e accettare di non capire, nella certezza che Dio capisce  e che è Lui a condurre la storia del mondo e mia. Lui che da sempre ci ha eletti, scelti e predestinati ad essere suoi figli per partecipare la sua vita ed entrare nella piena comunione di amore con Lui (cfr Ef 1, 3-6).

            Da quanto fin qui detto appare chiaro che nel vivere di fede ci sono dei gradi.
            C'è un modo di vivere di fede che addirittura è un modo da dormienti: è quando la fede non influenza la vita, quando la conoscenza del Signore non diventa ispirazione di niente. Questa fede,   solo nozionale e puramente anagrafica, non è vera fede, S. Giacomo direbbe che è “morta”.
            C'è, poi, un credere che influenza la vita a tratti, a momenti. Una fede che talvolta emerge, ispira qualche giudizio, determiuna qualche scelta e qualche comportamento, ma, proprio perché saltuaria, non riesce a trasformare la vita.
            C'è, infine, un credere così dominante da dare a tutta la vita in continuità e coerenza, ispirazione, luce e fecondità. E’ questa la vera fede, e a questa dobbiamo tendere.
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            Siamo in cammino, abbiamo una fede che può e deve crescere. Il dinamismo di questa crescita è la grazia dello Spirito. In lui crediamo, in lui dobbiamo avere fede. E’ per questo che lo Spirito Santo è chiamato luce e forza, è chiamato Spirito di Verità e di Amore.
            Perché la nostra fede divenga la luce sopra ogni altra luce, la verità sopra ogni altra verità, la certezza sopra ogni altra certezza,  abbiamo bisogno di lasciare la nostra logica per fidarci di Lui, lasciarci da Lui guidare, abbandonarci a Lui . La vera fede è un affidarsi totalmente a Dio, è accettazione di un progetto calcolato sulle possibilità di Dio, non sulle nostre. La vera fede non misura le possibilità a partire da noi, ma a partire dall’amore di Dio verso di noi. E questo amore è senza limiti.

             Ma per abbandonarsi ciecamente ad un altro è necessario credere nel suo amore. Ed ecco, allora, che contenuto fondamentale della fede è credere in Qualcuno che ci ama, e che la nostra prima risposta all’amore di Dio  è CREDERCI.

            Si dice che la nota qualificante del discepolo di Gesù è l’amore; ma è necessario tenere presente che fede e amore insieme stanno o cadono. Perché la fede, in quanto adesione ad una persona è già amore. Ed è la fede  che sorregge l’amore redendolo possibile. Prima che amore per Dio (e per gli altri), la vita cristiana è fiducia e accoglienza dell’amore che Dio ci offre nel dono del Figlio.  Solo se accolto, questo amore ci rende, poi, capaci di amare e amanti.


CONCLUSIONE 

Vivit Deus in cuius conspectu sto (1 Re 17,1)

            C’è un aspetto della fede che, a me pare, deve essere particolarmente tenuto presente, perché è quello che meglio permette di trasformare la vita e dimostra che lo sta facendo.
            La fede biblica comporta il ri-cordare ciò che Dio ha fatto nel passato, prendere consapevolezza che egli continua ad operarlo al presente  e avere la speranza certa che continuerà a mantenere le promesse nel futuro.
            La consapevolezza della presenza operante di Dio nella storia è costitutivo essenziale della nostra fede. La creazione non è un fatto relegato al passato, essa continua oggi, così come oggi Dio continua a chiamare ad una comunione intima con lui in Cristo il quale continua  ad essere unito alla umanità oggi, e continua a fermentare la storia oggi, in perfetta sintonia con l’azione continua dello Spirito. Dio associa l’uomo nella realizzazione progressiva del suo disegno, ma continua ad esserne ogni momento il protagonista. E’ il suo Spirito che la fermenta tutta. Quanto all’uomo Egli lo costituisce suo tempio vivente con la sua attuale presenza, e lo trasforma con la sua grazia attualmente operante. Dio è la sorgente che continuamente dona l’esistenza, la vita, la grazia. Se così non fosse tutto cesserebbe, come finirebbe di esistere il ruscello se non fosse più alimentato dalla sorgente.

            Questo senso dell'azione di Dio continuamente operante è quello che maggiormente è scomparso nel mondo; la nostra cultura ne ha perso la percezione (LF 17). Si direbbe che essa, nella migliore delle ipotesi, ha relegato Dio ad una specie di trapassato remoto di cui si è perduta la traccia. Una specie di “motore immobile” che ha dato la prima spinta mettendo in movimento l’universo del quale, ora, si disinteressa totalmente. Per quanto  riguarda la terra, tutto è affidato e dipende dalla iniziativa dell’uomo. E questo si manifesta anche nell’impostazione di vita di tanti cristiani cosiddetti impegnati.
            Vivere di fede per me significa rendermi consapevole che il Battesimo mi unisce a Cristo adesso, che in forza della consacrazione io appartengo a Cristo adesso, e che vivo la mia donazione a Lui adesso. Certo, l’attenzione non può essere continua e totale. Ma è a questo che la vera fede tende. Se trascuro di coltivare questa presenza attiva, finirò con l’alienarmi in tante altre cose e perderò il contatto con Lui. Come potrò, allora, dire di credere, se non tengo presente Colui al quale, con l’atto di fede, dico di voler rispondere?
            Per chi crede davvero “Dio è vivo; e non soltanto vivo nella beatitudine del suo essere Trinità, ma è vivo nell'essere fermento della nostra storia, della nostra vita; ed è vivo attraverso l'azione molteplice ed ineffabile del suo Spirito.
            Il suo Spirito rende palpitante di Dio la storia del mondo; e, se noi credessimo davvero, saremmo capaci di percepire questo palpito di Dio in maniera sconvolgente. Ci sentiremmo davvero nelle mani di Dio, e saremmo meno distratti, meno superficiali, meno sconclusionati.
            Abbiamo bisogno di riscoprire quello che è fondamentale per vivificare la nostra vita, cioè  di ritrovare il Dio vivo. Abbiamo bisogno di rifare l'esperienza del profeta Elia che gridava al popolo infedele: «Dio è vivo e io sto alla sua presenza!» (A. Ballestrero, Credo nello Spirito Santo. Piemme 1998, p. 30)
            Affermare "Io credo in Dio" significa portare nella realtà quotidiana in cui viviamo la certezza della presenza e dell’intervento  di Dio nella storia, anche oggi; una presenza che porta vita e salvezza, e ci apre ad un futuro con Lui per una pienezza di vita che non conoscerà mai tramonto” (Benedetto XVI. Catechesi, 23\I\2013)
            Se questa esperienza diventasse dentro di noi qualche cosa di vero e di profondo, la nostra e l'altrui vita sarebbe tutta diversa.
           
            Maria, donna di fede

            Se la fede è accoglienza della Parola appare evidente che la massima espressione del credente è la Vergine Maria. “Nella pienezza dei tempi la Parola di Dio si è rivolta a Maria, ed ella l’ha accolta con tutto il suo essere, nel suo cuore, perché in lei prendesse carne e nascesse come luce per gli uomini” (LF 58b). In lei il cammino della fede raggiunge il culmine e da lei ora trasborda in tutti coloro che la sentono come Madre.
            Come il papa Francesco e con le sue parole (che sintetizzano e trasformano in preghiera tutta la dottrina esposta) anche noi concludiamo la nostra esposizione rivolgendoci a Lei.

“Aiuta, o Madre, la nostra fede!
Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata.
Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa.
Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede.
Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare.
Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.
Ricordaci che chi crede non è mai solo.
Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino.
E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi nel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!

Amen.

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