domenica 13 agosto 2023
Meditazione sul Vangelo della Domenica
sabato 18 dicembre 2021
Meditazione sul Vangelo della Domenica. IV di Avvento
39In quei giorni Maria si alzò e
andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata
nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il
saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di
Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e
benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio
Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il
bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto
nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto". Lc 1,39-45
Purtroppo l’evangelista Luca, così preciso in altre occasioni nel fornire dettagli, sul viaggio di Maria verso la casa di Elisabetta - nonostante non si tratti di un percorso trascurabile per una giovane di circa quindici anni - non dà alcuna informazione. Tra Nazareth e Ein Karen, dove viene localizzata la casa di Elisabetta ci sono circa 145 chilometri che, in macchina, sono percorribili, oggi (via Ramalla-Nablus su Strada 60), in circa un’ora e trenta. Una distanza che, a piedi, richiedendo almeno trenta ore, non consente di pensare che Maria l’abbia potuta percorrere da sola. Non tanto dal punto di vista della fatica fisica, ma da quello dei rischi che avrebbe potuto correre.
Una delle ipotesi che si possono fare – non abitando ancora
insieme a Giuseppe, suo promesso sposo (Mt 1,18), e dovendo vivere ancora con i
suoi genitori (Gioacchino e Anna, secondo il Protovangelo di Giacomo) – è quella
di pensare che suo padre, magari dopo averne parlato anche a Giuseppe, abbia
affidata la figlia ad un amico fidato che, dovendo recarsi a Gerusalemme con un
carro o delle cavalcature per affari suoi, avrebbe potuto lasciarla ad Ein
Karen. Una località che, tutto sommato, è di strada e si trova a soli 7 o 8
chilometri dalla capitale.
Dev’essere andata così o in qualche altro modo simile. Essendo
il suo stato di attesa ancora molto recente, i suoi genitori non avevano potuto
sospettare ancora nulla e, a Giuseppe, Maria lo avrebbe detto al suo ritorno.
Anzi, nulla ci impedisce di pensare che ella si fosse messa in viaggio anche
con la speranza di ricevere, dall'anziana cugina, un buon consiglio su come
parlare del suo misterioso stato al suo amato sposo promesso.
Tornando comunque al Vangelo, “in quei giorni”, si limita a
scrivere l’evangelista, “Maria si alzò e andò in fretta verso la regione
montuosa, in una città di Giuda” (v. 39). Con questa unica indicazione (“in
quei giorni”), desidera informarci che, dopo il dialogo con l’angelo Gabriele e
il suo assenso, Maria, parlando in casa con suo padre e sua madre dello
straordinario stato di Elisabetta e del suo bisogno di assistenza, si era
proposta di andare, quanto prima, a vivere con lei i mesi che mancavano al
parto dell’anziana cugina.
Il fatto di porsi in cammino “in fretta”, oltre a indicare
la sua carità (Elisabetta, sebbene viva tanto lontana, sta già nel sesto mese e
ha bisogno di aiuto), sottolinea che, benché piena di grazia (Lc 1,28), Maria
si sente spinta ad andare anche per condividere la sua gioia e il suo timore di
non essere all’altezza del grande grande mistero che porta in sé. Una “fretta”
che, appena uscita dall’incontro con la voce del Signore nell’Annunciazione
dell’angelo, si fa preghiera che la sostiene lungo il camino verso le montagne
della Giudea.
Al di là del messaggio cristologico – la salvezza che,
attraverso Maria (nuova Arca dell’Alleanza che porta il Signore), si avvicina a
Israele (Elisabetta) –, l’episodio della Visitazione, nel quale le due donne corrono
ad abbracciarsi, è ricco di importanza, non solo per capire come accogliere
questo mistero di fede, ma anche come pregare o come muoversi e operare con
questa consapevolezza.
Ciò che si vive nel Signore, come lo vediamo in questo
incontro di Ein Karen, è un dare e ricevere nella potenza dello Spirito, che,
dopo essere sceso su Maria, riempie ora Elisabetta (vv. 35-40). Maria, salutata
dall’angelo, saluta a sua volta Elisabetta (vv. 28.40). E come il saluto
dell’angelo aveva portato Maria, prima a turbarsi e poi a una disponibilità
totale (v. 29), il suo fa esultare di gioia il grembo di sua cugina e fa
giungere, anche a lei, la pienezza dello Spirito.
Da parte sua Elisabetta, grazie allo stesso Spirito,
riconosce in Maria la benedizione di Dio e la chiama benedetta (vv. 41-45).
Dalle sue labbra giungono a Maria due grandi titoli (“Benedetta tra le donne” e
“Madre del Signore”) e una benedizione: “Beata colei che ha creduto
nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (v. 45).
Maria, venuta per aiutare, e per il bisogno di essere
riconosciuta e compresa da qualcuno, tace e ascolta. Non solo non si schernisce,
ma, riconoscendo nelle parole di Elisabetta una conferma della sua fede e molta
consolazione, aprendo anche lei le labbra, proclama la grandezza del Signore
(il suo Magnificat). Ed è così che l’incontro delle due cugine, ognuna a suo
modo visitata dallo Spirito, si converte in preghiera per cantare le meraviglie
della salvezza operata, non solo in Maria ma anche attorno a lei.
Questo sì, senza, tuttavia, dimenticare che, sotto la penna
dell’evangelista, questi “tre mesi” – riferendosi a 2Sam 6,11, dove si legge
che “l’Arca del Signore [recuperata dalle mani dei nemici di Israele] rimase tre
mesi nella casa di Obededón, di Gat”, prima di essere portata a Gerusalemme da
Davide –, hanno soprattutto un significato cristologico. Vogliono dire che, ora,
la nuova Arca è Maria che, nella casa di Elisabetta (rappresentante del popolo
di Israele), e nella casa di tutti lungo i secoli, ha la missione di portare il
Figlio di Dio.
È per mezzo della Vergine Madre, infatti, che il Figlio di
Dio ha fatto il suo ingresso nel mondo per sempre. Tanto che, quando si invoca
la Vergine, implicitamente, si invoca sempre anche suo Figlio e viceversa.
sabato 19 giugno 2021
Meditazione sul Vangelo della Domenica
35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: "Passiamo all'altra riva". 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che siamo perduti?". 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?". 41E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?".
Credo che, in questo frammento di Vangelo, anziché soffermarci sul miracolo di Gesù, che placa la forte tempesta che si era improvvisamente levata nel mar di Galilea, sia meglio trattenerci ad esaminare le tre domande: due di Gesù ai discepoli (Perché avete paura? Non avete ancora fede?) e l’altra dei discepoli, stupefatti per il fatto che persino il vento e il mare obbediscano al loro maestro (Chi è dunque costui?).
Detto questo, è importante anche notare l’ordine che Gesù, giunto a sera, dà ai suoi discepoli (Passiamo all’altra riva). Quest’altra riva, infatti, non solo indica l’altra sponda del lago, ma ha anche un significato simbolico, dato che il miracolo di Gesù si riferisce più alla vita futura della Chiesa, rappresentata dalla barca e dai discepoli timorosi, piuttosto che al semplice fatto che Gesù abbia calmato le onde del lago quel giorno.
Da questa prospettiva, il fatto strano che Gesù dorma tranquillo sul comodo capezzale a poppa mentre la barca è sollevata e inabissata violentemente dalle onde, più che una prova di fede per quegli uomini, vuole significare la sua presenza tra i suoi sino alla fine del mondo, sebbene, molte volte, pare che non ci sia. È per il nostro tempo che i Vangeli sono stati scritti, e le domande di Gesù un po' provocatorie (Perché avete paura? Non avete ancora fede?) sono piuttosto uno stimolo per tener desta e ravvivare la nostra fede.
Dopo queste due domande, l’evangelista annota una cosa ancora più importante e, in un certo senso, strana. I discepoli non hanno paura solo quando il mare si agita contro di loro e Gesù dorme tranquillo; questa si accentua anche dopo che il loro maestro ha calmato le onde e fatto giungere la bonaccia, cioè dopo il miracolo. Per essere più precisi, dopo che Gesù li ha rimproverati per la loro pusillanimità e mancanza di fede. Mentre, infatti, Egli li rimprovera per essere stati codardi (deiloi, in greco), quando il mare si agitava ed Egli dormiva, ora essi si riempiono “di timore”. Letteralmente, “provarono un timore grande” (ephobethesan phobon megan).
Per cercare di comprendere questo ulteriore e più grande turbamento, possiamo contemplarlo alla luce di quello sperimentato al momento della trasfigurazione, che ebbe luogo più tardi (Mc 9,2-13). Anche lì, su quel monte, infatti, non riuscirono a capire come, il loro maestro, benché fosse il migliore di tutti e, forse, il messia atteso, ma pur sempre un uomo, apparisse come divinizzato. Anche in quell’occasione, non seppero dire nulla di sensato, perché “avevano timore” (ekphoboi egenonto).
La stessa cosa qui: sono contenti che le acque si siano calmate, ma non possono capire che un uomo, anche se Gesù è, forse, il messia, possa comandare agli elementi della natura. “E furono presi da grande timore – scrive Marco – e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”. Essi non potevano ancora sapere che Gesù era quel Figlio che, giunta la pienezza dei tempi, il Padre aveva inviato a nascere da donna (Gal 4,4), ma l’episodio della tempesta placata è stata scritta per noi che lo sappiamo, anche se spesso lo dimentichiamo. Con l’incarnazione di suo Figlio, Dio non è più semplicemente colui che, dal cielo, protegge la creazione e l’umanità, come si professa in ogni religione, ma si è fatto parte della nostra storia, dentro la quale ha vissuto e sofferto, con e per tutti gli uomini.
Il miracolo nel quale crediamo e che deve confortarci in ogni situazione pacifica o burrascosa è questo: il Signore è con noi. Non calma i mari che continuano, come i vulcani e i terremoti, a insidiare la vita di molti, ma essendo passato per questo mondo, continua ad essere parte della nostra storia, durante la quale è stato persino condannato e giustiziato. Il miracolo è questo. Anche se Gesù dorme tranquillo a poppa della nostra barca, è la sua presenza silenziosa ma certa, ciò che veramente conta. Lo incontriamo nell’Eucaristia, nella preghiera e nei nostri fratelli e sorelle. Bisogna solo scoprirlo.
Come lo scoprì tra le macerie della città di Roma bombardata il poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) e lo espresse nella poesia: “Mio fiume anche tu, Tevere fatale”. Vi “prega” il Cristo come fratello che soffre in mezzo agli orrori della seconda guerra mondiale che hanno devastato ogni vicolo della città e straziato i suoi abitanti. Lo evoca e invoca per poter dire, forte della sua compagnia, “d’un pianto solo mio non piango più”.
“Fa piaga al Tuo cuore / la somma del dolore / che va spargendo sulla terra l’uomo; [...] Santo, Santo che soffri, / maestro e fratello e Dio che ci sai deboli. / Santo, Santo che soffri / per salvare dalla morte i morti / e sorreggere noi infelici vivi; / d’un pianto solo mio non piango più. / Ecco ti chiamo, / Santo, Santo, Santo che soffri”.
Dopo la perdita del fratello, poi anche dell’unico figlio, è la seconda guerra mondiale a ispirargli versi memorabili, nel 1943-44, a Roma, tra deportazioni e bombardamenti. Mio fiume anche tu è un inno alla fede che, mentre giudica la radice del male storico, dà senso alla sofferenza. La storia appare come “notte”, una lunga notte turbata, straziata, sconvolta, ma nonostante tutto, non disperata perché ne fa parte una presenza misteriosa: “Cristo, pensoso palpito / Astro incarnato nell’umane tenebre”. Un pensoso Cristo che continua ad immolarsi “perennemente per riedificare / umanamente l’uomo”, anche e proprio nei momenti più tragici, come quello della guerra e della violenza [ora che nelle fosse / con fantasia ritorta / e mani spudorate / dalle fattezze umane l’uomo lacera / l’immagine divina].
Meglio ancora di tanti teologi e pastori, trova nell’incarnazione del Verbo, il motivo risolutore della tragicità della storia: “Vedo ora nella notte triste / Imparo, / so che l’inferno s’apre sulla terra / Su misura di quanto / l’uomo si sottrae, folle / alla purezza della sua passione”. Sottrarsi all’amore manifestato da Cristo per l’uomo, vuol dire Ungaretti, è come accettare e rendersi partecipi di una vita infernale, in quanto insopportabile.
E noi non ci domandiamo più: “Chi è questo, a cui perfino il vento e il mare obbediscono?”. Poiché lo sappiamo e continuiamo a cercarlo. Nella preghiera e negli avvenimenti della nostra vita.
