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sabato 13 novembre 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

  Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga

24In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, 25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.  (Mc 13,24-32)

Siamo alla fine del capitolo 13 del Vangelo di Marco, parallelo di Mt 24 e Lc 21 che raccontano il difficile discorso escatologico che, tuttavia, non si riferisce alla fine del mondo, ma al compimento della salvezza in Cristo. Il linguaggio è apocalittico e un po' spaventoso, ma bisogna leggerlo tenendo presente come comincia e chi è colui che lo fa, cioè nostro Signore Gesù Cristo che non è stato mandato “nel mondo per condannare il mondo [né per spaventarlo], ma perché sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).

Infatti il capitolo 13 di Marco comincia così: “Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: Maestro, guarda che pietre e che costruzioni! Gesù gli rispose: Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta. Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: “Dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?" (vv. 1-4).

Gesù, quindi, esce dal tempio per l’ultima volta, cioè, per non più tornarci e rappresenta “la Gloria del Signore”, di cui parla Ezechiele nel capitolo 10 del suo libro, e che, come Lui ora, “uscì dalla soglia del tempio e si fermò sui cherubini” (v. 18). Gesù, inoltre, esce dal tempio che – come dice ai suoi discepoli – sta terminando la sua funzione. I suoi grandi edifici saranno distrutti al punto che non rimarrà pietra su pietra, distrutto dai romani dopo una trentina d’anni (nel 70 d.C.), ma soprattutto perché il nuovo tempio è Gesù. Come aveva detto alla Samaritana, stava giungendo l’ora “in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità [cioè in Lui guidarti dallo Spirito]: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4,23).

Infatti il discorso escatologico come tale, inizia una volta che i discepoli e Gesù sono giunti al Monte degli Olivi e, da lì, vedono anche il tempio che hanno di fronte. È allora, infatti, che Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (non è chiaro il perché di questo “quartetto”), in privato chiedono a Gesù: “Dicci: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?”. Il particolare che si trovino di fronte al tempio non è un dettaglio trascurabile, perché stabilisce che le cose che devono accadere si riferiscono al “cambio di guardia” tra il tempio e Gesù, l’unico e vero mediatore tra gli uomini e Dio Padre, dove ritorna a prepararci un posto.

“Badate che nessuno v’inganni!” (Mc 13,5), comincia a dire Gesù ai suoi discepoli che, al sentirlo parlare della distruzione del tempio, da semplici giudei che sono, hanno pensato alla fine del mondo e sono spaventati. Da parte sua, Gesù li esorta a lasciar da parte l’allarmismo e a saper discernere tra gli eventi. Anziché pensare al futuro, devono guardare al presente per operare secondo l’esempio che Lui ha loro dato. Gli eventi negativi rappresentano ciò che, purtroppo, accade da sempre e continuerà ad accadere nella storia. Una realtà che, senza cambiarla, ha vissuto lo stesso Figlio di Dio e, pertanto, possono viverla anche i suoi discepoli, con la certezza che l’ultima parola non è quella del Male, ma quella del Bene.

Per quanto si riferisce al paragrafo proposto in questa domenica (Mc 13,24-32), non bisogna dunque farsi spaventare dalle misteriose convulsioni cosmiche (il sole che si oscura, la luna che non risplende più, le stelle che cadono dal cielo, gli astri che traballano), ma rallegrarsi per la vittoria del “Figlio dell’uomo [che appare] sulle nubi con grande gloria”. La fine del mondo non è determinata dalla rovina di tutto, ma dal compiersi di tutte le attese. Per questo, la preghiera dei credenti è quella di 1Cor 16,22 e di Ap 22,20: Marànathà (Signore nostro vieni!), oppure Maràn athà (il Signore sei tu). Potete stare tranquilli, vuol dirci Gesù, dato che “manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo” (v. 27).

I discepoli devono guardare il fico. Solo un esemplare di questa pianta – non producendo più che foglie e fuori stagione come il tempio e la vecchia legge –, era stato maledetto. “Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!” (Mc 11,14), gli aveva detto Gesù. Ma il fico di cui parla ora e al quale bisogna guardare rappresenta il nuovo regno, iniziato da Gesù con la sua morte e la sua risurrezione.

“Quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte”, dice loro Gesù. L’estate è la stagione dei frutti e Gesù è il primo e la causa della salvezza di una grande schiera di fratelli. Egli è vicino, è alle porte. Ai tre giorni di quel momento storico, ma coincidendo, quello stesso momento con la pienezza del tempo, come la chiama Paolo (Gal. 4,4), il Risorto continua a venirci sempre incontro.

Quando, allora, Gesù aggiunge che “non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”, sta parlando della generazione dei suoi discepoli che lo vedranno risorto, ma anche delle successive fino alla nostra e per quelle che dovranno passare dopo di noi. Infatti, aggiunge Gesù, “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Anche quando dice che, quanto al giorno e all’ora, nessuno lo sa, “né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”, non si riferisce unicamente al misterioso fine della storia, ma alla scoperta che ognuno può fare della salvezza.

Quel giorno e quell’ora pasquale, essendo il giorno della sua morte e risurrezione, ogni persona e il mondo intero lo può vivere ogni giorno di questa vita e nel giorno della morte. Non conosciamo il giorno della sua ultima venuta, e neppure il Figlio di Dio, in quanto nostro fratello (figlio dell’uomo) può rivelarlo, ma Lui ci ha detto tutto ciò che è necessario per seguirlo come figli del medesimo Padre. A ognuno il saper vivere come se ogni giorno fosse l’ultimo.


sabato 23 ottobre 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 Che cosa vuoi che io faccia per te?



 

46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!". 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". 49Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!". Chiamarono il cieco, dicendogli: "Coraggio! Alzati, ti chiama!". 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: "Che cosa vuoi che io faccia per te?". E il cieco gli rispose: "Rabbunì, che io veda di nuovo!". 52E Gesù gli disse: "Va', la tua fede ti ha salvato". E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. (Mc10, 46-52)

 

 Con questo episodio della guarigione del cieco di Gerico che, ricuperata la vista comincia a seguire Gesù, si conclude la sezione del Vangelo di Marco dedicata ai discepoli, concentrandosi tutto nel Maestro che ora non si preoccupa più di mantenere segreta la sua vera identità ed è sul punto di entrare, proprio come Messia, nella città santa di Gerusalemme.

Ma, proprio perché è l’ultimo dei suoi discepoli che Gesù conquista durante la sua vita, questo cieco identificato dal suo nome (Bartimeo), segno che le prime comunità cristiane alle quali era giunto il Vangelo lo conoscevano, acquista un valore simbolico del tutto particolare.

Ciò che accade a lui [ricuperare la vista e - lasciando perdere tutto, come lui il suo mantello -, cominciare a seguire il Maestro per lo stesso cammino] è di fatto ciò che deve avvenire a tutti coloro che desiderano essere discepoli di Gesù. Infatti, le parole chiave sono quelle che il Signore rivolge al cieco (Che cosa vuoi che io faccia per te?), perché costituiscono la domanda che il Signore pone a ciascuno di noi. Detto questo, soffermiamoci un po' sui dettagli di questo brano del Vangelo.

E giungono a Gerico. A 250 metri sotto il livello del mare, si tratta della città di entrata nella terra promessa al tempo di Giosuè (Gs 6,12-20) e adesso del luogo dal quale, per Gesù, comincia la salita verso Gerusalemme. Con Gesù vanno i suoi discepoli e abbastanza gente, ma solo un mendicante cieco, Bartimeo (il figlio di Timeo), seduto al bordo della strada a chiedere l’elemosina, ha un nome ed è attento al passaggio del Maestro. Infatti, al sentire che era Gesù Nazzareno, cominciò a gridare: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”.

È cieco e, come tale, rappresenta i discepoli incapaci di capire le parabole (Mc 4,13) che ancora non hanno fede (Mc 4,40), che hanno il cuore indurito (Mc 6,52; 8,17), hanno occhi e non vedono (Mc 8,18), mentre lui, invece, ha il coraggio di riconoscere il suo stato.

È un povero mendicante e molti lo rimproverano perché stia zitto. Ma è proprio la sua condizione di povero che gli dà il coraggio di chiedere. Un ricco pensa di non aver bisogno di nulla, e talvolta anche i discepoli, sentendosi privilegiati seguaci del Maestro, lo pensano. Egli, al contrario, grida ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Non cade nella stupidità di non chiedere ciò di cui ha bisogno, cioè, soprattutto pietà e compassione.

Molti lo riprendevano perché tacesse, ma Gesù si fermò e volle che lo chiamassero. “Chiamatelo”, disse Gesù ai suoi discepoli, i veri ciechi che giungeranno a vedere solo quando anche loro capiranno che sono come quel mendicante senza vista. Al momento reagiscono come “portaborse” senza dignità che, dopo aver voluto che il povero tacesse, lo invitano ad avvicinarsi. “Coraggio!”, gli dicono, come se fossero loro quelli che glielo permettono, “alzati, ti chiama!”.

Da parte sua il cieco getta via il mantello e con un balzo si avvicina a Gesù. Il mantello è tutto per il povero mendicante: vestito, coperta, cuscino e riparo. Per questo la legge impone che si restituisca a chi lo ha dato in pegno prima del calar del sole, in modo che “egli possa dormire con il suo mantello e benedirti” (Dt 24,13). Il cieco Bartimeo, senza che nessuno glielo chieda, al contrario del ricco al quale Gesù lo aveva chiesto (Mc 10,17-22), lascia tutto quello che ha per poter incontrare il suo salvatore.

Come se non lo sapesse, Gesù gli domanda; “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Glielo chiede perché è necessario, per ricevere, sapere ciò di cui uno ha bisogno. È un insegnamento per noi, perché capiamo bene che il Signore sta sempre alla nostra porta, ma non entra se non lo desideriamo e se non gli apriamo. Come il cieco, che conosce bene le sue necessità e risponde: “Rabbunì, che io veda di nuovo”. Chiede di vedere e Gesù, sottolineando la forza della sua volontà gli dice: “Va’, la tua fede ti ha salvato”.

“E subito”, conclude l’evangelista, il cieco “vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. Parole, queste, che vogliono dire molto di più di ciò che si riferisce al semplice fatto. Come nel primo miracolo dello stesso Vangelo di Marco, la suocera di Pietro, una volta guarita dalla febbre, si mette a servire, con il senso (espresso con il verbo diakonein) di mettersi a disposizione della comunità (Mc 1,31), così il cieco Bartimeo, che comincia a vedere con chiarezza, cioè a distinguere chiaramente chi è Gesù e a seguirlo, si muove come il vero discepolo.

Al momento, come gli altri discepoli, senza sapere dove va a finire il cammino di Gesù, ma, come nostro modello, lo seguirà fino a Gerusalemme e alla croce. La via è, infatti, Gesù stesso che un giorno lo disse espressamente: “Io sono la Via, e la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Una via che porta dalla morte alla vita, al contrario del percorso normale che, dalla vita va verso la morte. Gesù, per coloro che credono il Lui, come dirà Giovanni della Croce nella seconda strofa del suo poema Fiamma d’amor viva, è Colui che “uccidendo la morte, l’ha trasformata in vita”.

p. Bruno Moriconi ocd

sabato 20 febbraio 2021

Meditazioni su Vangello della Domenica

“Lo Spirito lo sospinse nel deserto”

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».


MEDITAZIONE
Soltanto quattro versetti, ma molto importanti, soprattutto i primi due che iniziano con la locuzione temporale “e subito”. Una indicazione che si riferisce al battesimo di Gesù nel Giordano e all’effusione dello Spirito Santo sopra di Lui, seguita da una voce dal cielo che lo ha proclamato “Figlio amato” e oggetto della compiacenza del Padre. “E subito” – dopo questo - dice l’evangelista, “lo Spirito [che era disceso sopra di Lui] lo sospinse nel deserto”.

Mentre Marco usa il verbo sospingere, quasi come se lo Spirito obbligasse Gesù ad andare nel deserto dove si fermerà “quaranta giorni, tentato da Satana”, Matteo sottolinea la stessa cosa, esprimendola così: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Come vediamo, si tratta della stessa notizia. Sia sospinto sia condotto per essere tentato, sembra che lo Spirito abbia solo questo strano compito, volere che Gesù sia tentato.

Allora ci domandiamo, è proprio questa la singolarità, che dobbiamo cogliere? In un certo senso, sì, ma bisogna continuare a riflettere, tenendo presente anche un altro dettaglio, quello dei quaranta giorni.

Infatti il numero quaranta evoca subito i quaranta anni passati da Israele nel deserto del Sinai dove, nonostante le meraviglie sperimentate al tempo della sua liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, il popolo non fu capace di essere fedele al Signore quasi in nulla. Se allora Gesù passerà circa quaranta giorni nel deserto, è per obbedire e mostrare come farlo, precisamente dove il suo popolo aveva fallito. È tenendo conto di questa prospettiva, che iniziamo a comprendere meglio il compito dello Spirito che sospinge (!?) Gesù nel deserto per essere tentato (!?) da Satana.

Come insegnerà Paolo, Gesù – fatto uomo nel seno di Maria – è il nuovo Adamo, capostipite della nuova umanità. Come Gen 3, 15 aveva preannunciato, Egli, a differenza dei progenitori, è capace di vincere le tentazioni del serpente antico, Perché? Proprio perché, condotto e animato dallo Spirito, si riconosce Figlio e non servo, al contrario di Adamo ed Eva che diffidarono del loro Creatore e disobbedirono.

C'è anche un altro dettaglio che ci permette di capirlo ancora meglio. Infatti, dopo aver detto che Gesù “rimase quaranta giorni nel deserto”, l’evangelista aggiunge che “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”. Una pennellata idilliaca che non si riferisce alla signoria di Gesù in quanto Dio, ma al tipo di vita nell’Eden prima del peccato quando, secondo un’interpretazione giudaica (Libro dei Giubilei, 3, 28) tutti gli esseri, uomini e animali vivevano insieme e in pace.

Un’interpretazione che Isaia aveva convertito in profezia per i tempi messianici con queste meravigliose immagini: “Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso (Is 11, 6-8). Bellissime immagini che, tuttavia, non sono da prendere in senso letterale, ma simbolico. Persino gli uomini più feroci, elevati dai sentimenti del Messia, vuol dire il profeta, potranno trasformarsi in operatori di pace, capaci di vivere come fratelli. Ricordate il feroce Innominato del Manzoni, convertito dalla fede semplice di Lucia Mondella?

È proprio questo il significato della permanenza di Gesù nel deserto, cioè, in una vita concreta e senza miracoli. Tentato, non cade nella tentazione perché è sostenuto dallo Spirito che lo fa sentire Figlio del Padre e in piena comunione con Lui. Come noi, fratelli suoi, se ci lasciamo condurre dallo stesso Spirito, perché – come scrive Giovanni nella sua prima lettera – “chiunque è stato generato da Dio non pecca” (5,18). Proprio ciò che è avvenuto ai Santi. Forse non in tutta la loro vita, ma sicuramente nei loro ultimi anni, quando – a differenza della maggior parte di noi – vivevano così in sintonia con l’amore di Dio, da trovare più difficile peccare che fare il bene.

Quaranta è anche il numero più o meno dei giorni della Quaresima, così chiamata a motivo dell’espressione latina quadragesimus días, cioè, quarantesimo giorno rispetto alla Pasqua. Quaranta giorni di preparazione che hanno lo scopo di farci guardare da vicino Gesù che, sostenuto e sospinto dallo Spirito, ci suggerisce la stessa disponibilità a prendere, come Lui la sua, la nostra croce di ogni giorno.


p. Bruno Moriconi, ocd
brumoric@gmail.com

sabato 13 febbraio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

«Se vuoi, puoi purificarmi»


Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Mc 1, 40-45
MEDITAZIONE

Sono passate quattro domeniche e ci stiamo ancora muovendo nel primo capitolo del Vangelo di Marco, che termina con l’episodio di oggi. Qui siamo rappresentati da un lebbroso e, da parte sua, Gesù ci sorprende con il suo strano desiderio che non si parli dei suoi miracoli. Un comportamento che ci sembra entri in contraddizione con la sua missione e che, tuttavia, come spiegheremo, agisce proprio a favore di questa. .

Iniziamo con la lezione che, senza volerlo, ci offre il lebbroso. Il pover’uomo ci insegna come esprimerci bene nella fede. “Se vuoi”, dice a Gesù, “puoi purificarmi”. Non si esprimerà così bene, ad esempio, il padre del figlio epilettico, posseduto da uno spirito, del capitolo nove dello stesso Vangelo di Marco. “Se tu puoi qualcosa”, dirà a Gesù, “abbi pietà di noi e aiutaci”. “Se posso?”, gli risponderà Gesù, “tutto è possibile per chi crede”.

E anche se possiamo pensare che Gesù risponda in questo modo perché si senta offeso, non è così. Infatti, nella sua risposta, il Signore non pone l’accento sopra il suo potere, ma sopra il potere della fede (“tutto è possibile per chi crede”). La fede che dimostra il nostro lebbroso avvicinandosi a Gesù con un “se vuoi”, perché è sicuro che il Maestro può. “Se vuoi”, gli dice “puoi purificarmi”. Il padre dell’epilettico non si esprime bene, però anche lui ha qualcosa da insegnarci. Riconoscendo, effettivamente, il suo povero modo di chiedere dovuto alla sua poca fede, ha la forza di dire: “Credo, ma aiuta la mia incredulità!” (Mc 9, 24).

Rivolgendosi al lebbroso pieno di fede, Gesù, stendendo la mano e toccandolo, lo guarì immediatamente e il pover’uomo rimase subito purificato. Solo doveva, gli ricordò lo stesso Gesù, andare a presentarsi al tempio per poter essere riammesso nella società come ormai non più pericoloso. “Va' a mostrarti al sacerdote” gli dice Gesù, “e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro [a quelli che comandano]”. Effettivamente, nel libro del Levitico, si legge questa prescrizione: “Se la macchia sarà verdastra o rossastra, sulla veste o sulla pelle, sul tessuto o sul manufatto o su qualunque cosa di cuoio, è macchia di lebbra e sarà mostrata al sacerdote” (Lev 13, 49).

Ma, come dicevamo, ciò che qui interessa non sono queste norme, ma il motivo per cui Gesù non desidera che si parli dei suoi miracoli. E la ragione, molto semplice, è la seguente: Gesù desidera evitare che la gente lo cerchi solo per le sue guarigioni e che, solo a partire da questo suo potere, deduca che è il Messia atteso. “Perché no, se lo è?” domanderà qualcuno. Poiché sì, lo è, ma a modo suo, perché è allo stesso tempo il Figlio di Dio venuto in questo mondo per il bene di tutti, giudei e non giudei, buoni e cattivi, oppressori inclusi.

Per comprendere meglio possiamo ricordare ciò che Gesù fece dopo una delle sue moltiplicazioni dei pani. La gente, scrive Giovanni nel suo Vangelo, al vedere il segno che aveva fatto, diceva: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”. Ma Gesù, “sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo” (Gv 6, 15-15). Come dirà a Pilato, Gesù è Re, ma non alla maniera di questo mondo. Il suo potere si manifesta nella Croce ed è lì che, di fatto, il Centurione, rappresentando tutti, lo riconosce (Mc 15, 39).

A questo silenzio imposto da Gesù, gli esegeti hanno dato il nome di Segreto messianico. Gesù non vuole essere riconosciuto dai demoni, ma neanche desidera che i malati guariti vadano divulgando i suoi miracoli, e neppure i tre discepoli che scendevano con lui dal monte Tabor, luogo della sua trasfigurazione possono parlare di quella visione. “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti” (Mc 9, 9).

Per questa stessa ragione anche al lebbroso appena guarito ordina di tacere su ciò che è avvenuto. Non vi riesce, perché, allontanandosi, quello “si mise a proclamare e a divulgare il fatto”, costringendo Gesù a rimanere in luoghi solitari. Non otteneva il silenzio desiderato e la gente continuava a cercarlo e ad accorrere a Lui. Inevitabile e normale anche questo! Gesù non vuole fuggire dalla gente (ci mancherebbe altro!), dal momento che è venuto per stare con noi, ma ciò che gli interessa è che si capisca bene il suo modo di salvarci.

Non vuole che pensiamo che la sua salvezza ci giunge per mezzo dei miracoli, ma per il suo amore manifestato al sommo della Croce. È da quella vetta che Egli salva tutti. I miracoli sono alcune opere in favore di bisognosi concreti e, al tempo stesso, dei segni di quella salvezza profonda che raggiunge tutti. È la sua morte in croce il miracolo che rimane per sempre, insieme alla sua presenza, Figlio di Dio e Figlio di Maria, accanto a ognuno dei suoi fratelli e sorelle, sino alla fine del mondo.

Padre Bruno Moriconi, OCD

sabato 6 febbraio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

Si ritirò in un luogo deserto, 
e là pregava
E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.


MEDITAZIONE

Siamo ancora nel giorno del primo miracolo di Gesù, la liberazione del posseduto nella Sinagoga di Cafarnao, mentre un altro, forse molto più piccolo, sta per accadere. Questa volta in una casa privata, quella di Pietro e Andrea dove, uscito dalla sinagoga, Gesù si recò con Giacomo e Giovanni.

Il Vangelo non parla mai della moglie di Pietro, però il fatto che abbia una suocera dice che, a meno che non sia morta, ce l’ha. Che molti degli Apostoli fossero sposati e così continuassero ad essere, lo dimostrano, ad esempio, alcune parole di Paolo nella prima lettera ai Corinzi dove, per far risaltare la sua totale gratuità nel suo impegno di evangelizzatore – ossia, senza sposa e guadagnandosi la vita con un lavoro –, a coloro che parlano male di lui e del suo compagno Barnaba, rivolge loro questa domanda retorica:

“Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?” (1Cor 9,5). Confermano la stessa cosa le condizioni che pone al suo discepolo Timoteo riguardo all’ordinazione di un Vescovo. “Bisogna”, dice loro, “che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, […] che sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi” (1Tim 3, 2-4).

Tornando ora alla suocera di Simone, ella “era a letto con la febbre”. Lo dissero a Gesù che le si avvicinò immediatamente e, presala per la mano, la sollevò, guarita al punto che ella si alzò e si mise a servire Gesù e i suoi discepoli. Una cosa che avrebbe fatto qualsiasi padrona di casa, però qui, anche questo semplice gesto di ospitalità deve essere letto nel suo significato profondo. “La febbre la lasciò ed ella li serviva”, non significa soltanto che offrì un buon pranzo agli ospiti, ma che “servì” Gesù e i suoi discepoli, cioè, il nuovo popolo di Dio. Invero, il verbo (diakonein) è lo stesso che dà nome ai diaconi, i servitori per eccellenza nella Chiesa e, allo stesso tempo, indica anche il servizio di tutti i cristiani che seguono Gesù che non è venuto al mondo “per essere servito, ma a servire (diaconêsai) e a dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45).

Questo è il primo insegnamento: essere cristiani vuol dire desiderare di servire più che essere serviti, e questa suocera senza altro nome – come il posseduto liberato nella sinagoga – ci rappresenta tutti.

Il secondo insegnamento è la disponibilità del Figlio di Dio verso tutti senza distinzione. Infatti, dopo aver guarito molti malati che si accalcavano alla porta della casa di Simone e aver fatto tacere i demoni che lo conoscevano, all’alba del giorno seguente, quando era ancora buio, si alzò e si recò in un luogo solitario dove si mise a pregare.

Un dettaglio (Gesù che va in un luogo solitario per pregare) nel quale dobbiamo soffermarci un poco. Secondo l’evangelista Luca, pare che Gesù si ritirasse ogni notte, lontano dai suoi, per pregare. Perché lo faceva? Sicuramente non per recitare qualche preghiera, ma - solo col Padre in comunione di amore dello Spirito -, per sapere come continuare ad attuare la comune volontà di salvare gli uomini nelle circostanze concrete, adattandosi alle necessità che si potevano presentare e all’accoglienza da parte degli uomini.

Adesso, per esempio, che è trascorso il primo giorno nel quale è stata riconosciuta la sua autorità, deve decidere se fermarsi a guarire tutti i malati di Cafarnao o portarsi altrove per soccorrere altre miserie. Ed è in quel momento di intimità con il Padre che nasce la decisione e la risposta a Pietro e ai suoi compagni che sono andati in cerca di Lui. Essi Gli dicono che tutti Lo stanno cercando, ed Egli risponde: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto”.

E poiché il verbo usato qui è es-erchomai (uscire), invece di “per questo sono venuto”, sarebbe meglio tradurre “per questo sono uscito”. Infatti questa espressione implica la fonte (“per questo sono uscito dal Padre”). Nel silenzio della sua preghiera, Gesù rinnova la sua consapevolezza di essere uscito dal seno del Padre, per raggiungere (arrivare a) tutti. Al momento si limita a percorrere la Galilea, predicando nelle sinagoghe e liberando altri posseduti dai demoni, ma, giorno dopo giorno, il suo cammino lo porterà dove sappiamo: a dare la vita e a ottenere il perdono per tutti.

Detto con parole migliori delle mie, quelle di un noto confratello della comunità del Teresianum (P. Jesús Castellano), aggiungiamo che, mentre i discepoli non possono comprendere perché il loro Maestro si è allontanato dalla gente che continua ad averne bisogno, Egli lo sa molto bene. “Per Gesù pregare è immergersi nel Padre, ricevere con amore l’unzione dello Spirito, rafforzare la sua missione nella comunione trinitaria, colmarsi delle parole e della volontà del Padre, riposare dalle sue solitudini umane nel suo vero mondo, temprare la sua umanità nel contatto amoroso con il suo Abbà, dialogare con Lui giorno dopo giorno in gustosi silenzi contemplativi, ciò che ha fatto e ciò che farà”.

Padre Bruno Moriconi, OCD

domenica 31 gennaio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

Un insegnamento nuovo, dato con autorità!


Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. (Mc 1, 21-28)

MEDITAZIONE

Dopo l’annuncio del Regno e la chiamata, da parte di Gesù, dei quattro discepoli sulla riva del Mar di Galilea, l’evangelista Marco prosegue con la narrazione del primo giorno della sua attività. L’esorcismo compiuto da Gesù non deve essere considerato solo come miracolo, ma anche per il suo valore simbolico e per il senso che questa liberazione ha per i credenti. Corrisponde, in effetti, alla missione del Figlio di Dio, venuto nel mondo per la salvezza di tutti e, con la liberazione del posseduto, dare inizio alla vittoria contro Satana. Come primogenito di una moltitudine di fratelli, sta compiendo quanto promesso in Gen 3, 15 dove, al serpente tentatore, il Signore aveva detto: “Quando tu gli insidierai il calcagno, egli ti schiaccerà il capo”.

Non per nulla, dopo aver detto che tutti “erano stupiti del suo insegnamento [quello di Gesù]: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (v. 22), l’evangelista aggiunge che il popolo ripete questa stessa affermazione dopo la liberazione del posseduto dal demonio. Stupefatti, tutti coloro che avevano visto il miracolo, annota Marco, se ne andavano domandandosi “Che è mai questo?”. E aggiungevano: “Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono” (v. 27).

Un significato simbolico che si incontra in ogni liberazione dal male attraverso i miracoli di Gesù in favore degli infermi che, a loro volta, rappresentano tutti gli uomini peccatori, ossia, sotto l’influsso del male. In effetti, liberare dallo spirito del male che spodesta e tortura, è la missione propria del Figlio di Dio fatto uomo. All’evangelista interessa che ci rendiamo conto che Gesù è la Parola che – solo con la sua presenza – passa per la nostra terra facendo il bene.

Lo dirà Pietro nella sua catechesi in casa di Cornelio, il primo pagano battezzato da lui. “Voi” dirà a tutti quelli colà riuniti, “sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni, cioè – aggiungerà – come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme” (At 10, 37-39).

E con parole di eccelsa poesia lo dirà anche San Giovanni della Croce, nella quinta strofa del suo Cantico spirituale. Lì, quelli che parlano sono “i boschi e le selve piantate dalla mano dell’Amato”. Rispondendo, infatti, alla sposa che, in cerca del suo Sposo, il Cristo, ha loro domandato se, per caso, il suo Amato è passato da lì, le rispondono di sì con queste precise parole: “Mille grazie spargendo / passò per questi boschi con snellezza, / e mentre li guardava, / col solo suo sguardo / vestiti li lasciò d’ogni bellezza

L’efficacia del solo passaggio di Gesù espressa da Giovanni della Croce, con le sue parole poetiche (“col solo suo sguardo / vestiti li lasciò d’ogni bellezza”), il Vangelo ce lo mostra affermando che Gesù “insegnava con autorità e non come gli scribi”. Un’annotazione che bisogna prendere seriamente e comprendere nel suo significato profondo. Questa autorità , infatti, non si riferisce semplicemente al fatto che Gesù sappia più degli scribi o si esprima meglio di loro. Sicuramente, Gesù sa come parlare e sa farsi intendere meglio degli altri, ma non sta solo in questo, la sua autorità! Infatti, l’evangelista non dice nulla di ciò che in quel giorno aveva insegnato Gesù, ma che, la gente era rimasta stupita e parlava di un “insegnamento nuovo esposto con autorità”, riferendosi al fatto che gli spiriti immondi gli obbedivano.

Anche Gesù insegna, soprattutto con parabole, però il suo insegnamento principale è Lui, la sua persona e il suo modo di agire. Il suo passare, cioè, “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”, come affermò Pietro in casa di Cornelio. Lo disse Gesù stesso ai suoi discepoli, una volta lavati i piedi a tutti: “Capite quello che ho fatto per voi?”, domandò loro. “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13, 12-15).

Da qui la necessità di stare con Lui e seguirlo. Come? Leggendo il Vangelo come se nelle sue pagine si trattasse di noi, e restando molto spesso da soli con Lui.
Padre Bruno Moriconi, ocd

sabato 23 gennaio 2021

Meditazione sul vangelo della Domenica

 Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini 


Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». 16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. 20 E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui (Mc 1, 14-20)

MEDITAZIONE

Secondo il quarto Vangelo, nel frammento che abbiamo letto la scorsa domenica, Gesù cominciò ad avere discepoli quando il Battista era ancora in attività. Come sicuramente ricorderete, vi si parlava dei due che, precisamente perché avevano ascoltato il Battista indicare Gesù come l’Agnello di Dio, andarono a vedere dove stava e si fermarono con lui tutto quel giorno, e poi, di Simone, al quale Gesù cambiò il nome in “Pietra” (Cefas). Marco, al contrario, ci dice che Gesù - una volta tornato nella sua regione dove aveva cominciato ad annunciare “il Vangelo di Dio” - chiamò i primi discepoli “dopo che Giovanni fu arrestato”.

E questa è solo una delle numerose differenze che si incontrano nei vangeli, però non si tratta di un problema serio, perché agli autori sacri non interessano molto i dettagli cronologici, ma il messaggio che può scaturire dalla loro narrazione per i lettori cristiani, cioè per noi. Per esempio, in questo caso, ciò che interessava il quarto evangelista era sottolineare la necessità di vivere con Gesù per poter crescere come discepoli, mentre ciò che interessa a Marco, seguito in molte cose da Matteo e Luca, è accentuare che l’iniziativa della chiamata appartiene sempre a Gesù.

Detto questo, andiamo ad esaminare il brano del Vangelo di questa domenica che possiamo dividere in due parti. Nei primi due versetti (vv. 14-15) ciò che l’evangelista vuol far notare è che l’annunciato (Gesù) sale sulla scena dopo che l’ha lasciata l’annunciatore (Giovanni Battista), indipendentemente dal fatto che la cronologia sia stata osservata o no. Infatti, proprio nel quarto Vangelo si legge questa preziosa testimonianza dello stesso Battista, un giorno che i suoi discepoli vennero a dirgli che tutti stavano ormai accorrendo da Gesù anziché da lui: “Non sono io il Cristo, ma sono stato inviato avanti a lui”, spiegò. “Lui deve crescere; io, invece diminuire” (Gv 3, 26-30).

Tornato, dunque, in Galilea, Gesù aveva cominciato a proclamare il Vangelo di Dio, dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo”. L’impegno di Gesù negli anni del suo ministero pubblico consistette, effettivamente, in due attività costanti: annunciare la buona notizia (questo è il significato di vangelo), ossia, la vicinanza del regno di Dio, e curare gli infermi.

I profeti avevano predetto un tempo in cui Dio stesso avrebbe regnato sulla terra con Giustizia e Pace (il vero Shalom). Ovviamente, non pensavano nell’incarnazione dello stesso Dio, ma che tutto questo Egli l’avrebbe compiuto per mezzo del Messia promesso. Quando, dunque, Gesù annuncia che questo regno è vicino, sta parlando di se stesso, Messia e, al tempo stesso, Figlio di Dio. In lui è giunto il regno di Dio, lui è l’iniziatore e in lui, il regno deve crescere, con l’adesione di tutti coloro che sono disposti a seguirlo. Per questo, parla della necessità di cambiare la mentalità e credere in questo annuncio (“convertitevi e credete al Vangelo”, diceva).

Con Gesù, nuovo Adamo, inizia la nuova umanità ed è per questo che egli comincia coinvolgendo altri, come si legge nella seconda parte (vv. 16-20) che ci parla della chiamata dei primi discepoli. Passando lungo il mar di Galilea, scrive Marco, vide due fratelli pescatori, Simone e Andrea che stavano gettando le reti in mare, e un poco più avanti, altri due fratelli, Giacomo e Giovanni, che sulla barca stavano riassettando le reti. A questi pescatori propose di lasciare tutto per andare dietro a lui e lasciarsi trasformare in pescatori di uomini. “Venite dietro a me”, disse loro, “e vi farò diventare pescatori di uomini”.

Talvolta, questa espressione (pescatori di uomini), può apparirci un po' rozza, benché la dica Gesù, però se la prendiamo nel senso in cui deve essere presa, ci comunica qualcosa di molto importante. Innanzitutto che è Gesù che chiama, non sono i discepoli quelli che chiedono di essere accolti nella sua scuola. È lui che li sceglie come discepoli e desidera che lascino tutto, rispettando, ovviamente, la loro natura e il loro livello di comprensione. Sono pescatori ed egli li chiama nel linguaggio che possono comprendere meglio. Quello che Gesù desidera dire, lo apprenderanno più tardi, e dal modo di vivere del loro Maestro, il Figlio di Dio, che non è venuto a “pescare” nessuno, ma a servire e a dare la vita per il bene di tutti.

I quattro pescatori, scrive l’evangelista, “immediatamente lasciarono le reti e lo seguirono”, dando così anche a noi il modo di come essere cristiani, vale a dire, lasciando tutto per seguire solamente Gesù. Questo lasciare immediatamente le reti, non bisogna, tuttavia, prenderlo necessariamente in senso materiale. Gli stessi pescatori chiamati quel giorno, continuarono a pescare sino a che – risuscitato Gesù e pieni di Spirito Santo – si dedicarono totalmente alla diffusione del Vangelo. Fino ad allora, lo stesso Gesù salì molto spesso nelle loro imbarcazioni e, dopo essere risuscitato, benché nessuno lo avesse riconosciuto, rimase ad aspettarli sulla riva del mar di Galilea, per domandar loro se avessero pescato qualcosa.

Dopo, sì, gli Apostoli, lasciarono anche il loro lavoro di pescatori, però solo perché Gesù li aveva chiamati per essere guida del nuovo popolo. A tutti gli altri – a meno che non si sentano chiamati a una consacrazione speciale – il Signore chiede la stessa radicalità e immediatezza, però a ciascuno nel suo stato e nella sua propria occupazione. Come lo stesso Gesù lavorò da falegname nella sua casa di Nazaret e gli stessi apostoli, finché Gesù li ebbe inviati nel mondo per annunciare la sua buona notizia come primi evangelizzatori, insieme a Simon Pietro.

Padre Bruno Moriconi, OCD

domenica 10 gennaio 2021

Meditazione sul vangelo della Domenica

 BATTESIMO DI GESÙ NEL GIORDANO 

7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». Mc 1, 7-11

MEDITAZIONE


Pochi versetti, però molta sostanza, in questa breve pericope del Vangelo di Marco, dove, nonostante la brevità, risaltano tre cose: 1. Giovanni che battezza con acqua; 2. Gesù annunciato come il più forte; 3. il suo battesimo nel Giordano. Tutto in funzione delle parole che si odono dal cielo

Le affermazioni di Giovanni Battista (Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo), le abbiamo già spiegate poco fa in altra occasione. Giovanni desidera far risaltare la differenza tra lui (l’Annunciatore), e Gesù (l’Annunciato). Con l’immagine di non poter neppure aver l’onore di chinarsi per slegare i lacci dei suoi sandali, Giovanni vuol dire che, essendo lui l’ultimo dei profeti, il suo compito termina con il suo annuncio e, con lui, l’Antico Testamento. Non può, cioè, diventare discepolo di Gesù.

Vale la pena che ci soffermiamo sul significato del Battesimo di Gesù, il quale, nei giorni nei quali il Battista predicava, giunse da Nazaret di Galilea e fu battezzato da lui nel Giordano. Questo battesimo non ha nulla a che vedere con il nostro che è un morire spirituale nell’acqua (simbolo della passione di Cristo), per risorgere a vita nuova per mezzo dello Spirito Santo. Come afferma lo stesso Battista (Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo), i battesimi nel Giordano sono solo dei bagni, ossia, delle abluzioni penitenziali

Perché allora, scende Gesù al Giordano se non ha alcun peccato e non ha bisogno di alcuna penitenza?

Come giudeo, al compimento degli otto giorni è stato circonciso (Lc 2, 21), offerto nel tempio (Lc 2, 22-24) e, a dodici anni è passato per il suo Bar mitzvah (Lc 2, 42), una specie di Cresima che lo abilitava a leggere i libri sacri. Fu quello l’anno in cui Gesù si fermò nel tempio senza avvertire i suoi, e sua Madre lo riprese con queste parole: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”.

“Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, ebbe il coraggio di rispondere Lui, senza che essi potessero comprendere ciò che intendeva. Ad ogni modo, tornato con Maria e Giuseppe a Nazaret, era loro sottomesso, mentre “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 48-52).

A Nazaret crebbe e imparò l’arte di suo padre, quella del falegname. Forse, per qualche tempo, frequentò gli Esseni, dei “monaci” di un movimento messianico che avevano la sede principale in un monastero sulle rive del Mar Morto, ma nessuno lo sa con certezza. Ciò che sappiamo è che, dai suoi compaesani, era conosciuto come “il figlio del falegname” (Mt 13, 55) o come “falegname” lui stesso (Mc 6, 3).

Dei suoi primi trent’anni, non si sa nulla di più. Figlio di Dio e di Maria, pare si sia dedicato a fare sedie, tavoli e finestre, prima con suo padre adottivo Giuseppe e, morto questi, ormai solo con sua Madre, guadagnando il pane per sé e per lei. Solo quando giunse più o meno ai trent’anni, una età assai adulta in quel tempo, si fece conoscere, iniziando la sua missione pubblica, precisamente con il suo battesimo nel Giordano.

Perché lo fece, se non aveva bisogno di pentirsi di nulla?

Per due o tre ragioni, la prima delle quali coincide con il suo desiderio di unirsi con la moltitudine dei penitenti. “In ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Ebr 4, 15), Gesù “si pone nella fila dei peccatori, silenzioso, nascondendo la propria identità in un atto di identificazione con la carovana dei peccatori che vanno a immergere nelle acque sacre i loro peccati” (Jesús Castellano).

La seconda ragione è l’investitura pubblica come Messia. La voce che si ode dai cieli (”Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”), corrisponde, di fatto, alla dichiarazione del versetto 7 del Salmo 2 che si riferisce alla cerimonia di intronizzazione dei re di Israele (“Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato). Gesù è il Figlio di Dio da sempre e non ha bisogno di alcuna adozione, però è necessario – quando sta per iniziare la sua manifestazione pubblica – che qualcuno (soprattutto Giovanni Battista, inviato per annunciarlo), si renda conto che il messia atteso è Lui. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, il Battista lo indicherà come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo.


Un’altra ragione è nei due versetti omessi in questa liturgia, che però, soprattutto nella redazione del Vangelo di Marco, risultano molto significativi anche per comprendere la ragione del battesimo di Gesù. “E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto”, scrive in effetti l’evangelista che, continua specificando che Gesù “nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana"

Può darsi che a noi meravigli che sia lo stesso Spirito a spingere Gesù nel deserto dove sarà tentato da Satana, però è per assicurarci che, dove Israele, che rappresenta l’umanità e tutti noi, aveva fallito (nel deserto), è possibile vincere, se chi “ispira” e sostiene le nostre azioni è lo Spirito che abbiamo ricevuto nel Battesimo.

Padre Bruno Moriconi, OCD