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martedì 7 aprile 2020

L'augurio del p. Generale per la Pasqua

Non lasciamo la fede fuori la porta, ora che siamo costretti a essere rintanati nelle nostre case. E' questo l'invito del nostro padre generale ci rivolge con la bellissima lettera che di seguito potrete  scaricare integralmente. In questo periodo di prova, p. Saverio ci prona a camminare nella verità, ad approfittare di questo tempo per guardarci dentro e fare di questo periodo un periodo di rinascita insieme a Cristo.
Scrive il padre Generale:

Cari fratelli e care sorelle nel Carmelo, ciò che stiamo vivendo più o meno in tutto il mondo da alcune settimane può sicuramente essere definito una prova. Nel Nuovo Testamento c'è una parola, thlípsis, generalmente tradotta con 
tribolazione", che forse ci aiuta a dare un nome a ciò che stiamo vivendo. Intendo dire non solo un nome scientifico (come pandemia da COVID-19) o un nome che esprime la nostra reazione immediata (come emergenza, guerra, calamità), ma un nome che ci riporta alla storia della salvezza, alla verità di un Dio che ha parlato agli uomini, che si è fatto uomo e continua a camminare con i figli degli uomini. 
Il rischio, infatti, è di affrontare questo tempo, così grave e così importante, o lasciando del tutto fuori la fede o, viceversa, facendo ricorso a una religiosità che ha poco a che vedere con il Dio rivelato in Gesù Cristo. Papa Francesco ci ha ammonito: “Non sprecate questi giorni difficili!” È normale che ciascuno di noi – come ogni cittadino responsabile – segua scrupolosamente le norme per evitare il diffondersi del contagio, accolga con generosità i piccoli sacrifici che ciò comporta e faccia quello che è in suo potere per aiutare il prossimo e creare intorno a sé un clima di pace e di umanità. È altrettanto normale che, come credenti, ci rivolgiamo a Dio pregando per i malati, per coloro che li assistono, per i tanti defunti, per gli scienziati impegnati nella ricerca di un vaccino, per tutti quelli che si trovano in condizioni di indigenza a causa della crisi economica. E tuttavia, c'è un livello più profondo, che ha a che fare con la lettura di fede della storia, con la presenza di Dio in mezzo alle tribolazioni e alle prove dell'umanità. È un livello al quale forse preferiamo non accedere restando in silenzio. Il silenzio è d'oro quando è lo spazio di una riflessione, di una ricerca interiore, di un ascolto in profondità. Non lo è, invece, quando è la conseguenza di una inerzia dello spirito e di un blocco del pensiero, quando ci limitiamo a ingerire dosi massicce di informazioni, senza assimilarle, valutarle, elaborarle. Informazioni che non ci formano, ma piuttosto ci invadono e appesantiscono. 
È giusto quindi domandarsi: abbiamo una parola che venga dal silenzio della meditazione e che ci serva per questo tempo? Una parola credente e orante che possa orientarci, che sia “lampada per nostri passi e luce sul nostro cammino"?

Il testo integrale della lettera

martedì 20 febbraio 2018

La Parola di Dio, "Luce notturna"

Lo scorso 27 gennaio le comunità della Provincia Ligure (circa 80 partecipanti) si sono ritrovate a Savona, presso il Convento/Parrocchia San Pietro, per il 1°  di tre incontri che si svolgeranno in tre diverse città (dopo Savona, le altre due tappe sono: Arenzano e Asti). Tre i temi di cui il primo in questa occasione. I prossimi incontri di formazione tratteranno i temi del Sacramento della Riconciliazione e  della Famiglia. 
Il primo incontro di Formazione Provinciale dell’OCDS,  ha avuto come tema “La Parola di Dio vissuta e celebrata”. Relatore il noto biblista don Claudio Doglio, insegnante alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale che ha sede a Milano e Parroco di S. Ambrogio a Varazze. 
Leggi qui una sintesi dell'incontro.

sabato 26 novembre 2016

I Domenica di Avvento: Dio viene, l'ha promesso

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO
Anno A
Is 2, 1-5; Rm 13,11-14; Mt 24, 37- 44
27 novembre 2016
1.      Dio viene.

Iniziamo il Tempo liturgico dell’Avvento accogliendo l'impellente ammonimento ivi contenuto: Dio è in cammino verso di noi. Questo era il crescente presentimento dell’intero Antico Testamento, il quale aspettava con l'arrivo del suo Messia anche il tempo finale.
Era stato l'immediato presentimento anche di Giovanni il Battista, il quale secondo tutti e tre i sinottici non voleva far altro che preparare nel deserto una via al Signore e annunciare un giudizio che divide: «Già la scure è posta alla radice dell' albero» (Le 3,9). Ciò che viene dopo di lui è l'ultima decisione di Dio per la storia.

domenica 29 maggio 2016

LASCIAMOCI NUTRIRE DI CRISTO PER IMPARARE A DARCI COME LUI

MEDITIAMO CON P. GIORGIO ROSSI
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9, 11-17).


In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. 
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Nella zona desertica di Betsaida, alla sera di una giornata spesa a prendersi cura dell’anima e del corpo di cinquemila persone, Gesù, presi in mano cinque pani e due pesci, anticipa sotto gli occhi di tutti quei gesti eucaristici che nell’ultima Cena consegnerà ai Dodici dicendo: “fate questo in memoria di me” (1Cor 11,24b). Nel deserto, moltiplica il cibo e lo fa distribuire alla folla; nel Cenacolo, lo trasforma in se stesso ed è lui a distribuirlo ai discepoli.
Sono due episodi separati nel tempo, ma collegati in quell’evento fondamentale per la Chiesa che Paolo ha ricevuto e trasmesso a sua volta: l’inconcepibile miracolo dell’Eucaristia, un Corpo preparato dal Padre per dare a tutti gli uomini la Vita del Figlio (Eb 10,5).
Il prodigio di Betsaida serve a saziare il corpo dei molti che hanno seguito Gesù per tre giorni senza provviste “al sacco”; quello del Cenacolo annuncia la fine di una fame molto più profonda, diffusa, vitale: quella del cuore. La fame saziata nel deserto serve a capire che il pane materiale, preparato nei villaggi e nelle campagne dagli uomini, non può soddisfare il loro radicale bisogno di verità e di vita vera ed eterna; solo il pane-Carne e il vino-Sangue di Gesù sono quel cibo incorruttibile che impedisce di perire, poiché la sua sostanza è Dio.
Inquadrando il contesto immediato del fatto, Luca racconta che Gesù si era ritirato in disparte, ma non sembra minimamente infastidito da queste folle implacabili: l’evangelista rivela infatti che egli “le accolse” (Lc 9,11b). Evidentemente non si era ritirato per sfuggire alla gente che lo cercava. Semmai è il suo ritrarsi che lo dispone ad accogliere. Gesù è abituato a “rientrare in se stesso”. Perciò sente i nostri problemi, sente le nostre debolezze, sente i nostri bisogni.
E in quel suo rientrare spesso “nel segreto”, nella stanza più intima, incontra lo sguardo dell’Unico che vede nel segreto della sua anima, che non smette mai di considerarlo Figlio, sa di cosa Egli è capace e provvede a che lo mostri a noi che invece viviamo come orfani, che fanno tutto per essere notati e amati, ammirati e lodati; anche quando ci nascondiamo scappando dagli altri, in fondo è perché la nostra vita dipende da chi ci è intorno. Pericolosissima situazione di chi è vuoto dentro, nel cuore come nella mente, e vagabonda mendicando qualsiasi cosa pur di riempire la voragine che stordisce e rapisce gioia e pace.
Pericolosa per i giovani, che avvelenano con perversioni di ogni tipo occhi, mente e carne ancora verdi e perciò vulnerabilissimi, sporcando l’immagine dell’amore, della sessualità, delle relazioni tra uomo e donna, tra gli amici.
Pericolosa per gli adulti, che possono bruciare le Grazie ricevute barattando la primogenitura dei figli di Dio con un po’ di consolazione: prestigio, considerazione, ossequi e falsità senza limite e fine, che incensano il tempo sufficiente ad arraffarci la poca vita che ci rimane per abbandonarci più soli e disperati di prima.
Pericolosa per gli anziani, che possono cadere nella trappola dell’insoddisfazione, della solitudine, del sentirsi abbandonati da tutti, lasciandosi andare così alla mormorazione, al giudizio per figli e parenti, e trasformarsi in gocce di acido che sfregiano tutto ciò a cui si avvicinano.
Pericolosa per i sacerdoti e i religiosi, che si possono trasformare in esecutori freddi di culto e dispensatori di routine di sacramenti, che usano e pervertono le cose sante per saziare la propria carne ridotta a spugna secca.  
Quanti orfani sparsi nel mondo. Ci siamo dentro anche noi, che spendiamo il tempo fuori del segreto; che non abbiamo un luogo segreto dove si è figli del Padre e dove tornare per riposare.
Troppo spesso la nostra vita non ha segreti mentre tutto è tragicamente pubblico; sempre connessi con il mondo, sempre fuori come Esaù a disperdere la primogenitura, attingendo dall’esterno il senso che impedisca al tutto di volare via. 
Gesù allora ci invita a sedere a gruppi di cinquanta, a non essere più folla ma piccole comunità, nutrite dal pane di Dio. Poi prende quei pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione – è chiaro il riferimento all’Eucaristia –, poi li spezza e comincia a darli ai discepoli, e i discepoli li distribuiscono… e i pani e i pesci non finiscono… Mangiano tutti e se ne avanza: è il segno di Gesù, è il “di più” dell’amore. È la logica del servizio, del saper condividere il poco che siamo e che abbiamo. Del non chiuderci mai in noi stessi ma del rientrare. Per poi uscire di nuovo. E di nuovo ancora.

Nel Sacramento dell’altare «il Signore viene incontro all'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,27), facendosi suo compagno di viaggio» (Sacramentum Caritatis, 2).
p. Giorgio Rossi 

domenica 1 maggio 2016

Il grande dono dello Spirito, da custodire in noi

MEDITIAMO CON P. GIORGIO ROSSI
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 23-29).


In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: 
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Abbiamo bisogno di un Consolatore. Qualcuno che, dinanzi alle difficoltà, ai dubbi, alle angosce, ci sussurri che Dio ci ama, che non si è dimenticato di noi. Non possiamo fare a meno di Qualcuno che ci ricordi le parole del Signore, che le sigilli e le custodisca in noi. Qualcuno che ci dia forza e audacia, per osservare, custodire, compiere. Qualcuno che ci unisca al Signore. Lo Spirito Santo: è Lui il Consolatore che ci pone nell'intimità di Dio. Per questo il compimento del Mistero Pasquale del Signore è l’effusione dello Spirito Santo, il dono che, colmando il nostro cuore, non delude la speranza e ci fa partecipi della natura divina, ci fa familiari di Dio. Queste non sono solo affermazioni di un libro di teologia, sono la nostra vita. Il dimorare in Dio, il rimanere nell’amore di Gesù non è questione di sentimenti. È vivere come Lui, rimanere in Lui perché sia Lui ad operare in noi.
In ogni momento possiamo rimanere in Cristo, custodendo la sua opera in noi. Come fu in quel pomeriggio per Giovanni e Andrea che andarono e videro dove Gesù abitava rimanendo presso di Lui, è possibile anche per noi andare da Lui negli eventi concreti, alle quattro del pomeriggio, come alle sette della mattina o alle nove della sera, per vedere la sua dimora nella nostra storia e rimanere presso di Lui. Uscendo con la fidanzata, con il testo di algebra o di anatomia dinanzi agli occhi, cambiando pannolini o passando l’aspirapolvere, al mercato o sulla metropolitana, in una riunione di marketing o imbottigliati nel traffico dell’ora di punta, ogni luogo è quello giusto per dimorare in Cristo. Ascoltare e custodire in ogni istante, per vedere crescere in noi il frutto squisito dell’intimità con Lui, il dono totale del suo amore che suscita il dono di noi stessi, la gioia piena che nessuno potrà mai toglierci.
Conosciamo i nostri limiti. Per questo ci è necessario un Consolatore, uno che ci ripeta “Coraggio, non temere, tu sei Figlio, Dio ti ama e compirà in te l’opera Sua”. Abbiamo bisogno della vita di Dio, del Suo respiro di vita in noi. Ne abbiamo bisogno, più dell’aria che respiriamo. Perché è lo stesso amore con il quale possiamo amare Dio e il Suo Figlio e così dimorare in Loro ed Essi in noi.
Nell'Antico Testamento “Dimora” è il termine con cui è indicato il “santuario”. Il nome sottolinea la decisione di Dio di “abitare” in mezzo al suo popolo.

In Cristo, Dimora incarnata di Dio, i cristiani, unti (cristi) dello stesso Spirito, testimoniano nella propria vita, portando in sé l’Arca dell’Alleanza, l’amore infinito di Dio per tutti gli uomini, speranza e segno tangibile della sua dimora tra di loro. Sulla nostra vita vigilano i cherubini, come dinanzi alla tomba vuota del Signore, a segnare il cammino di ritorno al Paradiso già da loro sbarrato, la dimora eterna preparata da Dio in Cristo suo Figlio. È lo Spirito Santo che rende attuale in ogni nostro giorno l’esperienza unica del Sinai, nel dono rinnovato dell’Alleanza e nel potere di ascoltare e compiere ogni comandamento.
Lo Spirito Santo è Colui che ci fa uno con Dio, che ci trasporta, per così dire, nella profondità divina per colmarci della Sua natura. Non si tratta così di sforzarci, di impegnarci, di buona volontà. Non basta. L’agape è dono che viene dal Cielo. Amare Gesù è soprattutto quella rettitudine di intenzione che si coniuga nel desiderio di Lui, nel custodire trepidanti le sue Parole di vita, come si custodisce gelosamente la cosa più cara. Amarlo perché prenda dimora insieme con il Padre è gemere attraverso lo Spirito Santo implorando di compiere in noi quanto non siamo capaci, perché senza di Lui non possiamo fare nulla, non siamo casti, sinceri, generosi, pazienti, mansueti, rispettosi. Senza di Lui non sappiamo amare, e così amarlo è soprattutto un desiderio ardente di poter finalmente amare. Questo dono oggi è pronto per noi, come ogni giorno. In esso è custodita la memoria della vita di Cristo e delle sue Parole, come nell’Arca era custodita l’Alleanza che faceva dimorare Dio in mezzo al Popolo; per lo Spirito Santo che ha unto la Dimora e il Signore Gesù, possiamo ricordare, credere, sperare, amare. E’ il Consolatore che il Padre ci dona perché ci ama e ci ha legati a sé, eternamente. Perché …
«Non si può esporre lo Spirito di Dio come una merce.Solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere.Vedere e venire, vedere e dimorare
vanno di pari passo e sono inscindibili.
vanno di pari passo e sono inscindibili.Lo Spirito dimora nella parola di Gesùe non si ottiene la parola mediante discorsi,bensì mediante la costanza, mediante la vita» (Joseph Ratzinger, Dio e il mondo).
p. Giorgio Rossi

domenica 10 aprile 2016

Nel cenacolo riappare la vita, brilla il perdono

MEDITIAMO CON P. GIORGIO ROSSI

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 1-19).
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».



«Dove c'è Pietro, lì c’è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, lì non c’è affatto morte ma vita eterna». (Sant'Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos; PL 14, 1082). Pietro e la Chiesa. E la vita, e la fine della morte. E’ questo il desiderio d’ogni uomo, il nostro desiderio d’oggi, il più profondo, il più intenso, l’anelito che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, azione. La vita e mai più nessuna morte. Non ci arrendiamo all’ineluttabile scorrere, v’è dentro un grido più forte di tutto, l’accorato appello lanciato ad una vita che sembra sorda ad ogni richiamo, che sfugge malvagia senza risposta. Tutti drogati di qualcosa o di qualcuno, senza libertà, sperando il cristallizzarsi, seppur effimero, d’un secondo almeno, un istante di tregua e di pace dove cullare le deluse speranze vissute solo in un sogno. 

La vita ci travolge, e ci spalanca dolori, e lacrime, e delusioni. Come il cammino dei due di Emmaus, che avevano sperato in Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, che li avrebbe liberati e invece.... Anche Lui chiuso in una “nuda tomba”, anche Lui solo. Nudo il Signore è sceso nella tomba, un sudario a venerarne le piaghe, e una pietra a sigillare le speranze. Nudo come tutti noi. Tre giorni. Un’eternità. Il silenzio e le lacrime. Tutto infranto e i desideri spezzati. 
E una sera, all’imbrunire d’un giorno di paura, i chiavistelli della vita ben serrati, nella stanza d’una pasqua appena volata via, ecco d’improvviso apparire un volto incandescente di luce, una voce, un saluto di Pace che trapassa i muri e i cuori. La Sua voce, il Suo volto, le Sue piaghe. E’ Lui, è proprio Lui, I segni del Suo amore inchiodato ad un legno, e quella luce da quelle ferite. E la gioia, incontenibile: era morto ed ora è qui, è vivo, è tornato. Vittorioso. Sulla morte. Sul peccato. Lì, in quel cenacolo, la vita. E’ scomparsa la morte, è apparsa la vita. La vita eterna. In mezzo a quel manipolo terrorizzato, che è scappato, che ha tradito, l’amore è esploso in una vita più forte della morte. Il perdono per ogni peccato. E Pietro, lui, la roccia, lui, il primo, il primo ad essere perdonato. Il primato del perdono e la roccia della Chiesa, della Sua Chiesa, è la misericordia. La beatitudine di Pietro, e di noi con lui, è tutta in questa esperienza: un perdono che nè carne e nè sangue possono rivelare. Un perdono che viene dal sepolcro, che ha attraversato l’inferno, che s’è fatto dono gratuito e immeritato. Perdonato. Solo uno sguardo perdonato può riconoscere Dio. I puri di cuore vedono Dio; gli occhi purificati nella Sua misericordia riconoscono Dio in un povero rabbì di Nazaret. Il figlio di Giuseppe, un uomo, Lui è il Messia. Dio fatto uomo. Nella precarietà, nelle contraddizioni della carne, in un corpo corruttibile abita Dio, e vive la Sua Vita immmortale. La Vita nella morte. E’ la fede della Chiesa, la risposta ad ogni speranza, sulla strada di Emmaus e sulle strade di ciascuno di noi. La vita che brilla nel perdono più forte della morte. L’amore di Dio che vince il sepolcro. Pietro, amato e perciò vivo. Pietro, perdonato e per questo roccia e fondamento della Chiesa. «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, lì non c’è affatto morte ma vita eterna». Con Pietro nella Chiesa si apprende l’amore. Ed in esso la Vita. Quella preparata per ogni uomo. La Chiesa porta del Cielo per ogni carne. Ed un Pastore a guidare il cammino. Un Pastore incarnato nel pastore che ci è donato. Pietro, ed ogni papa, schiude le porte del Cielo offrendo gratuitamente ad ogni uomo l’amore di Dio, la Sua misericordia. Un Pastore che prende il largo gettando le reti sulle parole di Gesù.

P. Giorgio Rossi

domenica 3 aprile 2016

Il significato di fare memoria della Misericordia di Dio

MEDITIAMO CON P. ALDO FORMENTIN

MEDITIAMO CON P. ALDO FORMENTIN
Nel compimento degli otto giorni della festa di Pasqua,  la Chiesa , nella sua tradizione, ricorda la Domenica in Albis. La Domenica di coloro che purificati durante la Veglia Pasquale con il Battesimo da ogni male – da ogni peccato, liberati dal demonio, fatti-liberi in Cristo, rigenerati dallo Spirito, che è Signore e dà la vita, e alimentati e riportati innanzi dalla Carità che rende santi in Cristo – partecipavano vestiti di bianco all’Eucaristia, alla presenza del Figlio dell'uomo, anche Lui vestito di bianco, di cui scrive Giovanni nella prima Lettura. 
Il clima di festa della Ia lettura, che noi cogliamo con gioia vera e profonda, nasce dal cuore di coloro che sono stati liberati da ogni tristezza, dalla radice di ogni tristezza che è il peccato. Quel clima di gioia è un po' quello in cui anche noi, dopo duemila anni, viviamo oggi in questa IIa Domenica di Pasqua. Il clima dell'anno di Grazia nel quale la Misericordia di Dio è apparsa tra gli uomini. 
Ed è importante, per noi, raccogliere l'invito di san Giovanni Paolo II che - obbediente alla "segretaria" del cuore di Dio, santa Faustina Kowalska – a chiamare questa Domenica in Albis anche la Domenica della Divina Misericordia. È un invito per noi a fare memoria, non una semplice memoria storica, ma una memoria che raccoglie il “vento” che il respiro di Gesù Risorto spirò apparendo agli Apostoli. Noi conosciamo questo Spirito quando andiamo a confessarci. È lo stesso Spirito che il sacerdote chiama in causa per la remissione dei peccati. In quel momento anche noi veniamo coinvolti, presi dentro questo “soffio rivitalizzante”, dentro il “respiro nuovo” di Gesù-risorto, dell’Uomo-Nuovo creato proprio per essere il primogenito tra gli uomini - che ricrea la faccia della Terra.

Nella notte di Pasqua la Chiesa canta l’avvenimento meraviglioso della nostra redenzione. E giunge a esclamare che se siamo stati creati in un modo bello e buono, in Cristo Risorto siamo stati ricreati in una forma molto migliore. Perciò è importante per noi, prima di tutto,  a compimento di questi otto giorni di Pasqua ringraziare Dio perché conservandoci nella fede ci fa raccogliere quella novità di vita che il Risorto porta a suoi: "Ricevete lo Spirito santo". E Gesù, in questo modo, incomincia come una creazione nuova, incomincia in ciascuno di noi come una forma di “vita nuova” che viene raccolta in quel gesto che compie Tommaso…
Tommaso è il discepolo che amava talmente Gesù che quando il Maestro si mise ad affermar che insistenza di voler salire a Gerusalemme – mentre tutti i suoi amici dicevano al Signore di non andarci perché là lo volevano uccidere!" - fu l'unico a dire: "Andiamo anche noi a morire con il Maestro!" Tommaso era così affezionato a Gesù, così appassionato del Maestro, che non poteva perdonarsi la colpa di non aver seguito il Maestro fino in fondo. Per lui non avrebbe mai dovuto accadere! Lui che avrebbe voluto dare la vita per il Maestro, come aveva anticipato nella sua bella esclamazione davanti ai suoi amici – è proprio lui, Tommaso “l'uomo nuovo”, l’uomo ri-fatto, come con un nuovo inizio d’umanità a partire dal Signore Risorto che lui riconosce come suo Signore e suo Dio. È qui che la creatura - fatta per Dio, che sente nostalgia di Dio … il suo cuore è stato fatto in modo tale che solo Dio lo può riempire, lo può mettere in pace, lo può saziare di tutto l'amore di cui è capace – è qui finalmente trova l’umanità vera da cui  ripartire.
Ed è importante, perciò, che ci riconosciamo in Tommaso, perché lo spirito che viene effuso da Gesù e che spazza via ogni forma di peccato - quella nebbia che impedisce all'uomo di “vedere” - finalmente concilia l'umanità, le garantisce la grazia di incominciare a dire "Mio Signore e mio Dio". 
Questa è la grazia che si compie negli otto giorni di Pasqua: il momento in cui l'uomo può finalmente dire con tutto se stesso ciò per cui è stato fatto. Come un bambino grida "mamma" così l'uomo-Tommaso, noi, ciascuno di noi può dire "Mio Signore e mio Dio". Ed è questa la grazia che a compimento degli otto giorni noi vogliamo raccogliere.
Da un lato, la grazia di una riconoscenza sconfinata verso Dio che ci ha amati da morire fino a dare suo Figlio per noi. Non solo, ma a darci suo figlio attraverso il suo Spirito, in tal modo che ci possa seguire, che ci possa sostenere, ultimamente facendosi Cibo per la nostra esistenza.
In questo giorno della Misericordia noi vogliamo essere partecipi della festa che si fa in Cielo ("Si fa più festa in cielo per un solo peccatore che si converte", da Tommaso a ciascuno di noi oggi, fino all'ultimo battezzato, rigenerato a vita nuova nello Spirito Santo)...Questa festa è propria dell'umanità che non conosce più tramonto. Una festa che non conosce più tristezza…
Ma dobbiamo anche raccogliere il mandato di Gesù quando ai suoi discepoli dice, dopo aver dato loro la Pace, “Andate , predicate”. È questa non solo un'urgenza che Gesù ci mette, ma è una necessità, perché chi è mosso dallo Spirito ovunque deve “spirare”: non lui, ma lo Spirito…
E perciò vorremmo chiedere la grazia alla Madonna di essere così docili da raccogliere, con sensibilità e ulteriore devozione, i doni dello Spirito santo… Lo Spirito infatti continua a portare in mezzo agli uomini - proprio attraverso di noi/Tommaso - questo "Mio Signore e mio Dio" che ultimamente riporta a casa ogni uomo. Riporta ogni uomo  a dire "mamma". Ed è bello ricordare come Edith Stein, parlando dello Spirito esclama: “Non sei tu la mamma dei credenti”?…
È importante che lo Spirito ci spinga perché ognuno possa accogliere questo invincibile spirito di vita risorta. S. Faustina Kowalska – nel giorno della Divina Misericordia - ci convince in un modo tale da dirci che nessun peccato può dividerci più dal l'appartenere a Dio. Siamo definitivamente “Suoi”, anima e corpo. Nello stesso tempo ciascuno di noi è invitato a custodire lo Spirito; perché lo Spirito non venga rattristato soprattutto dall'abitudine, dalla quella forma di distrazione e di superficialità con cui ci abituiamo un po' a tutto…
La Vergine santa, lei che custodiva, che è maestra nel custodire ciò che porta la vita di Dio in mezzo agli uomini ci aiuti, interceda per noi, ma anche implori per noi la grazia che sappiamo essere attenti l'uno all'altro, perché lo Spirito possa così custodire la sua opera tra di noi: con un lavoro di carità, con un essere dono l'uno all'altro di ciò che Dio vuole dirci e vuole darci….
Sia lodato Gesù Cristo!


p. Aldo Formentin

domenica 24 gennaio 2016

Tra tante voci l' Unica necessaria, da ascoltare adorando


MEDITIAMO CON P. ENZO CAIFFA

I lettura: Libro di Neemia 8,2-4a.5-6.8-10
Vangelo: Luca 1,1-4.4,14-21.

La liturgia odierna mette in speciale risalto la celebrazione della parola di Dio.
Costatiamo che ci viene presentata una grande liturgia della Parola: il popolo alla proclamazione solenne della legge divina “tende l'orecchio” “all'apertura del libro si alza in piedi” risponde “amen” e “si inginocchia prostrandosi con la faccia a terra”. La celebrazione eucaristica, fonte e culmine della vita della chiesa, ripropone la stessa dinamica, ma propone un centro un fulcro: Cristo. Lui è il messaggio definitivo, la realizzazione della promessa di Dio fatta carne. Nella sua persona avviene quella piena comunione anelata e attesa dall'umanità.

Nella Parola il popolo trova la presenza di Dio cogliendo il dinamismo dell'azione di grazia che getta una luce sulla comprensione della propria esistenza. Troviamo indicate tutte le disposizioni per l'ascolto della Parola di Dio: rispetto, attenzione, confronto della propria condotta con il sacro testo, pentimento dei propri peccati, gioia di avere scoperto una volta di più la Volontà di Dio espressa nella sua legge.
Tutta la tradizione spirituale del Carmelo vede in questo il suo punto centrale e la sua nota caratteristica, tanto che il Carmelo si identifica con questo impegno vocazionale e con questo carisma spirituale. La vocazione a “meditare giorno e notte la legge del Signore”è il fondamento dell'ideale contemplativo: meditarla cioè in continuità. Questo  meditare “ giorno e notte” la Parola, nel concreto dei nostri giorni, vuol dire che il tempo da dedicare a questo ascolto deve avere una certa consistenza. La continuità e la perennità della meditazione è data dall'esclusività dell'ascolto: se ascolto Dio solo, medito; se ascolto ciò che Dio non è, non medito; è allora il turbinio delle voci che invade la mia vita. Il Carmelo è sopraffatto dal senso di Dio, ne offre un'incarnazione vivente il profeta Elia : “se il Signore è Dio seguitelo” (1 Re 18,21) Dio è Dio! perciò non può tollerare l'ondeggiare d'Israele tra dio e gli idoli: “fino a quando zoppicherete con i due piedi?” cioè riconoscetelo per tale, accettate la sua presenza , la sua legge, il suo dominio.
Occorre rendersi conto , per esempio, che  gli itinerari di purificazione ascetica di cui soprattutto S. Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce ci hanno insegnato le strade, sono intimamente legati alla pienezza del meditare. Non a caso, quando le monache hanno chiesto a S. Teresa di insegnare loro a pregare, la Santa ha scritto il  “Cammino di perfezione”, cioè un itinerario di purificazione.  “Mi avete chiesto, figlie mie, di insegnarvi a fare orazione: e ora incomincio a parlarvi di umiltà, comincerò a parlarvi della povertà, comincerò a parlavi della carità”. Sono questi i valori evangelici, vissuti come li ha vissuti Cristo, che rendono me raccolto, che rendono me libero di fronte a tutte le voci la voci, che aiutano ad ascoltare  la voce del Signore, l'unica voce che ascolto, l'unico richiamo che sento, l'unico consenso che offro alla mia vita. Dobbiamo difenderci da una serie di cose che oggi invadono ogni spazio e occupano un po' tutti i momenti della nostra esistenza. Quante voci! Quanti messaggi, quanti vangeli...non si finisce mai; eppure una cosa sola è necessaria, una sola voce è apportatrice di verità, un solo Signore è  donatore di grazia e di salvezza. Dobbiamo diventare dei contemplativi della Parola e non ci vogliono molte parole per essere contemplativi, anche perché, e ce lo ricorda S. Giovanni della Croce, Dio benedetto ha detto una sola Parola: il suo Verbo.
Questo ha un valore spirituale grandissimo, anche perché è il principio di una consolazione che al Carmelo non deve mai mancare: il Signore vuole me, mi cerca per nome e mi dice: “Vieni ti condurrò nella solitudine e là parlerò al tua cuore “. Ci  vuole tanta umiltà… stiamo attenti a non essere padroni della Parola di Dio ma servitori. Che il Signore ci conceda l'umiltà davanti alla sua Parola.
La sua Parola è adorabile, quando si adora si tace, quando si adora si cade nello stupore,  quando si adora non si ragiona.
Guardiamo al Santo profeta Elia: quando il profeta è in mezzo agli uomini è fiamma, quando è dinnanzi a Dio è prostrato nella trepidazione, nel timore della sua maestà: è chino a terra si copre il volto, trema (1 Re 18, 43-19,13). Tutto ciò merita attenzione!
Prototipi di questo ideale sono: il profeta Elia, S. Teresa di Gesù, Giovanni della Croce. Guardiamoli in questa luce: sono davvero creature che hanno fatto della loro vita l'incarnazione perfetta dell'ascolto attento, religioso, tradotto in pratica di vita.

Il progetto di Dio ci coinvolge in prima persona invitandoci a diventare protagonisti attivi, e costruttori del regno in forza dei propri carismi.
P. Vincenzo Caiffa, ocd

domenica 3 gennaio 2016

Il Verbo di Dio ha posto la sua dimora in mezzo a noi.


MEDITIAMO CON P. ARNALDO PIGNA 


Ha posto la sua dimora in mezzo a noi. (Gv 1, 1-18)

La liturgia del Natale si concentra sugli eventi che riguardano la nascita di Gesù Bambino, e ci invita soprattutto a contemplarlo nella fragilità, umiltà, povertà del presepio. In questo bambino cogliamo, in modo plastico, la tenerezza di Dio nei nostri riguardi. Ma ciò lo possiamo percepire solo se riusciamo a capire chi è questo bambino che gli angeli lo indicano come salvatore.
            Nella professione di fede che noi stiamo per rinnovare in questa Messa affermiamo  che egli è “l’Unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, per mezzo del quale tutte le cose sono state create”. La liturgia odierna ci invita a riflettere su questo dogma centrale della nostra fede proponendo la lettura del prologo di Giovanni, che potremmo definire come la rivelazione suprema del mistero di questo bambino, nella sua identità di Uomo-Dio e nella sua missione di Salvatore del mondo. In esso c’è in sintesi tutta le teologia del Natale: incarnazione o umanizzazione di Dio per la divinizzazione dell’uomo.

   Giovanni afferma che questo Gesù è il “Verbo di Dio”, espressione di non facile comprensione per chi non ha famigliarità con la terminologia filosofica, tradotta in termini più accessibili tale espressione ha un significato estremamente chiaro, essa vuol dire “Figlio di Dio”. Gesù, annuncia s. Paolo, “è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra… Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono… Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui” (Col 1, 16-17). 
   Ebbene, questo Figlio che esiste nell’eternità di Dio, questo Figlio da cui tutto procede e a cui tutto tende come a proprio fine e ragione, questo Figlio si è “fatto carne”. Giovanni usa il termine “carne” per affermare che il Verbo si è fatto uomo, inteso nella sua realtà storica, fragile, debole, passibile e caduca. L’uomo in tutta la sua impotenza, plasticamente manifestata nella condizione del bambino che in tutto e per tutto dipende dagli altri.

  Questo bambino che contempliamo nel presepio è, dunque, il Figlio di Dio. Facendosi  uno di noi e venendo ad abitare in mezzo a noi, il Verbo diventa l’Emmanuele, “Dio con noi”, come sottolinea l’evangelista Matteo riferendosi a un testo di Isaia (Mt 1,23; Is 7,14).
           
   C’ è stato un tempo, all’inizio del cristianesimo, in cui si aveva difficoltà ad ammettere che Gesù era vero uomo, perché, secondo la riflessione dei filosofi, Dio era troppo grande e troppo elevato per potersi immischiare con la polvere di cui è formato l’uomo, anzi nemmeno si accettava che Dio arrivasse a prendersene cura. “Solo un pazzo, sentenziava Aristotele, può credere che Dio si preoccupa di lui”. Secondo questa visione religiosa l’affermazione di Giovanni risultava del tutto scandalosa, e alcuni cercavano di renderla accettabile dicendo che Gesù aveva acquisito solo le sembianze di uomo; Egli, dunque, appariva come uomo ma non era veramente tale (eresia docetista).
    Oggi la situazione è del tutto capovolta. Nel nostro mondo è quasi impossibile trovare chi neghi la umanità di Cristo. Potremmo dire che tutti, compresi i miscredenti, dichiarano di vedere in Lui un Uomo straordinario che con la sua elevatissima dottrina morale (anche se, dicono, un po’ troppo idealista) e il sublime esempio della sua vita ha immesso una linfa nuova e un cambiamento profondo nella storia della umanità. Quanto poi al fatto che questo uomo sia Dio, non viene preso nemmeno in considerazione. Talvolta anche i credenti tendono a mettere in ombra la divinità di Gesù per, si dice, aiutare gli uomini a sentirselo più vicino.
      Ma in questo modo si rischia di ridurre Gesù ad un personaggio del passato che non possiamo più incontrare, e a misconoscerne la missione. Il suo nome “Emmanuele” rimarrebbe per noi vuoto di senso, e l’appellativo di “Salvatore” una vana parola.
     Gesù è una persona viva che continua ad essere presente nel nostro oggi, perché Dio; e, perché Dio, continua ad essere luce che, accolta, elimina le nostre tenebre, continua ad essere vita che, accolta, ci fa superare e vincere la morte. Proprio perché Dio la sua presenza e la sua missione si prolunga nel tempo e per l’eternità. Tutti lo possono incontrare e a tutti Lui va personalmente incontro. Non ha alcun senso pensare che Gesù sia venuto a portare, in Sé, la salvezza, soltanto a quelli che lo hanno incontrato ed accolto nelle strade della Palestina. Occorre ricordare sempre che la salvezza non è un qualcosa che Lui ci dà, la salvezza è Lui che ci si dà. La salvezza è comunione e possesso di Dio, un Dio che, appunto, ci si dà in Gesù. Senza incontro e comunione personale con Gesù non c’è salvezza. Ed è evidente che non si può avere vero incontro personale con un personaggio del passato, non più presente, ormai consegnato alla storia.

  Se non vediamo in questo bambino Dio, se non lo adoriamo, se non lo ringraziamo, il Natale viene vissuto solo in chiave sentimentale, magari con qualche generico richiamo alla bontà, un richiamo che, però, non lascia traccia.
  E’ vero, dobbiamo mostrare che Gesù è vicino all’uomo avendo assunto tutto di noi eccetto il peccato, ma, appunto, dobbiamo annunciare che in questo uomo del tutto simile a noi è Dio che si rende a noi presente, visibile e tangibile. Questa è l’identità profonda di Gesù: perfetto uomo e vero Dio allo stesso tempo. In caso contrario non presentiamo Gesù, ma una sua deformazione e con ciò svuotiamo la fede cristiana del suo mistero centrale. In effetti ognuno che si dichiara cristiano, qualunque sia la confessione a cui appartenga, ammette come dogma irrinunciabile la Trinità di Dio e l’Incarnazione del Verbo.
  Tutto ciò, certo, non lo possiamo razionalmente spiegare, ma possiamo in un certo qual modo coglierne la ragione. Essa si trova nell’altra affermazione a cui Giovanni è arrivato dopo aver conosciuto e toccato il Verbo della vita (1 Gv 1,1); incontrando e vivendo con Gesù egli ha scoperto che “Dio è amore” (1 Gv 4,16). Questa è l’unica ragione che spiega l’incredibile gesto di Dio che manda il Figlio ad incarnarsi e a operare la nostra salvezza.

  Ma proprio perché Amore, Dio non ha altra arma che l’amore per attirarci a Sé e renderci partecipi della sua vita; Egli, pertanto, è impotente di fronte a coloro che si rifiutano di accoglierlo. Purtroppo ciò si verifica, come amaramente deve costatare l’evangelista: il Verbo di Dio, creatore e fine di tutto, venne nella sua casa ma i suoi non l’accolsero; rifiutando il suo gesto di amore infinito hanno preferito restare nelle tenebre e nel regno della morte. E continuano a farlo. E’ il mistero della libertà dell’uomo che lo rende capace perfino di resistere ed opporsi a Dio; una libertà che, però, non cessa di essere il capolavoro della creazione, segno supremo della immagine di Sé che il Creatore lascia impressa nella sua creatura (GS 17). Egli, che non gioca con la sua creatura e conserva tutto ciò che ha chiamato all’esistenza, rispetta in modo assoluto la libertà dell’uomo, fino a correre il rischio terribile che lo rifiuti per sempre. Ma, quale che sia la risposta, Egli continua ad amarlo, ad offrirgli una piena comunione di vita, e, se finalmente lo accoglie, lo libera dalle tenebre e dalla morte, gli dà  potere di diventare figlio e membro della sua famiglia. “A quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12).
           
  Quello che il Padre ha operato nel suo Verbo incarnato continua ad operarlo fino alla fine dei tempi. In effetti, diventato “Emmanuele” e “Salvatore”, Gesù non può continuare ad esistere se non “essendo con noi” e “operando per noi”. E’ un compagno di viaggio che non ci abbandonerà mai più. Può, però, capitare che, come i discepoli di Emmaus, noi non ci accorgiamo o ci dimentichiamo della sua presenza. Ma, ancora come i discepoli di Emmaus, dobbiamo imparare anche noi a riconoscerlo nell’ascolto e nella meditazione della sua parola, nell’accoglierlo in casa e nello spezzare il pane con Lui presente nel fratello.

 P. Arnaldo Pigna

domenica 20 dicembre 2015

"Beata colei che ha creduto..." e porta nel mondo la Gioia!

MEDITIAMO CON P. ANDREA GRIGOLO, OCD
Dal Vangelo di Luca 1, 39-45


Ancora pochi giorni e celebreremo la gioia del Natale: Dio si fa così vicino da diventare uno di noi!
E nel suo vangelo Luca pennella così lo stato d'animo di Maria: tutta presa dalla gioia dell'incontro con l'angelo si reca dalla cugina Elisabetta. Ma è soprattutto colui che in Lei dimora che la rende veramente unica, e l'anziana Elisabetta lo avverte, ma solo dopo che la creatura che porta nel grembo – il futuro precursore del Messia – ha esultato di gioia in lei.
Elisabetta, per opera dello Spirito, comprende che la giovane cugina è già fin d'ora beata perchè ha creduto alla Parola del Signore. Maria infatti non ha dubitato un solo istante su quanto l'angelo le aveva detto.

Certe volte, nella nostra vita, ci sembra che Dio non possa nemmeno amarci o mantenere le promesse che ci ha fatto, semplicemente perchè ci sembra impossibile che Egli si ricordi davvero di noi. Eppure, Maria sta a ricordarci che, quando si crede veramente in Dio e non gli si pone nessun limite di azione nella nostra vita, Egli può davvero fare quello che vuole, anche miracoli.

Se da una parte oggi assistiamo alla scena evangelica ove la gioia sembra sprizzare da ogni poro di queste due donne per l'immenso dono che hanno benevolmente ricevuto da Dio, dall'altra facciamo esperienza quotidiana come attorno a noi la gioia sia diventata merce rara.
Sono tanti i cristiani che non conoscono la gioia. E anche quando sono in chiesa a lodare Dio, sembrano a un funerale più che a una celebrazione gioiosa. Se invece imparassero a uscire da se stessi e a rendere grazie a Dio, capirebbero realmente cos’è quella gioia che ci rende liberi, liberi di amare quel Dio per il quale Maria canta il suo inno di gratitudine (Lc 1,46-55).
Il canto di Maria è veramente un'esplosione di gioia, una lode che, a nome di tutti i piccoli di ogni tempo, ella eleva a Dio come ringraziamento perchè egli, nella sua misericordia, ha manifestato la sua giustizia esaltando gli umili e i poveri. In questo cantico Maria ci spiega quali sono i gusti di Dio: egli posa lo sguardo su coloro che cercano la sua amicizia, e che sono ricchi soltanto della sua grazia.
In quest'anno giubilare della Misericordia chiediamo a Maria di aiutarci a vivere secondo uno spirito di fede, di vero abbandono fiducioso nelle mani del Padre, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo. Lui è l’autore della gioia. E questa gioia nello Spirito ci dà la vera libertà cristiana. Senza gioia noi cristiani non possiamo diventare liberi.
Riflessioni:
- Tutto in Dio è gioia. Ma noi cristiani non siamo tanto abituati a parlare di gioia. Ma che cosa è la gioia? La chiave per capire questa gioia è quello che dice il vangelo: “Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”. Quello che ci dà la gioia è lo Spirito. Solo chi è docile alle sue mozioni può riceverla quale anticipo della gioia che si vivrà in pienezza in quel Regno che il Padre ha preparato per tutti i suoi figli...
- La novità attorno a noi sta germogliando. La forza della vita non fa rumore. È necessario avere occhi e cuore capaci di accorgersi che Dio continuamente lavora per quel mondo, il nostro mondo, che da sempre ha tanto amato e per il quale ha dato la sua vita, ed invita tutti noi a far altrettanto a favore di quanti Egli pone sul nostro cammino.
Preghiera:

Signore, sapere che hai guardato alla mia piccolezza, che sono nei tuoi pensieri, mi fa esultare di gioia. Voglio far entrare la tua Parola in me, come ha fatto Maria, nostra Madre, per farti nascere ancora nel mondo, "... affinché si faccia nella mia anima come una incarnazione del Verbo e io gli sia un'umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero. E Tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, "coprila della tua ombra", non vedere in lei che "il Prediletto nel quale hai posto tutte le tue compiacenze"
(Elevazione alla SS. Trinità, della Beata sr. Elisabetta della Trinità, 21 novembre 1904, Festa della Presentazione di Maria al Tempio). "

Buon Natale a tutti!
p. Andrea Grigolo, ocd

domenica 13 dicembre 2015

Interroghiamo il Battista, come le folle

MEDITIAMO CON P. GIORGIO ROSSI, OCD

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3, 10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

                                                                        
L’invito di Giovanni il Battista alla conversione è stato accolto da tutto il popolo ad eccezione dei rappresentanti dell’Istituzione religiosa. Al suo battesimo accorrono le folle, addirittura pubblicani, soldati ma, sono assenti gli Scribi, i Sacerdoti e i Farisei, refrattari e ostili ad ogni invito al cambiamento. Le folle che invece accolgono l’invito di Giovanni lo interrogano su ciò che debbono fare. E la risposta ha a che fare con opere degne di conversione, di cambiamento. Giovanni non dice nulla che riguardi la religione, il culto: non dice di andare di più al Tempio, di portare delle offerte, di pregare di più... Ma invita tutti ad essere giusti, solidali, e a condividere. Con Giovanni il Battista si profila all’orizzonte il grande cambiamento che porterà Gesù: il peccato è ciò che offende Dio perché offende l’uomo.
Si finisce per offendere qualcuno a furia di credere alle lodi che ci vengono rivolte dall’esterno. Per questo Teresa d’Avila dice alle sue amiche: «non lasciate passare tali lodi (che ricevete) senza ributtarle, almeno nel vostro interno, come vi sarà assai se ne avrete l’abitudine. Ricordate in che stato il mondo ha ridotto Cristo Signor Nostro dopo averlo tanto esaltato il giorno delle Palme. Ricordate la stima di cui ha circondato S. Giovanni Battista, fino a tenerlo per Messia, e come poi, e per qual motivo, ha voluto che fosse decapitato» (Teresa di Gesù, Pensieri sull’amor di Dio 2, 12).
Seguiamo il consiglio di Teresa a seguiamo un’altra voce; quella «che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (Mt 3, 3). 
Come le folle interroghiamo il Battista: Maestro, che cosa dobbiamo fare? Risponde Giovanni: Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, invitando alla pratica della condivisione. E chi ha da mangiare faccia altrettanto. L’invito è a essere solidali nei confronti degli altri. Ai pubblicani, gente considerata impura per eccellenza a quel tempo, priva di qualunque speranza di salvezza, Giovanni dice di continuare pure la loro attività, allora considerata disonesta, onestamente.  Interrogato dai soldati: E noi, che cosa dobbiamo fare? Risponde: non maltrattate e non estorcete niente a nessuno (non prendete denaro con violenza, accontentatevi delle vostre paghe). Invita alla pratica della giustizia, a non abbandonarsi, come purtroppo accadeva spesso allora, alla pratica di saccheggi e rapine.
Il popolo era in attesa, c’è grande aspettativa nel popolo. Ma Giovanni non è il Messia, l’Unto, il liberatore atteso. Risponde di battezzare con acqua, con un rito esterno. L’acqua è un elemento esterno. Soprattutto di non essere degno di slegare i lacci dei sandali ad uno che sarebbe venuto dopo di lui. Per comprendere questa espressione bisogna rifarsi alla pratica matrimoniale dell’epoca che seguiva, tra l’altro, una legge chiamata “del levirato” (da levir, cognato). Quando una donna rimaneva vedova senza un figlio, il cognato aveva l’obbligo di metterla incinta. Se il cognato si rifiutava, gli subentrava colui che secondo la scala giuridica ne aveva il diritto. Per farlo scioglieva i legacci dei sandali dell’uomo e li indossava lui (cfr Dt 25, o la storia di Rut). Giovanni sta dunque dicendo: colui che deve fecondare questo popolo, che deve garantirne una discendenza, non sono io ma un altro. Battezzerà in Spirito Santo, impregnando le persone della forza, dell’energia di Dio, per chi Lo vorrà accettare. E fuoco, castigo, per chi lo rifiuterà. Tiene infatti in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile.
E sarà proprio quell’Altro a superare Giovanni, rivelando come da parte di Dio ci sia invero soltanto un’offerta d’amore; e non ci sia cenno di castigo per i malvagi. Quando infatti Gesù citerà quel che Giovanni ha detto qui censurerà il fatto del fuoco: «Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito santo fra non molti giorni» (Atti 1, 5). La buona notizia è quella di un Dio non buono ma, esclusivamente buono. Che riversa il Suo amore anche verso gli ingrati e i malvagi. E l’Inferno altro non è che la scelta della mancanza d’amore; l’odio verso Dio.


P. Giorgio Rossi ocd

sabato 28 novembre 2015

VEGLIATE IN OGNI MOMENTO, PREGANDO

MEDITIAMO CON P. ALZINIR DEBASTIANI, OCD

“VEGLIATE IN OGNI MOMENTO, PREGANDO” 
(Lc 21,36)
Carissimi fratelli e sorelle,
Siamo alle soglie di un nuovo Anno Liturgico. E l’inizio di ogni nuova tappa ci porta anche l’aspettativa di chiederci: cosa accadrà? Nel nostro caso, l’Avvento ci viene incontro per ricordarci l’evento cruciale della Storia della Salvezza: l’Incarnazione del Figlio di Dio, la sua entrata nel tempo come uno di noi, la attesa di Lui nell’antico Israele e la nostra attesa per la sua seconda venuta, le nostre speranze di un mondo migliore.
Ogni circostanza storica porta con sé caratteristiche proprie ed è segnata da avvenimenti che passano: alcuni li tratteniamo di più; altri ci sfuggono dalla mente pochi giorni dopo; altri facciamo fatica a ricordarli, particolarmente nei nostri giorni carichi di tantissime informazioni che ci arrivano da ogni parte... Non così i fatti che ci vengono riportati alla memoria nella Liturgia della Chiesa. Sono eventi carichi di senso e portatori di speranza, ancora di più perché schiudono il senso della storia nel passato, come è il caso dei testi del profeta Isaia o della predicazione di Giovanni Battista che prepara il cammino del Signore, ma anche ci rimandano ad un futuro, aprendoci alla speranza dei cieli e terra nuovi, supplicando: “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20).
Sono eventi che parlano a noi oggi, richiamandoci alla realtà della sovranità di Dio presente in Gesù, non ancora pienamente realizzata, ma in realizzazione. Quindi, ogni tempo e ogni fedele è chiamato a collaborare responsabilmente, a mettere in atto i valori permanenti del Vangelo e capire come siamo chiamati a vivere queste settimane che precedono il Natale: con una preghiera attenta, che permetta di “vigilare su se stessi”, e accoglienti nei confronti della grazia di Dio che ci chiama a vincere il nostro egoismo e a fare posto a Lui nella nostra vita, molto spesso vissuta spensieratamente o secondo la mentalità del mondo.

Per questo l’Avvento ci richiama a vivere con un’attenzione interiore come quella della Madonna, la quale meditava nel suo cuore gli avvenimenti attorno a sé (Lc 2,19.52) e vi scopriva la presenza fedele e operante del Dio “che era, che è e che viene” (cfr. Ap 1,8; 4,8). Ella è certamente il modello per eccellenza della spiritualità dell’Avvento. Con Lei impariamo il “modo di comportarci per piacere a Dio” (1 Ts 4,1).
Come Madre nella fede, accolse la chiamata a essere collaboratrice dell’opera di salvezza del Padre. Poi, portando nel proprio seno l’Eterno fatto carne in Lei per opera dello Spirito Santo, lo sente crescere giorno dopo giorno…  Immaginiamo con quale amore tenero e stupefatto e in quale attesa umile e adorante avrà vissuto Maria, insieme a Giuseppe, questo sublime Mistero! Quale eredi della fede di Israele, la loro attesa fu un’attesa fiduciosa nell’arrivo del “germoglio giusto dalla casa di Davide” (I lettura) che avrebbe portato la salvezza al suo popolo. Possiamo dire anche che la loro attesa fu un’attesa operante nella carità, con i “cuori saldi”, “irreprensibili nella santità” davanti a Dio Padre. Possiamo vederli pregare quali pii Israeliti, parte dei poveri di Jaweh: “Fammi conoscere Signore le tue vie… Buono e retto è il Signore… i suoi sentieri sono amore e fedeltà per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti” (Sal 24). Così avranno custodito e vissuto la fede e la speranza, adempiendo quello che più tardi avrà detto il Figlio: “Vegliate in ogni momento, pregando”. Sì, perché la preghiera è il primo luogo dove impariamo ad avere la grande speranza, che è attiva, aperta a Dio e veramente umana (Benedetto XVI, Spe Salvi 32-34). Questa ci farà restare in piedi, con il capo alzato davanti alle difficoltà della vita.
La Madre del Verbo Incarnato e della Speranza, con la “dolcezza del suo sguardo ci accompagni […]  perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio” (MV 24); Lei interceda per ciascuno di noi, finché il nostro pellegrinaggio verso il Natale sia segnato dell’accogliere Gesù, “la tenerezza e misericordia del nostro Dio” (Lc 1, 78), in ogni persona che ci viene incontro in questo tempo doppiamente santo dell’Avvento, nel quale si aprirà il Giubileo della Misericordia.
Letture della 1 Domenica di Avvento 2015: Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36;                                                                               
Per la nostra riflessione:
  • Come ti comporti davanti agli avvenimenti della società di questi giorni? Con speranza attiva e fiduciosa? O ti lasci scoraggiare? In chi poni la tua speranza?
  • La preghiera vigile e fiduciosa nel Signore è la nostra forza. Come la stai vivendo?
  • Cosa ti proponi di cambiare nella tua vita, preparando così il tuo cuore, a vivere questo tempo santo?
  • In questa prima settimana di Avvento, considera con quale amore fiducioso hanno atteso Maria e Giuseppe la nascita di Gesù, cercando nel loro esempio la testimonianza utile per la tua vita e la vita della tua famiglia/comunitá.

Fr. Alzinir Francisco Debastiani OCD
Delegato Generale





mercoledì 12 novembre 2014

Un sito per "gustare la Parola"

Nato come contenitore per gli studenti del Teresianum nuovo sito delle edizioni OCD "Gustare la Parola" www.gustarelaparola.it  è oggi un archivio in fieri che darà a tutti la possibilità di accedere a materiale di studio e di lettura spirituale, a link utili, commenti al Vangelo, mp3 sulla liturgia della Parola, news e aggiornamenti vari, articoli di esegesi, teologia e spiritualità biblica in italiano, spagnolo, inglese e francese, per lo studio o l’approfondimento personale della teologia o della spiritualità biblica, sia dell’Antico, sia del Nuovo Testamento.
Il sito è curato da p. Roberto Fornara.