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domenica 29 maggio 2016

LASCIAMOCI NUTRIRE DI CRISTO PER IMPARARE A DARCI COME LUI

MEDITIAMO CON P. GIORGIO ROSSI
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9, 11-17).


In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. 
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Nella zona desertica di Betsaida, alla sera di una giornata spesa a prendersi cura dell’anima e del corpo di cinquemila persone, Gesù, presi in mano cinque pani e due pesci, anticipa sotto gli occhi di tutti quei gesti eucaristici che nell’ultima Cena consegnerà ai Dodici dicendo: “fate questo in memoria di me” (1Cor 11,24b). Nel deserto, moltiplica il cibo e lo fa distribuire alla folla; nel Cenacolo, lo trasforma in se stesso ed è lui a distribuirlo ai discepoli.
Sono due episodi separati nel tempo, ma collegati in quell’evento fondamentale per la Chiesa che Paolo ha ricevuto e trasmesso a sua volta: l’inconcepibile miracolo dell’Eucaristia, un Corpo preparato dal Padre per dare a tutti gli uomini la Vita del Figlio (Eb 10,5).
Il prodigio di Betsaida serve a saziare il corpo dei molti che hanno seguito Gesù per tre giorni senza provviste “al sacco”; quello del Cenacolo annuncia la fine di una fame molto più profonda, diffusa, vitale: quella del cuore. La fame saziata nel deserto serve a capire che il pane materiale, preparato nei villaggi e nelle campagne dagli uomini, non può soddisfare il loro radicale bisogno di verità e di vita vera ed eterna; solo il pane-Carne e il vino-Sangue di Gesù sono quel cibo incorruttibile che impedisce di perire, poiché la sua sostanza è Dio.
Inquadrando il contesto immediato del fatto, Luca racconta che Gesù si era ritirato in disparte, ma non sembra minimamente infastidito da queste folle implacabili: l’evangelista rivela infatti che egli “le accolse” (Lc 9,11b). Evidentemente non si era ritirato per sfuggire alla gente che lo cercava. Semmai è il suo ritrarsi che lo dispone ad accogliere. Gesù è abituato a “rientrare in se stesso”. Perciò sente i nostri problemi, sente le nostre debolezze, sente i nostri bisogni.
E in quel suo rientrare spesso “nel segreto”, nella stanza più intima, incontra lo sguardo dell’Unico che vede nel segreto della sua anima, che non smette mai di considerarlo Figlio, sa di cosa Egli è capace e provvede a che lo mostri a noi che invece viviamo come orfani, che fanno tutto per essere notati e amati, ammirati e lodati; anche quando ci nascondiamo scappando dagli altri, in fondo è perché la nostra vita dipende da chi ci è intorno. Pericolosissima situazione di chi è vuoto dentro, nel cuore come nella mente, e vagabonda mendicando qualsiasi cosa pur di riempire la voragine che stordisce e rapisce gioia e pace.
Pericolosa per i giovani, che avvelenano con perversioni di ogni tipo occhi, mente e carne ancora verdi e perciò vulnerabilissimi, sporcando l’immagine dell’amore, della sessualità, delle relazioni tra uomo e donna, tra gli amici.
Pericolosa per gli adulti, che possono bruciare le Grazie ricevute barattando la primogenitura dei figli di Dio con un po’ di consolazione: prestigio, considerazione, ossequi e falsità senza limite e fine, che incensano il tempo sufficiente ad arraffarci la poca vita che ci rimane per abbandonarci più soli e disperati di prima.
Pericolosa per gli anziani, che possono cadere nella trappola dell’insoddisfazione, della solitudine, del sentirsi abbandonati da tutti, lasciandosi andare così alla mormorazione, al giudizio per figli e parenti, e trasformarsi in gocce di acido che sfregiano tutto ciò a cui si avvicinano.
Pericolosa per i sacerdoti e i religiosi, che si possono trasformare in esecutori freddi di culto e dispensatori di routine di sacramenti, che usano e pervertono le cose sante per saziare la propria carne ridotta a spugna secca.  
Quanti orfani sparsi nel mondo. Ci siamo dentro anche noi, che spendiamo il tempo fuori del segreto; che non abbiamo un luogo segreto dove si è figli del Padre e dove tornare per riposare.
Troppo spesso la nostra vita non ha segreti mentre tutto è tragicamente pubblico; sempre connessi con il mondo, sempre fuori come Esaù a disperdere la primogenitura, attingendo dall’esterno il senso che impedisca al tutto di volare via. 
Gesù allora ci invita a sedere a gruppi di cinquanta, a non essere più folla ma piccole comunità, nutrite dal pane di Dio. Poi prende quei pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione – è chiaro il riferimento all’Eucaristia –, poi li spezza e comincia a darli ai discepoli, e i discepoli li distribuiscono… e i pani e i pesci non finiscono… Mangiano tutti e se ne avanza: è il segno di Gesù, è il “di più” dell’amore. È la logica del servizio, del saper condividere il poco che siamo e che abbiamo. Del non chiuderci mai in noi stessi ma del rientrare. Per poi uscire di nuovo. E di nuovo ancora.

Nel Sacramento dell’altare «il Signore viene incontro all'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,27), facendosi suo compagno di viaggio» (Sacramentum Caritatis, 2).
p. Giorgio Rossi 

domenica 1 maggio 2016

Il grande dono dello Spirito, da custodire in noi

MEDITIAMO CON P. GIORGIO ROSSI
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 23-29).


In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: 
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Abbiamo bisogno di un Consolatore. Qualcuno che, dinanzi alle difficoltà, ai dubbi, alle angosce, ci sussurri che Dio ci ama, che non si è dimenticato di noi. Non possiamo fare a meno di Qualcuno che ci ricordi le parole del Signore, che le sigilli e le custodisca in noi. Qualcuno che ci dia forza e audacia, per osservare, custodire, compiere. Qualcuno che ci unisca al Signore. Lo Spirito Santo: è Lui il Consolatore che ci pone nell'intimità di Dio. Per questo il compimento del Mistero Pasquale del Signore è l’effusione dello Spirito Santo, il dono che, colmando il nostro cuore, non delude la speranza e ci fa partecipi della natura divina, ci fa familiari di Dio. Queste non sono solo affermazioni di un libro di teologia, sono la nostra vita. Il dimorare in Dio, il rimanere nell’amore di Gesù non è questione di sentimenti. È vivere come Lui, rimanere in Lui perché sia Lui ad operare in noi.
In ogni momento possiamo rimanere in Cristo, custodendo la sua opera in noi. Come fu in quel pomeriggio per Giovanni e Andrea che andarono e videro dove Gesù abitava rimanendo presso di Lui, è possibile anche per noi andare da Lui negli eventi concreti, alle quattro del pomeriggio, come alle sette della mattina o alle nove della sera, per vedere la sua dimora nella nostra storia e rimanere presso di Lui. Uscendo con la fidanzata, con il testo di algebra o di anatomia dinanzi agli occhi, cambiando pannolini o passando l’aspirapolvere, al mercato o sulla metropolitana, in una riunione di marketing o imbottigliati nel traffico dell’ora di punta, ogni luogo è quello giusto per dimorare in Cristo. Ascoltare e custodire in ogni istante, per vedere crescere in noi il frutto squisito dell’intimità con Lui, il dono totale del suo amore che suscita il dono di noi stessi, la gioia piena che nessuno potrà mai toglierci.
Conosciamo i nostri limiti. Per questo ci è necessario un Consolatore, uno che ci ripeta “Coraggio, non temere, tu sei Figlio, Dio ti ama e compirà in te l’opera Sua”. Abbiamo bisogno della vita di Dio, del Suo respiro di vita in noi. Ne abbiamo bisogno, più dell’aria che respiriamo. Perché è lo stesso amore con il quale possiamo amare Dio e il Suo Figlio e così dimorare in Loro ed Essi in noi.
Nell'Antico Testamento “Dimora” è il termine con cui è indicato il “santuario”. Il nome sottolinea la decisione di Dio di “abitare” in mezzo al suo popolo.

In Cristo, Dimora incarnata di Dio, i cristiani, unti (cristi) dello stesso Spirito, testimoniano nella propria vita, portando in sé l’Arca dell’Alleanza, l’amore infinito di Dio per tutti gli uomini, speranza e segno tangibile della sua dimora tra di loro. Sulla nostra vita vigilano i cherubini, come dinanzi alla tomba vuota del Signore, a segnare il cammino di ritorno al Paradiso già da loro sbarrato, la dimora eterna preparata da Dio in Cristo suo Figlio. È lo Spirito Santo che rende attuale in ogni nostro giorno l’esperienza unica del Sinai, nel dono rinnovato dell’Alleanza e nel potere di ascoltare e compiere ogni comandamento.
Lo Spirito Santo è Colui che ci fa uno con Dio, che ci trasporta, per così dire, nella profondità divina per colmarci della Sua natura. Non si tratta così di sforzarci, di impegnarci, di buona volontà. Non basta. L’agape è dono che viene dal Cielo. Amare Gesù è soprattutto quella rettitudine di intenzione che si coniuga nel desiderio di Lui, nel custodire trepidanti le sue Parole di vita, come si custodisce gelosamente la cosa più cara. Amarlo perché prenda dimora insieme con il Padre è gemere attraverso lo Spirito Santo implorando di compiere in noi quanto non siamo capaci, perché senza di Lui non possiamo fare nulla, non siamo casti, sinceri, generosi, pazienti, mansueti, rispettosi. Senza di Lui non sappiamo amare, e così amarlo è soprattutto un desiderio ardente di poter finalmente amare. Questo dono oggi è pronto per noi, come ogni giorno. In esso è custodita la memoria della vita di Cristo e delle sue Parole, come nell’Arca era custodita l’Alleanza che faceva dimorare Dio in mezzo al Popolo; per lo Spirito Santo che ha unto la Dimora e il Signore Gesù, possiamo ricordare, credere, sperare, amare. E’ il Consolatore che il Padre ci dona perché ci ama e ci ha legati a sé, eternamente. Perché …
«Non si può esporre lo Spirito di Dio come una merce.Solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere.Vedere e venire, vedere e dimorare
vanno di pari passo e sono inscindibili.
vanno di pari passo e sono inscindibili.Lo Spirito dimora nella parola di Gesùe non si ottiene la parola mediante discorsi,bensì mediante la costanza, mediante la vita» (Joseph Ratzinger, Dio e il mondo).
p. Giorgio Rossi

domenica 3 aprile 2016

Il significato di fare memoria della Misericordia di Dio

MEDITIAMO CON P. ALDO FORMENTIN

MEDITIAMO CON P. ALDO FORMENTIN
Nel compimento degli otto giorni della festa di Pasqua,  la Chiesa , nella sua tradizione, ricorda la Domenica in Albis. La Domenica di coloro che purificati durante la Veglia Pasquale con il Battesimo da ogni male – da ogni peccato, liberati dal demonio, fatti-liberi in Cristo, rigenerati dallo Spirito, che è Signore e dà la vita, e alimentati e riportati innanzi dalla Carità che rende santi in Cristo – partecipavano vestiti di bianco all’Eucaristia, alla presenza del Figlio dell'uomo, anche Lui vestito di bianco, di cui scrive Giovanni nella prima Lettura. 
Il clima di festa della Ia lettura, che noi cogliamo con gioia vera e profonda, nasce dal cuore di coloro che sono stati liberati da ogni tristezza, dalla radice di ogni tristezza che è il peccato. Quel clima di gioia è un po' quello in cui anche noi, dopo duemila anni, viviamo oggi in questa IIa Domenica di Pasqua. Il clima dell'anno di Grazia nel quale la Misericordia di Dio è apparsa tra gli uomini. 
Ed è importante, per noi, raccogliere l'invito di san Giovanni Paolo II che - obbediente alla "segretaria" del cuore di Dio, santa Faustina Kowalska – a chiamare questa Domenica in Albis anche la Domenica della Divina Misericordia. È un invito per noi a fare memoria, non una semplice memoria storica, ma una memoria che raccoglie il “vento” che il respiro di Gesù Risorto spirò apparendo agli Apostoli. Noi conosciamo questo Spirito quando andiamo a confessarci. È lo stesso Spirito che il sacerdote chiama in causa per la remissione dei peccati. In quel momento anche noi veniamo coinvolti, presi dentro questo “soffio rivitalizzante”, dentro il “respiro nuovo” di Gesù-risorto, dell’Uomo-Nuovo creato proprio per essere il primogenito tra gli uomini - che ricrea la faccia della Terra.

Nella notte di Pasqua la Chiesa canta l’avvenimento meraviglioso della nostra redenzione. E giunge a esclamare che se siamo stati creati in un modo bello e buono, in Cristo Risorto siamo stati ricreati in una forma molto migliore. Perciò è importante per noi, prima di tutto,  a compimento di questi otto giorni di Pasqua ringraziare Dio perché conservandoci nella fede ci fa raccogliere quella novità di vita che il Risorto porta a suoi: "Ricevete lo Spirito santo". E Gesù, in questo modo, incomincia come una creazione nuova, incomincia in ciascuno di noi come una forma di “vita nuova” che viene raccolta in quel gesto che compie Tommaso…
Tommaso è il discepolo che amava talmente Gesù che quando il Maestro si mise ad affermar che insistenza di voler salire a Gerusalemme – mentre tutti i suoi amici dicevano al Signore di non andarci perché là lo volevano uccidere!" - fu l'unico a dire: "Andiamo anche noi a morire con il Maestro!" Tommaso era così affezionato a Gesù, così appassionato del Maestro, che non poteva perdonarsi la colpa di non aver seguito il Maestro fino in fondo. Per lui non avrebbe mai dovuto accadere! Lui che avrebbe voluto dare la vita per il Maestro, come aveva anticipato nella sua bella esclamazione davanti ai suoi amici – è proprio lui, Tommaso “l'uomo nuovo”, l’uomo ri-fatto, come con un nuovo inizio d’umanità a partire dal Signore Risorto che lui riconosce come suo Signore e suo Dio. È qui che la creatura - fatta per Dio, che sente nostalgia di Dio … il suo cuore è stato fatto in modo tale che solo Dio lo può riempire, lo può mettere in pace, lo può saziare di tutto l'amore di cui è capace – è qui finalmente trova l’umanità vera da cui  ripartire.
Ed è importante, perciò, che ci riconosciamo in Tommaso, perché lo spirito che viene effuso da Gesù e che spazza via ogni forma di peccato - quella nebbia che impedisce all'uomo di “vedere” - finalmente concilia l'umanità, le garantisce la grazia di incominciare a dire "Mio Signore e mio Dio". 
Questa è la grazia che si compie negli otto giorni di Pasqua: il momento in cui l'uomo può finalmente dire con tutto se stesso ciò per cui è stato fatto. Come un bambino grida "mamma" così l'uomo-Tommaso, noi, ciascuno di noi può dire "Mio Signore e mio Dio". Ed è questa la grazia che a compimento degli otto giorni noi vogliamo raccogliere.
Da un lato, la grazia di una riconoscenza sconfinata verso Dio che ci ha amati da morire fino a dare suo Figlio per noi. Non solo, ma a darci suo figlio attraverso il suo Spirito, in tal modo che ci possa seguire, che ci possa sostenere, ultimamente facendosi Cibo per la nostra esistenza.
In questo giorno della Misericordia noi vogliamo essere partecipi della festa che si fa in Cielo ("Si fa più festa in cielo per un solo peccatore che si converte", da Tommaso a ciascuno di noi oggi, fino all'ultimo battezzato, rigenerato a vita nuova nello Spirito Santo)...Questa festa è propria dell'umanità che non conosce più tramonto. Una festa che non conosce più tristezza…
Ma dobbiamo anche raccogliere il mandato di Gesù quando ai suoi discepoli dice, dopo aver dato loro la Pace, “Andate , predicate”. È questa non solo un'urgenza che Gesù ci mette, ma è una necessità, perché chi è mosso dallo Spirito ovunque deve “spirare”: non lui, ma lo Spirito…
E perciò vorremmo chiedere la grazia alla Madonna di essere così docili da raccogliere, con sensibilità e ulteriore devozione, i doni dello Spirito santo… Lo Spirito infatti continua a portare in mezzo agli uomini - proprio attraverso di noi/Tommaso - questo "Mio Signore e mio Dio" che ultimamente riporta a casa ogni uomo. Riporta ogni uomo  a dire "mamma". Ed è bello ricordare come Edith Stein, parlando dello Spirito esclama: “Non sei tu la mamma dei credenti”?…
È importante che lo Spirito ci spinga perché ognuno possa accogliere questo invincibile spirito di vita risorta. S. Faustina Kowalska – nel giorno della Divina Misericordia - ci convince in un modo tale da dirci che nessun peccato può dividerci più dal l'appartenere a Dio. Siamo definitivamente “Suoi”, anima e corpo. Nello stesso tempo ciascuno di noi è invitato a custodire lo Spirito; perché lo Spirito non venga rattristato soprattutto dall'abitudine, dalla quella forma di distrazione e di superficialità con cui ci abituiamo un po' a tutto…
La Vergine santa, lei che custodiva, che è maestra nel custodire ciò che porta la vita di Dio in mezzo agli uomini ci aiuti, interceda per noi, ma anche implori per noi la grazia che sappiamo essere attenti l'uno all'altro, perché lo Spirito possa così custodire la sua opera tra di noi: con un lavoro di carità, con un essere dono l'uno all'altro di ciò che Dio vuole dirci e vuole darci….
Sia lodato Gesù Cristo!


p. Aldo Formentin

domenica 17 gennaio 2016

Fare il pieno d’amore

MEDITIAMO CON P. LUIGI GAETANI

DAL VANGELO DI GIOVANNI (2, 1-11)

Dopo il tempo natalizio, la liturgia ci invita a permanere nella simbolica matrimoniale attraverso la narrazione delle nozze di Cana di Galilea (Gv 2, 1-11), una simbolica che rimanda al mistero dell’incarnazione del Verbo, come interscambio tra l’umano e il divino, ma anche all’alleanza di Dio con il suo popolo. L’evangelista Giovanni, è l'unico che narra questo evento del nozze di Cana, un brano che riveste un ruolo rilevante nella struttura del quarto vangelo ed offre una chiave di lettura per capire il piano narrativo dell’evangelista.
L’immagine del matrimonio per parlare del rapporto di Dio con il suo popolo è sempre stata cara ai profeti (Is. 54.62; Ger. 2; Ez 16; Os. 2). Tutta questa carica simbolica deve essere tenuta presente per focalizzare l’identità di colui che giunge a Cana per partecipare alle nozze, una identità che fa passare in secondo piano il protagonismo degli sposi, di cui non conosciamo nulla.
Secondo il Cantico dei Cantici (1,2; 7,10; 8,2) il vino è il simbolo dell’amore tra lo sposo e la sposa pertanto, se lo sposalizio di Cana è da collocare, sul piano simbolico, nella rappresentazione dell’amore fra Dio sposo e Israele sposa, ciò significa che l’amore nell’alleanza antica si era estinto, come il vino nelle giare.
La carenza di vino viene notata da Maria, la donna che fa ponte tra l’antica e la nuova alleanza, la quale si rivolge non all’organizzatore del banchetto, ma a Gesù. Infatti, se lui è il Messia-Sposo, è a lui che ci si deve rivolgere per superare la mancanza dell’amore tra il popolo e Dio, mancanza che sarà colmata solo nell’ora stabilita, in quel vertice dell’amore spinto al massimo e rappresentato dal passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13,1), la sua pasqua (7,30; 8, 20; 12, 23.27; 17,1). Giovanni evidenzia così che non sono più le giare colme d’acqua che purificano l’uomo e lo rendono degno di Dio e che l’ossessione delle abluzioni purificatrici non solo ha svuotato le giare dell’acqua ma ha reso la relazione tra Dio e il suo popolo molto formale, colma di paura di essere sporchi ed impresentabili davanti a Dio, come una festa di nozze senza amore ma piena di convenevoli.
L’ordine di Gesù è quello di riempire di acqua le giare. Il ruolo di Gesù Messia sta nell’operare una trasformazione profonda della legge antica, rappresentata dall’acqua, nella sua vivificazione, significata dal vino. Sta nel passaggio da un contatto esterno, epidermico ad una presenza interiore (Ger. 31,31-34), ad una gioia dentro l’uomo. Così a Cana comincia già a delinearsi l’identità di Gesù, lo sposo vero (3,29), il frutto della sua ora.
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in lui” (Gv. 2,11). E’ quasi un riassunto del brano. Siamo all’inizio dei segni e il primo che Gesù compie ha sapore sponsale. Il segno illumina, chiarisce, ne rivela il senso, manifesta con il suo agire la gloria di Dio e la nascita della fede nel cuore dei discepoli. È questo il motivo per cui il racconto delle nozze di Cana fa in realtà parte della festa dell’Epifania. Le tre domeniche che vanno dall’Epifania fino alla seconda Domenica ordinaria, passando per il Battesimo del Signore, hanno tutte un elemento dell’Epifania del Signore. Tuttavia, per comprenderlo sino in fondo, questo inizio dei segni, bisognerà andare fino all’ora di Gesù, il momento in cui egli diventa sorgente di vita con l’acqua e il sangue che sgorgano dal suo costato (Gv. 19,34).
Non hanno più vino” dice Maria a Gesù, con parole semplici e misteriose che potremmo tradurre con non hanno più gioia, sono a corto di amore. Questa denuncia di Maria di Nazareth va al cuore del messaggio cristiano, mentre evidenzia il limite della legge: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento”, come dice Papa Francesco (EG, 1).
Giovanni della Croce
Cana ci invita a cercare più in profondità, ad altri livelli, a penetrare all'interno del nostro vivere comune e di tutti i giorni, spesso vuoto e insipido. Ci invita a trovare stupore, gioia, un'estasi profonda. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che dia un senso e un sapore a tutte le cose. Non lo troviamo nella superficie delle cose ma dentro, nel nucleo, in quel profondo centro dell’anima (S. Giovanni della Croce), in quella “settima stanza” (Edith Stein) dove il Signore ama dimorare e dove già si realizza il Regno, in attesa di quel pieno compimento, il non ancora, che è rappresentato dall’intima unione con Lui, da quella sponsalità che sono le nozze dell’Agnello.
Cana ci invita a passare dall'acqua al vino, a mutare, a raggiungere quell’umano compiuto che è significato dalla persona di Gesù Cristo: “Cristo svela l’uomo a se stesso e ne rivela la sua altissima dignità” (Gaudium et spes, 22).

Cana ci invita a spalancare i nostri occhi di carne per vedere attentamente i fatti; ma spalanchiamo anche gli occhi di tutti i nostri sensi perché si vede toccando, odorando, ascoltando, lasciando che tutto ciò che ci costituisce sia proteso verso la comprensione dell’altro. Solo così potremo vedere nella nostra Cana, quella del quotidiano, la gloria di Gesù.
p. Luigi Gaetani ocd