sabato 28 novembre 2020

Meditazione sul Vangelo della prima domenica di Avvento

Fate attenzione, vegliate!


33«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». (Mc 13, 33-37) 

MEDITAZIONE


L’annuncio dell’arrivo del Figlio dell’Uomo sfocia nell’esortazione a rimanere svegli. Per spiegare questa esortazione a stare allerta dinanzi all’incertezza dell’ora in cui tornerà dopo la sua partenza, Gesù porta un paragone. I servi sono stati incaricati ciascuno del proprio compito e avvertiti. Egli tornerà quando meno lo aspetteranno e, per questo, è bene che, nel momento del ritorno si trovino ciascuno al proprio posto, nel compimento del proprio dovere. Ognuno intento al suo lavoro: il portiere che vegli e così gli altri.

Che avverrà, se li incontra oziosi? Qui non c'è nessuna minaccia, come, per esempio alla fine del capitolo 25 di Matteo, dove, parlando di coloro che non hanno riconosciuto Gesù nei bisognosi, si legge che “andranno al castigo eterno”. Qui, si insiste soltanto sulla necessità di vegliare, “voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”.

La minaccia consiste solo nella vergogna di essere incontrati indolenti. “Fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati”, conclude Gesù appena uscito dal tempio e parlando a quelli che quel giorno lo stanno ascoltando sul monte degli Olivi, però soprattutto a noi che leggiamo il suo Vangelo. “Quello che dico a voi”, ha aggiunto infatti, “lo dico a tutti: vegliate!”.

All’uscita del tempio, uno dei suoi discepoli gli aveva detto: “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni”. Il tempio, costruito da Erode, era splendido, però Gesù gli rispose: “Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta”. Ora, giunti al monte degli Olivi, da dove si vedeva molto bene il tempio e tutta la città, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, impressionati per questa triste profezia, volevano sapere qualcosa di più. “Dicci”, gli chiesero, “quando accadranno queste cose?”.

Sicuramente la stessa domanda che potremmo fare noi, dato che ci sarebbe molto utile sapere quando tornerà il Signore. Dobbiamo, tuttavia, ascoltare ciò che rispose Gesù a quella domanda. “Badate”, disse, “che nessuno v'inganni! Molti verranno nel mio nome, dicendo: «Sono io», e trarranno molti in inganno. E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine”.

Si ingannò anche san Paolo, pensando che il Signore sarebbe tornato nel tempo della sua generazione e allora, per esempio, disse che non c’era bisogno di sposarsi, che stava per cominciare un altro tipo di mondo. Si ingannarono molti e, per questo, Pietro, nella sua seconda lettera dovette scrivere che sì, “Il giorno del Signore verrà come un ladro”, però non bisogna dimenticare una cosa, “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno”. E ciò che Pietro aggiunse in seguito è molto consolante. “Il Signore”, proseguì Pietro lasciandolo scritto per noi, “non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3, 8-10).

È in queste ultime parole di Pietro che dobbiamo fissare la nostra attenzione. Il Signore vuole che nessuno si perda, e che tutti giungano alla conversione. Per questo desidera trovarci svegli e vigilanti. Non per paura di Lui, ma perché possa riconoscerci come suoi, non già servi, ma fratelli suoi, figli del medesimo Padre che non fa altro che aspettare che ci rendiamo conto di essere a casa. Quello che disse il padre della parabola al figlio maggiore, lo dice a ciascuno di noi: “Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15, 31).

Aspettare il Signore significa desiderarlo partecipe della nostra vita, felici per aver conosciuto la sua buona notizia e per essere inviati a riconoscerla nella nostra vita operosa. “Il Signore Gesù”, lasciò scritto il Gesuita, filosofo, paleontologo e poeta, Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), “verrà presto solo se lo sappiamo aspettare ardentemente”. Questa è la venuta importante, quella che ci fa cristiani operosi. Il momento dell’ultima venuta, come dice lo stesso Gesù nel Vangelo di Matteo, nessuno lo conosce. “Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24, 36). Un motivo in più, non per aver paura, ma per vegliare desti.

p. Bruno Moriconi, ocd




sabato 21 novembre 2020

Meditazione sul Vangelo della Domenica

Ero nudo e mi avete vestito

Dal Vangelo di Matteo 25, 31-45

31Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

MEDITAZIONE

Nelle tre scene del capitolo 25, siamo giunti alla vetta del Vangelo di Matteo. La prima scena, con il simbolo delle dieci vergini che aspettano lo sposo, cinque provviste di olio sufficiente e cinque che portano soltanto le lampade, ci suggerisce la necessità di essere preparati per la venuta del Signore. A questa scena segue quella dei talenti affidati da un ricco signore, che rappresenta Gesù, a tre amministratori, due solleciti e uno completamente inerte e pauroso. Una parabola, questa seconda, che suggerisce la necessità di confidare nel Signore che, da parte sua, si fida di ciascuno di noi, senza timore di perdere.

Sono insegnamenti molto importanti quelli di queste due prime scene, tuttavia di puri principi, dato che non spiegano come tradurre in pratica la vigilanza e la sollecitudine necessarie per far crescere, nel mondo, il regno di Dio come autentici discepoli di Gesù. È la terza scena la più forte, quella che indica chiaramente, con tutta la sua scioccante singolarità, ciò che si deve fare.

Anche nella terza parabola, come nelle prime due, ci sono saggi e stolti, però in questa scena, chiamata “del giudizio universale”, i personaggi sono prima qualificati come pecore e capre, poi, come benedetti e maledetti. Inoltre, mentre nelle due prime parabole, sia le vergini sagge come i due amministratori solerti, sono coscienti di aver agito bene e non li sorprende la buona accoglienza del Signore, qui gli stessi giusti si domandano perché li si loda come buoni.

In effetti, quando Gesù dice loro che ogni volta che hanno fatto il bene a un bisognoso, lo hanno fatto a Lui, essi non comprendono perché lo dice. E nel domandargli quando è successo, il Signore li sorprende con queste scoccanti parole: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

La novità di cui ci assicura Gesù, se noi riflettiamo bene su questa spiegazione, è ancora più grande. Infatti, non dice – come è possibile vedere in altre religioni o in altri libri sacri, compreso l’Antico Testamento – “è come se lo aveste fatto a Dio”, ma “a me lo avete fatto (mi avete dato da mangiare, mi avete dato da bere, mi avete ospitato, mi avete vestito, mi avete visitato, mi siete venuti a trovare).

Allora, come essere riconosciuti e dichiarati benedetti dal Signore, risulta chiaro: riconoscere Gesù in ogni fratello o sorella che ha bisogno del nostro aiuto. Non basta dire “Signore, Signore”, occorre dimostrare che veramente crediamo che il Figlio di Dio, nascendo da una Donna, si è fatto fratello di tutti, e che l’unico luogo in cui può essere riconosciuto è nei più bisognosi. In altre parole, la preghiera e la sua presenza nell’Eucaristia, oltre ad essere occasione per essere perdonati e illuminati, sono fonti di energia per riconoscerlo nei fratelli.

E ora, una domanda che sicuramente ci sale dal cuore. Coloro che non lo hanno riconosciuto andranno al castigo eterno? Le parabole con le quali termina il capitolo 25 di Matteo, sono effettivamente così forti che non possono non spaventare. Allora – smarriti come un giorno Pietro, all’udire che i ricchi molto difficilmente entrano nel regno di Dio – ci domandiamo anche noi chi mai potrà salvarsi.

“Se ne andranno: questi al supplizio eterno”, sono parole terribili, ma lasciamo questo momento dell’incontro definitivo alla misericordia di Dio. Quello che ci vuol dire Gesù con queste parabole è da che cosa può riconoscerci come suoi discepoli. Non ci chiederà se saremo stati tutti i giorni affianco agli abbandonati ai bordi delle strade come Teresa di Calcutta, però qualcosa possiamo fare anche noi: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli”, disse in un’altra occasione Gesù, “in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10, 42).
Il poco e il molto dipendono da molte cose, però qualcosa è necessario fare.
Padre Bruno Moriconi, OCD

domenica 15 novembre 2020

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

  A chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza 

 Mt 25,14-30

14Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». 21«Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». 23«Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 24Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». 26Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

 

 

MEDITAZIONE

              L’uomo che partendo per un viaggio chiama i suoi servi per lasciar loro la custodia dei suoi beni, rappresenta Gesù che è andato al Padre e là ci aspetta, quando sarà la nostra ora. I servi rappresentano i suoi discepoli che non sono più servi, ma amici e suoi fratelli, inviati a costruire il Regno di Dio, iniziato da Lui in questo mondo. I talenti sono i doni ricevuti per natura e per grazia che dovrebbero spronarci a cresce e produrre sempre più frutti.
            Come nella parabola delle dieci vergini, nella quale cinque sono sagge e cinque sciocche, qui ci sono due servi che sanno impiegare i talenti e uno che, non essendo capace di nulla, non ottiene nulla. Come nella parabola delle vergini, non si tratta di buoni e cattivi, ma di pronti e di stolti, intelligenti e sciocchi.
          L’uomo ricco che rappresenta Gesù ha otto talenti e accollandosi il rischio di perdere questa grande quantità di denaro (ogni talento d’oro corrisponde a 35/60 chili di questo prezioso metallo), li distribuisce in tre diverse quantità. A uno da cinque talenti, a un altro due e al terzo uno, a seconda di come li giudica capaci. Anche tra i figli di una stessa famiglia, c'è chi è più intelligente di un altro. Tutti sono figli e hanno gli stessi diritti, però con attitudini diverse, uno per diventare professore, un altro per il commercio, un altro ha tendenze artistiche, ecc. Importante è che ogni terreno sul quale cade il seme del buon seminatore, produca il trenta, il sessanta e, talvolta, il cento per cento.

             La diversa quantità di talenti consegnata a ciascuno dei tre servi (5, 2, e 1) non dipende dalla parzialità del Signore, ma è in rapporto alle capacità di ciascuno e alla possibilità che tutti possano aspirare al massimo. Come si vede, non importa che uno abbia prodotto cinque più di quanto ricevuto e l’altro soltanto due di più. Ambedue si sono comportati come buoni amministratori. Di fatto, ai due, il padrone dice la stessa cosa, ossia: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”!
              Il terzo servitore non viene condannato perché non è stato capace di produrre molto, ma perché non si è dato da fare per niente. Con minor sforzo che gli è costato scavare la terra e nascondere lì il talento ricevuto, avrebbe potuto investirlo, però neppure questo ha fatto. Non solo è stato pigro, ma anche sciocco e pauroso. Sciocco, pauroso e anche malvagio, perché non si è fidato, come gli altri della fiducia accordatagli dal suo padrone. 
          Ci è difficile accettare che questo padrone, che rappresenta il Signore, confermi di essere uno che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso, sebbene sia solo per sottolineare la stupidità del servo che, anche temendo questa severità, non ha fatto nulla. Non facendo nulla, non solo non cresce per niente, ma al contrario diminuisce anche il poco che aveva o pensava di avere. Non progredi est regredi, dicevano i latini, non avanzare è regredire. Per questo, il padrone ordina ai suoi servi: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. In effetti, ciò che ha quell’inerme non è suo e il suo nulla non può crescere.
            La sua colpa è non essersi adoprato per il bene. Non basta non fare il male, bisogna operare il bene, per quanto sia poco, perché l’unica cosa che rimane di noi è quello che abbiamo dato.

             Se, tuttavia, Gesù ci dice che quest’uomo che parte per un viaggio e chiama i suoi servi per affidar loro i suoi beni, si arrabbia con il servo sciocco chiamandolo servo inutile e ordinando che lo gettino fuori, nelle tenebre dove c'è pianto e stridore di denti, non è per farci cadere nella paura, ma per svegliarci come suoi discepoli, per i quali non vuole che il loro bene. 
            Non dobbiamo pensare subito all’inferno, ma alla necessità di operare, perché non basta dire Signore, Signore. Il vero discepolo nel quale il Signore confida al punto di dargli i suoi beni perché li faccia fruttificare – come capirà in ciò che segue in questo stesso capitolo 25 di Matteo (vv 31-46) che si leggerà la prossima domenica – deve dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ospitare i forestieri, visitare gli infermi e i carcerati. Sì, perché essere stati chiamati ad essere cristiani è un dono che nessuno può permettersi di vivere senza produrre alcun bene.

                                         Padre Bruno Moriconi OCD

domenica 8 novembre 2020

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

  DOMENICA XXXII TO (a) Con lampade e olio, all’incontro col Signore

1Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge;3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. 5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro!". 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". 9Le sagge risposero: "No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene". 10Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: "Signore, signore, aprici!". 12Ma egli rispose: "In verità io vi dico: non vi conosco". 13Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora. (Mt 25,1-13)


MEDITAZIONE di p. B. Moriconi

     


Poverette, quelle cinque ragazze che sono rimaste senza olio! Certo che sono colpevoli di non aver portato con sé un’ampolla d’olio come le altre. Sono state sciocche, però che dure le altre cinque e lo stesso sposo! Non poteva essere un poco più indulgente con queste poverette, benché arrivate alquanto in ritardo, quando il banchetto di nozze era già iniziato da molto tempo? Questo sposo, non rappresenta Gesù, sempre tanto generoso con tutti? Non aveva detto un giorno, che non era venuto per i giusti, ma per i peccatori? E queste povere vergini che hanno solo il peccato di giungere tardi? Addirittura risponde che non le conosce.
           Possiamo comprendere la fermezza delle cinque vergini prudenti che, pensandoci bene, hanno ragione. Il rischio sta nel pericolo che l’olio di scorta non basti e che tutte rimangano con le lampade spente. “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”, dicono alle poco previdenti, “andate piuttosto dai venditori e compratevene". Loro hanno ragione, mentre lo sposo – con il solo motivo del rifiuto – ci pare troppo severo.
          Che cosa dunque vuole insegnarci Gesù con questa parabola delle “dieci vergini, cinque prudenti e cinque stolte, che presero le loro lampade e uscirono all’incontro dello sposo”?
Desidera dirci che la salvezza viene da Lui, sempre disposto a perdonarci, però dobbiamo mostrare interesse per questa salvezza e questo perdono.
Gesù è venuto per i peccatori e sempre è pronto a perdonare tutte le volte che è necessario, però qui parla per coloro che lo hanno ormai riconosciuto e desiderano essere suoi discepoli.  
          Egli aspetta sempre alla porta della nostra casa (del nostro cuore), però bisogna desiderare che entri e che ceni con noi. Precisamente come le cinque ragazze prudenti che non desideravano altro che dare luce al corteo dello sposo. Venivano con il desiderio di incontrarlo e, per questo, portavano l’olio sufficiente nel caso tardasse.
            Le lampade di questa parabola sono il simbolo di questo amore e della fede che illumina la nostra vita e ci spinge incontro al Signore. L’olio, da parte sua, rappresenta le opere che fecondano e rendono credibile la nostra fede.
           A chiunque può succedere di addormentarsi, però una certa riserva di amore è sempre necessaria. Quella che basta, per lasciar entrare il Signore. Basta ricordare il “buon” ladrone. Di buono quasi non aveva nulla, però, vedendo morire Gesù al suo fianco, si lasciò prendere dall’entusiasmo e prese coraggio per chiedere pietà. Le cinque ragazze stolte, al contrario, pare che siano andate di mala voglia alla festa, senza pensare alla gioia di partecipare alle nozze. Stanno lì come studenti annoiati ad una lezione di fisica quantistica che non ha alcun interesse per loro. O come molti cristiani che vanno a messa per compiere un dovere e non attendono altro che finisca.
        L’entusiasmo, la fede e l’amore, non si possono scambiare. Uno può pregare i santi e la Vergine per essere aiutato, però l’olio dell’amore non glielo dà nessuno, tantomeno il Signore, se non lo si chiede desiderandolo come il buon ladrone di essere accolto. Solo per questo Gesù dice alle cinque vergini che arrivano tardi, “non vi conosco”. Non per spaventarci, ma per dirci che, per essere conosciuti da lui come suoi discepoli, bisogna avere nel cuore una lampada accesa di sincero desiderio di esserlo.
        E se la nostra fede è debole, basta dire, come gli Apostoli un giorno: “Signore, aumenta la nostra fede!”.

                                        Padre Bruno Moriconi OCD

Una poesia di S. Elisabetta della Trinità nel giorno della sua memoria liturgica

 Ricordiamo oggi S. Elisabetta della Trinità morta il 09 novembre 1906 (giorno in cui  la Chiesa celebra la Dedicazione della Basilica Lateranense).

S. Elisabetta vera adoratrice in spirito e verità si offrì come “ lode di gloria” alla SS. Trinità che percepiva vivamente nell’anima,

La invochiamo pregando con la sua composizione poetica n. 39 : “ dopo la comunione”

     O morte,
beata liberazione,

     sei l’aiuto più potente,

     la più consolante speranza

     del cuore fedele, del vero cristiano!

    Tu che devi unirmi a Dio

    cui già dato ho tutta la mia vita,

    colpisci, cieca morte, ti supplico,

    aprimi la porta dei cieli.

    Voi lo sapete, dolce Salvatore,

    appena vi possiedo nel mio cuore,

    a questa incomparabile felicità

    subentra la paura di perdervi.

    Lassù, nell’eterna patria,

    il celeste soggiorno degli eletti,

    vi possederò davvero, o Gesù,

    unico amore della mia vita,

    vi possederò per sempre

    delizia felicità senza fine.

    Addio piaceri, folli chimere

    Vane ricchezze di un mondo effimero!

    Non bramo altro che voi o mio Salvatore,

    voi solo regnate nella mia anima!

    Appagate questa mia brama,

    spezzate il filo dei miei giorni.

    Voglio morire per un’altra vita,

    per possedere voi supremo Amore.

    Ho scontato ormai tutta la pena,

    ponete fine alla lunga agonia,

    si apra per me la posta del cielo

    e vi possa finalmente entrare!

    No, perdonatemi questa santa follia,

    Signore, no, non voglio morire,

    voglio aver parte della vostra agonia,

    o Dio, fatemi lungamente soffrire!

    Non mi colpire morte crudele,

    lasciami ancora lungamente espiare

    per disarmare la collera divina.

    Degnatevi, Gesù di prolungare

    Il mio dolce martirio.

    Soffrir per voi: che gioia immensa ,o Dio,

    che dolcezza indicibile!

    Come sono felice e fiera

    di calcare con voi il Calvario.

    Non voglio più morire.

    Voglio solo soffrire!

lunedì 2 novembre 2020

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni.


Per appagare il bisogno di infinito che Dio ci ha messo in cuore è necessario lasciare questa terra e intraprendere un nuovo esodo.

Nell’universo che conosciamo, il mondo al quale aneliamo non esiste.

Ci viene chiesta una nuova uscita, l’ultima – la morte – e questa ci spaventa.

Anche i tre discepoli che, sul monte della trasfigurazione, hanno udito Gesù che parlava del suo “esodo” da questo mondo al Padre (Lc 9,31) sono stati colti da paura: “Caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: ‘Alzatevi e non temete!” (Mt 17,6-7).

A partire dal III secolo compare, nelle catacombe, la figura del pastore con la pecora in spalla. È Cristo che prende per mano e stringe fra le sue braccia l’uomo che ha paura di attraversare da solo la valle oscura della morte. Con lui, il Risorto, il discepolo abbandona sereno questa vita, certo che il pastore al quale ha affidato la propria vita lo condurrà “in prati verdeggianti e verso fonti tranquille” (Sl 23,2) dove troverà ristoro dopo il lungo e faticoso viaggio nel deserto arido e polveroso di questa terra.

Se la morte è il momento dell’incontro con Cristo e dell’ingresso nella sala del banchetto di nozze, non può essere un evento temuto. È attesa.

L’esclamazione di Paolo: “Per me morire è un guadagno. Desidero essere sciolto dal corpo per stare per sempre con Cristo” (Fil 1,21.23)

 “ La tua anima si preparerà al bacio della partenza
e a quello dell’incontro.

O dolce incontro!...

Il velo sottile si romperà e saremo uniti.

Per l’eternità.

 Senti la mia fretta”  (“Lui e io “ Gabrielle Bossis)  

 Grati al Signore per tutti i santi, ricordiamo tutti i defunti.

Rosa Maria Pellegrino

domenica 1 novembre 2020

Meditazioni sul Vangelo della Domenica

 

Da questa settimana ogni domenica Padre Bruno Moriconi OCD ci offrirà una meditazione sul Vangelo.  
Carmelitano Scalzo nato a Camaiore (Lu) il 5 ottobre 1947 e ordinato sacerdote il 16 luglio 1973. Licenziato in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico (1977) e Dottore in Teologia al Teresianum (1983). Ordinario di Sacra Scrittura e Teologia Spirituale al Teresianum, ha insegnato, principalmente, i seguenti corsi: Cristologia biblica, Lettere Cattoliche e Apocalisse, Guida alla lettura cristiana dei Salmi, Introduzione alla Teologia Spirituale,La sofferenza nella Sacra Scrittura, Gesù modello di ascolto. Vicepreside per tre trienni (1988-91; 1991-94; 2012-2015), ha organizzato e diretto le rispettive nove Settimane di Spiritualità e, nel triennio da Preside (2000-2003) ha diretto la pubblicazione del volume Antropologia Cristiana (Città Nuova; cf. bibliografia). Rettore della Comunità religiosa del Teresianum (1985-1986), ha insegnato anche all’Istituto di Scienze Religiose di Latina (1982-85), all’Istituto Regina Mundi (1988-96), alla Pontificia Università Urbaniana (2002-2005 e 2009-2010), e continua ad insegnare (dal 1995) all’Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria del Camillianum.



DOMENICA XXXI TO(a) – Tutti i Santi

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Parola del Signore

                                                                                                                                      


MEDITAZIONE

Per non sbagliarci né spaventarci davanti queste strane beatitudini che solo i grandi Santi hanno capito e praticato senza paura, bisogna capire bene due cose. La prima è che Gesù le propone unicamente ai suoi discepoli e, la seconda, che si deve sapere cosa significa essere i suoi discepoli. Una cosa, la prima, che emerge dall’ambientazione del discorso da parte dei due evangelisti, Matteo e Luca, che lo raccontano.
“Vista la folla", scrive Matteo, "Gesù salì sul monte e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo, allora, la parola li ammaestrava, dicendo: […]” (Mt 5,1-12). Alzando gli occhi verso i suoi "discepoli", scrive, da parte sua, Luca, “diceva loro ": Beati voi poveri […] (Lc 6,20-26).
Come si può vedere, in entrambi i testi è chiaro che l'interlocutore di Gesù non è chiunque, bensì solo il gruppo dei suoi discepoli. Sia nel racconto di Matteo che in quello di Luca, Gesù parla dopo aver visto le moltitudini ed in considerazione di esse, ma il suo insegnamento rivoluzionario, è per i discepoli. In altre parole, parla a quelli che lo stanno seguendo da vicino e, una volta illuminati dallo Spirito, potranno capirlo.
Ritorniamo, però, al testo di Matteo:

“Alla vista delle folle – scrive l’evangelista - Gesù salì sul monte e, come si fu seduto, si accostarono a lui i suoi discepoli. Allora aprì la sua bocca per ammaestrarli dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male a causa mia, rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, del resto, perseguitarono i profeti che furono prima di voi”.

La folla, rappresentante di tutta l’umanità, è presente e costituisce indubbiamente la preoccupazione di Gesù venuto per tutti. Tuttavia, secondo l'esplicita annotazione di entrambi gli evangelisti - per il momento - il Maestro dirige il suo insegnamento solo ai discepoli. Questo dettaglio è molto importante, non perché il Vangelo e, in questo caso, le beatitudini, siano solo per alcuni saggi privilegiati.
La gratitudine che Gesù manifesta al Padre in un'altra occasione per avere nascosto le cose del Regno ai sapienti e gli intelligenti, per rivelarle ai semplici (Mt 11,26), verrebbe a smentirlo categoricamente.
La ragione non è questa, ma la seguente. Gesù insegna le beatitudini solo ai "discepoli", perché solo come tali, conoscendo realmente Gesù, sono e saranno, capaci di capire quello che Egli dimostra con la sua stessa vita. Non perché sono più intelligenti di altri, ma solo perché, una volta percorso tutta la strada dietro Gesù, capiranno perfino quel discorso tanto speciale della montagna.
Lo capiranno quando, guidati per lo Spirito, si renderanno conto che Gesù aveva accettato di morire, non per debolezza, ma per l’amore che gli chiedeva di farsi togliere la vita, per non toglierla a nessuno. Anzi, affinché tutti possano avere vita per sempre. Capiranno che il mite è Lui, Lui quello che aveva pianto per tutti, Lui il perseguitato, Lui il povero… Neppure loro, l'avevano capito, quel giorno e, pieni di paura, si erano nascosti, quando Gesù era stato arrestato e condannato a morte.
Se non si fosse loro manifestato vivo, lo avrebbero dimenticato sicuramente, pensando di essersi sbagliati a sperare che fosse il messia. Diciamo questo, non per condannarli, dato che lo avremmo pensato anche noi. Quando, tuttavia, lo videro di nuovo vivo, e lo Spirito Santo li illuminò, allora, sì, cominciarono a capire.
Capirono e diventarono anche loro miti, poveri, capaci di sopportare il dolore e perfino la persecuzione. Non per spirito di mortificazione, bensì per amore agli altri, come Gesù aveva mostrato loro. Come veri discepoli del loro Maestro, iniziarono ad assimilare, quello che, sulla cima del monte, era sembrato loro troppo.
In effetti, per capire le beatitudini, è necessario ritornare sempre a Gesù, ossia - come insegnava Teresa di Avila alle sue figlie carmelitane e a tutti - è necessario tenere lo sguardo fisso sul crocifisso.

Padre Bruno Moriconi OCD

venerdì 30 ottobre 2020

La nostra famiglia fra terra e cielo

Domenica celebreremo la FESTA DI TUTTI I SANTI 

l termine santo indica la presenza nelle persone di una forza divina e benefica che permette di distinguersi, di distanziarsi da ciò che è imperfetto, debole, effimero.


Fra gli uomini apparsi in questo mondo, solo Cristo ha posseduto in pienezza questa forza di bene e solo lui può essere proclamato santo, come cantiamo nel Gloria: “Tu solo sei santo”.

Anche noi però possiamo elevarci verso di lui e divenire partecipi della sua santità.

Egli è venuto nel mondo per accompagnarci verso la santità di Dio, verso quella meta irraggiungibile che ci ha indicato: “Siate perfetti come il Padre vostro che sta nei cieli” (Mt 5,48)

Santo è ogni discepolo: sia che si trovi già in cielo con Cristo o che viva ancora pellegrino su questa terra. Nei templi ortodossi i santi che sono in cielo sono dipinti lungo le pareti, ad altezza d’uomo, in piedi, come i risorti di cui parla il veggente dell’Apocalisse (Ap 7,9). È il modo con cui si vuole rammentare a tutti i partecipanti alla celebrazione che i santi del cielo, benché possano essere contemplati solo con lo sguardo della fede, continuano a vivere accanto ai santi della terra. Sono parte della comunità convocata per rendere grazie al Signore.

  Rosa Maria Pellegrino

mercoledì 14 ottobre 2020

Buona Solennità di S. Teresa di Gesù

“ Solo in Dio riposa l’anima mia” ( Sal. 61)

Quando anche a te capitasse di lasciarti invadere dall’amore di Dio senza resistere, allora anche a te sarà spontaneo un colloquio intenso con Dio.
E’ un bisogno per chi ama assaporare la certezza dell’amore, lasciarsi prendere dalla gioia di sentirsi amati.
Desideri, gioie, timori tutto si accentra intorno a Colui che si ama.
E la creatura trova pace e sicurezza.
Davvero l’amore tutto unifica e tutto trasforma .

“L’amore, esso solo è ricompensa a se stesso” 
( S. Bernardo)

- Se l’amore che mi porti,
o Signore, al mio somiglia,
perché mai io ora indugio
o perché indugi tu?

Figlia, cosa vuoi da me?
O mio Dio, solo vederti.
E che temi più, di te?
Solo perderti io temo.

Un’anima nascosta in Dio
cosa può desiderare
tranne amare e più amare
ed immersa in questo amore
ritornare ad amare?

Ti chiedo un amore pieno,
mio Signor, ch’io ti possegga,
possa fare un dolce nido
dove più a me conviene.

(Teresa d'Avila, Poesia IV)

Il Coordinamento augura a tutto l’OCDS d’Italia buona Solennità della S. Madre Teresa di Gesù.

martedì 6 ottobre 2020

S'inizia la novena a S. Teresa di Gesù

 


Carissimi Presidenti e Confratelli, pace

 Ho ricevuto questa novena in preparazione della festa della  santa madre Teresa fata da una Seglar di Barcellona. Se volete condividere con le vostre provincie e Comunità, credo aiuterà a vivere questi giorni uniti in preghiera. Un caro saluto e santa novena.
                                                                                                   Fr Alzinir Francisco Debastiani OCD



Tutti i testi di questa Novena a Santa Teresa di Gesù, sono stati tratti dalla Sacra Scrittura, dall’Ufficio proprio della Liturgia delle Ore di Santa Teresa di Gesù e dai suoi scritti, ad eccezione degli inni ufficiali a lei dedicati. L’Autrice si è limitata a comporre i testi in forma di Novena.
María del Pilar de la Iglesia OCDS  (Barcellona, 3 ottobre 2018)
Tradotta in italiano da Diana Malcangi OCDS




mercoledì 26 agosto 2020

Riscaldati dalla "Fiamma viva d'Amore"

“Fiamma Viva d’Amore” è il titolo del Congresso Internazionale, che il Centro Internazionale Teresiano-Sanjuanista (CITeS, Università della Mistica) organizza ogni anno ad Avila. Quest’anno P. Francisco Javier Sancho, direttore del CITes ha comunicato che il Congresso avrà luogo nelle date previste, dal 31 agosto al 6 settembre e, come al solito, si terrà sia in forma presenziale sia online. Tuttavia, se le circostanze lo impediranno,  si terrà, in ogni caso, in modalità online.
P. Francisco Javier ha sottolineato che grandi specialisti «ci aiuteranno ad entrare nel centro più profondo dell’opera e dell’anima, per comprendere lo spessore e l’ampiezza dell’esperienza e della dottrina di Giovanni della Croce. Un Congresso in cui affronteremo il personaggio, la sua creazione artistica e letteraria, la sua dottrina, scoprendo nuovi spazi di lettura, di interpretazione e di dialogo interreligioso e interdisciplinare».
Per ulteriori informazioni su questa e altre attività del CITes consultare il sito: https://www.mistica.es/

sabato 15 agosto 2020

Buona Solennità dell'Assunzione di Maria

PREGHIERA DI SUA SANTITÀ PIO XII
ALLA VERGINE ASSUNTA IN CIELO*
 

 O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini.

1. — Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella vostra assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo, ove siete acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi;

e noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore, che vi ha esaltata sopra tutte le altre pure creature, e per offrirvi l'anelito della nostra devozione e del nostro amore.

2. — Noi sappiamo che il vostro sguardo, che maternamente accarezzava l'umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell'anima vostra nel contemplare faccia a faccia l'adorabile Trinità fa sussultare il vostro cuore di beatificante tenerezza;

e noi, poveri peccatori, noi a cui il corpo appesantisce il volo dell'anima, vi supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinchè apprendiamo, fin da quaggiù, a gustare Iddio, Iddio solo, nell'incanto delle creature.

3. Noi confidiamo che le vostre pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le vostre labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che voi sentiate la voce di Gesù dirvi di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: Ecco il tuo figlio; 

e noi, che vi invochiamo nostra Madre, noi vi prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.

4. — Noi abbiamo la vivificante certezza che i vostri occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli ; 

e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal vostro celeste lume e dalla vostra dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra Patria.

5. — Noi crediamo infine che nella gloria, ove voi regnate, vestita di sole e coronata di stelle, voi siete; dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi; 

e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di voi, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza; attraeteci con la soavità della vostra voce, per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del vostro seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. 

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XII,
 Dodicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1950 - 1° marzo 1951, pp. 281 - 282
 Tipografia Poliglotta Vaticana A.A.S., vol. XXXXII (1950), n. 15, pp. 781 - 782.




Oggi,  15 agosto  festeggiamo l’ Assunzione della Vergine Maria al cielo. Maria la  Madre di Gesù  è stata preservata dalla macchia del peccato originale, la sua Assunzione  ci ricorda che tutto il nostro  essere anima e corpo è destinato alla pienezza della vita. 
Fu papa Pio XII il 1° novembre 1950 a proclamare dogma di fede l’ Assunzione di Maria. Le Chiese ortodosse celebrano nello stesso giorno la festa della Dormizione della Vergine. Come Maria nel Magnificat anche noi proclamiamo grande il Signore.
Il  Coordinamento Interprovinciale d’Italia augura a tutti voi fratelli/sorelle dell’OCDS buona Festa.