sabato 16 gennaio 2021

Meditazione sul vangelo della Domenica

 "Venite e vedete"

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbi - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro. (Gv 1, 35-42).


MEDITAZIONE

Una pagina meravigliosa, nella quale si incrociano gli sguardi e le persone si incontrano e trovano quello che, talvolta senza saperlo, andavano cercando. Quelli che cercano in questa prima pagina del quarto Vangelo, sono due dei discepoli del Battista il quale, fissando lo sguardo su Gesù che gli passava accanto, l’aveva indicato come l’Agnello di Dio, ossia il Messia profetizzato da Isaia nella figura del “Servo di Yhwh”. Giovanni lo aveva detto per loro e, come buon maestro, non solo non soffre nell’essere abbandonato da due dei suoi, ma è felice che ora seguano Gesù.
Uno di questi due che ascoltarono Giovanni e andarono dietro a Gesù per poterlo conoscere da vicino, si chiamava Andrea. Dell’altro non si sa il nome, però sembra essere quello che in seguito verrà chiamato “il discepolo amato”. I due seguono Gesù con molto interesse, però sono timorosi e si fermano a una certa distanza. Tuttavia, Gesù si accorge che lo stanno seguendo e, voltandosi verso di loro con una domanda diretta, facilita l’incontro. “Che cosa cercate?”, dice loro, ed essi, allora, gli rispondono che desiderano (solo) sapere dove vive. Da parte sua, Gesù li invita a continuare il cammino perché lo vedano con i propri occhi. Ambedue seguono il consiglio, giungono dove vive e, quel giorno si fermano con Lui.
Questo ciò che accadde quel giorno. I due rimasero con il nuovo Maestro, dal quale, più che parole si deve imparare il modo di vivere, come si deduce anche dal modo di esprimersi dell’evangelista. Di fatto, se si volesse tradurre alla lettera questo passaggio relativo all’incontro, il bisogno di questo rapporto personale con Gesù, risulterebbe ancora più chiaro. Sì, perché il verbo tradotto con abitare (dove abiti?) è, di fatto, lo stesso che si traduce, poi, con rimanere (rimasero con lui). Tentando, dunque, una traduzione letterale, anche solo per capirne meglio il significato profondo, il testo potrebbe anche suonare così: “Rabbi ¿dove stai? (méneis)”. I due andarono, videro dove stava (ménei) e, quel giorno, stettero (émeinan) con Lui. “Erano circa le quattro del pomeriggio (l’ora decima)”, aggiunge l’evangelista, probabilmente per dire che, essendo prossima la notte (nel paese, alle sei del pomeriggio fa già scuro), rimasero quella sera e il giorno dopo.
All’Evangelista non interessa precisare il luogo (l’abitazione) dove i due rimasero a vivere quel giorno, ma che stettero con Gesù, iniziando a essere discepoli suoi, perché solo sperimentando la convivenza con Lui, bisogna ribadirlo, è possibile divenire veramente suoi discepoli. Infatti, nel Vangelo di Marco, parlando dell’elezione dei dodici Apostoli, si dice che Gesù li scelse “perché stessero con lui e per inviarli a predicare” (Mc 3, 14). Per noi che non viviamo nei tempi di Gesù questo “stare” coincide con la fede nella sua presenza accanto a noi e con la preghiera che, come insegna santa Teresa di Gesù, “non è altro, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento personale con Colui da cui sappiamo d’essere amati” (Vita 8, 5).
È soltanto grazie a questo contatto personale con il nuovo Maestro, che Andrea è ormai capace di attirare anche suo fratello Simone. Contento d’aver incontrato Gesù, desidera che anche suo fratello possa goderne. “Abbiamo trovato il Messia”, gli dice. E lo conduce a Gesù che, da parte sua, fissa il nuovo arrivato e gli dice: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa, che significa Pietro”. Per il momento è solo questione di alcune ore, le prime con Gesù, però il suo invito al futuro (venite e vedrete) implica molto d’altro, inclusa la passione e la croce, che i discepoli dovranno vedere, stando con Lui.
Detto questo, torniamo di nuovo indietro per considerare un altro particolare, ossia, lo scambio di sguardi. Effettivamente, tra i personaggi c'è un gioco visivo. Il Battista “fissa lo sguardo in Gesù che passa”, Gesù si volge e guarda i due che timidamente hanno cominciato a seguirlo e li invita ad andare a vedere, ed essi vedono dove dimora. Infine, quando giunge Simone, condotto da suo fratello Andrea, Gesù, prima di cambiargli il nome in Cefa, lo fissa, come Giovanni Battista aveva prima fissato Lui. Ed è così che, con questi sguardi, fugaci ma profondi, nasce la reciproca conoscenza e la maturazione di ciascuno.
E questo, perché non bisogna aspettare tutto da Gesù, ma è necessario coltivare anche il desiderio di conoscerlo. Gesù, infatti, si volse, perché vide che i due discepoli lo stavano cercando, e si fermò a guardare Pietro perché, accolto l’invito di suo fratello, era venuto anch’egli con il desiderio di conoscerlo. Un insegnamento prezioso!
P. Bruno Moriconi, OCD

 

domenica 10 gennaio 2021

Meditazione sul vangelo della Domenica

 BATTESIMO DI GESÙ NEL GIORDANO 

7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». Mc 1, 7-11

MEDITAZIONE


Pochi versetti, però molta sostanza, in questa breve pericope del Vangelo di Marco, dove, nonostante la brevità, risaltano tre cose: 1. Giovanni che battezza con acqua; 2. Gesù annunciato come il più forte; 3. il suo battesimo nel Giordano. Tutto in funzione delle parole che si odono dal cielo

Le affermazioni di Giovanni Battista (Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo), le abbiamo già spiegate poco fa in altra occasione. Giovanni desidera far risaltare la differenza tra lui (l’Annunciatore), e Gesù (l’Annunciato). Con l’immagine di non poter neppure aver l’onore di chinarsi per slegare i lacci dei suoi sandali, Giovanni vuol dire che, essendo lui l’ultimo dei profeti, il suo compito termina con il suo annuncio e, con lui, l’Antico Testamento. Non può, cioè, diventare discepolo di Gesù.

Vale la pena che ci soffermiamo sul significato del Battesimo di Gesù, il quale, nei giorni nei quali il Battista predicava, giunse da Nazaret di Galilea e fu battezzato da lui nel Giordano. Questo battesimo non ha nulla a che vedere con il nostro che è un morire spirituale nell’acqua (simbolo della passione di Cristo), per risorgere a vita nuova per mezzo dello Spirito Santo. Come afferma lo stesso Battista (Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo), i battesimi nel Giordano sono solo dei bagni, ossia, delle abluzioni penitenziali

Perché allora, scende Gesù al Giordano se non ha alcun peccato e non ha bisogno di alcuna penitenza?

Come giudeo, al compimento degli otto giorni è stato circonciso (Lc 2, 21), offerto nel tempio (Lc 2, 22-24) e, a dodici anni è passato per il suo Bar mitzvah (Lc 2, 42), una specie di Cresima che lo abilitava a leggere i libri sacri. Fu quello l’anno in cui Gesù si fermò nel tempio senza avvertire i suoi, e sua Madre lo riprese con queste parole: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”.

“Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, ebbe il coraggio di rispondere Lui, senza che essi potessero comprendere ciò che intendeva. Ad ogni modo, tornato con Maria e Giuseppe a Nazaret, era loro sottomesso, mentre “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 48-52).

A Nazaret crebbe e imparò l’arte di suo padre, quella del falegname. Forse, per qualche tempo, frequentò gli Esseni, dei “monaci” di un movimento messianico che avevano la sede principale in un monastero sulle rive del Mar Morto, ma nessuno lo sa con certezza. Ciò che sappiamo è che, dai suoi compaesani, era conosciuto come “il figlio del falegname” (Mt 13, 55) o come “falegname” lui stesso (Mc 6, 3).

Dei suoi primi trent’anni, non si sa nulla di più. Figlio di Dio e di Maria, pare si sia dedicato a fare sedie, tavoli e finestre, prima con suo padre adottivo Giuseppe e, morto questi, ormai solo con sua Madre, guadagnando il pane per sé e per lei. Solo quando giunse più o meno ai trent’anni, una età assai adulta in quel tempo, si fece conoscere, iniziando la sua missione pubblica, precisamente con il suo battesimo nel Giordano.

Perché lo fece, se non aveva bisogno di pentirsi di nulla?

Per due o tre ragioni, la prima delle quali coincide con il suo desiderio di unirsi con la moltitudine dei penitenti. “In ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Ebr 4, 15), Gesù “si pone nella fila dei peccatori, silenzioso, nascondendo la propria identità in un atto di identificazione con la carovana dei peccatori che vanno a immergere nelle acque sacre i loro peccati” (Jesús Castellano).

La seconda ragione è l’investitura pubblica come Messia. La voce che si ode dai cieli (”Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”), corrisponde, di fatto, alla dichiarazione del versetto 7 del Salmo 2 che si riferisce alla cerimonia di intronizzazione dei re di Israele (“Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato). Gesù è il Figlio di Dio da sempre e non ha bisogno di alcuna adozione, però è necessario – quando sta per iniziare la sua manifestazione pubblica – che qualcuno (soprattutto Giovanni Battista, inviato per annunciarlo), si renda conto che il messia atteso è Lui. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, il Battista lo indicherà come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo.


Un’altra ragione è nei due versetti omessi in questa liturgia, che però, soprattutto nella redazione del Vangelo di Marco, risultano molto significativi anche per comprendere la ragione del battesimo di Gesù. “E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto”, scrive in effetti l’evangelista che, continua specificando che Gesù “nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana"

Può darsi che a noi meravigli che sia lo stesso Spirito a spingere Gesù nel deserto dove sarà tentato da Satana, però è per assicurarci che, dove Israele, che rappresenta l’umanità e tutti noi, aveva fallito (nel deserto), è possibile vincere, se chi “ispira” e sostiene le nostre azioni è lo Spirito che abbiamo ricevuto nel Battesimo.

Padre Bruno Moriconi, OCD

mercoledì 6 gennaio 2021

Meditazioni sul vangelo dell'Epifania

 Si prostrarono e lo adorarono


1 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: 6E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». 7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». 9Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
 
MEDITAZIONE

Il termine epifania deriva dal verbo greco epifainô (rendersi manifesto), e indica un momento rivelatore, una manifestazione sperimentata da una persona o da un gruppo di persone. Nell’ambito della nostra fede, il termine si riferisce al giorno della venuta dei Magi d’oriente per rendere onore al bambino Gesù, riconosciuto misteriosamente, anche da loro, come l’atteso salvatore divino

La festa si celebra dodici giorni dopo il Natale, mentre le Chiese ortodosse russa e serba (che seguono ancora il calendario giuliano promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C.), il 6 e il 7 di gennaio, pur ricordando la stessa visita dei Magi, celebrano il Natale, rimandando, invece, l’Epifania al 19 gennaio, unita al Battesimo di Gesù.

Mentre a Natale si celebra l’evento della nascita del Figlio di Dio come figlio di Maria, nel giorno dell’Epifania si festeggia la manifestazione e il riconoscimento di questo evento di salvezza per l’umanità intera, rappresentata dai tre Saggi d’Oriente dei quali ci parla il Vangelo di oggi presentandoli con queste parole: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme”.

La nascita di Gesù nella località di Betlemme è importante perché si tratta del medesimo paese in cui nacque Davide, del quale Gesù è il discendente più illustre in quanto Messia. I Magi sono stati ritenuti come Re in base alla profezia di Is 60, 3 (“Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”) e sono stati chiamati Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, solo a partire dal Medioevo. I loro doni offerti al “Re dei Giudei”, rendono omaggio alla sua regalità (l’oro), alla sua divinità (l’incenso) e alla sua futura passione (la mirra, una sostanza resinosa aromatica con proprietà medicinali e utilizzata anche per l’imbalsamazione dei defunti). Una anticipazione della fede nell’incarnazione del Figlio di Dio che lo Spirito Santo rivelerà ai credenti in tutta la sua chiarezza e provvidenza.
Siano chi siano, (magi o re), questi saggi che giungono dall’Oriente rappresentano gli esseri umani disposti a mettersi in cammino per scoprire il senso profondo dell’esistenza, al di là delle cose e delle preoccupazioni quotidiane. Questo senso si va rivelando loro mano a mano che proseguono il cammino e continuano a cercare. Se non è in Gerusalemme, sarà in Betlemme, però la verità li sta aspettando. Un insegnamento anche per noi, dato che l’importante è continuare a cercare quel Signore che desiderò farsi nostro fratello, ed è il senso della nostra vita.

Dopo aver onorato il bambino Gesù offrendo i loro doni, “avvertiti in sogno di non tornare da Erode”, ci informa l’evangelista, “per un'altra strada fecero ritorno al loro paese”. Espressione quest’ultima (per un'altra strada) che si riferisce alla prudenza del caso. Tornare a Gerusalemme dove Erode li aspettava, sarebbe stato pericoloso, e fu per questo che presero un’altra direzione, però questa altra strada, significa anche un cammino nuovo, illuminato, non già solo dalle stelle, ma dalla stessa Luce venuta sulla nostra terra.


Padre Bruno Moriconi, OCD

domenica 3 gennaio 2021

Meditazione sul Vangelo della Domenica

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi



In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2Egli era, in principio, presso Dio: 3tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. 6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». 16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Gv 1, 1-18

MEDITAZIONE

In principio!
Le stesse parole dell’inizio della Bibbia (Gen 1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra”). Qui si parla, dunque, della nuova creazione per mezzo dell’Incarnazione del Figlio di Dio.
Per tre volte, riferita al Verbo, ritorna la terza persona del greco eimi all’imperfetto (era), ma con tre significati distinti. Il primo, infatti, indica l’esistenza eterna Verbo (In principio era), il secondo, la sua relazione col Padre (era presso Dio) e, il terzo, l’affermazione della sua divinità (era Dio).
Il Verbo (Logos) è la Parola di Dio in azione, ossia, la parola con la quale crea (Gen 1, 3), si rivela (Amos 3, 7-8) e redime (Salmo 107, 19-20). Il testo continua dicendo che “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”, però l’intenzione dell’evangelista non è quella di redigere un trattato sulla creazione, ma introdurre l’evento dell’incarnazione che dichiara apertamente nel versetto 14, dove si leggono queste parole: “E il Verbo [la Parola per mezzo della quale si è fatto tutto ciò che esiste] si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Un’affermazione tuttavia già implicita nelle parole del versetto 4 (“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”) e in quelle del versetto 5 (“le tenebre non l'hanno vinta”), espressione che, con altra traduzione, forse migliore, si può anche leggere come “non l’hanno potuta vincere”. Nel senso che, sebbene la luce di Gesù non fu bene accolta dalla “tenebra” di questo mondo, continua a brillare per sempre.
Dopo la parentesi dedicata alla venuta e al ruolo del precursore (Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni) nei versetti 6-8, e la ripetizione con altre parole della luce del Verbo non accolta (vv. 9-10), tutto diviene molto concreto e definito. “Venne fra i suoi”, scrive l’evangelista, parlando del popolo di Israele dove Gesù è nato, “e i suoi non lo hanno accolto” (v. 11).
Sì, perché è questo ciò che avvenne. Nella sua terra e dal suo popolo, il Figlio di Dio non fu accolto e infine fu condannato come un malfattore. La sua fine, tuttavia, è stata giudicata un fallimento solo agli occhi del mondo, ma non agli occhi dei credenti. Questi sanno che, a loro, “ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (vv. 12-13). I credenti giungono ad essere figli di Dio, infatti, non in una delle tre maniere menzionate (da sangue, da volere di carne, da volere di uomo), ma per l’intervento dello stesso Dio che, nel Figlio, li rende figli suoi. “Da Dio”, dice, infatti, il testo, “sono stati generati”.
Padre Bruno Moriconi, OCD

giovedì 31 dicembre 2020

Meditazione sul Vangelo della Solennità di Maria Madre di Dio

Gli fu messo nome Gesù
 
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.
Lc 2, 16-21
MEDITAZIONE

Il greco Θεοτόκος (Theotókos), in latino, Deīpara o Deī genetrix, significa letteralmente “colei che diede alla luce Dio”. È il titolo che la Chiesa cristiana dà a Maria in riferimento a suo Figlio Gesù che, essendo Dio Egli stesso, permane Figlio del Padre celeste. Il titolo venne definito nel Concilio di Efeso del 431, che lo spiegò con queste parole: “[La diciamo] Madre di Dio […] certamente non perché la natura del Verbo o la sua divinità abbia avuto origine della Santa Vergine, ma perché nacque da lei il santo corpo dotato di anima, alla quale il Verbo si unì sostanzialmente, si dice che il Verbo nacque secondo la carne”.

Il senso e il significato teologico che il Concilio volle dare a questo titolo fu quello di sottolineare che il figlio di Maria, Gesù, era completamente Dio, e allo stesso tempo completamente uomo, così come era stato affermato nel primo Concilio di Nicea dell’anno 325. In altre parole, che le due nature di Cristo (quella umana e quella divina) erano unite e sono inseparabili in una sola persona, la seconda della Santissima Trinità che, incarnandosi in Maria si chiama Gesù.

Dante, nel canto XXXIII del suo Paradiso lo cantò con queste parole: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”. È così, perché Maria è il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo. Dio, che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, in Maria, si fa Egli stesso, questa immagine e somiglianza. Dio che nessuno lo ha mai visto – come si legge nel Prologo del Vangelo di Giovanni – il Figlio unigenito, lo ha fatto conoscere come figlio di Maria.

Questo è ciò che professa la nostra fede con le parole di Paolo che, ai Galati, scrive che “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli” (Gal 4, 4-5). Ed è per questa ragione che celebriamo Maria come Madre di Dio. Non tanto per onorare Lei, che non ne ha bisogno, ma per prendere coscienza della nostra dignità come fratelli di questo Figlio suo e del Padre.

Se il Figlio di Dio si fa Figlio di Maria, al medesimo tempo si fa fratello nostro che, in forza di questa relazione diventiamo figli di Dio suo Padre, e figli di sua Madre. Non sarebbe stato necessario dircelo, però Gesù, prima di morire sulla croce desiderò dichiararlo chiaramente come un testamento. “Donna”, disse a sua Madre indicando il discepolo amato che ci rappresenta tutti, “ecco tuo figlio”. Lo disse a Lei, ma per aggiungere subito, rivolto al discepolo: “Ecco tua madre”..

Da parte sua, Maria non disse una parola, però, come a Nazareth aveva accettato suo Figlio dalla mano del Padre, sotto la croce accettò noi dalla mano di Gesù. Neppure il discepolo disse nulla, però nell’indicarci ciò che a noi giova, l’evangelista annota che, da quel momento, il discepolo accolse Maria “come cosa propria”.
Padre Bruno Moriconi, OCD


sabato 26 dicembre 2020

Meditazione sul Vangelo della Domenica

Portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore 


22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. 25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: 29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, 30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, 31preparata da te davanti a tutti i popoli: 32luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». 33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. (Sacra Famiglia) LC 2, 22-40
MEDITAZIONE

Mentre il giorno di Natale tutti gli occhi stavano fissi sul bambino Gesù, ora la Chiesa desidera che poniamo lo sguardo sopra tutta la famiglia. Sacra, perché si tratta di Gesù, di Maria e Giuseppe. I tre ai quali la pietà popolare ricorre con questa preziosa giaculatoria: “Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia

Quando si compirono i giorni della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, secondo quanto scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore”, e per offrire in sacrificio, come prescrive la legge del Signore: “una coppia di tortore o due giovani colombi

Quando Luca ci dice: compiuto il tempo (i quaranta giorni) della loro purificazione, parlando della purificazione di ambedue (Maria e Giuseppe), non è bene informato, perché la legge mosaica non parla per niente della purificazione dello sposo. Secondo questa legge (Lv 12, 2-8), la donna che dà alla luce un figlio maschio non può toccare nulla di sacro né entrare nell’area del tempio per quaranta giorni, a causa della sua impurità. Al termine di questo periodo, deve offrire un agnello, che dovrà bruciare totalmente, e una tortora o un piccione in espiazione dei suoi peccati. Le donne povere come Maria, che non possono permettersi un agnello, offrono “una coppia di tortore o due giovani colombi”, come, effettivamente, fa con Giuseppe.

Ad ogni modo, ciò che qui importa, non è la purificazione di Maria, ma la presentazione del bambino Gesù che, in quanto primogenito – questo sì secondo le prescrizioni della legge (Es 13, 2.12) –, deve essere offerto a Dio. Maria e Giuseppe lo fanno per compiere questa legge, però questa offerta assume un significato del tutto particolare, dato che è come l’anticipazione dell’offerta che Gesù farà del suo corpo e del suo sangue per la remissione dei peccati di tutti.

Infatti, nel tempio, Maria e Giuseppe non incontrano solo sacerdoti e leviti per compiere il rito, ma anche un santo vegliardo chiamato Simeone, uomo giusto e pio, che attendeva la consolazione di Israele. Gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non avrebbe visto la morte prima di vedere il Messia del Signore che, di fatto, riconobbe nel bambino Gesù. Lo prese in braccio e benedisse Dio affermando di poter morire in pace, dato che i suoi occhi avevano visto il Salvatore atteso da tutto il popolo di Israele.

E non solo benedisse Dio e i due sposi, ma a Maria disse che avrebbe partecipato in maniera molto intima ai patimenti di suo figlio. “Egli”, disse riferendosi al bambino, “è qui per la caduta e la resurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te”, aggiunse, “una spada trafiggerà l’anima”. Non disse la stessa cosa a Giuseppe, perché non stava parlando delle molte fatiche e preoccupazioni che doveva condividere con Maria, ma dei dolori interiori che – in maniera unica – uniscono Maria con suo Figlio, facendo di lei una corredentrice.

Nel tempio c’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser, che aveva ottantaquattro anni, dei quali sette li aveva vissuti con il suo sposo, passando il resto tutti gli altri nel servizio del Signore. Anch’ella, prendendo la parola in quel momento, lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la liberazione di Gerusalemme.

Non sappiamo perché l’evangelista sia così interessato ad annotare gli anni che aveva quella santa donna di Anna, ma qualcosa si può cercare di capire, dividendo 84 per 7, numero che nella Bibbia è il simbolo della perfezione divina. Ottantaquattro diviso per 7, da dodici, ossia, dodici volte sette (più del necessario per arrivare a settanta (7x10, il massimo di ciò che uno può fare)! Se togliamo, poi, i sette anni vissuti con il marito, ne restano ancora 77 (tuttora più di settanta!), tutti vissuti per il Signore. Il suo Signore, che ora ella può vedere e contemplare in quel bambino di nome Gesù. Il tutto, per indicarci che accogliere il Signore, vuol dire anche saperlo attendere.

Padre Bruno Moriconi, OCD

venerdì 25 dicembre 2020

2020 ……….. la rinascita

   Ci ricorderemo del 2020 dodici mesi segnati dal contagio, dalla paura.
Il tragico conteggio delle persone morte da Covid è ad oggi all’incirca 70 mila riconosciuti.
   La situazione è si drammatica, ma ha anche tante risorse , c’è sempre una luce in fondo, ed è la luce della fede.
Sapere che : “Egli ( Dio) fa concorrere tutto al bene di coloro che Lo amano ”( Rm 8,28)
   La morte ha sfiorato alcuni di noi, altri sono rinati perché sono guariti, altri ancora sono stati colpiti negli affetti più cari, come in questi giorni una Presidente Provinciale piange il consorte, altri prima di lei hanno pianto e neanche hanno potuto salutare il loro congiunto.
    Preghiamo per tutti i fratelli /sorelle OCDS i loro cari i loro amici che ci hanno lasciato ricordando che: “ Le anime dei giusti, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà…… essi sono nella pace”.(Sap3,1)
Rosa Maria Pellegrino

Meditazione sul Vangelo di Natale

 Un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia


1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. 8C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». 15Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l'un l'altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.  Lc 2,1-20 
MEDITAZIONE

Come sappiamo, il giorno di Natale ci sono tre Messe: quella della notte santa, quella dell’aurora e quella che si celebra in altre ore del giorno. In quella della notte si legge Lc 2, 1-14 (l’annuncio ai pastori), nella messa dell’aurora Lc 2, 15-20 (l’adorazione da parte degli stessi pastori), e nella terza Gv 1, 1-18 (il Prologo di Giovanni che parla della divinità e eternità del Figlio di Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi).
Nella nostra riflessione, noi ci limiteremo al Vangelo di Luca (2, 1-20) che si legge, una parte nella celebrazione della notte (vv. 1-14) e, l’altra in quella dell’aurora (vv. 15-20). In concreto, si tratta del medesimo avvenimento, la nascita di Gesù, i cui primi privilegiati spettatori sono i pastori dei dintorni di Betlemme.
Non è, tuttavia, la tenerezza, ciò che deve muoverci. Per comprendere bene l’importanza di questa presenza alla nascita di Gesù, dobbiamo dimenticare i romantici pastorelli dei presepi delle nostre chiese e delle nostre case. I pastori ai quali l’angelo annunziò la buona notizia erano, in realtà, gli ultimi, i più emarginati della società e della religione. Vivendo in mezzo alle bestie, erano considerati impuri e, come tali, maledetti ed era loro impedito di partecipare ad alcuna cerimonia religiosa.
Se desideriamo comprendere perché il Figlio di Dio ha voluto nascere come uno di loro e loro salvatore, bisogna tener presente questa realtà. Mentre in quella notte, all’aperto, vegliavano a turno il proprio gregge, a questi pastori si presentò un angelo del Signore. Essi si spaventarono, però l’angelo disse subito loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (vv. 10-12).
Due cose importanti, bisogna notare in questo annuncio. La prima è che, dopo che l’angelo ebbe detto che la buona notizia sarà di grande gioia per tutto il popolo (vale a dire, per tutto l’umanità), riferendosi ai pastori dice loro: “è nato per voi un Salvatore”. Ed è precisamente per questo (la nascita di un salvatore per loro) che i pastori, una volta che gli angeli furono tornati in cielo, si dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. La seconda si riferisce al segno che, se leggiamo con attenzione, conferma anche la prima annotazione. “Troverete”, aveva detto l’angelo, “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”.
Corsero e, di fatto, trovarono Maria e Giuseppe, e il bambino adagiato nella mangiatoia. Un segno che si spiega soltanto in riferimento a ciò che aveva detto l’angelo ai pastori, assicurandoli che, per loro, era nato un Salvatore. Anche questo segno, infatti, è solo per loro, perché se nasce come uno dei loro figli (poveramente e al calore di suoi animali), possono comprendere che è veramente giunto dove essi vivono. Non è venuto a nascere nel Tempio, dove essi non possono neppure entrare, ma in una grotta di animali, dove anch’essi scaldano i loro figli appena nati.
Noi, che sappiamo chi è questo Bambino, lo comprendiamo ancora meglio. Sappiamo che, proprio perché il Salvatore viene per tutta l’umanità, deve nascere al livello più basso della società (i pastori) e morire con i peggiori (tra due ladroni). I pastori da una parte e i ladroni dall’altra, rappresentano i limiti estremi dove giungono le braccia aperte di Gesù che desidera abbracciare tutti.
Questo è il mistero di Natale! Quando ci rendiamo conto dell’amore che tutto racchiude, ci rallegriamo anche noi con i pastori, perché ci è nato un salvatore e, con Maria impariamo a meditarlo nel nostro cuore.
Padre Bruno Moriconi, Ocd

mercoledì 23 dicembre 2020

Buon Natale da p. Alzinir

 

      Con la mia fraterna

 preghiera e 

benedizione,

 vi invio 

anche 

un caro saluto

Fr. Alzinir Francisco 
 
Roma, Santo Natale 2020




FRATERNITA’ E AMICIZIA PER MANTENERE VIVA LA SPERANZA

  L’Ocds si è confrontato con la “Fratelli tutti" di Papa Francesco, nel corso del "ritiro" di Avvento, trasmesso in streaming. Titolo dell'incontro FRATERNITA’ E AMICIZIA PER MANTENERE VIVA LA SPERANZA IN QUESTA NOTTE OSCURA DEL MONDO, relatore: P. Gabriele Morra ocd. Saluto di apertura di padre Aldo Formentin ocd. Qui di seguito vi proponiamo i file delle relazioni, augurandovi un santo Natale.







 


PRIMA MEDITAZIONE DI P. GABRIELE  


sabato 19 dicembre 2020

Meditazione sul Vangelo della Domenica


26Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te». 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei. (Lc 1,26-38).

MEDITAZIONE

Siccome il Vangelo proposto per questa quarta Domenica di Avvento è lo stesso che si è letto l’8 dicembre (giorno dell’Immacolata), andiamo a concentrarci sul solo versetto 32, nel quale si allude al testo messianico per eccellenza, ossia, la promessa del Signore a Davide, per mezzo del profeta Natan. È infatti a questa promessa che si riferiscono le parole dell’Angelo Gabriele che, parlando a Maria del figlio che nascerà da lei, le dice: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 32-33).

Noi che siamo cristiani lo sappiamo, il bambino che nascerà da Maria sarà grande perché Figlio di Dio e Dio Egli stesso, dal momento che, dopo l’incarnazione nel suo seno, non ha cessato di esserlo, benché in una condizione simile alla nostra. Senza dubbio l’angelo, basandosi sulla profezia del capitolo 7 del secondo libro di Samuele che lo annuncia, parla della sua grandezza, anche come il re promesso della dinastia di Davide. Effettivamente, se l’incarnazione del Figlio di Dio è una novità inaspettata, tutti aspettavano la venuta del Messia come figlio di Davide. Il testo di 2Sam 7,1-16 nel quale si trova la profezia messianica, è articolato intorno all’opposizione che implica la parola ebraica bayit che significa, allo stesso tempo, casa e discendenza, e si articola in tre passaggi che è bene considerare uno per uno.

Nel primo si tratta della decisione di Davide di costruire una casa (bayit) al Signore. “Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno”, recita il testo, “disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te»” (1-3). Come si può vedere il profeta è d’accordo con Davide, però non è questo ciò che desidera il Signore.

Infatti – e siamo già nel secondo passaggio – quella stessa notte il Signore parlò a Natan con questo ordine: “Va’ e di’ al mio servo Davide: così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa (bayit) perché io vi abiti? […]” (4-11). In pratica, il Signore, in quel momento, non solo non chiede nessuna casa (cioè nessun tempio) a Davide, ma desidera edificare Lui (Yhwh) una casa al re (ossia assicurargli una discendenza per sempre).

Risulta chiaro da quello che lo stesso Signore dichiara nel terzo passaggio con queste parole inequivocabili: “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa (bayit). Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente (bayit) dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. […] Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. […] La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre” (vv. 12-16).

È perché allude a questa profezia che l’angelo Gabriele comunica a Maria che il suo bambino sarà grande e sarà re della dinastia di Davide e che il suo regno non avrà mai fine. Un figlio, aggiunge l’angelo, che sarà chiamato figlio dell’Altissimo. Una dignità, questa, che Maria dovrà scoprire, però, attraverso le umiliazioni che toccheranno a Gesù lungo tutto il suo ministero e soprattutto quando sarà condannato a morte come un malfattore. Ella seguirà suo Figlio sullo stesso cammino fino al Calvario, come la prima e la più fedele tra tutti i discepoli.

Il modo della sua fedele sequela, ce lo spiega molto bene l’evangelista Luca, annotando che, mentre molti esaltavano suo Figlio e altri lo disprezzavano, “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Un atteggiamento che l’evangelista annota, non tanto per esaltare Maria, quanto per suggerire al lettore che, tutto quello che non è possibile capire al momento dei contrasti, lo si capisce un giorno, tenendosi aggrappati alla certezza che Dio non può abbandonarci mai.

                                                                                                                   Padre Bruno Moriconi, OCD