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sabato 18 novembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica


 

L’uomo che partendo per un viaggio chiama i suoi servi per lasciar loro la custodia dei suoi beni, rappresenta Gesù che è andato al Padre e là ci aspetta, quando sarà la nostra ora. I servi rappresentano i suoi discepoli che non sono più servi, ma amici e suoi fratelli, inviati a costruire il Regno di Dio, iniziato da Lui in questo mondo. I talenti sono i doni ricevuti per natura e per grazia che dovrebbero spronarci a cresce e produrre sempre più frutti.

 Come nella parabola delle dieci vergini, nella quale cinque sono sagge e cinque sciocche, qui ci sono due servi che sanno impiegare i talenti e uno che, non essendo capace di nulla, non ottiene nulla. Come nella parabola delle vergini, non si tratta di buoni e cattivi, ma di pronti e di stolti, intelligenti e sciocchi.

 L’uomo ricco che rappresenta Gesù ha otto talenti e accollandosi il rischio di perdere questa grande quantità di denaro (ogni talento d’oro corrisponde a 35/60 chili di questo prezioso metallo), li distribuisce in tre diverse quantità. A uno dà cinque talenti, a un altro due e al terzo uno, a seconda di come li giudica capaci. Anche tra i figli di una stessa famiglia, c'è chi è più intelligente di un altro. Tutti sono figli e hanno gli stessi diritti, però con attitudini diverse, uno per diventare professore, un altro per il commercio, un altro ha tendenze artistiche, ecc. Importante è che ogni terreno sul quale cade il seme del buon seminatore, produca il trenta, il sessanta e, talvolta, il cento per uno.

 La diversa quantità di talenti consegnata a ciascuno dei tre servi (5, 2, e 1) non dipende dalla parzialità del Signore, ma è in rapporto alle capacità di ciascuno e alla possibilità che tutti possano aspirare al massimo. Come si vede, non importa che uno abbia prodotto cinque più di quanto ricevuto e l’altro soltanto due di più. Ambedue si sono comportati come buoni amministratori. Di fatto, ai due, il padrone dice la stessa cosa, ossia: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”!

 Il terzo servitore non viene condannato perché non è stato capace di produrre molto, ma perché non si è dato da fare per niente. Con minor sforzo di quello che gli è costato scavare la terra e nascondere lì il talento ricevuto, avrebbe potuto investirlo, però neppure questo ha fatto. Non solo è stato pigro, ma anche sciocco e pauroso. Sciocco, pauroso e anche malvagio, perché non si è fidato, come gli altri della fiducia accordatagli dal suo padrone.

 Ci è difficile accettare che questo padrone, che rappresenta il Signore, confermi di essere uno che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso, sebbene sia solo per sottolineare la stupidità del servo che, anche temendo questa severità, non ha fatto nulla. Non facendo nulla, non solo non cresce per niente, ma al contrario diminuisce anche il poco che aveva o pensava di avere. Non progredi est regredi, dicevano i latini, non avanzare è regredire. Per questo, il padrone ordina ai suoi servi: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. In effetti, ciò che ha quell’inerme non è suo e il suo nulla non può crescere.

 La sua colpa è non essersi adoprato per il bene. Non basta non fare il male, bisogna operare il bene, per quanto sia poco, perché l’unica cosa che rimane di noi è quello che abbiamo dato.

Se, tuttavia, Gesù ci dice che quest’uomo che parte per un viaggio e chiama i suoi servi per affidar loro i suoi beni, si arrabbia con il servo sciocco chiamandolo servo inutile e ordinando che lo gettino fuori, nelle tenebre dove c'è pianto e stridore di denti, non è per farci cadere nella paura, ma per svegliarci come suoi discepoli, per i quali non vuole che il loro bene.

 Non dobbiamo pensare subito all’inferno, ma alla necessità di operare, perché non basta dire Signore, Signore. Il vero discepolo nel quale il Signore confida al punto di dargli i suoi beni perché li faccia fruttificare – come capirà in ciò che segue in questo stesso capitolo 25 di Matteo (vv 31-46) che si leggerà la prossima domenica – deve dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ospitare i forestieri, visitare gli infermi e i carcerati. Sì, perché essere stati chiamati ad essere cristiani è un dono che nessuno può permettersi di vivere senza produrre alcun bene.

p. Bruno Moriconi ocd

sabato 11 novembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 


Poverette, quelle cinque ragazze che sono rimaste senza olio! Sono state sciocche a non averne portato una riserva come le altre, ma la durezza delle altre cinque e dello stesso sposo, pare eccessiva. Non poteva essere un poco più indulgente con queste poverette, benché arrivate alquanto in ritardo? Questo sposo, infatti, rappresenta Gesù che, per sua stessa ammissione, non è venuto per i giusti, ma per i peccatori. E queste povere vergini che hanno solo il peccato di giungere tardi, allora?



Possiamo comprendere la fermezza delle cinque vergini prudenti che, pensandoci bene, hanno ragione. Il rischio sta nel pericolo che l’olio di scorta non basti e che tutte rimangano con le lampade spente. “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”, dicono alle poco previdenti, “andate piuttosto dai venditori e compratevene". Loro hanno ragione, mentre lo sposo – con il solo motivo del rifiuto – ci pare troppo severo, anche se, e non può essere che così, Gesù ha qualcosa di specifico da insegnare anche con questa parabola.

Che cosa?

Desidera dirci che la salvezza viene da Lui, sempre disposto a perdonarci, ma che dobbiamo mostrare interesse per questa salvezza e questo perdono. Gesù è venuto per i peccatori ed è sempre pronto a perdonare tutte le volte che è necessario. Qui, tuttavia, parla per coloro che lo hanno ormai riconosciuto e desiderano agire da suoi discepoli.

Egli aspetta sempre alla porta della nostra casa (del nostro cuore), però bisogna desiderare che entri davvero a cena con noi. Precisamente come le cinque ragazze prudenti che non desideravano altro che portare luce al corteo dello sposo. Venivano con il desiderio di incontrarlo e, per questo, portavano l’olio di riserva nel caso tardasse.

Le lampade di questa parabola sono il simbolo di questo amore e della fede che illumina la nostra vita e spinge incontro al Signore. L’olio, da parte sua, rappresenta le opere che fecondano e rendono credibile la nostra fede.

A chiunque può succedere di addormentarsi, però una certa riserva di amore è sempre necessaria. Quella che basta, per lasciar entrare il Signore. Basta ricordare il “buon” ladrone. Di buono quasi non aveva nulla, però, vedendo morire Gesù al suo fianco, si lasciò prendere dall’entusiasmo e prese coraggio per chiedere pietà. Le cinque ragazze stolte, al contrario, parrebbe che fossero andate di mala voglia alla festa, senza pensare alla gioia di partecipare alle nozze. Stanno lì come studenti annoiati ad una lezione di fisica quantistica che non ha alcun interesse per loro. O come molti che vanno a messa per compiere il dovere e non attendono altro che finisca.

L’entusiasmo, la fede e l’amore, non si possono scambiare. Uno può pregare i santi e la Vergine per essere aiutato, però l’olio dell’amore non glielo dà nessuno, neppure il Signore, se non lo chiede desiderandolo, come il buon ladrone di essere accolto. Solo per questo Gesù dice alle cinque vergini che arrivano tardi, “non vi conosco”. Non per spaventarci, ma per dirci che, per essere conosciuti da lui come suoi discepoli, bisogna avere nel cuore una lampada accesa di sincero desiderio di esserlo.

E se la nostra fede è debole, basta dire, come gli Apostoli un giorno: “Signore, aumenta la nostra fede!”.

p. Bruno Moriconi ocd





sabato 4 novembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

Søren Kierkegaard (1813-1855) diceva di sé: "Non sono un cristiano, ma un apprendista cristiano". Ed è così che dovremmo dire tutti, poiché è proprio ciò che Gesù, riferendosi a Sé, ha dichiarato ai suoi discepoli: "Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli". E il Kierkegaard non lo diceva come potrebbe dirlo uno stupido insegnante, per umiliare i suoi studenti, ma perché si rendeva conto, con la sensibilità dei santi, che la scuola di Gesù non è mai finita.

 E questo, non tanto perché ciò che Gesù insegna sia difficile come dottrina, ma perché ciò che si deve imparare è il suo modo di vivere e di agire. Infatti, nella sua scuola non c'è il programma delle diverse materie da seguire un anno e, un altro, l'anno successivo. "Ne designò dodici (apostoli) perché stessero con lui" (Mc 3,14), scrive l'evangelista Marco, per sottolineare che solo stando con Gesù si impara ciò che si deve imparare e, eventualmente, annunciare. Teologi ed esegeti sono utili per chiarire i concetti e le implicazioni storico-filologiche dei testi, ma né la teologia né l'esegesi sono le strade che portano a Cristo come discepoli.

Per arrivare a Gesù e cominciare ad assimilare la buona notizia della sua incarnazione (l'euangélion), bisogna persistere nello stare con Lui, come insegna molto chiaramente Teresa d'Avila (1515-1582), che definisce la preghiera come uno "stare amichevole e frequente, da soli, in compagnia di Colui dal quale si sa di essere amati" (Vita 8,5).          

              Ed è proprio per questo, che Gesù chiede ai suoi discepoli, a differenza degli Scribi, di non lasciarsi chiamare né maestri né padri. Poiché uno solo è il Maestro, Lui, e uno solo è il Padre, quello celeste. Una ragione cui ne segue un'altra, ossia, quella di essere e considerarsi tutti fratelli e servi gli uni degli altri (il primo di voi sarà il vostro servo). Pena, la vergogna, poiché "chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".

       Gesù parla così perché si capisca che bisogna sostituire il modo di essere religioso tradizionale, fatto solo di pratiche devozionali, con un atteggiamento di vera fede, come disse esplicitamente, un giorno alla donna di Samaria incontrata al pozzo di Giacobbe. "Credimi, donna, le disse, “viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi [eretici samaritani] adorate ciò che non conoscete; noi [ebrei] adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora (ed è questa) in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché così vuole il Padre per coloro che lo adorano" (Gv 4,21-23).

      Nel brano del Vangelo di oggi, Gesù inizia parlando contro i maestri presuntuosi del suo tempo, gli scribi e i farisei che dicono, impongono carichi pesanti sulle spalle della gente, ma non muovono un dito per portarli anche loro. Parla di questi, ma il fatto che l’ammonimento sia nel Vangelo, vuol dire che il pericolo di cadere negli stessi errori rimane un rischio “clericale” di tutti i tempi. Così come, infatti, ci sono sempre stati pastori santi e generosi, allo stesso tempo non sono mancati e non mancano ecclesiastici e cristiani presuntuosi, interessati solo al potere o ad apparire qualcuno.

      Per questo, al di là dei vari titoli funzionali, l'ammonimento di Gesù (Voi, invece...) rimane prezioso. Onorando il Padre in spirito e verità, come suoi veri discepoli, infatti, l'ideale resta quello di considerarsi discepoli in continua formazione, e fratelli a servizio gli uni degli altri. Evitando, così, di essere svergognati, perché "chi si esalta sarà umiliato”, e solo “chi si umilia sarà esaltato".


sabato 7 ottobre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 


      Quando Gesù raccontò questa parabola dei vignaioli malvagi che arrivano ad uccidere il figlio del proprietario della vigna, non era ancora chiaro di chi stesse parlando. Neppure gli apostoli lo capirono, ma una volta crocifisso e risuscitato il loro Maestro, capirono che parlava di se stesso e di ciò che stava per accadergli per opera delle autorità religiose e civili del suo tempo.

 Alla luce della sua risurrezione e dello Spirito Santo, compresero anche che Gesù, in comunione col Padre del cielo, aveva accettato quella condanna per il bene di tutti. Capirono che, dopo aver inviato molti profeti (rappresentati dai servi che il padrone della vigna invia ai contadini, uno dei quali lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono) Dio, rappresentato dallo stesso padrone della vigna, aveva inviato il suo stesso Figlio.

 Capirono ciò che Paolo scriverà con queste poche, ma stupende parole, ai cristiani galati come sintesi della nostra fede: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli” (Gal 4,4-5).

 Avranno rispetto per mio figlio”, si era detto il padrone della vigna. I contadini, invece, vedendo il figlio si dissero: “Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità”. Afferratolo, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

 Quanto a Gesù, non lo uccisero perché era il Figlio di Dio, ma perché non vollero crederlo e, comunque, non vollero essere ostacolati nel controllo religioso. Quando Gesù lo disse a Caifa (il Sommo Sacerdote), questi si stracciò persino le vesti rimproverandogli di aver bestemmiato. “Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”, domandò. E i presenti risposero che era reo di morte, gli sputarono in faccia, lo schiaffeggiarono, mentre altri lo percossero (Mt 26,65-67).

 Dopo la risurrezione i discepoli, da parte loro, non solo compresero che Gesù era il Figlio di Dio, ma che era morto perché tutti fossero salvati per mezzo di Lui e uniti a Lui come fratelli. Capirono che la pietra scartata dai costruttori e divenuta la pietra d’angolo di cui parla il Salmo 118 (117) ai vv. 22-23, è Gesù stesso e che i credenti (le altre pietre dell’edificio del Regno) stanno attorno a Lui.

Ricordandosi della parabola e di questa conclusione, Pietro, nella sua prima Lettera, ci esorta, infatti con queste parole: “Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo” (1Pt 2,4-5).

Parole, queste di Pietro, che mostrano tutta la nostra dignità (essere pietre di costruzione insieme alla pietra angolare che è lo stesso Figlio di Dio), ma anche la cura che bisogna averne. Non basta essere pietre, bisogna volerlo essere e procurare di esserlo veramente al nostro posto. Non si tratta solo di un onore, potremmo dire con altre parole, ma anche di un impegno (“offrire” – per mezzo di Gesù Cristo e seguendo il suo esempio – “sacrifici spirituali graditi a Dio”, ci scrive Pietro).

 Ciò che Gesù disse quel giorno ai giudei (“a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”), lo dice, oggi – attraverso il Vangelo – a noi. Non ci sta mettendo in guardia per spaventarci, ma perché ci rendiamo conto della nostra realtà di figli di Dio e della nostra missione come tali sulla terra.

p. Bruno Moriconi ocd

 




sabato 23 settembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica


 

“Mi conforta sapere che Dio si serve di mezzi insufficienti per compiere il Suo progetto nel mondo”, disse il cardinal Ratzinger il giorno della sua elezione a Papa, il 19 aprile 2005. “Sono solo un umile operaio nella vigna del Signore”, aggiunse.

Una disponibilità, quella del penultimo papa, che ci può aiutare a comprendere bene la simbologia degli operai della vigna di cui si legge oggi all’inizio del capitolo 20 del Vangelo di Matteo. Nonostante fosse un uomo molto colto, un cardinale di alto rango, Joseph Ratzinger si disse contento di accettare la sua elezione alla Cattedra di Pietro, come un umile operaio nella vigna del Signore, esprimendo così il desiderio di continuare ad essere solo un vero discepolo di Gesù.

Di fatto, come dimostrano i santi con la loro vita, per chi si è incontrato con Cristo e lasciato coinvolgere nel suo progetto, non esiste cosa più grande che poter servire come Suo discepolo. La vigna di cui parla la parabola è il Regno di Dio che i discepoli di Cristo portano avanti nel mondo cercando di essere, in nome di Cristo, luce, sale e lievito per tutta l’umanità.

Quando, all’imbrunire, il padrone della vigna fa chiamare i lavoratori ingaggiati lungo la giornata e ordina al sorvegliante di dare a tutti un denaro, ossia, la paga giornaliera, è normale che quelli che avevano lavorato fin dal mattino si sentissero sottovalutati. Al loro posto, chiunque di noi, vedendo che dava la stessa ricompensa a quelli che erano appena arrivati, avrebbe provato lo stesso disagio. "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo", direbbero anche molti di noi. Al di là, tuttavia, del legittimo sentimento istintivo, a protestare, quei lavoratori non avevano ragione di protestare, per almeno tre ragioni:

- Perché, più che contenti, avevano accettato di lavorare per quel tipo di pagamento. “Non hai forse concordato con me per un denaro?”, chiederà il padrone a chi aveva presentato le rimostranze dei primi.

- Perché il padrone aveva promesso la stessa paga giornaliera (un denaro) anche a tutti gli altri.

- Perché nessuno può proibire [qui non si tratta, naturalmente, del contratto sindacale con gli operai di una stessa fabbrica] al proprietario di quella vigna di dare quanto vuole a chiunque abbia accettato il suo invito. Anche a quelli dell’ultima ora.

Detto questo, è chiaro che qui non si tratta di un vero proprietario di vigne, ma del Signore, Padre di tutti, sempre disposto ad aspettarci a qualsiasi ora, come il padre della parabola di Luca 15. Quel padre, visto il figlio in lontananza che ritornava a casa, nonostante il male che gli aveva fatto, si commuove nelle viscere e si mette a corrergli incontro per abbracciarlo.

Come, dunque, aver invidia dinanzi a questo nostro Padre buono e affettuoso con tutti coloro che accedono a Lui? Alla luce di quanto Gesù ha insegnato, neppure l’ultima frase (Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi) deve agitarci. Non si tratta, infatti, né di una minaccia, né di una ingiustizia, poiché ciò che importa è sapere che tutti (primi e ultimi) siamo, se continuiamo a volerlo, nella stessa vigna del Signore.

Egli è disposto ad abbracciare ognuno, senza che sia importante quando si sia reso conto della grande opportunità che suppone lavorare nel e per il Regno di Dio. Uno giunge quando è tutta la vita che noi ci stiamo sforzando di vivere da cristiani?

Se non siamo capaci di rallegrarci che sia arrivato anche quello dell’ultima ora, non è sicuro che siamo già cristiani come si pensava. Per esserlo davvero, infatti, è necessario che i nostri sentimenti siano quelli del Padre della parabola lucana che, al figlio maggiore che protestava come i vignaioli della prima ora, dice che bisogna fare festa e rallegrarsi perché suo fratello che era perduto è infine tornato a casa.
P. Bruno Moriconi ocd

sabato 9 settembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

I temi di questa parte del capitolo 18 del Vangelo di Matteo sono due: la correzione di un fratello (vv. 15-18) e l’efficacia della preghiera fatta insieme (vv. 19-20).

 Per quanto riguarda la correzione del fratello (vv. 15-18), si tratta del modo di comportarsi nella comunità dei credenti nel caso in cui un fratello o una sorella si trovino in una situazione in contrasto con la fede comune. In questo caso, chi ha il dovere di farlo deve avvertire quel fratello o quella sorella all’insaputa degli altri, perché può capitare a tutti di sbagliare e non è bene diffonderlo in giro, se si può rimediare tranquillamente a quattr’occhi.

 Bisogna trattare la persona con tutto il rispetto e con il desiderio che voglia correggersi. “Se ti ascolta, hai salvato tuo fratello”, dice Gesù. Se non succede nulla (“se non ti ascolta”), allora la correzione deve essere semi-pubblica. Sempre rispettosa, ma davanti a due o tre testimoni, e se non ascolta nemmeno loro, la sua situazione deve essere presentata a tutta la Comunità [che non è certo la Parrocchia di oggi, ma una piccola comunità di credenti e conoscenti] e la persona sarà corretta pubblicamente. Solo se anche questo terzo tentativo non è sufficiente, tutto è, per il momento, finito.

 Le parole che seguono sembrano troppo dure (“sia per te come il pagano e il pubblicano”), ma corrispondono a ciò che il fratello o la sorella stessi hanno deciso, rifiutando la correzione. Non volendo ascoltare la comunità, è come se l’avessero rifiutata come non più propria. Questo non significa, però, che quel fratello o quella sorella non siano più figli di Dio e della stessa Chiesa che, per il momento, li considera “pagani”. Nell’espressione (sia per te come...), l’avverbio (come) è molto importante!

Forse in alcune epoche, dimenticando che il suo potere è il potere della misericordia di Dio, la Chiesa ha scomunicato troppo facilmente, troppo spesso e troppo severamente, ma oggi ne è più cosciente e legge anche con minor alterigia e certezza la frase che segue: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”.

Il potere di legare e sciogliere sulla terra corrisponde al potere di legare e sciogliere in cielo, perché è il potere di Dio. Quindi, attenzione, sembra dire Gesù, attenzione da parte dei fedeli, ma attenzione anche da parte della gerarchia! Ogni uomo rimane figlio di Dio, che lo si voglia o no dalle due parti.

 A questa affermazione difficile da capire, ne segue un’altra, molto bella e consolante. È l’insegnamento sul potere della preghiera condivisa con i fratelli. “In verità io vi dico ancora”, assicura Gesù, “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”.

Poiché - come si sa - l’unione fa la forza? 

Certo, ma qui non è solo per questo, dato che la ragione sta sulla presenza di Gesù. “Perché”, aggiunge, infatti, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. È, dunque, perché c’è Gesù. Una verità che vale per sempre, anche se qui si riferisce soprattutto alla forza dell’unione, in contrasto con il fallimento della divisione di cui ha parlato poco prima, dove un fratello o una sorella non vogliono ascoltare più nessuno.

Questa bella affermazione sull’efficacia della preghiera comune non significa che quando preghiamo da soli, nella nostra stanza più segreta, come ci ha insegnato Gesù stesso, il Padre non ci ascolta. Al contrario, “quando vai a pregare”, ha detto Gesù, “entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto. E il Padre vostro, che vede nel segreto, vi ripagherà” (Mt 6,6). Lo disse per insegnare che la vera preghiera non sta nella ripetizione di tante preghiere, ma – sia pure con l’aiuto di formule familiari e tradizionali – nell’indugiare in silenzio alla presenza di Dio, certi che Lui ci ama e ci ascolta sempre, anche se sembra tardare a rispondere.

 Anche in quel segreto intimo, non possiamo, poi, dimenticare che Dio è “Padre nostro” e, quindi, non possiamo andare da Lui soli del tutto, ma sempre con i fratelli e sorelle nel cuore. Le persone che ci sono più vicine, ma anche quelle che non conosciamo e sono, in tutti i sensi, lontane. 

p. Bruno Moriconi, ocd


domenica 13 agosto 2023

sabato 15 luglio 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica


 

Come chiamare questa parabola? “del Seminatore”, “della Semina” o “dei quattro tipi di terreno”? Ciascuna di queste proposte avrebbe senso, ma noi lasciamo il titolo tradizionale che, tuttavia, si trova solo nel Vangelo di Matteo dove, in 13,18, iniziando la sua spiegazione, è Gesù stesso a chiamarla così.

Un commento?

Dato che questa parabola è spiegata da Gesù stesso, sarebbe assurdo e presuntuoso volerla commentare a nostra volta. Ci limiteremo allora ad alcune annotazioni che possano facilitare la stessa spiegazione cominciando col dire che, non deve sembrare strano che il seminatore sia tanto sciocco da gettare il seme senza preoccuparsi dove andrà a cadere. Essendo il terreno molto pietroso e poco profondo, in Palestina la semina precedeva, infatti l’aratura. Un modo di procedere che rende possibile che il seme cada ovunque: non solo nel buon terreno, ma anche sul sentiero, tra le pietre e le spine. In ogni caso, perfino questa possibilità concreta di coltivazione, può simbolizzare la generosità del Signore (il Seminatore), che parla a tutti, nonostante l’aridità di certi cuori (i diversi terreni).

Chiarito questo, bisogna tener presente che se Gesù termina la parabola con una esortazione (“Chi ha orecchi, ascolti"), vuol dire che la parabola, benché paia facile, non lo è. Il Signore vuol dirci che non basta capire semplicemente il racconto, ma che bisogna porsi la domanda di ciò che significa questa strana semina e, allo stesso tempo, generosa, per ognuno di noi. Non basta una buona spiegazione filologica né tanto meno la scoperta della morale della favola. Bisogna ascoltare come discepoli di Gesù, coscienti che non si finisce mai di imparare.

Per capire il senso profondo di questa parabola è allora necessario cominciare a porsi in ascolto di ciascun elemento: il seminatore, il seme, i diversi terreni, il raccolto. Bisogna mettersi lì, ai piedi di Gesù, e domandarsi ciò che ha voluto insegnarci con quella parabola, semplice e misteriosa allo stesso tempo. E non solo questo! Bisogna essere disposti ad accogliere il rimprovero che Gesù, parlando con i suoi discepoli, ci fa alla fine della stessa parabola nel racconto di Marco: “Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole?” (Mc 4,13).

Molto spesso si pensa che Gesù – sempre gentile con le folle e i poveri – parli in parabole per essere capito da tutta quella gente semplice, ma non è proprio così. Per i semplici di cuore, certamente, ma ciò che Marco sottolinea nella conclusione, deve essere chiaro: “Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Mc 4,33-34).

In altre parole, parlava in parabole adattandosi alla capacità di comprendere della gente, ma in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. Se, infatti, la salvezza di Gesù è per tutti, le sue parabole non hanno lo scopo di spiegare a chiunque la via che solo i discepoli che lo seguono da vicino potranno capire in tutta la sua novità. Il linguaggio è semplice e appartiene alla vita di tutti i giorni (la semina, il lievito, la zizzania, la luce, le pecore, eccetera), ma il suo significato è più profondo e può essere apprezzato solo alla luce della vita di Gesù che i discepoli torneranno a pensare sotto la luce dello Spirito. La sfida di Gesù (“Chi ha orecchi, ascolti”) si riferisce proprio a questo, poiché “avere orecchi” vuol dire lasciarsi illuminare dallo Spirito.

La spiegazione può essere compresa solo da chi vuole capire, non necessariamente i migliori, ma da coloro che desiderano essere discepoli di Gesù. La domanda che, allora, ognuno dovrebbe porsi potrebbe essere, per esempio, la seguente: “Che tipo di terreno sono io?”. Non è necessario produrre cento come alcuni santi eccezionali della nostra storia cristiana. Basta un sessanta o anche un trenta, se il nostro terreno non po' rendere di più. Importante è fare bene la nostra parte. Con l’aiuto di Dio (è chiaro!) e non darsi mai per arrivati.

“L’anima che ama Dio davvero”, insegna, infatti, San Giovanni della Croce, “non si lascia vincere dalla pigrizia nel fare quanto può per trovare il Figlio di Dio, suo Sposo; anzi, anche dopo aver fatto tutto il possibile, non è soddisfatta e pensa di non aver fatto niente” (Cantico spirituale, 3,1). Può darsi, insegna, da parte sua, Santa Teresa d’Avila, che dopo un primo progresso nella vita interiore vengano meno le forze e ci manchi l’animo di proseguire nella lotta, ma questo sarebbe rinunciare all’acqua viva, “di cui il Signore, parlando alla Samaritana, disse che chi ne beve non avrà più sete in eterno” (Cammino di Perfezione, 19,2).



sabato 8 luglio 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 




In questo passaggio del Vangelo di Matteo ci sono due parti che, anche se sembra che non abbiano relazione tra loro, a ben vedere ce l’hanno. La prima ("Ti rendo lode, Padre, Signore) si trova anche nel Vangelo di Luca introdotta, però, diversamente: “In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, o Padre” (10,21). Aggiungendo che il Maestro parlava nella gioia dello Spirito Santo, Luca vuole sottolineare ancor di più l’importanza delle parole che escono dalla bocca di Gesù: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”.

L’espressione “Signore del cielo e della terra” si trova solo tre volte nel NT, qui, nel testo parallelo di Luca e in Atti 17,24, e rimanda all’azione creatrice di Dio di Gen 1,1 (In principio Dio creò il cielo e la terra). Da parte sua Gesù loda il Padre, perché ha nascosto queste cose [la venuta di suo Figlio tra noi] ai sapienti e ai dotti, e le ha rivelate ai piccoli, pur non riferendosi direttamente a chi gli sta attorno, ma ai possibili tali del futuro. Nessuno, infatti, apostoli compresi, aveva riconosciuto chi era veramente Gesù.

 La sua gioia si riferiva a noi che, alla luce dello Spirito, possiamo riconoscerlo Figlio di Dio, fattosi fratello nostro per salvare tutta l’umanità. Noi lo possiamo, a condizione però che, pur essendo, magari, sapienti e dotti, ci riteniamo piccoli dinanzi a un così grande mistero. Piccoli di cuore col desiderio d’aiuto. Infatti, non è Dio che nasconde i suoi segreti [è un antico modo semitico di esprimersi], ma il nostro orgoglio o il nostro poco interesse a cercarne la presenza.

Ciò che Gesù aggiunge dopo (“Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”), sembra complicato, ma - se ci pensiamo bene - sta dicendo la stessa cosa con altre parole. Se accolgono Gesù come l’inviato del Padre, i piccoli di cuore apprendono tutto ciò che è necessario apprendere, perché Dio si è manifestato in Lui. È un modo diverso di dire ciò che scrive il quarto evangelista nel Prologo del suo Vangelo: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Un mistero che, per capirlo, bisogna essere piccoli, ossia, umili.

Nel dolce invito che segue (Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero) quelli che sono stanchi e oppressi sono gli stessi piccoli di cui sta parlando Gesù. Sono quelli che si sentono così (piccoli, stanchi e oppressi) davanti a tutti i numerosi precetti dei farisei e degli ecclesiastici di sempre, perché incapaci di armonizzarli con la vita reale.

 Gesù, vedendoli così smarriti, li invita ad andare da Lui e imparare, direttamente da Lui, la mitezza e l’umiltà del cuore. Accanto a Lui troveranno riposo, perché il Suo giogo è dolce e il Suo peso leggero.

 Ma, attenzione!

Non è che Gesù sia meno esigente dei farisei! Lo è ancora di più, non però per la via della Legge ma dell’Amore. Gesù è mite e umile di cuore, perché vuole accogliere tutti, sia peccatori che giusti, ammesso che questi ultimi esistano, ed è in questa stessa via che vuole invitarci a camminare. “L’anima innamorata è un’anima dolce, mite, umile e paziente”, insegna San Giovanni della Croce in uno dei suoi “Detti di Luce e d’amore”, il 28, anche se in verità, per noi, essere miti, non è per niente facile.

 Lo capisce bene lo stesso San Giovanni della Croce che, per questo, parlando col Signore, poco dopo (Detto 30), aggiunge: “L’anima dura indurisce nel suo amor proprio. Se tu, o Gesù, nel tuo amore non la rendi dolce, ella resterà sempre nella sua durezza naturale” Da parte nostra, parafrasando queste parole del grande mistico del Carmelo, possiamo pregare, per esempio, così:

 

Sappiamo, o buon Gesù,

che Tu vuoi che impariamo da Te,

l’amore che può innamorare le nostre anime,

rendendole dolci, miti, umili e pazienti,

ma, addolciscile Tu,

perché non perseveriamo nella nostra naturale durezza.

 


 


sabato 1 luglio 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica









In Lc 14,26, queste parole di Gesù risuonano ancora più forti: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli, i suoi fratelli, le sue sorelle e perfino la sua stessa vita, non può essere mio discepolo".

La versione di Matteo è più in linea con il significato semitico di odio, che non significa detestare (sarebbe disumano e contro ogni principio etico!), ma amare meno. Ecco perché, nel testo del primo evangelista letto in questa XIII domenica del Tempo Ordinario, Gesù parla in questo modo: "Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me" (Mt 10,37).

L’esigenza è ancora molto impegnativa, ma ciò che Gesù sottolinea è che chi vuole essere suo discepolo deve sapere che si tratta di una svolta molto seria e condizionante. In termini conosciuti, potremmo paragonarla alla decisione di sposare una persona. Non si tratta di un semplice cambiamento di status sociale, ma di mettere la persona scelta (la donna o l'uomo) al di sopra di tutti gli altri, compresi i genitori, come si legge nel comando primordiale di Genesi 2,24: "Per questo l'uomo lascia suo padre e sua madre e si unisce a sua moglie". Lo stesso vale per Gesù. Una volta che abbiamo deciso di seguire le sue orme come discepoli, non dobbiamo mettergli davanti nient'altro.

La prima conseguenza è questa: non siamo veri cristiani fino a quando tutto il resto non viene posposto alla sequela di Cristo e del suo Vangelo. La seconda si riferisce a ciò che significa seguire Gesù, cioè alla necessità di prendere la propria croce. Sì, perché "chi non porta la sua croce e non mi segue non è degno di me", dice il Signore. Croce non fu probabilmente il termine usato da Gesù, perché nessuno avrebbe potuto pensare alla croce (strumento di condanna maledetto dalla stessa Scrittura) prima di vederla illuminata dalla sua morte per amore e vinta dalla risurrezione. 

Ciò che Gesù intendeva - forse con un altro termine (giogo, ad esempio) - è chiaro nelle parole che seguono: "Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà". Non aggrapparsi alla vita e rinunciarvi per gli altri è proprio quello che ha fatto Gesù, che Dietrich Bonhoeffer ha giustamente definito “Uomo per". Marciando davanti a noi come fratello maggiore, Gesù stesso ci ha dato l'esempio di cosa significa vivere (dare la vita) e non semplicemente sopravvivere (aggrapparsi a sé senza pensare a nessuno).

In un antico libro chiamato Didaché (una raccolta dell'insegnamento dei Dodici Apostoli), scritto all'inizio del II secolo, perfino il Vescovo viene esortato, ad esempio, a offrire la propria cattedra di presidenza a un fratello che arriva stanco da un lungo cammino e non trova altro posto per sedersi e riposare. Da parte sua, San Giovanni Crisostomo, parlando della dignità dell'ospite, arriva a paragonare il calice eucaristico alla coppa d'acqua che si offre a un fratello assetato e bisognoso di riposo. Sì, perché un gesto di carità ha un valore sacramentale e, chiunque sia a compierlo, persino sacerdotale. Gesù stesso ce lo assicura in un altro testo: "Come l'avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40).

Come si vede, quando parla della necessità di portare la propria croce, Gesù non sta pensando a penitenze e mortificazioni, ma al nostro atteggiamento nei confronti della vita. Se siamo generosi e facciamo del nostro meglio per usare il nostro tempo e le nostre forze per il bene degli altri e i doveri del nostro stato, stiamo prendendo la nostra "croce" e ci comportiamo da discepoli. Non dobbiamo fare programmi di penitenza, ma dobbiamo essere pronti ogni giorno a fare bene ciò che ci verrà incontro. Così come chiediamo il pane quotidiano, ogni mattina possiamo chiedere la grazia di essere pronti ad affrontare ciò che la vita ci sta per offrire in quel giorno che sta iniziando.        

In altre parole, Gesù non ci chiede di prendere una croce di penitenza, per quanto pesante possa essere, ma la nostra croce quotidiana (Lc 9,23). Gli evangelisti hanno introdotto la parola croce, affinché volgiamo lo sguardo alla morte per amore di Gesù, ma il rimando è a tutti i compiti che ci raggiungono ogni giorno e che dobbiamo affrontare senza preoccuparci troppo di ciò che ci toccherà il giorno dopo. Infatti, Gesù stesso dice: "Non preoccupatevi del domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. A ogni giorno bastano le sue pene" (Mt 6,34).