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sabato 10 febbraio 2018

Un annuncio che ci chiede di uscire allo scoperto



Meditiamo con  P. Joseph dell'Immacolata Concezione (Heimpel) ocd,

Domenica VI, Tempo ordinario, Anno B, 11 febbraio 2018              Mc 1,40-45
Cari fratelli e sorelle in Cristo!                       Seguiamo in queste prime domeniche del tempo liturgico “ordinario” il vangelo di Marco sull'inizio della “vita pubblica” di Gesù. Tra i quattro evangelisti, egli è dal punto di vista retorico, letterario e anche teologico - dottrinale il più essenziale. Ma, quale “parola profetica” ispirata dallo Spirito Santo (2Pt 1,20s.), si scoprono nel testo di Marco dei tesori inesauribili di sapienza di Gesù Cristo, “Figlio di Dio” (Mc 1,1). Anche nel Vangelo di questa domenica, della guarigione del lebbroso (Mc 1,40-45) troviamo una grande ricchezza teologica e spirituale. S. Agostino a proposito di quest'episodio rileva la cornice dell'osservanza della Legge mosaica (De Cons. Ev I,2). Secondo la lettura sincronica con il Vangelo di Matteo, la purificazione del lebbroso sarebbe avvenuta dopo il Discorso sulla Montagna (cfr. Mt 8,1-4). Lì Gesù aveva detto: “Io non sono venuto per abolire la Legge o i Profeti,... ma per dare compimento” (Mt 5,17). Che cosa prescriveva la Legge mosaica riguardo ai malati di lebbra? Lo abbiamo sentito nella Prima lettura di questa liturgia domenicale: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto... Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento” (Lv 13,45s.). Nel caso che il lebbroso fosse guarito, la Legge mosaica previde un lungo rito di purificazione (cfr. Lv 14). Gesù e il lebbroso osservano precisamente queste norme. Ma, ovviamente, la Legge non poteva guarire il malato di lebbra. Gesù quindi dà compimento alle Legge, purificando effettivamente l'uomo dalla lebbra. S. Paolo lo ha descritto bene: “Ciò che era impossibile alla Legge (liberare l'uomo dal peccato e dalla morte), perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato” (Rm 8,3).

Nei singoli dettagli della pericope, si rivelano poi, mediante la lettura allegorica e spirituale sempre nuove luci sul mistero della salvezza. In senso mistico, la lebbra, secondo s. Girolamo, rappresenta il peccato del primo uomo, che ha reso impura l'umanità in generale (Comm in Marc. 1): la “lebbra” del peccato, lo condanna a stare fuori dell'accampamento, immagine della Città celeste. In un'altra occasione, Gesù dichiara, qual'è la vera “impurità”. Non quella esteriore della lebbra, ma quella interiore: “Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità...” (Mc 7,20s.). Il lebbroso del vangelo dimostra quindi l'atteggiamento adeguato, per passare dallo stato di impurità, allo stato di purezza e quindi di salvezza. Per essere purificato e poter rientrare nell'accampamento, il lebbroso viene da Gesù, e lo supplica in ginocchio, dicendogli “Se vuoi, puoi purificarmi!”. È il contegno del “povero in spirito” (cfr. Mt 5,3), che contiene, da una parte l'umile riconoscimento della propria miseria e indegnità: egli è impuro, quindi indegno di avvicinarsi a Gesù e non può pretendere nessun diritto secondo la Legge. Dall'altra parte, il lebbroso dimostra la fiducia nella volontà salvifica di Gesù. L'espressione “Se vuoi, puoi purificarmi” comprende una confessione implicita della divinità di Cristo. Infatti, il lebbroso non chiede a Gesù di intercedere davanti a Dio per la sua guarigione, ma chiede Gesù stesso di renderlo puro.
“Se vuoi...”: la forma al condizionale non esprime un dubbio sulla volontà salvifica di Cristo, ma sottolinea ancora la consapevolezza del lebbroso della totale gratuità dell'intervento di Gesù; essa è unita alla fede ferma, convinta, nella Sua potenza salvatrice: “...puoi purificarmi”. Come in principio Dio ha creato bene ogni cosa, compreso l'uomo, senza necessità e senza merito dell'uomo (Gn 1,3ss.), così l'Unigenito del Padre può riportare l'uomo peccatore (impuro) alla purezza originale, senza alcun merito dell'uomo.
Di fronte al lebbroso risalta quanto mai maestosa, sublime la figura di Gesù Cristo: “Gesù ebbe compassione, tese la mano, lo tocco e gli disse: «lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui...”. S'impone quasi da se il senso spirituale di quest'espressione: Dio “compatisce” la sua povera creatura umana, che ha perso la sua bellezza originaria di immagine di Dio; è caduta nell'impurità e coperta di piaghe sanguinanti e purulente. Ma quella di Cristo non è una compassione meramente sentimentale, che rimane inerte, bensì Lo fa “toccare” il lebbroso. I Padri della Chiesa rilevano a riguardo, che il gesto ha un valore pedagogico per i discepoli di Cristo, che avrebbero dovuto continuare l'opera di Cristo fino ad oggi: Gesù stesso non aveva bisogno di toccare il malato fisicamente, lo poteva guarire anche a distanza, come in altre occasioni nel Vangelo. Lo toccò per insegnare agli apostoli di avvicinarsi e “toccare” con partecipazione personale le ferite degli uomini. L'amore di Dio deve essere “tangibile”, nell'azione pastorale della Chiesa. Ancora si manifesta come la nuova Legge, di Cristo, supera quella antica, di Mosè. Mentre anticamente il sacerdote non poteva toccare le piaghe dei lebbrosi; se no, restava “impuro”, quindi escluso anche lui dall'accampamento, fino alla sera (Lv 22,6), Gesù non solo non resta impuro, ma il suo tocco purifica il lebbroso (cfr. S. Giovanni Crisostomo, hom 21 super Matth.). Questa Legge nuova determina il rapporto dei pastori della Chiesa rispetto alle persone in uno stato di “impurità” o emarginazione di qualunque genere, fisiologica, culturale, morale: la Chiesa è mandata da Dio, non ad escludere gli “impuri”, come la sinagoga, ma a curare le loro piaghe e farli rientrare nell'“accampamento” di Dio.
Nell'espressione: “«lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” ridonda il racconto della creazione: “E Dio disse, «sia la luce», e la luce fu”, e quel che segue (Gen 1,3ss.). La parola di Cristo si effettua all'istante. Oramai però, rispetto al racconto della creazione, la Parola di Dio è divenuta ancora più “umile”: essa non sospende e non passa sopra la volontà della creatura, ma in un certo senso, come, è avvenuto al momento dell'Annunciazione, la salvezza “si incarna”, cioè si realizza solo quando l'uomo dice il suo: “sia fatta secondo la tua volontà”. S. Beda lo esprime così: la purificazione non è solo opera del Signore, ma anche effetto della fede del lebbroso (Comm. In Mc, c. 9). La salvezza cristiana non toglie la libertà della creatura, ma la esalta. Il Signore compie la salvezza, quando l'uomo si avvicina a Cristo, chiedendogli umilmente e con fiducia: “se vuoi, puoi salvarmi”.
Poi, subito, il Signore ammonisce il lebbroso guarito “guarda di non dire niente a nessuno”, e lo manda dal sacerdote per compiere il rito di purificazione, “come testimonianza per loro”. Ancora appare il riferimento alla Legge mosaica: Gesù non ha tolto nemmeno uno iota o un segno dalla legge (cfr. Mt 5,18). Anzi, esorta chi lo interroga: “se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19,17). Sorge però, nella lettura semplice del brano, un dilemma: come poteva il lebbroso guarito tacere il fatto della guarigione? Era talmente palese che non poteva rimanere nascosto. Come sempre nelle parole e nei gesti di Gesù s'intrecciano il senso storico con gli insegnamenti morali, sempre attuali. Possiamo rilevarne tre.
- Da parte del lebbroso guarito: egli non doveva rilevare troppo l'aspetto puramente fisiologico, esterno (e quindi visibile) della propria guarigione. Era molto più importante, che anche interiormente, nel suo cuore era stato purificato, ed era tornato nella sua bellezza e nobiltà di figlio di Dio (cfr. Mc 7,20s.). Tuttavia i doni di Dio fuggono l'ostentazione e la ricercatezza esibizionistica, ma richiedono la discrezione e il rispetto del mistero di Dio. Il fatto della guarigione serviva come “testimonianza per loro”, ossia per il reinserimento dell'uomo guarito nella società civile e religiosa.
- Da parte degli apostoli, e dei loro successori, Gesù insegna che essi devono fuggire la tentazione di cercare l'affermazione e la lode della gente, che inducono alla vanagloria e all'autoesaltazione. “Non dire niente a nessuno” significa, che l'annuncio evangelico non passa per l'eloquenza straordinaria o per l'offerta di “effetti speciali”, esteriori, ma per l'esortazione alla conversione e alla fede nella Parola di Cristo (cfr. Mc 1,15).
-“Non dire niente a nessuno” vuol dire poi, secondo il Crisostomo, “non anteporre la tua parola (umana), alla Parola di Dio” (cfr. ibi hom. 21): il semplice fatto della guarigione fisica e spirituale del lebbroso è Parola di Dio. Chi è stato toccato dalla grazia del Signore deve lasciar parlare Dio attraverso la testimonianza di una vita pura, rinnovata nello Spirito del Vangelo, e non banalizzarla, moltiplicando le proprie parole.
“Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città...”. Un altro dilemma: il lebbroso guarito, sembra, non obbedisce al precetto di Gesù? Dobbiamo constatare subito, che il Vangelo non esprime alcun rimprovero per questa “disobbedienza”. Se leggiamo poi il passo insieme ad altri simili, come quello della guarigione del indemoniato di Gerasa, dove vediamo invece, che Gesù gli dice “Va nella tua casa, dai tuoi e annuncia ciò che il Signore ti ha fatto, e la misericordia che ti ha usato” (Mc 5,19), possiamo capirlo come un indicazione molto importante per il rapporto tra i pastori della Chiesa e i fedeli da loro beneficiati. Vale a dire, è giusto e doveroso che i fedeli siano riconoscenti e rendano testimonianza di gratitudine per il bene, materiale e spirituale, che hanno ricevuto dai pastori. Ma è altrettanto importante che i pastori non pretendano di essere gratificati e ricompensati dai fedeli, perché in effetti, hanno dato solo quello che hanno ricevuto loro stessi da Dio. E Gesù dice: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
A causa della notorietà della guarigione del lebbroso, “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti e venivano da lui da ogni parte”. Toccando le piaghe del lebbroso, Gesù stesso si è reso impuro agli occhi dei giudei osservanti. E dall'altra parte è la fama di taumaturgo che colpisce e attrae l'attenzione della gente. Ma ancora vi si rivela un senso morale. La Parola del Vangelo guarisce le impurità e piaghe degli uomini, ma non si mette in competizione con le tante parole ed opinioni delle “piazze” della città. Certo, il Signore chiama tutti, e manda i suoi apostoli in tutte le città e villaggi della Galilea, così come dopo la Pentecoste, essi avrebbero proseguito l'evangelizzazione dei centri abitati. Ma l'annuncio del Vangelo richiede sempre, da chi lo ascolta, di uscire da una quotidianità comoda, da un inerzia borghese. Oggi, come sempre, chi vuole incontrare Cristo ed essere da lui “purificato”, deve uscire dalle proprie chiusure e strettezze, ossia, distaccarsi interiormente dai beni e piaceri del mondo, e “andare in luoghi deserti”, ossia mantenere il cuore spoglio dal mondo, libero per Cristo. “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, dice Gesù in un altro luogo (Mc 8,34). E così hanno fatto i discepoli di Gesù e tanti santi nella storia della Chiesa fino ad oggi. Il Signore ci purifichi ancora dalle nostre impurità del corpo e dell'anima e ci aiuti a seguirlo e testimoniarlo in una vita evangelica.
P. Joseph dell'Immacolata Concezione (Heimpel) ocd, Convento S. Torpè, Pisa

sabato 3 febbraio 2018

Nell’oscurità e nella sofferenza del mondo giunge la Presenza luminosa, potente di Gesù-Dio: Lui è il Mondo nuovo


  Meditiamo con  P. Agostino Pappalardo Ocd
LETTURE: Gb 7, 1-4. 6-7; Sal 146; 1 Cor 9,16-19. 22-23; Mc 1,29-39

Il libro di Giobbe ci racconta l’intreccio tra il Mistero del male e quello di Dio: Trovandosi immerso nelle sventure, quest’uomo che ha cercato la giustizia,  vede una certa assurdità nei travagli, nel dolore in cui si trova…; aspetta che il vero Dio si sveli. “Giobbe parlò e disse: ‘Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d'un mercenario?...  (assumendo questo passo di Giobbe la Regola, data da S. Alberto, al n. 18 recita  “sulla terra la vita dell’uomo è una prova”) … a me son toccati mesi d'illusione e notti di dolore mi sono state assegnate… I miei giorni sono stati più veloci d'una spola, sono finiti senza speranza. Ricordati  (e qui l’uomo martoriato rivolge e porta direttamente al Mistero dell’Altissimo tutto il suo lamento, l’abisso di precarietà di noi umani…) che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene”. E’ L’unica possibilità per iniziare una orazione autentica, un rapporto leale col Dio Verità.  
Giobbe ci rappresenta tutti; è l’umanità oppressa, angosciata da un mare di sofferenze, dal male della morte che di continuo tutto sembra azzerare. Anche nelle nostre famiglie e comunità, proviamo la crudezza di quello che grida Giobbe, quando vediamo sparire, appunto come “un soffio”, familiari, consorelle, confratelli, con cui abbiamo vissuto un po’ di vita, in comunione! Non è mai “normale”, non fa parte del vero desiderio del Dio-Vita questo nostro morire. Non possiamo rassegnarci. Il gemito-urlo di Giobbe non è inutile. L’uomo sta reclamando la Vita, e più ancora la sta reclamando quel Signore inafferrabile che… è capace di aprire una strada nuova.

L’avvenimento. Il Vangelo ci presenta ancora l’umanità sofferente, ma…  
“In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e di Andrea… La suocera di Simone era a letto con la febbre… Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni... E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. “.   Il Salvatore è presente ed è all’opera, il Regno, il Suo Mondo nuovo si apre la strada.  Per sollevare l’umanità dallo stato di sofferenza fisica e innanzitutto spirituale, Gesù porta alle persone che  incontra la “Bella Notizia”, la Verità intera del Dio Padre, e il risanamento perfino corporeo. 
Con la predicazione illumina, dona il senso e la direzione della Vita nuova che Lui è, con i miracoli e il comando agli spiriti impuri, guarisce i corpi doloranti, libera e risana le persone rese schiave da Satana. Gesù si prodiga in un sovraffaticamento, vuole “ricondurre le pecore perdute d’Israele”.  

 “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”
Gesù vorrebbe stare col Padre; con il Padre è la gioia e la vita, la risorsa, la luce… Come uomo ha bisogno di tempo disteso e di silenzio, di raccoglimento e di luoghi più adatti, di distanza dagli altri, per ascoltare, osservare, contemplare, godere il Padre; il Padre è già Tutto.  “Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!»”. Gesù non si scusa con la ragione della preghiera; lascia la preghiera e cerca altro lavoro…  Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». Ha trovato il tempo per rapportarsi a tu per tu col Padre, ora è chiamato  a stare con gli uomini, restando unito anche in questo modo al Padre.         
  I frequenti miracoli:  sono innanzitutto il segno della Bontà e della tenerezza di Gesù. Egli freme di compassione per i più deboli e infelici e saprà contagiare anche i suoi discepoli della sua stessa tenerezza e compassione. 
I tanti gesti di guarigione e di liberazione sono il segno e l’evidenza che il Dio rivelatosi a Israele, Creatore del mondo, è con Gesù, che questi è il vero Messia, il Salvatore, il Figlio di Dio, la Luce del mondo. Siamo chiamati a credere a ciò che Egli insegna e invita a fare. E Gesù lo sottolinea questo significato dei suoi miracoli. A coloro che non vogliono o stentano a credere in Lui dice: “Se io scaccio i demoni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio”. Gesù deve predicare e compiere guarigioni dappertutto, “andiamocene altrove”, perché ovunque sia conosciuta la Verità. Ogni guarigione operata da Gesù è segno, preludio che rimanda al Regno, al Mistero della Sua Persona. Egli indica la vicinanza  più radicale e intima di Dio alla nostra vicenda.
Gesù donerà il Suo stesso Spirito di Amore alla Sua Chiesa, ai Suoi innumerevoli Santi e testimoni che riempiranno la storia,  la vita degli uomini con una infinità di “opere e opere” di promozione, di accompagnamento, , di liberazione e guarigione, di dedizione totale all’uomo, alla sua vera dignità:  per i malati, le persone oppresse dal maligno, i disabili, le persone che subivano  o subiscono maltrattamenti, ingiustizie, asservimenti, forme antiche o nuove di schiavitù, per tutte le fragilità. Dall’opera dei Discepoli di Gesù sono nate infinite realtà buone,   ospedali, scuole, luoghi di accoglienza, cittadelle di nuova umanità: hanno ridato una speranza, una libertà  a tanti uomini e donne di ogni tempo e latitudine geografica.  Dovremmo conoscere meglio, di più, la Storia del Corpo Santo di Gesù che è la Chiesa, a cui apparteniamo,  che prolunga la stessa Persona, lo stesso agire di Gesù lungo il tempo! Quanti Santi e testimoni dell’Amore all’uomo concreto, ieri, oggi, hanno continuato e continuano la presenza e l’Opera risanatrice di Gesù che proprio nel Vangelo di Marco troviamo descritta!  Cito soltanto alcuni fra i tanti,  innumerevoli giganti umili di questa Vita nuova: S. Vincenzo de’ Paoli,  S. Giovanni di Dio, S. Camillo de Lellis, S. Angela Merici,  S. M. Crocifissa di Rosa a Brescia, Il Santo Curato d’Ars, S. Giovanni Bosco, il Cottolengo, Cafasso, Piergiorgio Frassati, Federico Ozanam, Don Gnocchi, Don Orione, San Padre Pio, Don Calabria a Verona, Giacomo Cusmano o Don Puglisi a Palermo, Madre Teresa di Calcutta, Marcello Candia, Fratel Ettore,  Don Oreste Benzi e le comunità “Giovanni XXIII” …, i sacerdoti o cristiani che hanno dato vita alle mille comunità di recupero dalla tossicodipendenza …, i nostri Santi e Beati del Carmelo che offrono una liberazione e guarigione alla radice, al cuore dell’uomo!  una schiera senza numero di missionari, sacerdoti, esorcisti, religiosi, laici, famiglie, volontari, comunità…, che promuovono, accolgono, insegnano, curano, , guariscono, liberano, leniscono sofferenze, incoraggiano al bene, costruiscono il mondo nuovo e danno le mani, le energie, il cuore, anche oggi, per incarnare umilmente Gesù amante dell’uomo.

Domande: Con la formazione,  il carisma specifico che coltivo nel Carmelo, come mi inserisco in questo Vangelo?  Come prolungo l’opera di predicazione della Verità, di risanamento dell’uomo concreto che vive e continua a mostrare Gesù, mediante i Santi nella Sua Chiesa? Nel mio dialogo con Gesù,  con il Padre celeste, accolgo e immetto  le provocazioni che mi offre questo Vangelo?                                                                                                                       

domenica 28 gennaio 2018

Il sogno di Dio per l'uomo svelato dal Cristo


Meditiamo con p. Luigi Gaetani ocd
Carissimi fratelli e sorelle,

la liturgia della Parola di questa 4ª domenica ordinaria rivela che mentre gli uomini fanno storie Dio fa la storia attraverso il Suo intervento profetico, aprendo cammini di umanizzazione e di rivelazione del sogno di Dio sull’umanità (Dt, 18, 15-20).

Nessuno può mettersi in proprio, presentandosi come profeta, annunciando e denunciando cose altre rispetto a quelle che Dio ha intenzione di manifestare. Il profeta, infatti, è un uomo preso da Dio dal popolo e inviato al popolo perché possa dire le parole di Dio senza falsità e interessi personali.

Il nostro mondo ha bisogno di profeti. Non dobbiamo fabbricarceli, inventarceli, dobbiamo solo avere l’umiltà di chiederli, perché è insostenibile l’esperienza di Dio senza la mediazione profetica, dal momento che non siamo in grado di reggere l’impatto con Dio, la sua rivelazione, per quanto limitata possa essere, perché tutta la nostra esperienza è nulla rispetto a quello che Lui è, come un lampo nella notte e i nostri sensi sono nella notte dinanzi al suo splendore (S. Giovanni della Croce). Abbiamo bisogno di profezia, come parola sussurrata o gridata, per accogliere Dio che plana nella vita degli uomini, in mezzo alla loro storia, rivelando il suo mistero.

Senza profezia, inoltre, è insostenibile la stessa esperienza ecclesiale perché il testo in cui Mosè annuncia la venuta di un profeta simile a lui (Dt. 18, 15-20) segue il divieto di cercare la rivelazione divina tramite pratiche esoteriche, divinatorie, tramite personaggi che pretendono di mettere sulla bocca di Dio le loro parole, ingannando il popolo.

Tutte le componenti del popolo di Dio, istituzionali o carismatiche, non sono al di sopra di esso e non sono nemmeno mediatori tra Dio e il popolo, ma sono nel popolo con la responsabilità di manifestare che Dio continua ad amare l’umanità: “Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os. 11, 1), “Ho fatto sorgere profeti fra i vostri figli e nazirei fra i vostri giovani” (Am. 2, 11).

Il Vangelo di Marco, nella sezione da cui è tratto il testo di 1, 21-28, ci ricorda non solo dove Gesù ha svolto la predicazione profetica: Cafarnao, il villaggio della consolazione; ma descrive anche come si è svolta, attraverso la narrazione di una "giornata" di Gesù, chiamata appunto "la giornata di Cafarnao" ed è una giornata di sabato, come si dice all'inizio e come si lascia capire alla fine (le folle aspettano il tramonto del solo, cioè la fine del riposo sabbatico, per portare gli ammalati a Gesù).

Dobbiamo subito notare che il vero e unico scopo di Marco è quello di illustrare la figura del Cristo. Egli ci presenta in questa pagina la missione di Gesù nel suo duplice aspetto di parola e azione, insegnamenti ed opere di salvezza. A Marco non interessa dirci ora che cosa ha insegnato: gli interessa sottolineare: l'autorità di Gesù nell'insegnare e nel guarire.

"Si mise ad insegnare": qui Marco associa l'attività di insegnare di Gesù con la sua auto-rivelazione, il suo insegnamento è connesso con il suo potere taumaturgico (1,27), e questo suscita grande meraviglia (1,22.27; 6,2; 7,37; 10,26; 11,18).

"Come uno che ha autorità e non come gli Scribi": nella tradizione primitiva la parola "autorità" (dall'ebraico "resut") era riferita all'autorità che aveva un rabbino di imporre una decisione con forza vincolante (cfr. Mc. 11,28.29).

La parola "scriba" corrisponde all'ebraico "soper", un insegnante di rango inferiore a quello di un rabbino. Gesù quindi sarebbe stato posto a confronto con tali insegnanti di grado inferiore che non possedevano questa "resut" (autorità).

In Marco tuttavia "autorità" (dal greco "exousìa") implica l'autorità messianica che Gesù esercita di fatto (2,10; 3,15; 6,7; 11, 28-33). Il suo insegnamento costituiva un esercizio di quella stessa autorità con la quale egli distrusse il potere di satana. E' significativo, quindi, il fatto che il primo miracolo di Gesù è un esorcismo, un segno evidente che se il regno di Dio è vicino, anzi è presente in Gesù, allora il potere del demonio è ridotto all'impotenza.

I miracoli, quindi, hanno un valore di rivelazione, sono al servizio della fede e non danno una certezza diversa dalla fede, non rivelano un Dio diverso. Sono a servizio di Gesù, di un Dio che si rivela sulla croce; non eliminano la croce, ma rivelano che in essa è presente la vittoria di Dio.

Due particolari funzioni dei miracoli nel racconto di Marco meritano di essere sottolineate:

La prima è che essi vanno letti alla luce del culmine del vangelo, il mistero pasquale di Gesù. Da una parte, nella storia umile di Gesù, i miracoli sono rivelazioni anticipatrici della sua potenza di Figlio di Dio, risorto. Dall'altra il silenzio che egli impone ai demoni (3, 11-12) e ai risanati (1,44; 5,43; 7,36; 8,26) serve a far risaltare che solo nella croce e risurrezione si avrà la piena rivelazione della sua identità di Figlio.

La seconda funzione è l'apertura simbolica. Senza negare la concretezza delle guarigioni, infatti, Marco le intende come "opere di potenza" che lasciano intravedere possibilità più profonde: così la guarigione della suocera di Pietro (1, 29-31) apre alla prospettiva della risurrezione escatologica anticipata nella vita nuova battesimale; la guarigione di un sordomuto (7, 31-37) e dei ciechi (8, 22-26, 10, 46-52) simboleggia l'apertura della fede, le moltiplicazioni dei pani (6, 33-44; 8, 1-10) sono proiettate verso il dono del pane eucaristico. 

Le opere potenti di Gesù si aprono così a significare le azioni salvifiche che il Risorto realizzerà nel tempo della Chiesa, rivelano la forza liberante del vangelo di Gesù, una forza terapeutica.

Come la parola di Gesù, anche quelle della Chiesa dovrebbero guarire e purificare. La Chiesa, infatti, non è chiamata ad annunciare una parola sua, ma quella di Gesù, che ci consegna una parola di consolazione, di vita perché è consegna della sua stessa persona. 

Annunciare il Vangelo della consolazione e della liberazione non significa annunciare qualcosa di astratto, lontano dalla vita della gente, ma mostrare come Dio è presente nella storia degli uomini, attento alle loro povertà, fino al punto da non poter restare immobile, impassibile, nemmeno di sabato, perché occorre liberare, sanare un uomo.

Quando le parole della Chiesa, invece, sono parole mondane, non sanano, non liberano, non provocano nessuna reazione. No, la Chiesa non può tacere e non può essere tiepida, non può rassegnarsi e nascondere perché il bene va sempre detto, come il male va sempre denunciato, anche quando inchioda la vita. La Chiesa è e deve restare sotto il primato della Parola o non è.

O Signore, trasfiguraci con la misericordia che tocca le profondità della vita e non solo la nostra tenerissima carne ferita.



P. Luigi Gaetani, OCD

domenica 9 luglio 2017

Venite, imparate a essere discepoli

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)



In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


La pagina evangelica di oggi è stata definita da un grande esegeta del ‘900 (P. Lagrange) come “la perla matteana di grande valore”. Il contesto, incredibilmente, è un grande fallimento: sì, siamo al punto in cui l’iniziale successo della predicazione di Gesù (la cosiddetta primavera di Galilea) è scemato; le città del Lago, dove pure Gesù aveva stabilito la sua dimora, lo hanno rifiutato: poco prima, infatti, Gesù ha dovuto dire parole di una durezza inusitata contro quelle città che avevano visto le sue opere e lo avevano rifiutato.

Ora, sulle rovine – potremmo dire – della sua predicazione, sulle macerie delle sue illusioni e speranze, Gesù non eleva un lamento o un grido di rabbia; su quelle macerie Gesù eleva un canto di lode al Padre; un canto stupito e gioioso; il canto di chi legge la storia e vi ravvisa i segni della volontà, dei progetti del Padre.
Qui Gesù è davvero un contemplativo! Se contemplativo significa essere capace di leggere la storia, ponendosi dalla parte di Dio; se significa saper essere ponte tra il reale ed il progetto, tra la storia nel suo svolgimento e il pensiero ed il giudizio di Dio, qui Gesù è maestro di contemplazione. Riesce a leggere quelle rovine: non sono un fallimento, ma sono – di contro – un luogo rivelativo, luogo in cui il Padre ha parlato.
La durezza di cuore dei sapienti e degli intelligenti ha permesso a Gesù di poter proclamare con certezza dove vadano le preferenze del Padre: verso i piccoli (in greco “népioi”, che traduce il concetto ebraico di “petajim”, che significa “semplici”, “piccoli”, “ingenui”). Sono quelli che sono non arroganti, non capaci di imporsi, quelli che non contano.

Per il mondo infatti contano i sapienti e gli intelligenti, che nel mondo “religioso” di Israele sono i Dottori della Legge e i Farisei, i quali amavano ripetere un detto: “Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può essere di Dio”. Gesù sta constatando in questo caso quanto essi abbiano torto, e quanto il Padre pensi diversamente!
Il discorso che Gesù fa in questo passo dell’evangelo di Matteo collega chiaramente la rivelazione del Padre all’essere piccoli, umili, e quindi all’umiltà e alla mitezza di Gesù che rivela il Padre, perchè Lui solo lo conosce, così come il Padre conosce Lui.

Il sorprendente di questa parola di Gesù è che la rivelazione del Padre è possibile solo attraverso il Figlio, e attraverso la sua mitezza ed umiltà. Matteo qui anticipa ciò che il Quarto evangelo dirà con definitiva chiarezza: “Dio nessuno lo ha visto mai, il Figlio unigenito ce ne ha fatto il racconto” (cfr. Gv 1, 18). Se solo la mitezza e umiltà del Figlio rivelano il Padre ecco allora il motivo per cui i piccoli colgono la rivelazione di Dio; ecco perché la rivelazione dell’Evangelo si arresta dinanzi ai sapienti e agli intelligenti: questi, infatti, sono incapaci di leggere il Rivelatore, l’umile e mite Gesù. Lui stesso, “il più piccolo del Regno” come aveva detto poco prima rispondendo alla domanda dei discepoli del Battista, è il luogo della rivelazione del Padre.
(Cfr. Mt 11, 11) “Fra i nati di donne non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Lui”: “il più piccolo” è proprio Gesù che è stato discepolo di Giovanni e che, per il mondo, è stato inferiore a Giovanni; Gesù è “il più piccolo” ma in realtà è il più grande, perché è il Messia!).

A questo punto, lo sguardo di Gesù si posa su questi piccoli che accolgono il Regno, mentre i grandi, i sapienti, gli intelligenti si volgono altrove; e ne vede poi la fatica dinanzi al giogo che sapienti e intelligenti pongono sulle loro spalle. In fondo Gesù qui parla di due gioghi: uno che opprime e uno che è leggero e dolce, e che Lui definisce “mio giogo”.

Non mi pare che il primo giogo sia la Torah e che il secondo sia l’Evangelo: questa è la solita logica “sostituzionista” che nella Chiesa ha prodotto tanta cecità e tanto sradicamento dal terreno santo di Israele.
Se quei piccoli sono affaticati e oppressi è perché ci sono dei cattivi interpreti della Torah, dell’Alleanza, che hanno dimenticato che il Dio di Israele è il Dio dei piccoli, dei disprezzati, è il Dio degli schiavi… è il Dio che ha liberato gli schiavi portandoli in una situazione nuova in cui saranno capaci di essere liberi, in cui saranno capaci di essere giusti, in cui saranno capaci di essere nuovi, in cui saranno capaci di essere popolo.
Il “mio giogo” di cui Gesù parla è allora la lettura compiuta della Torah che Gesù è venuto a proclamare: “Non sono venuto ad abolire la Torah, ma a darle compimento” (cfr. Mt 5, 17). L’Evangelo del Regno è la buona notizia del Volto del Padre, che rende a pieno capaci di compiere la sua volontà.

C’è sempre prima la Grazia, grida Gesù con il suo Evangelo; c’è sempre prima l’opera di Dio e poi la Legge: osservare la Legge è lo sbocciare della Grazia, e non il contrario! Gesù chiama “mio” questo giogo perché Lui per primo lo ha portato accogliendo il dono del Padre nella sua carne di uomo; è un giogo perché chiede sottomissione, sottomissione ad un primato di Dio che nega il nostro, sottomissione all’opera di un Altro subordinando le nostre opere. Questo giogo è soave e leggero perché Lui lo porta con i suoi discepoli.
In questo passo di Matteo è chiaro che l’imparare da Lui (il verbo greco è “manthano” da cui il termine “mathtés”, “discepolo”) non è studiare la Torah, ma è diventare discepolo, è porsi alla sequela di Gesù, mite e umile di cuore. Nell’Antico Testamento i due termini (mite e umile) indicano come si sta davanti a Dio e davanti agli uomini: verso Dio in atteggiamento di confidenza, di obbedienza e di docilità; verso gli uomini in un atteggiamento di accoglienza, di pazienza, di discrezione, di disponibilità al perdono e di servizio.
Guardiamo a Gesù e comprendiamo che Lui fu proprio così, e così raccontò e rivelò il Padre. Non possiamo raccontare Dio se non come Lui lo raccontò, e ci è possibile fare questo racconto perché Lui è con noi, porta con noi il peso di contraddire il mondo che crede ai sapienti e agli intelligenti, agli arroganti e ai potenti, a quelli che – come scrive Paolo – vivono secondo la carne, e disprezza i piccoli, quelli che vivono secondo lo spirito, cioè obbedendo alle logiche del Regno. Le vie di Dio sono quelle di Gesù…le vie di Dio sono vie di vita; in questa obbedienza, ci ha detto Gesù, c’è riposo perché c’è senso.

Ci fidiamo di questo? Siamo disposti a passare dalla disobbedienza all’obbedienza? Siamo disposti a chinarci sotto questo giogo? Gesù ci assicura che è soave, perchè Lui è con noi.
P. Giorgio Rossi, ocd

domenica 11 giugno 2017

Impariamo a stupirci e a lodare

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».



L’Evangelo di oggi è un breve tratto del lungo testo di Giovanni dell’incontro tra Gesù e Nicodemo. Secondo alcuni esegeti, queste che oggi ascoltiamo non andrebbero registrate come un discorso diretto di Gesù, ma come parole di commento dell’evangelista alle parole di Gesù sull’innalzamento del Figlio dell’uomo. Ai versetti precedenti Gesù ha detto a Nicodemo che “come Mosè innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo”: è nel volgere lo sguardo all’innalzato che si ha la vita, così come gli israeliti mormoratori, avvelenati dal morso dei serpenti, avevano la salvezza se volgevano lo sguardo al serpente di rame innalzato da Mosè (cfr. Num 21, 4-9) … E’ strano, il Figlio dell’uomo paragonato al serpente!…Solo per l’innalzamento? Mi pare di no…il serpente innalzato dà la salvezza ma ricordando il peccato, quello dell’in-principio, quello della parola mormoratrice che tutto avvelena…così il Crocefisso innalzato dà la salvezza ma ricordando l’iniquità ed il peccato, che si visibilizzano nel corpo straziato e torturato del Figlio dell’uomo…
Le ragioni di questo riposano tutte nell’amore del Padre; ecco che allora l’evangelo ci rivela chi è Dio: è il Padre che ama il mondo tanto da dare il suo Figlio; è il Figlio che non teme di farsi innalzare immergendosi tutto nel peccato dell’uomo; è lo Spirito che ci fa rinascere dall’alto (cfr. Gv 3, 5). Il mistero trinitario ci conduce ad un Dio che non è un sistema morale ma un “sistema” di dono, non bisogna fare altro che accettare il dono e farsi rigenerare; la vita del discepolo di Cristo, la vita pasquale del discepolo di Cristo, non è una nuova morale ma una rinascita con cui si può venire fuori dal grembo mortifero del peccato per venire ad abitare in un altro grembo, quello dell’amore trinitario che plasma l’uomo nuovo rendendolo capace di una vita nuova. Una vita nuova che si accoglie, e che non è sforzo morale; una vita nuova che è lotta, ma per contrastare l’uomo vecchio che vorrebbe tornare in quell’altro grembo mondano: più rassicurante, più “solito”, più “come”; e che non si compromette con un’alterità che è incomprensibile ed inaccettabile per chi fa del “salvare se stesso” la sua unica religione. Il mondo fa questo! Dio no!
Il Dio Trino, infatti, ha pagato il “caro prezzo” della lacerazione e dell’accoglienza in sè del dolore e perfino della morte. E’ questo Dio che ci ha aperto il mondo nuovo, è questo Dio che ha riversato su di noi lo Spirito, che sempre ci accompagna nella fatica storica della fedeltà per custodire – nella lotta – l’uomo rinato dall’alto.
La liturgia di questa domenica, in fondo, non vuole spiegare; vuole invece mettere sulle nostre labbra e nel nostro cuore lo stupore e la lode … le liturgie di questo tempo ci hanno fatto rivivere e riassumere tutto il mistero d’amore che ci ha salvato!
Dopo le grandi celebrazioni pasquali, la Chiesa vuole una sosta contemplativa sul mistero fontale di tanto amore! L’amore pasquale che Cristo Gesù ci ha donato con la sua Croce e la sua Risurrezione, quell’amore che è stato finalmente effuso sulla Chiesa e sul mondo e che ora è dono fatto all’umanità intera, non è un meraviglioso sentimento, non è un moto bello di un’anima bella e neanche il moto intimo del cuore sublime di Dio. No! Quell’amore è la vita stessa di Dio!
La Trinità di Dio (o come scrive Basilio, la Tri-unità di Dio!) non è un astruso mistero su cui non bisogna indagare perché resta comunque incomprensibile! Probabilmente proprio l’incomprensione del mistero trinitario ha fatto sì che il cristianesimo si riducesse così spesso a “religione” e a “religione” tra le altre “religioni”. L’incomprensione del mistero trinitario produce conseguenze gravissime nella fede e nella prassi dei cristiani. Non è solo questione di teologia, è questione di “conoscenza” autentica di questo nostro Dio che non è un Dio generico, un Ente Supremo qualsiasi, ma è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il mistero della Trinità ci dice che Dio è comunione, anzi è la comunione fontale; e ce lo dice non per darci una mera nozione, ma perché noi entriamo esistenzialmente, vitalmente in questa comunione, in questo abbraccio di Dio. Un Dio solitario non può essere amore, tutt’al più ama … il Dio che Gesù ci ha raccontato è amore perché nel suo intimo è comunione, è relazione di amorosa tra persone, è amore che ama, che si lascia amare, che si dona
Questo mistero che è compimento di rivelazione su Dio dà ragione profonda a quanto già la Prima Alleanza aveva “conosciuto”. Infatti il nome che il Signore rivela al Sinai a Mosè che torna con due nuove tavole di pietra lì sul monte dopo la scoperta del peccato del popolo che s’era prostrato al Vitello d’oro, è “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”! Ad un Dio così Mosè osa chiedere la “compagnia” costante nella fatica del cammino verso la Terra Promessa: Che il Signore cammini in mezzo a noi.
Questo Dio compreso come infinita misericordia e fedeltà suscita nel cuore di Mosè la “parola” più bella che un uomo possa pronunciare davanti al volto di Dio: la “parola” della solidarietà col peccato degli altri uomini.
Credo che questa “parola” di Mosè sia una “parola” cardine della Scrittura, “parola” che ci mette al riparo da ogni èlite di pretesa giustizia: Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità! Mosè prende anche su di sé il peccato e la colpa di tutti, anche se non si è prostrato al Vitello d’oro (era sul Sinai con il Signore!) si sente non estraneo al peccato dei fratelli, solidale con alla loro miseria ed idolatria.
Ecco cosa fa la “conoscenza” del cuore di Dio! Accogliere la Pasqua di Cristo è allora accogliere questo dinamismo d’amore che è la vita trinitaria nella propria vita. Paolo, nel testo della Seconda lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, ci ha detto con chiarezza cosa sia questa accoglienza: si accoglie questo dinamismo di Dio riconoscendo la grazia del Signore Gesù Cristo, cioè l’assoluta gratuità della Croce e della Risurrezione; riconoscendo l’amore di Dio, riconoscendo cioè di essere amati non di un amore qualsiasi fatto di sentimenti passeggeri ma di un amore eterno che a tutto può dare senso; riconoscendo la comunione dello Spirito Santo, cioè l’opera finale della salvezza che è la “koinonia”, è l’amore che, non solo ama l’altro ma lo cerca e si compromette per lui, si sporca le mani per il fratello e con il fratello.

Celebrare l’ Amante, l’ Amato e l’Amore, direbbe S. Agostino, è per il discepolo di Cristo farsi amante, amato, amore. Personalmente ed in una comunità credente. O la Chiesa è icona di questo amore trinitario nell’amore che ama, che si lascia amare e che si dona o non è più Chiesa di Cristo e rischia di essere organizzazione di una “religione” che più nulla ha a che vedere con l’Evangelo di Gesù suo Signore!
p. Giorgio Rossi, ocd

domenica 19 febbraio 2017

La qualità divina dell'amare tutti

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Le letture di questa domenica ci fanno continuare il “viaggio” attraverso le parole di compimento della Legge, che Gesù proclama dopo aver annunziato il Regno con le Beatitudini.
Questi versetti di Matteo ci fanno comprendere come sia necessario prima un Evangelo, con tutta la ricchezza dell’amore di Dio per noi poveri, peccatori e lontani, sul quale appoggiare la concreta e reale possibilità dell’amore per il nemico, che oggi Gesù scandalosamente ci chiede.

A volte, qualcuno ha voluto giustificare questa follia dell’amore per il nemico dando ad esso un’utilità pratica: amando il nemico lo si converte in amico. Ma Gesù non ha detto nulla di questo genere, nè ha promesso che amando il nemico l’avremmo trasformato in amico benevolo! Del resto chi ragiona a quella maniera è lo stesso che intende il perdono come vendetta, così che l’altro non abbia soddisfazione. Gesù ha chiesto semplicemente e “tremendamente” di amare il nemico, e di non usare i suoi mezzi malvagi per difendersi dalla sua violenza. Per proclamare questo Gesù rigetta la legge del “taglione”; già nel Primo Testamento, la legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente” intendeva mitigare l’esplodere della vendetta e la sproporzione della vendetta: ad un occhio corrisponde un occhio, e non due … e così via. Una legge che, ritenendo tragicamente inevitabile la vendetta, per lo meno la “attutiva”! Per Gesù questa semplice mitigazione non va bene, perchè è la vendetta in sè ad essere aberrante, anche la minima vendetta, anche la minima rivalsa …
Se non ci fosse la rivelazione di un Dio che ci previene e ci perdona sempre, senza nulla chiedere e senza neanche attendere la conversione per amare, la richiesta di Gesù, che Matteo ci trasmette, sarebbe assolutamente improponibile. Gesù ha raccontato un Dio che ama sempre per primo; un Dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti…un Dio che ci ha amati nella nostra inimicizia.
Quando nella nostra cosiddetta società cristiana notiamo che, dal poco al molto, dal piccolo al grande, dal lieve al grave, impera la logica della rivalsa, se non della vendetta, dovremmo allora aprire gli occhi non sulla qualità dell’annunzio cristiano che i credenti hanno proposto al mondo. I credenti hanno sempre annunciato il Vangelo, ma tra i sedicenti cristiani vi sono tanti, tantissimi, che non credono. E non se ne pongono neanche il problema. Anzi. Si fanno vanto dell’essere così ben voluti dai farisei di tutte le epoche.
Nella chiesa e nel mondo è difficile ai cristiani vivere annunciando il Vangelo come tale. Perché gli altri continuano a narrare il Dio della “vendetta” e dei “meriti”. Loro invece annunziano l’Evangelo scandaloso di un Dio che ci ama e perdona nella nostra inimicizia (cfr R, 5. 6-10). E’ stato sempre annunciato questo scandalo. Ma vi è chi tra noi insiste a ridurre il cristianesimo solo a religione, che prevede patti di protezione con un Dio che deve scansarmi le “sventure” in cambio di qualche pratica o preghiera. Ove l’Evangelo non è annunziato con tutta la sua forza dirompente di novità, con la sua logica priva di qualsiasi “buon senso”, è logico che cresca la mala pianta della rivalsa, della vendetta e dell’odio.
Solo dove l’Evangelo è colto in pienezza può iniziare il mondo nuovo, in cui il discepolo è reale differenza rispetto al mondo, al mondo vecchio. Il culmine della differenza cristiana è proprio qui, in questi versetti provocatori di Matteo: l’amore per i nemici. Qui c’è il culmine delle antitesi del Discorso della montagna (“ma io vi dico…”). L’amore per il nemico, per il persecutore è la vera differenza tra il cristiano e il mondo, tra il cristiano e gli altri.
Molti commentatori ebrei dell’Evangelo qui si bloccano davvero; se riescono ad accettare gran parte dell’insegnamento di Gesù, cogliendone anche la radicalizzazione della Torah, qui, dinanzi alla richiesta dell’amore per il nemico, parlano di una chimera, di una richiesta assurda, folle, che non poteva avere assolutamente seguito. Per essi è qui la debolezza della proposta del Rabbi Gesù di Nazareth! I cristiani sanno invece che qui è la forza dell’Evangelo; sì, la forza paradossalmente debole della croce!
L’amore per il nemico è espresso da Matteo con un verbo compromettente, “agapào” che qui significa, come altrove, l’amore pieno, attivo, solidale, preoccupato, che non attende di essere ricambiato per donarsi, tanto che Giovanni scriverà che “Dio è agàpe” (cfr 1Gv 4, 8). Questo amore che Gesù chiede per i nemici non è un vago sentimento di benevolenza, è un amore che fa in favore del nemico. E’ amore fattivo che non attende nulla, neanche il ravvedimento del nemico; è l’amore che lo ama già prima. Certo, si desidera la conversione del nemico, ma perchè lo si ama, e non il contrario!
L’amore per il nemico include l’amore per colui che è “lontanissimo da noi” (e chi è il nemico, se non colui che si vorrebbe sempre lontano?), ed esclude verso di lui l’uso delle sue stesse armi (è questo il significato del “non opporsi al malvagio”). Il discepolo è chiamato ad essere disponibile a far esplodere l’odio tutto su di sè, e a lasciarsi schiacciare dall’odio pur di non usare le armi dell’odio. Porgere l’altra guancia è far giungere al parossismo la violenza dell’altro su di sè, perchè si spenga il male! Se il percosso percuote, perpetua il male e la violenza. Cristo Gesù ha fermato su di sè il male…come? Perdonando, non minacciando vendetta; ed amando chi, nemico, non era assolutamene amabile (cfr 1Pt 2, 21-25). Il suo discepolo non può fare diversamente.
La conclusione del testo che oggi si legge è sorprendente: Matteo ci dice che il vero motivo di questo amore altamente includente (tanto che include i nemici!) è nell’in-principio, è nella natura del mondo, perchè è nella natura di Dio. Il discepolo, infatti, amando il nemico, non solo mostra la grazia che lo rende capace di una “giustizia che supera la giustizia degli scribi e dei farisei” (cfr Mt 5, 20), ma rivela anche chi è: figlio di Dio, perchè la figliolanza si vede dalla somiglianza. Dio ama tutti (anzi ognuno!): giusti e ingiusti, buoni e cattivi … chi dunque ama così, mostra di somigliare al Padre e di essere, dunque, figlio.
La cosa che sorprende e ci fa riflettere è che la qualità divina di amare tutti, ossia di dare qualcosa di sé a ciascuno, non è colta nella storia della salvezza ma nella creazione, semplicemente nella creazione: “Fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi”, la pioggia rende fertili i campi dei giusti e degli ingiusti … questo “comportamento” di Dio è legge di creazione. Matteo è sottile: se questo è vero – ci dice – il mondo non può essere che così! In tal modo l’amore per il nemico affonda le radici in qualcosa che riposa nella creazione e che non si è lasciato condizionare, nel cuore di Dio, dal peccato e dall’infedeltà dell’uomo. L’amore di Dio è rimasto per ognuno, senza discrimine di giustizia o ingiustizia, di amicizia o inimicizia!
Gesù, allora, è venuto ad annunziare, pagando di persona, un Regno in cui l’uomo è ricondotto semplicemente ad essere uomo … anche l’amore per il nemico, così, è qualcosa che rispecchia un ordine naturale, perchè derivante dalla natura del Creatore che “fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e manda la pioggia sopra i giusti e sopra gli ingiusti”! E non finché i primi andranno in paradiso e gli altri all’inferno. Ma sempre e comunque. L’inferno è nell’animo di chi rifiuta questo, e lo sarà per l’eternità, se questo rifiuto sarà scelta definitiva.
P. Giorgio Rossi ocd