Visualizzazione post con etichetta meditazione sul Vangelo della Domenica p. bruno moriconi ocd. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta meditazione sul Vangelo della Domenica p. bruno moriconi ocd. Mostra tutti i post

sabato 18 novembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica


 

L’uomo che partendo per un viaggio chiama i suoi servi per lasciar loro la custodia dei suoi beni, rappresenta Gesù che è andato al Padre e là ci aspetta, quando sarà la nostra ora. I servi rappresentano i suoi discepoli che non sono più servi, ma amici e suoi fratelli, inviati a costruire il Regno di Dio, iniziato da Lui in questo mondo. I talenti sono i doni ricevuti per natura e per grazia che dovrebbero spronarci a cresce e produrre sempre più frutti.

 Come nella parabola delle dieci vergini, nella quale cinque sono sagge e cinque sciocche, qui ci sono due servi che sanno impiegare i talenti e uno che, non essendo capace di nulla, non ottiene nulla. Come nella parabola delle vergini, non si tratta di buoni e cattivi, ma di pronti e di stolti, intelligenti e sciocchi.

 L’uomo ricco che rappresenta Gesù ha otto talenti e accollandosi il rischio di perdere questa grande quantità di denaro (ogni talento d’oro corrisponde a 35/60 chili di questo prezioso metallo), li distribuisce in tre diverse quantità. A uno dà cinque talenti, a un altro due e al terzo uno, a seconda di come li giudica capaci. Anche tra i figli di una stessa famiglia, c'è chi è più intelligente di un altro. Tutti sono figli e hanno gli stessi diritti, però con attitudini diverse, uno per diventare professore, un altro per il commercio, un altro ha tendenze artistiche, ecc. Importante è che ogni terreno sul quale cade il seme del buon seminatore, produca il trenta, il sessanta e, talvolta, il cento per uno.

 La diversa quantità di talenti consegnata a ciascuno dei tre servi (5, 2, e 1) non dipende dalla parzialità del Signore, ma è in rapporto alle capacità di ciascuno e alla possibilità che tutti possano aspirare al massimo. Come si vede, non importa che uno abbia prodotto cinque più di quanto ricevuto e l’altro soltanto due di più. Ambedue si sono comportati come buoni amministratori. Di fatto, ai due, il padrone dice la stessa cosa, ossia: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”!

 Il terzo servitore non viene condannato perché non è stato capace di produrre molto, ma perché non si è dato da fare per niente. Con minor sforzo di quello che gli è costato scavare la terra e nascondere lì il talento ricevuto, avrebbe potuto investirlo, però neppure questo ha fatto. Non solo è stato pigro, ma anche sciocco e pauroso. Sciocco, pauroso e anche malvagio, perché non si è fidato, come gli altri della fiducia accordatagli dal suo padrone.

 Ci è difficile accettare che questo padrone, che rappresenta il Signore, confermi di essere uno che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso, sebbene sia solo per sottolineare la stupidità del servo che, anche temendo questa severità, non ha fatto nulla. Non facendo nulla, non solo non cresce per niente, ma al contrario diminuisce anche il poco che aveva o pensava di avere. Non progredi est regredi, dicevano i latini, non avanzare è regredire. Per questo, il padrone ordina ai suoi servi: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. In effetti, ciò che ha quell’inerme non è suo e il suo nulla non può crescere.

 La sua colpa è non essersi adoprato per il bene. Non basta non fare il male, bisogna operare il bene, per quanto sia poco, perché l’unica cosa che rimane di noi è quello che abbiamo dato.

Se, tuttavia, Gesù ci dice che quest’uomo che parte per un viaggio e chiama i suoi servi per affidar loro i suoi beni, si arrabbia con il servo sciocco chiamandolo servo inutile e ordinando che lo gettino fuori, nelle tenebre dove c'è pianto e stridore di denti, non è per farci cadere nella paura, ma per svegliarci come suoi discepoli, per i quali non vuole che il loro bene.

 Non dobbiamo pensare subito all’inferno, ma alla necessità di operare, perché non basta dire Signore, Signore. Il vero discepolo nel quale il Signore confida al punto di dargli i suoi beni perché li faccia fruttificare – come capirà in ciò che segue in questo stesso capitolo 25 di Matteo (vv 31-46) che si leggerà la prossima domenica – deve dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ospitare i forestieri, visitare gli infermi e i carcerati. Sì, perché essere stati chiamati ad essere cristiani è un dono che nessuno può permettersi di vivere senza produrre alcun bene.

p. Bruno Moriconi ocd

sabato 28 ottobre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

Mentre in aritmetica uno è uno e due sono due, il comandamento principale della legge, sebbene fatto di due elementi, è uno, poiché impone di guardare contemporaneamente in due direzioni (quella di Dio e quella del prossimo). Perché? Poiché, spiega Gesù, "da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti".

 Nel Vangelo di Luca è lo stesso maestro della Legge, interrogato da Gesù, a rispondere più o meno la stessa cosa, cioè, che nella Legge è scritto: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua forza e con tutta la tua mente. E il tuo prossimo come te stesso". "Hai risposto bene", gli dice Gesù in quell’occasione, "fai questo e avrai la vita" (Lc 10,28).

 Potremmo perfino notare che la risposta di quel rabbi in quella occasione narrata da Luca è più “perfetta” di quella di Gesù nel Vangelo di Matteo che leggiamo oggi. Entrambi, tuttavia, fanno riferimento agli stessi testi del Pentateuco: Dt 6,5 (Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze) e Lev 19,18 (Non ti vendicherai dei figli del tuo popolo e non serberai rancore contro di loro, ma amerai il tuo prossimo come te stesso). La sola differenza è che, mentre nella risposta di Gesù questi due testi vengono citati uno ad uno (il comandamento di amare Dio come primo e quello di amare il prossimo come secondo), in quella del rabbi riferita da Luca, sono assemblati come si trattasse di un’unica espressione.  

 Filologicamente non è così. Si tratta di due comandamenti distinti, che tuttavia, sia in un caso come nell’altro, formano di fatto un'unità inscindibile. Il primo (l'amore dovuto a Dio) non si realizza infatti senza il secondo (l'amore dovuto al prossimo). Gesù lo afferma esplicitamente, dicendo che "da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti".

 Ora, attenzione, però.

Sapere questo è già qualcosa, ma non basta. Anche il maestro della Legge, come abbiamo appena ricordato, lo sa bene e lo formula addirittura meglio, ma solo Gesù sa che, quando diciamo prossimo, dobbiamo intendere qualsiasi persona e non solo i membri dello stesso popolo e, gli altri, i nemici, da accogliere solo quando sono ospiti nel paese.

 "Amate i vostri nemici", dice, invece, Gesù sul monte. "Pregate per quelli che vi perseguitano, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano", spiega, "che merito avete? Non fanno forse lo stesso anche gli esattori delle tasse? E se salutate solo i vostri fratelli, che cosa fate, non fanno lo stesso anche i pagani? Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro" (Mt 5,44-48).

 Ecco, come si vede, la motivazione di un amore così grande ed esigente poggia sul fatto che siamo tutti figli di un Padre "che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni". Non è una cosa facile e non ci è chiesto di raggiungere il livello d’amore del Figlio Gesù, ma provare a chiederlo come grazia nella preghiera è necessario per tutti e per essere veramente cristiani, come scrive Giovanni nella sua prima lettera:

 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore". “Se qualcuno dice: Io amo Dio e odia suo fratello", aggiunge poco più avanti, "è un bugiardo, perché chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,7-8.20).

Non farlo, sarebbe come dire: “Ho la fede e questo mi basta”. No, scrive severamente Giacomo nella sua lettera:

 «Che cosa giova a un uomo, fratelli miei, dire che ha fede, se non ha le opere? Questa fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella se ne vanno in giro nudi e privi del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: "Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non dà loro il necessario per il corpo, che cosa gli giova? Così è la fede: se non ha opere, è morta dentro. Qualcuno vi dirà: "Tu hai la fede e io ho le opere, mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede con le mie opere". Voi credete che c'è un solo Dio. Avete ragione. Anche i demoni ci credono e tremano» (Gc 2,14-19).

P. Bruno Moriconi ocd

sabato 21 ottobre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 


Solo apparentemente la premessa della domanda dei farisei è gentile e rispettosa: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Dicono così, però introducendo la pericolosa domanda sulla legittimità o meno di pagare le imposte all’imperatore romano.

 

Gesù sa che, se dice di sì, possono accusarlo come nemico del suo popolo e se dice di no, può essere denunciato alle autorità degli oppressori. Per questo, comprendendo la loro mala fede, li rimprovera come ipocriti, perché, senza volerlo far sembrare, vogliono metterlo in pericolo. “Ipocriti”, gli dice, “perché mi tentate?”.

 

Inoltre, dietro questa domanda trabocchetto con l’intenzione di mettere in difficoltà Gesù, c'è anche un implicito rimprovero per Lui, che, se fosse veramente il Messia come lo acclama la gente, dovrebbe opporsi agli oppressori. Infatti, secondo le aspettative messianiche più comuni in quell’epoca, è questo ciò che dovrebbe fare.

Secondo la stessa Scrittura, il Messia deve corrispondere al promesso figlio di Davide, inviato da Dio a liberare il suo popolo da ogni oppressione straniera, e a ristabilire la gloria e il potere di Israele davanti a tutte le nazioni. Per mezzo del profeta Natan, Dio aveva infatti assicurato a Davide che il suo ultimo figlio avrebbe reso stabile “il trono del suo regno per sempre” (2Sam 7,13).

 

Se, allora, Gesù pretende di essere il Messia, perché non si impegna a scacciare gli oppressori romani? La domanda che gli fanno (è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?), include questa implicita insinuazione. E, in questo, nonostante la loro malizia, un po’ di ragione ce l’hanno. Gli stessi discepoli di Gesù si attendevano la stessa cosa e, molto spesso, discutevano tra di loro, a chi toccasse il primo posto nel regno che il loro Maestro, secondo loro, stava per instaurare.

 

Per capirlo bene, basta ricordare l’interesse dei figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni), due tra i migliori del gruppo. Come ci racconta l’evangelista Marco (10,35-40), un giorno si avvicinarono a Gesù e gli chiesero di concedere loro di sedersi, nella sua gloria, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Gesù aveva risposto che non sapevano quello che stavano chiedendo, dato che si trattava di bere il calice, ossia, la sorte che stava per affrontare Lui.

 

Continuando senza capire, i due avevano risposto che sì, che lo potevano, che lo avrebbero bevuto. In verità, ciò che intendeva Gesù con il “calice”, lo avrebbero capito, ma solo molto più tardi e per mezzo dello Spirito, una volta risuscitato il loro Maestro. Per questo Gesù aveva detto loro che sì, lo avrebbero bevuto, ma che si trattasse di dare la vita, in quel momento, non ne avevano proprio idea.

 

L’incarnazione del Figlio di Dio nel mondo aveva un altro piano, rispetto a ciò che ci si poteva aspettare da parte di Israele, anche in base all’interpretazione dell’AT. Nessuno dei profeti aveva potuto parlare di ciò che doveva accadere e che Paolo, nella sua lettera ai Galati (4,4-5), avrebbe riassunto molto bene in sole poche parole. Che, compiuto il tempo, Dio aveva inviato suo Figlio, a nascere da donna e nella nostra condizione, per riscattare tutti dal peccato e perché tutti, giudei e pagani, ricevessero la condizione di figli, dello stesso Padre celeste.

 

Per il momento e come è giusto che sia, alla domanda capziosa dei farisei, Gesù, servendosi dell’immagine e dell’iscrizione sulla moneta romana che aveva chiesto gli mostrassero, rispose che bisognava dare a Cesare ciò che era di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.

 

Non era venuto al mondo per essere un rivoluzionario politico, ma per portare luce a chiunque. Al suo popolo, ma anche ai romani, tutti figli dello stesso Padre che lo aveva inviato all’umanità intera. Quel giorno non poteva spiegare tutto questo, perché, come abbiamo detto, non lo avrebbero capito, ma era per questo che non si era messo neanche contro i romani.

 

Era venuto a insegnare che, imposte sì, imposte no, ciò che importa è dare a Dio il rendimento di grazie, perché tutti sono Suoi figli ed Egli attende ciascuno con amore. Infatti, anche nella risposta di Gesù c'è un messaggio implicito e, se vogliamo, una sfida. Nella moneta che siamo noi stessi, è incisa l’immagine di Dio secondo la quale siamo stati creati.

 

Ai “Cesari”, pertanto, dobbiamo ciò che chiedono o impongono i loro statuti (la moneta), ma a Dio si deve tutta la nostra riconoscenza.

p. Bruno Moriconi ocd


sabato 14 ottobre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 

Da questa parabola voglio solo prendere il dato più importante. Un dettaglio che sembra arrivare d’improvviso, a compromettere la magnanimità di quel re tanto generoso (Dio) che invita chiunque alle nozze di suo Figlio (Gesù Cristo). I suoi servitori avevano radunato cattivi e buoni incontrati nei crocicchi delle vie e in ogni luogo, e li avevano chiamati a quelle nozze uniche e speciali. La sala del banchetto era piena di commensali e il re ne era molto contento.

 Entrato, però, a salutare i commensali vide uno che non indossava l’abito di festa e gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?”. Questi non aprì bocca e, allora, il re disse ai servi “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".

 Che è successo?

Improvvisamente, quel re tanto buono, generoso e amabile, diviene duro e, agli stessi servi che aveva mandato a cercare anche questo pover’uomo, dice: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; dove si piange e si muore di freddo”. Un cambio di umore che ci turba e non ce lo aspetteremmo da pare di Dio, rappresentato da quel re della parabola. La sua grande generosità sembra spegnersi in una intransigenza inaspettata ed esagerata. Ci viene spontanea una domanda: Non dovrebbe essere più indulgente, quel re che rappresenta Dio Amore?

 La spiegazione però è più semplice di quanto si possa supporre. Basta pensare a come è avvenuto il reclutamento dei commensali. Quasi tutti erano stati chiamati, senza preavviso, mentre stavano per strada o nei campi, vestiti come si trovavano in quel momento. Sicuramente, non pronti per presentarsi a una festa, tanto meno a una festa di nozze di quel rango. Anche se qualcuno avesse potuto permetterselo, non avrebbe avuto il tempo per trovare qualcosa di conveniente.

Bisogna supporre, allora, che i servi non li avevano introdotti nella sala del banchetto, se non dopo averli lavati, profumati e vestiti con l’abito da festa adatto alle nozze del principe. Che festa sarebbe stata, piena di gente vestita con gli abiti da lavoro e i cattivi odori di questi poveri trovati nei crocicchi delle strade?

 Infatti, quando il re entrò a salutare i commensali, solo uno era lì, senza l’abito da festa. Gli altri erano tutti ben agghindati e profumati.

 Alla luce di ciò, la reazione del re – anche se rigorosa – risulta pienamente giusta. Perché quest’uomo – mentre tutti si erano lasciati vestire per le nozze – ha voluto sedersi a mensa con i suoi panni sporchi? Non poteva essersi lasciato lavare, profumare, rivestire ed entrare alla festa come tutti? No, aveva preteso entrare al banchetto con i suoi stracci, senza pensare che, con la sua testarda presenza, avrebbe rovinato tutta la festa.

 Anche il ladrone crocifisso accanto a Gesù era coperto soltanto di furti e rapine, ma aveva saputo chiedere di essere rivestito della misericordia, e le porte della festa si erano subito aperte. “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43), gli aveva detto Gesù. Non portava nulla di buono, ma aveva accolto con umiltà ciò che il Signore – in qualche modo riconosciuto come salvatore – aveva potuto dargli, cioè, il perdono. E – a differenza di quel povero orgoglioso della parabola – fu il primo dei salvati.

 

Da quel dettaglio apparentemente severo della parabola viene, dunque un invito a lasciarci salvare, come hanno fatto tutti i santi, tra cui Teresa d’Avila, la cui festa si celebra oggi, domenica 15 ottobre 2023.

“Ormai la mia anima si sentiva stanca e voleva riposare, ma le sue perverse abitudini glielo impedivano”, racconta nel libro della Vita. “Mi capitò”, continua, parlando di ciò che le avvenne nel 1554, quando già aveva 39 anni e venti di vita religiosa, che “entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più”.    
(Vita 9,1).

 p.Bruno Moriconi ocd


 

Santa Teresa di Gesù



Avila 1915 – Alba de Tormes 1582


sabato 30 settembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 


Una domenica in cui si leggeva questa pagina del Vangelo e io celebravo la messa nel mio paese e mia madre era presente, tornando a casa, mi raccontò ciò che segue.

Quando era bambina e il curato spiegava questa parabola, lei pensava sempre ai suoi due fratelli, che si chiamavano Graziano e Giovanni. Essi erano già giovani robusti di venti e diciotto anni e, quando il padre diceva loro che all’indomani bisognava cominciare un lavoro nella vigna o nell’oliveto, Graziano rispondeva subito sì papà, mentre Giovanni si ribellava e diceva che non voleva nemmeno pensarlo!

Ma il giorno dopo, raccontava sorridendo mia madre, nessuno sapeva dove si fosse cacciato Graziano, mentre Giovanni stava nell’oliveto o nella vigna già dalle sei della mattina, lavorando come un mulo.

Esattamente come nella parabola di Gesù!
 L’uomo che aveva due figli, si avvicinò al primo e gli disse: “Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna”. "Non ne ho voglia", rispose questi, ma poi si pentì e vi andò. Il secondo rispose subito: “Sì, signore”, ma non vi andò.
Questo importante contrasto tra il dire e il fare, molto chiaro nella condotta dei due fratelli della parabola, Gesù lo applica a due categorie diverse di persone: i pubblicani e le prostitute, da una parte, e gli uomini pii, come i sacerdoti, gli scribi, i farisei, dall’altra. Ufficialmente i primi sono cattivi e gli altri buoni, ma non sempre è così, perché una cosa è mostrare bontà (come il figlio che dice a suo padre: “Sì, signore”, ma non va), e altro è dire no, ma pentirsi e andare.
I pubblicani e le prostitute, dice Gesù alla presuntuosa gente religiosa (a noi?), vi passeranno avanti sulla via del Regno. La logica è la stessa che sta dietro alla parabola del pubblicano e del fariseo che stavano nel tempio alla stessa ora. Il fariseo passò tutto il tempo a vantare i suoi meriti davanti a Dio, mentre il povero pubblicano, tenendosi molto indietro, vicino alla porta, non finiva di ripetere: “Abbi pietà di me, Signore, che sono un peccatore”. Il primo, ritenendosi molto buono, era convinto di pregare. L’altro, il cattivo, senza saperlo, pregava veramente. Al punto che Dio, disse Gesù, ascoltò soltanto questo povero peccatore.
“Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, domanda Gesù al termine della parabola del padre che aveva due figli, uno che diceva sì e non faceva nulla, e l’altro che diceva no, ma obbediva. “Il primo”, risposero tutti, senza sapere che Gesù li considerava come il figlio che diceva sì e poi spariva. Infatti, proprio rivolto a loro, disse che i pubblicani e le prostitute li precedevano nel regno di Dio. Rimanevano indietro, perché, a differenza di quella povera gente disprezzata, pensavano di non aver bisogno, né degli insegnamenti di Giovanni Battista, né di quelli di Gesù. Erano osservanti della Legge e pensavano che ciò bastasse.

È ciò che, tuttavia, può capitare anche a noi, quando pensiamo che sia sufficiente essere devoti, anche se poco generosi. “Stiamo magari servendo il Signore tutta la vita – scriveva anni fa il carmelitano Jesús Castellano – ma con tale tiepidezza e indolenza che pensiamo e diciamo, come il figlio della parabola, che stiamo servendo il Signore, ma in realtà continuiamo a fare la nostra volontà, senza un vero movimento di rinnovamento spirituale e cambiamento”.
p. Bruno Moriconi ocd

sabato 23 settembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica


 

“Mi conforta sapere che Dio si serve di mezzi insufficienti per compiere il Suo progetto nel mondo”, disse il cardinal Ratzinger il giorno della sua elezione a Papa, il 19 aprile 2005. “Sono solo un umile operaio nella vigna del Signore”, aggiunse.

Una disponibilità, quella del penultimo papa, che ci può aiutare a comprendere bene la simbologia degli operai della vigna di cui si legge oggi all’inizio del capitolo 20 del Vangelo di Matteo. Nonostante fosse un uomo molto colto, un cardinale di alto rango, Joseph Ratzinger si disse contento di accettare la sua elezione alla Cattedra di Pietro, come un umile operaio nella vigna del Signore, esprimendo così il desiderio di continuare ad essere solo un vero discepolo di Gesù.

Di fatto, come dimostrano i santi con la loro vita, per chi si è incontrato con Cristo e lasciato coinvolgere nel suo progetto, non esiste cosa più grande che poter servire come Suo discepolo. La vigna di cui parla la parabola è il Regno di Dio che i discepoli di Cristo portano avanti nel mondo cercando di essere, in nome di Cristo, luce, sale e lievito per tutta l’umanità.

Quando, all’imbrunire, il padrone della vigna fa chiamare i lavoratori ingaggiati lungo la giornata e ordina al sorvegliante di dare a tutti un denaro, ossia, la paga giornaliera, è normale che quelli che avevano lavorato fin dal mattino si sentissero sottovalutati. Al loro posto, chiunque di noi, vedendo che dava la stessa ricompensa a quelli che erano appena arrivati, avrebbe provato lo stesso disagio. "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo", direbbero anche molti di noi. Al di là, tuttavia, del legittimo sentimento istintivo, a protestare, quei lavoratori non avevano ragione di protestare, per almeno tre ragioni:

- Perché, più che contenti, avevano accettato di lavorare per quel tipo di pagamento. “Non hai forse concordato con me per un denaro?”, chiederà il padrone a chi aveva presentato le rimostranze dei primi.

- Perché il padrone aveva promesso la stessa paga giornaliera (un denaro) anche a tutti gli altri.

- Perché nessuno può proibire [qui non si tratta, naturalmente, del contratto sindacale con gli operai di una stessa fabbrica] al proprietario di quella vigna di dare quanto vuole a chiunque abbia accettato il suo invito. Anche a quelli dell’ultima ora.

Detto questo, è chiaro che qui non si tratta di un vero proprietario di vigne, ma del Signore, Padre di tutti, sempre disposto ad aspettarci a qualsiasi ora, come il padre della parabola di Luca 15. Quel padre, visto il figlio in lontananza che ritornava a casa, nonostante il male che gli aveva fatto, si commuove nelle viscere e si mette a corrergli incontro per abbracciarlo.

Come, dunque, aver invidia dinanzi a questo nostro Padre buono e affettuoso con tutti coloro che accedono a Lui? Alla luce di quanto Gesù ha insegnato, neppure l’ultima frase (Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi) deve agitarci. Non si tratta, infatti, né di una minaccia, né di una ingiustizia, poiché ciò che importa è sapere che tutti (primi e ultimi) siamo, se continuiamo a volerlo, nella stessa vigna del Signore.

Egli è disposto ad abbracciare ognuno, senza che sia importante quando si sia reso conto della grande opportunità che suppone lavorare nel e per il Regno di Dio. Uno giunge quando è tutta la vita che noi ci stiamo sforzando di vivere da cristiani?

Se non siamo capaci di rallegrarci che sia arrivato anche quello dell’ultima ora, non è sicuro che siamo già cristiani come si pensava. Per esserlo davvero, infatti, è necessario che i nostri sentimenti siano quelli del Padre della parabola lucana che, al figlio maggiore che protestava come i vignaioli della prima ora, dice che bisogna fare festa e rallegrarsi perché suo fratello che era perduto è infine tornato a casa.
P. Bruno Moriconi ocd

sabato 16 settembre 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica

 



Le volte che Pietro, e tutti i discepoli di Gesù, dovrebbero perdonare al loro fratello, sarebbero settanta volte sette, cioè 490 volte, perché il calcolo questo dà. In realtà, Gesù non pensa a questo, perché, sebbene sia moltissimo perdonare 490 volte, mettere un limite al perdono è proprio ciò che il Signore non vuole fare.

Con una probabile contrapposizione alla sfrenata disposizione alla vendetta di Lamec in Gen 4,24 (Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette), Gesù vuol dire che il perdono, come il suo, non deve avere nessun limite. Infatti, la parabola che segue del servo senza cuore è il miglior commento a una delle invocazioni del Padre Nostro (E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori).

Il servo che doveva al suo padrone diecimila talenti e gli erano stati condonati ma, a sua volta, non aveva voluto condonare i cento denari che un suo compagno doveva a lui, ci sembra una persona senza cuore. Ma, attenzione! Gesù sta rivolgendosi a Pietro. E se, in quel momento, sta parlando per lui e gli altri apostoli, adesso, dalle pagine del Vangelo, sta parlando a noi.

Anche il padrone della parabola che chiama il suo svergognato dipendente, sta parlando con noi in nome del Signore che sempre è disposto a perdonarci. Ci ricorda ciò che non dovremmo mai dimenticare. Che anche noi siamo stati perdonati e, inoltre, senza averlo neppure chiesto. Forse non abbiamo debiti tanto grossi come quel servo senza cuore, ma è ciò che Gesù ci ha insegnato a chiedere nel Padre Nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Una responsabilità molto grande, ma è questa capacità di perdonare sempre ciò che qualifica lo sforzo cristiano. Una cosa per nulla facile, soprattutto quando la colpa commessa è umanamente insopportabile e la ferita non cicatrizza mai. Ma, non dobbiamo sbagliarci. Il perdono che Gesù vuole dai suoi discepoli, non si riferisce ai sentimenti, ma alla volontà. Le ferite rimangono e nessuno ci chiede che torniamo a fidarci di uno che ci ha ingannato o ha ucciso nostro figlio. Questo di solito lo chiedono soltanto i giornalisti più sciocchi quando vanno a intervistare le povere vittime di perdite tanto grandi.

In casi gravi come questi, ma anche in altri meno gravi, ciò che richiede Gesù è il desiderio di perdonare, fatto preghiera. Il desiderio di poter arrivare un giorno a non odiare, neppure quelli che ci hanno fatto molto male. La ferita rimane, ma, con l’aiuto di Dio, e il tempo necessario, potremo diventare capaci di dire al Signore, senza timore di mentire, “rimetti a noi i nostri debiti, Padre, come anche noi li abbiamo rimessi [vogliamo rimetterli] ai nostri debitori”.

Le ferite non sono sparite neppure dal corpo glorioso di Gesù, ma Lui, nonostante tutta l’ingiustizia che vedeva in loro, dalla croce, anche per chi lo stava condannando, disse: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).







sabato 26 agosto 2023