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sabato 18 marzo 2023

Meditazione sul Vangelo della Domenica







 Più che sul miracolo della guarigione del cieco nato, è meglio e più opportuno fermarci sulla domanda dei discepoli e sulla risposta relativa di Gesù. Una domanda e una risposta che introducono l’insieme del racconto. L’opportunità di soffermarci su questo dialogo dipende anche dal momento che abbiamo appena vissuto, minacciati dal misterioso e insidioso COVID 19 che ha coinvolto tutto il mondo in una pericolosa pandemia. Infatti, qualcuno potrebbe domandarsi se, in questo, come in qualsiasi altra disgrazia, c’entri, in qualche modo, la punizione di Dio.

Molto presuntuosi, alcuni predicatori e direttori spirituali, infatti, continuano a parlare di castighi divini dovuti alla nostra cattiva condotta. Parlano così, dimenticando che, per questo mondo, è passato anche il Figlio di Dio, Gesù, per dimostrare che il Padre, così ci ha insegnato Lui a chiamarlo, non è il tipo di dio che si potrebbe immaginare nella religione pagana, e, questo sì, secondo la mentalità dell’Antico Testamento. Se ti sei ammalato e adesso sei povero, dicevano a Giobbe i suoi amici, nonostante fosse l’uomo più religioso e retto di tutto l’oriente, è perché qualcosa di male l’avrai fatto.

 La verità era un’altra, ma questa era l’opinione religiosa corrente ancora al tempo di Gesù. Non solo i farisei credono che il povero cieco del Vangelo di oggi sia “intriso di peccati da capo a piedi” dalla sua nascita, ma la pensano così anche i discepoli di Gesù. Infatti, vedendo l’uomo cieco dalla nascita, sono loro a domandargli: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”.

 Ed ecco la risposta determinante di Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Basterebbe il buon senso comune, per rendersi conto che la maggioranza delle persone che muoiono nelle catastrofi naturali non sono i grandi peccatori, ma i poveri, i lavoratori che non hanno altra colpa se non quella di essere povera gente. Ci sono anche mali dovuti a colpa, ma, in generale, vengono dalla natura, non da Dio. Dio perdona sempre, dice un proverbio, l’uomo poche volte, la natura mai.

 Un giorno che alcuni vennero a riferirgli di certi galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,1-5).

 Gesù, terminando con “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”, non sta minacciando, ma portando la questione a un altro livello, a un livello d’orizzonte superiore. Nel caso dell’incidente della torre di Siloe, vuole condurci a riflettere sull’infermità più importante che è quella di non convertirsi o di non tornare a Dio che ci ama e che ci sta aspettando da sempre.

Sfortunatamente, le torri continuano a cadere e ad uccidere. Molte volte è colpevole la nostra negligenza, ma mai il Signore. Ciò che dipende da noi è vivere consapevoli della nostra dignità di figli di Dio. Questo vuol dire Gesù a chi gli riferisce le due disgrazie. Morire è una tragedia, ma non vivere consapevolmente è solo una sopravvivenza sterile, peggiore che morire sotto una torre o per malattie, dalle quali, tuttavia, dobbiamo difenderci meglio possibile.

Nel racconto della guarigione del cieco nato, Gesù vuole aprirci l’orizzonte delle opere di carità. “Né lui ha peccato né i suoi genitori”, ci dice, ma [è qui] perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Ciò che Lui fa, guarirlo dalla cecità, solo Gesù può farlo e, qualche volta, anche alcuni santi che lo pregano con una fede da bambini, ma gli ammalati sono tra di noi perché – nella misura delle nostre possibilità – li curiamo.

“Vi assicuro che ciò che farete a uno solo di questi, miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” ci dice Gesù nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo.



domenica 6 marzo 2016

Suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò

MEDITIAMO CON P. GIULIANO GHERARDI


Dal Vangelo di Luca 15, 20

            



Nella storia delle parabole evangeliche, penso che questa del Padre misericordioso sia stata la più "spremuta" sia in campo esegetico-spirituale che in quello pedagogico psicologico.
            C'è sempre un qualcosa di nuovo, un annuncio permanente di una misericordia che sconvolge ogni criterio, che rompe i confini, rovescia le certezze e scandalizza anche “quelli di casa”. Attraverso la Parola del Figlio conosciamo il volto vero del Padre. E in definitiva, come ben ci dona il Giubileo che stiamo vivendo, è proprio questa la missione del Figlio: far conoscere il Padre misericordioso. Questa è la vita eterna: “che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).
            Siamo di fronte ad una pagina di straordinaria bellezza e profondità, "un vangelo nel vangelo" ed è propria di Luca lo “scriba della mansuetudine di Cristo". Due atteggiamenti balzano subito all’attenzione, due modalità di porsi davanti a Gesù. I pubblicani e i peccatori "ascoltano" la parola di Gesù, manifestando così un desiderio di salvezza. I farisei e gli scribi, invece, mormorano, svelando sospetto e rifiuto. Il motivo del mormorare è dato dalla prassi di Gesù di "ricevere i peccatori". Il verbo usato dall'evangelista più che ricevere significa "essere disponibili ad accogliere" ed esprime attesa e attenta sollecitudine. In Gesù vive un attesa senza pregiudizi e una disponibilità senza limiti verso l'uomo e in particolare verso l'uomo peccatore, la donna peccatrice, fino a giungere a sedersi a mensa (con la carica simbolica di questo gesto) con i peccatori pubblici, con i lontani dalla “Legge”.
            Il peccato del figlio più giovane è un peccato che potremmo definire di pretesa autonomia e autosufficienza. Egli taglia ogni legame, rinuncia alla casa paterna e non si riconosce come figlio, e figlio amato. E quindi "partì per un paese lontano". Questa indicazione di luogo non è solo e tanto geografica quanto morale, spirituale. Egli giunge nella sua corsa verso il “fondo", a pascolare i porci (animali impuri) e a mangiare carrube, dopo aver sperperato tutto nella dissolutezza. Ciò che colpisce in questa prima parte del testo è il "silenzio" del padre, rispettoso della tua libertà, che si "annulla" di fronte alla tua scelta e divide le sue sostanze. Questo é già un atto di misericordia: pretendere tanto e per di più con i1 padre ancora in vita, è un anticipare la morte del padre. Qui il figlio si dimostra già un “avventato" uno "scapestrato" che vuole auto-gestire il grande dono della vita, ma ora muore perché lontano dalla fonte della vita: il padre, la casa! Alle porte del caos più totale ha però un bagliore di luce: “Rientrò in se stesso”. E' davvero la conversione? E' genuino pentimento?
            Il figlio maggiore è sempre rimasto in casa ma, purtroppo solo fisicamente. Come il minore anche lui non conosce il padre e quindi quando torna il fratello degenere non può capire la gioia, anzi: "Si arrabbiò e non voleva entrare". Cosa fa il padre? "Uscì a pregarlo" e ad ascoltarlo: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo ordine, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici". Questo figlio vive come un servo nella casa paterna, oppresso sotto un duro e pesante giogo di doveri e, di conseguenza, il padre è percepito come un tiranno ed ingiusto. “Figlio - risponde il padre - bisognava far festa e rallegrarsi; perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita”. Chiamandolo "figlio” il padre gli ricorda che il rapporto con lui non può basarsi sul dare/ricevere ma sulla comunione: "tu sei sempre con me" e "tutto ciò che è mio è tuo”. Gli ricorda un'altra cosa importante, che colui che viene apostrofato come "tuo figlio" in realtà è anche "tuo fratello".
            In questo padre Gesù ha voluto farci contemplare l'icona della misericordia: il Padre e i lineamenti del suo volto. Il rispetto. Davanti alla richiesta del figlio minore: "Dammi la parte dei patrimonio che mi spetta", il padre non oppone resistenza, ma "divise tra loro le sostanze”. Così facendo i1 padre riconosce al figlio non solo un autonomia economica ma, più profondamente una autonomia esistenziale. Il termine "ton bion", tradotto generalmente con "sostanze", significa più esattamente "vita" e ritorna ove appare evidente che il figlio minore non ha sperperato solo i beni, ma soprattutto la vita. La speranza. "Quando era ancora lontano, il padre lo vide". La capacità di vedere lontano "tradisce" ciò che il padre ha consentito sempre in cuore: il ritorno del figlio. La speranza è la vittoria su ogni possibile risentimento. La compassione. "Commosso gli corse incontro". I1 verbo “splacnizo” traduce il fremito delle viscere paterne, e ricorda le rahamim (viscere di tenerezza) di Dio.  I1 coraggio. Corre incontro al figlio, atteggiamento poco dignitoso, se non scandaloso, per la cultura dei tempo di Gesù; solo del suo tempo? Per amare sinceramente bisogna avere molto coraggio. Coraggio del primo passo, di lasciare i vecchi rancori, l'orgoglio ferito e le proprie ragioni. Coraggio di gesti accoglienti, ove la distanza è superata nell'abbraccio che riconcilia. Nella prima creazione narrata in Genesi, Dio soffia nelle narici dell'uomo il "soffio di vita", nella "ri-creazione" del perdono "gli si getta al collo e lo bacia". E il bacio ci fa appartenere a Dio oltre la morte. Questo padre non rimprovera il figlio, non punisce; anzi non gli lascia neppure dire ciò che egli non pensa affatto e vi è un crescendo di accoglienza che arriva al dono della veste più bella (la “prima”, la veste originaria), all'anello (conferimento dei pieni poteri sui beni paterni) e ai calzari (una libertà ridonata, erano gli schiavi ad essere scalzi). Il tutto culmina nella festa. Lascia sconcertati un Padre così e la sua incondizionata misericordia, il “troppo grande amore” (b. Elisabetta della Trinità).

            E’ il Padre che custodisce sempre, nonostante e attraverso noi, la nostra vera bellezza e dignità di figli ed è sempre pronto e desideroso di riconsegnarcela in pienezza: questa è la sua più grande gioia. E’ anche la mia di figlia, di figlio e di sorella e di fratello?
P. Giuliano Gherardi ocd