Imparare a vedere per vivere e credere


Dal Vangelo di Giovanni (Gv. 9, 1-41)
IV Domenica di Quaresima – Laetare – Anno A

Domenica scorsa la liturgia ci invitava a riflettere sul fatto che non si può vivere con meno dell’infinito, sul bordo di un pozzo, sempre con un secchio in mano, nella speranza di tirare su qualche goccia d’acqua, perché ognuno deve imparare a bere al proprio pozzo. La sete infinita di infinito della Sposa samaritana, ora, è colma, sazia. Ora ha incontrato la sorgente. Ora lei stessa è divenuta sorgente che zampilla per ogni persona. Lei è una peccatrice che diviene discepola e testimone. Come il cieco nato, di cui ci parla la liturgia di questa quarta tappa di avvicinamento alla Pasqua.
1.      Solo chi ama vede
Il Vangelo ci ricorda che Gesù non passa distratto in mezzo all’umanità, alle storie faticose di tante persone, come quella del cieco nato. La sua non è una vita a colori, non è nemmeno in bianco e nero, ma è abitata da tanta oscurità, forse da fantasmi. Non urla la sua condizione come il cieco Bartimeo (Mc. 10, 47), non grida per attirare l’attenzione di Gesù, ma è l’uomo di Nazaret che lo guarda con amore, perché vede il suo dolore, la sua condizione, perché è un innocente che paga i peccati dei genitori, come sostenevano i rabbini. È Dio che l’ha punito, quindi perché chiedere qualcosa a questo Dio terrificante? Non osa chiedere, forse perché in fondo anche lui crede che le cose stiano così. E invece. Una carezza di fango sugli occhi, come quella della creazione, e l’uomo torna a vedere. Gesù, intanto, si è defilato, non vuole applausi, vuole solo che gli uomini facciano esperienza di un Dio diverso da quello che a volte dipingono.
2.     Verso la luce vera che illumina ogni uomo
Non è facile dire che vedi veramente! Non solo perché tutti credono di vedere ma, soprattutto, perché tutti credono che basta avere una discreta vista per vedere. Per questo inizia un dibattito serrato: chi lo ha guarito? Perché? E poi, perché di sabato? Tutti hanno qualcosa da dire sull’accaduto, anche chi non vuole parlare per non compromettersi: la folla, i farisei, i genitori del cieco, i vicini, i discepoli…
Certo, il protagonista sembra il cieco che recupera prima la vista, poi l’onore, poi la fede, ma in realtà tutto ruota intorno a Gesù: “chi è colui che ti ha aperto gli occhi?” (vv. 17.21) e “da dove è costui?” (vv. 29-30). Dinanzi al “segno” che rivela Gesù come luce di ogni uomo, si registrano le reazioni degli uomini che Giovanni descrive con una pennellata di ironia.
Si assiste a due processi che hanno destini completamente diversi: quello dei “giudei”, che si chiudono sempre di più alla luce, e quello del cieco nato, che passa dalla luce degli occhi alla esperienza di una fede illuminata dalla presenza dell’umanità santissima di Gesù Cristo: “Tu credi nel Figlio dell’uomo? E chi è, Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: Lo hai visto è colui che parla con te. Ed egli gli disse: Credo, Signore!... E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo: perché coloro che non vedono, vedano, e quelli che vedono, diventino ciechi” (v. 35b-39).
La fede di ogni uomo è una progressiva illuminazione, è una inquietudine che dura tutta la vita, che necessita della pazienza del passo dopo passo, delle cadute e delle riprese, fino a vivere la resa dell’incontro. E’ il percorso del cieco nato, è il cammino di ciascuno di noi, tra sensi di colpa e coraggio, tra paure e ironie, tra bestemmie e preghiere che rivelano una sapienza nuova: come può un peccatore guarire un cieco nato? E osa: volete farvi discepoli anche voi? Non ha il timore dei suoi genitori, ammutoliti dal giudizio degli altri. È libero, il cieco. Ci vede, ci vede benissimo, con gli occhi e col cuore
3.     La notte della vita
Quante storie di uomini e di donne sono paragonabili a questa storia, quante pupille sono spente, quanti cuori sono gelidi. Quanto buio attraversa la vita di personaggi che vivono perennemente sotto i riflettori dell’effimero, ma che sono nella tenebra più fitta, che credono di sapere solo perché devoti. Non si mettono in discussione, come il cieco che ammette di non sapere. Loro sanno, sono gli altri che stanno nell’errore. Eppure è il loro modo di procedere che rivela il loro auto-inganno: prima dicono che il cieco mente, poi che non è mai stato cieco, dichiarano che Gesù è un peccatore e, infine, davanti all’evidenza, vanno su tutte le furie. L’arroganza non ammette le ragioni degli altri, impone solo le proprie. Credono di vedere, ma i veri ciechi sono loro. Accecati dalle loro false sicurezze, non si pongono dubbi. Sanno. L’evangelista è caustico e nel suo ragionare ci invita a dire: chi sono i veri ciechi del racconto?
4.     Andare verso la luce
Non c’è uno schianto di luce, come quello vissuto da Paolo a Damasco (At. 9, 1-9), ma un lento impasto tra le tenebre e la luce, un progressivo cammino verso la luce, la fede. Un lento manifestarsi della verità che rimanda alla decisione di varcare la soglia del proprio “castello”, smettendo di vivere in una condizione bestiale per intraprendere il cammino di vita evangelica, la vocazione all’unione con Dio. Dio vede la nostra tenebra e desidera illuminare la nostra conoscenza, i nostri sensi. Non ci chiede altro se non di credere che quell’impasto di fango è l’atto del suo amore per noi, il rifacimento della bellezza attraverso una carezza, un tocco delicato.
Lasciamo che il Signore ci restituisca la luce, lasciamo che la sua Parola ci conduca alla verità tutta intera. Le domande, gli interrogativi, gli stessi dubbi ci aiutino a scoprire in lui il Signore risorto della nostra vita, a vedere oltre quello che oggi intravediamo soltanto, perché tutto quello che pretendiamo di sapere su Dio è niente rispetto a quello che Lui è, in quanto rimane sempre un di più da vedere, da contemplare con stupore.

P. Luigi Gaetani, OCD
  Provinciale di Napoli


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