“Proprio dell’amore è abbassarsi”

MEDITIAMO CON P.HERMANN RAMANANTONINA
DOMENICA DELLE PALME


Iniziamo la grande settimana, la più grande. La settimana piena di stupore e di sangue, di amore e di emozioni. Iniziamo la settimana Santa. E noi lo facciamo oggi celebrando l'entrata messianica di Gesù a Gerusalemme. In ricordo del suo trionfo, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte. Ci prepara ad ascoltare questo passo del Vangelo, il profeta Isaia con il suo terzo cantico: il servo sofferente di Jahvè. L'intera gloria di questo servo sta nello spogliarsi completamente, nell'abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. “Proprio dell’amore è abbassarsi” (santa Teresina). Ed ecco, l'amore si è manifestato con più forza sulla croce. Dalla croce è scaturito il grido di fiducia filiale nel Padre.
Procediamo in ordine.

Benedetto colui che viene,… A morte costui! Dacci Barabba!

Era, ormai, vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando, tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene; il re, nel nome del Signore». La gente elogia, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, estende i propri mantelli al passaggio del Maestro di Galilea. Piccola gloria prima della tragedia, fragile riconoscimento prima del furore. Certamente, Gesù sa e sente ciò che sta per capitare. Troppo oscillante il giudizio dell'uomo, troppo vagabonda la sua fede (Curtaz P.). Ed è sempre così la gente; quella di ieri e quella di oggi. Passa dal delirio dell'acclamazione, alla violenza che distrugge, e, in questo mutar di umori, tenta di risucchiare chi non ha la forza di restare se stesso e si lascia travolgere e condurre, anche là, dove, forse, non sarebbe mai voluto andare.
Secondo Luca, Pilato parlò loro volendo rilasciare Gesù. “Ma essi insistevano a gran voce, perché fosse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato, allora, decise che la loro richiesta fosse eseguita...”. Così, Gesù sale verso il Calvario, dove la sua missione giungerà a compimento. Anche perché è proprio qui che Lui griderà per tutti, per me e per te, quel:

“Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”

In questo anno straordinario di misericordia, arriva dritto al cuore questo grido di Gesù. Anche perché “il perdono viene sempre prima di tutto. Forse, non potremmo sopportare, di ascoltare il racconto, della passione di Cristo, se non iniziassimo con il perdono. Prima ancora che pecchiamo, siamo già perdonati...Il perdono, è là, che ci attende..." (Padre Radcliffe T. in “Le sette parole di Gesù in croce”). È il gran dono che spalanca, davanti ai nostri occhi, il Mistero del Dio che soffre e muore. Il mistero insondabile di quel dono d'amore che è la redenzione. È il centro della rivelazione. Da qui riparte tutta la Storia di una umanità risanata, resa capace di vivere la riconciliazione con gli altri uomini che, in Cristo, diventano fratelli.
Il perdono è quel segno inequivocabile e definitivo del fatto, che Dio ci ha accolto, e sempre ci riaccoglie in Cristo. Non è come abbiamo fatto noi. Quindi fermiamoci con
Un po’ di silenzio!
In questa celebrazione, secondo la liturgia della Messa, dopo “Detto questo spirò”, noi ci inginocchiamo e ci immergiamo in un silenzio meditativo. Questo istante di silenzio totale è indispensabile a ciascuno di noi. Infatti, davanti a questo racconto, non possiamo che stare in silenzio. Un silenzio che non ci chiude in noi stessi, ma apre il cuore alla contemplazione dell'amore estremo di Dio.
La croce è l'immagine più pu­ra e più alta che Dio ha dato di se stesso. E “per sapere chi sia Dio devo solo inginoc­chiarmi ai piedi della Croce” (Karl Rahner). Anche perché, solo da Lui, il dolore può ricevere luce e conforto. Solo la Croce di Cristo può trasfigurare il nostro dolore e renderlo fecondo. “Sulla Croce, d’ogni cosa sta il Signore, sta la gioia pur se gemi nel dolore: essa allieta di sua luce, essa è via che al ciel conduce” (Teresa di Gesù, in Poesie 19). Ecco, “la Croce di Gesù è la chiave del paradiso” (san Giovanni Damasceno), e ce lo testimonia il buon ladrone di questo Vangelo. 
Quindi anche noi, Come suoi discepoli, seguiamolo portando la nostra 

O grossa o piccola, una croce bisogna portarla” (un detto popolare). E in questo, il profeta Isaia, nella prima lettura di oggi, ci dà delle preziose indicazioni: “Il Signore Dio...Ogni mattina fa attento il mio orecchio, perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio, mi ha aperto l'orecchio, e io non ho opposto resistenza,…”. Anche nella sofferenza, anzi, proprio sulla via dolorosa, ascoltando il Signore, il nostro abbandono fiducioso in Dio diventa sempre più pieno. Perciò, al posto del profeta, ognuno di noi può dire: “Il Signore Dio mi aiuta, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”.
Tutta la spiritualità carmelitana e i nostri santi ci insegnano che dalla contemplazione della passione e morte di Cristo, dall'accettazione umile e fiduciosa del nostro dolore, sboccia la speranza di una nuova vita. Ci viene in mente la “conversione” di santa Teresa di Gesù (cfr. V 9, 1). Proprio contemplando un quadro che rappresentava Gesù flagellato, Teresa percepì che Gesù era davanti a lei e implorava il suo amore. E fu, per lei, una scoperta dell’assoluta centralità della preghiera.
Quando accogliamo il dolore e lo affidiamo, siamo resi capaci di perdonare e donarci. Così, anche la nostra vita produce inattesi miracoli, prodigi e conversioni, senza che neppure ce ne accorgiamo. Inoltre,

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio


Forse è una semplice notazione temporale però, ci riempie di speranza. La tenebra ha il suo limite e il dolore ha il suo argine. Tre ore può infierire, ma non andrà oltre, il sole ritorna. Così fu in quel giorno, così sarà an­che nei giorni della nostra an­goscia (Ronchi E.). Dopo tre giorni ci sarà la risurrezione. “Ciò che ci fa credere è la cro­ce, ma ciò in cui crediamo è la vittoria della croce, la vit­toria della vita” (B. Pascal). Aveva capito tutto questo perfino Jacques Fesch (un condannato a morte, figlio spirituale di Teresa di Lisieux) quando aveva spiegato come avrebbe camminato incontro alla morte: “Io tendo una mano alla Vergine e l’altra alla piccola Teresa: in tal modo non corro alcun rischio, ed esse mi attireranno a sé per consegnarmi al piccolo Gesù per l’eternità” (in La piccola via della misericordia 36).
Alla fine, in questo racconto di Luca, tutto diventa già miracolo. Al servo viene riattaccato l'orecchio, Pilato ed Erode diventano amici, Pietro piange il suo tradimento, Gesù viene riconosciuto "giusto" dal procuratore pagano, le donne vengono consolate e scosse, il ladro appeso alla croce perdonato e la folla torna a casa percuotendosi il petto (Curtaz P.)… Quella di Gesù è una morte per amore quindi fa davvero germogliare la vita. Auguri di Buona settimana Santa a tutti, ricordiamoci che l’ultima parola non appartiene al Venerdì Santo ma alla domenica di Pasqua!  


 Padre Hermann ocd (Trieste)

P.S. Come sappiamo, il Vangelo è già lungo quindi, ho cercato soltanto di invitare ciascuno di noi a mettersi davanti a questa Buona notizia. Colgo anche l’occasione per augurare a tutti voi, Buona settimana Santa e Buona Pasqua di Resurrezione!

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