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| P. Fausto Lincio, ocd |
“Avere una Regola, assumerla, significa entrare in un’istituzione regolata che comporta un rinnovamento profondo in termini di correzione, progressione, rinnovamento, abbandono di certe cose, assunzione di altre”.
P. Lincio si è soffermato sui tre momenti del cammino di fede che ritroviamo nella nostra Regola. I tre spunti su cui i formatori sono invitati a confrontarsi per essere poter svolgere il delicato incarico di formare persone che Dio ha chiamato al Carmelo secolare, una responsabilità verso il Signore e verso chi ha affidato loro. Li accenniamo soltanto perché sarà cura dei nostri formatori utilizzarli per aiutare i formandi a crescere.
Il primo “il mio”, cioè quello che ho nel cuore, che mi ha illuminato. La scoperta della vocazione, il nostro primo modo di viverla.
Il secondo spunto: la marginalità che è tipica dell’Ordine religioso; una posizione comunque di frontiera, e la vita consacrata, è sempre stata un'espressione di frontiera della Chiesa. Noi oggi per grazia viviamo proprio questa posizione “ai margini”. La regola è come uno strumento per restare nella fede in tempi bui.
Il terzo e ultimo spunto è quello del silenzio. Il carmelitano e la carmelitana sono gli uomini e le donne del silenzio. È il silenzio che dovrebbe esserci quando c'è pettegolezzo. La dimensione del silenzio più radicale che la Regola ci insegna è quella di parlare solamente le parole della Scrittura. Così facendo, metto in silenzio tutto quello che è inautentico e troppo personale che mi può ancora abitare.
(s.d.b.)
Le domande su cui confrontarsi:
1) Il passaggio da un Carmelo immaginato alla realtà della comunità (Carmelo reale e vissuto) è sempre un momento delicato per il formando e per la comunità.
Dalla tua esperienza quali sono state le dimensioni in cui questo passaggio (evolutivo) si è meglio realizzato e quali quelle in cui questo passaggio ha fatto più fatica a realizzarsi?
2) In che modo l'esperienza di Dio dei singoli formandi e dei singoli membri della comunità viene messa a fattor comune aggregante? In fondo siamo tutti stati chiamati al Carmelo dal Signore, e questo dovrebbe essere il fondamento del nostro stare insieme.
Quali sono i gesti che la tua comunità ha pensato per aiutare i suoi membri a 'sentire' la forza di queste chiamate vocazionali personali come collante della vita stessa e del senso della comunità?
3) Quali sono le esperienze di marginalità e insignificanza che la tua comunità sta vivendo? In queste situazioni quali sono le 'strategie di sopravvivenza' che come comunità state mettendo in atto? Questo è un punto molto delicato, soprattutto lì dove la persona (formando o già membro della comunità con le promesse) vive la sua appartenenza al Carmelo senza un supporto esplicito e cordiale dei suoi famigliari.
4) L'esperienza della insignificanza e della inessenzialità non è solo qualcosa che ci getta addosso l'ambiente che oggi, in modo particolare, ci circonda, è qualcosa che è connaturato con l'esperienza evangelica del 'servo inutile', figura che Gesù stesso indica ai suoi come modello del discepolo.
Quali sono le reazioni dei singoli e della comunità come insieme che hai potuto vedere rispetto a questo tema dell'insignificanza/ inutilità?

